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La storia vera di un uomo qualsiasi – 1

Non saprei ben dire quanto a lungo diede in escandescenza. È sicuro che il suo unico obiettivo fu quello di farsi prendere per matto. E ci riuscì. Arrivarono a sirene spiegate sotto il suo balcone, allertati da una chiamata d’emergenza di un vicino. Se quello del piano di sotto o dell’appartamento accanto, lui non lo chiese mai.

Sono più o meno le undici del mattino di un Lunedì d’Ottobre, il mese che preferisce. Il cielo è terso ed il sole una grossa sfera bianca, la cui luce lattiginosa s’appoggia lentamente sui palazzi e da lì, cola come adipe, con fatica, fin sull’asfalto della strada. Il viale in cui si erge il civico 15 ha da tempo steso un lungo tappeto di foglie secche che riempiono la strada con il loro crepitio arancione. Le due file di ippocastani su ambo i lati del viale, con i loro rami spogli come dita, somigliano ad un lungo e silenzioso impreco cristallizato, aggrappato all’aria di vetro, fredda e diafana. Il palazzo nel quale, tempo addietro, prese in affitto un piccolo appartamento all’ultimo piano– un vecchio edificio stile liberty color ocra – ha quattro livelli e un evidente bisogno di una bella rinfrescata. La facciata è pulita e conserva vivo il suo colore, anche se scrostata in più punti, come quella di una vecchia chiesa di campagna ormai senza più fedeli. L’intonaco non nasconde i bordi delle enormi pietre, perfettamente rettangolari, con cui è stata costruita la parete, facendole sembrare ancor più mastodontiche. Si affacciano sullo stradone dodici grandi occhi: otto ad arco e di medie dimensioni, disposti in due colonne ai lati destro e sinistro del palazzo; e quattro enormi, a bifora, incolonnati in una fila centrale che fuoriesce un poco rispetto alla superficie piatta e senza balconi della facciata, formando una specie di spina dorsale o di enorme naso. Alcune finestre hanno le persiane abbassate; tutte sono con i battenti chiusi. Tranne l’ultima a destra al quarto piano, da cui si vede la tenda bianca respirare con la stanza e gonfiarsi come una vela sulla strada ad ogni colpo di vento. Subito sotto il finestrone più basso della colonna centrale, scivola l’arco acuto dell’ingresso principale dell’edificio, che si apre come un sipario sull’ampio patio interno. Dalla strada si intravede il grosso tronco bruno dell’acero, cresciuto in un pezzo di giardino ben tenuto al centro del patio del palazzo. L’albero è piuttosto alto e bisogna attraversare la loggia ampia e semibuia dell’entrata per poterne scorgere la cima folta e, in quel periodo dell’anno, incredibilmente rossa.

Secondo un’antica leggenda mitologica, l’acero è l’albero di Fobos, il dio greco della Paura, frutto dell’amore di Ares, dio della guerra, e Artemide, dea della bellezza. Un accostamento superstizioso dei nostri antenati, probabilmente dovuto al colore che le foglie di questo albero assumono all’arrivo dell’inverno. Nonostante non sia mai stato superstizioso, anche per lui questo albero rappresentava qualcosa: il rifiuto delle regole stabilite. Il rifiuto della regola secondo cui in inverno si perdono le foglie. Certo, esistono piante sempreverdi, ma quelle hanno ceduto al compromesso: possiedono foglie grette, ottuse, di cartone, che quando seccano non cadono dai rami dondolandosi nell’aria con una dolce dispedita, ma precipitano al suolo come sassi lanciati da un bambino dispettoso, facendo il rumore di tappi di bottiglia o pietre. O, peggio, hanno irti aghi al posto delle foglie. E che altro sono, questi aghi e queste spine o queste foglie di cartone, se non il prodotto della stitichezza dovuta alla loro vigliaccheria? Affrontare il vento freddo di Novembre a foglie scoperte: questa è tutta un’altra storia.

A cosa giova avere aghi e spine tutto l’anno e non poter avere una foglia un solo giorno? Non bisognerebbe mai cedere nemmeno un briciolo di bellezza in cambio di una sopravvalutata funzionalità. La funzionalità suol dolere sempre ad una delle parti in giuoco, non potendole accontentare tutte, e sempre lascia le cose a metà, essendo per natura imperfetta e compromesso per definizione. La bellezza, invece… Oh, la bellezza: lei sceglie da che parte stare e ci resta fino in fondo, fino alla fine. Perchè la bellezza finisce sempre. Deve finire. È nella sua natura, nella sua stessa essenza, finire, per andare a far parte dei ricordi. E, trasformandosi in memoria, riesce a riprodursi indefinitamente e mai uguale a sè stessa, bensì in altro da sé, potendo esistere fino a che altro esisterà in tutte le forme. È per questo motivo che la bellezza è perfetta. Ciò che tutti chiamano Dio, ma che in troppi confondono con la religione, è un esempio di bellezza per antonomasia. Ciò che è imperfetto, invece, cerca disperatamente il compromesso per trascinarsi nel tempo il più a lungo possibile, e non vuole finire perchè sa che non sarebbe in grado di farsi ricordare. E allora si riproduce uguale a se stesso, continuamente, corrompendo tutto e tutti alle sue regole vili del compromesso che confondono con il piacere ciò che è solo abitudine. Ma l’acero no. L’acero è l’albero più coraggioso di tutti, perchè sa che soccomberà alle regole stabilite, alle sferzate dell’inverno che gli arriveranno come frustate sul fusto spoglio, e nonostante questo non crede sia vano lottare contro tutto questo con un ultimo spasmo di orgoglio e di rabbia che gli infuoca la chioma, scaldando l’aria intorno ancora per un po’. Un acero, ad una lunga vita mediocre, preferirà sempre una morte solenne.

Questo è ciò che lui aveva sempre pensato guardando quell’acero rosso crescere nel giardino. Fino a quella mattina. Fino a quando, alzatosi dal letto, si affaccia alla finestra come tutte le mattine e, come tutte le mattine, accende la sua sigaretta, poggiando poi l’accendino accanto alla tazzina di caffè che mette a raffredare sul davanzale. Quella mattina fissa come al solito la chioma rossa dell’acero sventolare non già come una bandiera – come l’aveva sempre vista, ma come un triste saluto troppo simile a un addio. Da una boccata e sgrana gli occhi. Un pensiero lo colpsce come uno schiaffo. Il fumo gli va di traverso. Tossisce. Lascia cadere la sigaretta e corre in cucina a versarsi dell’acqua in un bicchiere. La mano gli trema e gli fa battere il bordo della bottiglia di vetro sul bicchiere. Un tin tintintin tintin lungo come il tempo che impiega a riempirlo è l’unico suono che si può ascoltare a quell’ora. Lo avvicina alla bocca con difficoltà, sgocciolandosi un po’ d’acqua sulla manica del pigiama, e lo beve tutto d’un sorso. Come se con tutta quell’acqua voglia affogare ciò che ha appena pensato, per poi andarlo a pisciare. Finito di bere, riporta la testa in avanti e sbatte il bicchiere sul tavolo della cucina, come se avesse appena tracannato un cicchetto di tequila. Rimane in piedi, con le braccia tese e le mani appoggiate sullo schienale della sedia. Guarda fisso di fronte a sè e dopo un po’, quasi senza volerlo, sussurra “non può essere così”. Strizza gli occhi e serra labbra e denti, come per impedire che si parli ancora, come se la sua bocca gli avesse rivelato ciò che mai avrebbe voluto scoprire, contro la sua volontà. Con gli occhi ancora chiusi, fa un lungo respiro. Poi, butta fuori l’aria e li riapre di scatto. Si gira piano su se stesso, senza mai staccare le mani dallo schienale della sedia, impacciato come un vecchio durante la riabilitazione, e rimane qualche minuto a fissare la porta aperta della cucina. Da lì riesce a vedere un pezzo dell’altra stanza: sulla destra, il bracciolo del divano marrone che aveva trovato qualche anno fa di fianco ad un cassonetto proprio sotto casa, uno spicchio del tavolino pieno di tabacco e cenere e dei resti della cena della sera precedente; di fronte c’è la parete bianca e senza quadri; sotto, sul pavimento, un piccolo televisore perennemente spento. Volge piano lo sguardo a sinistra, aggrottando un po’ la fronte, con l’espressione di chi ha il timore di guardarsi allo specchio e non riconoscersi più. Da dove era in cucina, quando non la nasconde la tenda bianca che svolazza nella sala, attraverso la porta riesce a vedere solo una striscia della finestra, messa di sbieco, con un pezzo del porticato e del passatoio. Si avvia verso la finestra, piano, portando in avanti solo il piede destro e trascinando il piede sinistro, sotto cui striscia una ciabatta sul pavimento. L’altra si era rimasta sotto la finestra, quando era scappato in cucina. Costeggia la parete come un ladro nel proprio appartamento, facendo bene attenzione a non far rumore senza sapere il perchè. Arrivato alla finestra rimane fermo con la faccia accostata allo stipite, mentre la tenda gli sfiore il viso con ampie carezze. Poi, come un bambino che sbircia se qualcuno lo sta cercando mentre gioca a mosca cieca, mette fuori la testa e guarda. Resta fermo per qualche istante, a fissare quasi senza respirare. Poi si porta le mani agli occhi, premendo con i palmi sulle orbite, ed inizia a piangere. Le spalle hanno un sussulto ad ogni singhizzo trattenuto. Prima che tutto inizi, riesce a dire solo “presto o tardi, doveva succedere”.

Quella mattina, lui scoprì che un acero, compreso quello che cresce nel giardino del suo palazzo, non arrossisce a causa di un ultimo spasmo di orgoglio e di rabbia. Un acero arrossisce di vergogna, perchè è l’unico albero che sa che si ritroverà nudo quando l’inverno sarà cominciato.


Continua…