Marco Travaglio può non piacere: quel suo fare certosino, quella sua aria da spavaldo “io so’ io e voi nun siete un cazzo”, quel suo impettirsi ogni volta che parla, quella sua espressione distaccata e strafottente che non dissimula per niente bene l’insulto che non cerca affatto di celare, quel senso di superiorità che sprizza da ogni riccio dei suoi capelli sempre più radi, quell’atteggiamento da maestrina saccente e frustrata che ti fa sentire in colpa per non sapere ciò di cui lui ti sta parlando. Potrei continuare così ancora per molte righe.
Però c’è una cosa: in tanti anni di carriera giornalistica, Marco Travaglio non ha mai sparato una cazzata. Neanche piccola. E questo è un fatto. Come è un fatto che Marco Travaglio non è Feltri, forse a causa del cognome che porta abituato a strisciare come i bottoni di panno che impediscono alle sedie di rigare il parquet. Come è un fatto che, dopo Berlusconi, Marco Travaglio è forse uno dei più acerrimi nemici degli sporchi comunisti. Questi sono fatti che invito chiunque a smentire. Fatti, proprio come quelli che escono fuori dalle sue labbra sottili e affilate come coltelli. Ecco perchè Marco Travaglio è intoccabile a priori. Se il sospetto fosse il sole, Marco Travaglio non avrebbe ombra a questo mondo (da un punto di vista giornalistico, si intende). È per questo che Marco Travaglio non fa una piega di fronte alle accuse del piduista-parlamentare (una moderna figura mitologica) Cicchitto. È per questo che Marco Travaglio non ha sentito l’esigenza di difendersi al telefono con all’altro capo il giornal-etto Vespa (altra figura mitologica: metà uomo, metà insetto).
Detto ciò, passiamo alle accuse. Il piduparlamentare Cicchitto accusa Marco Travaglio – assieme a Santoro, al gruppo Repubblica-Espresso e il Fatto Quotidiano - di essere il mandante morale dell’aggressione al Presidente del Consiglio. Cioè, secondo Cicchitto, Marco Travaglio avrebbe sedotto migliaia di menti con la forza dei suoi articoli e del suo Passaparola e, con Tartaglia, avrebbe avuto successo. Accuse assolutamente infondate e prive di senso, e chiunque abbia voglia di guardarsi il video incriminato può certamente concordare.
La questione di fondo, invece, è un’altra: distogliere l’attenzione, come al solito. Distogliere l’attenzione dai mandanti occulti delle stragi del 92-93 e portarla su fantomatici mandanti morali dell’azione di uno psicolabile. Distogliere l’attenzione dagli attacchi del Premier a tutte (o quasi tutte) le principali istituzioni del Paese, per concentrarle su quelli di Di Pietro o dei Giornali che ultimamente hanno attaccato in maniera frontale Silvio Berlusconi. Censurare una volta per tutti chi dà fastidio alla maggioranza. In ultimo, ma non meno importante, cercare a tutti i costi il casus belli: l’aggressione al Premier varrebbe, secondo la maggioranza, a giustificare molte mosse politiche e proposte di legge in cantiere già da molto tempo. Per esempio, la censura di internet. Per esempio, leggi molto più restrittive sulla libertà di manifestare il proprio pensiero. Per esempio, le pressioni sul PD ad abbandonare Di Pietro che si sono “inspiegabilmente” amplificate. Qualcuno potrebbe pensare che son dei furbi, quelli della maggioranza. Potrebbe essere. Oppure è il popolo italiano che si è distratto troppo e continua a distrarsi.
Alla fine, però, resta l’accusa infamante lanciata in Parlamento da Cicchitto. Travaglio dice “ci vediamo in tribunale”, Cicchitto risponde “col…l’immunità parlamentare!”. Infatti, il piduparlamentare Cicchitto in tribunale non ci andrà. Perchè in Tribunale si portano fatti, i fatti che Travaglio ha e Cicchitto no. Come direbbe Carlo Lucarelli: Cicchitto, paura eh?!
Marco Travaglio è il Galileo Galilei dell’informazione italiana. L’unico giornalista in grado di applicare il metodo scientifico al giornalismo. Quindi: giù le mani da Marco Travaglio!
P.S.: Resta da capire una cosa: se, a seguito delle accuse formulate da Cicchitto in Parlamento, a Marco Travaglio dovesse accadere qualcosa, chi sarà il mandante morale?
È il 1962 e mancano solo sei anni prima che il mondo si riversi nelle strade ed esploda in una rivoluzione globale che si trascinerà per anni. Nel frattempo, quattro tra i migliori registi italiani – Vittorio De Sica, Federico Fellini, Mario Monicelli e Luchino Visconti – preparano Boccaccio ’70: uno scherzo in quattro atti ideato da Cesare Zavattini e prodotto da Carlo Ponti e concettualmente ispirato alle novelle di Boccaccio, che ha come filo conduttore la satira del moralismo e del puritanesimo nell’Italia degli anni sessanta.
Con il secondo episodio Le tentazioni del dottor Antonio, dal quotidiano la pellicola salta direttamente al surreale, a firma di Federico Fellini con la collaborazione di Ennio Flaiano e Tullio Pinelli per la sceneggiatura. La storia è quella di un moralista ultracattolico intransigente che, a causa di un manifesto “indecoroso” in cui Anita Ekberg mette a disposizione le sue generose forme per pubblicizzare una marca di latte, giunge alla follia ossessionato dalle sue stesse censure sessuali. Onirico e geniale, Fellini riesce a costruire un episodio di forte impatto sullo spettatore, capace di divertire e di spiazzare allo stesso tempo attraverso il coordinato utilizzo della prospettiva scenica e concettuale.
Il film si chiude con il divertente episodio La riffa di Vittorio De Sica, sceneggiato da Cesare Zavattini. Si cambia totalmente ambiente ed umore: siamo nelle campagne romagole ed una esplosiva Sofia Loren è offerta come premio in una lotteria clandestina. Facce abbronzate, infiammate dal vino e dalla passione, e mani tozze e rugose si agitano nella piazzetta del paesino nell’attesa del vincitore. Esilarante gag di costume che si chiuderà con tanta gente in festa, il vincitore a bocca asciutta e donne alle finestre imprecando contro i mariti ubriachi.
Dunque, questione morale e culturale: due rami che germogliano da uno stesso ceppo, e per questo motivo da trattare necessariamente in maniera congiunta, tenendo bene a mente che l’uno influenza l’altro. Per risolvere la questione morale, De Magistris propone un riciclo dell’attuale classe dirigente con una nuova che condivida e soprattutto rispetti e si impegni nel far rispettare quelli che sono i principi fondamentali su cui si basa qualsiasi Stato a cui stiano a cuore i cittadini che ne abitano i territori. Più facile a dirsi che a farsi, visto che bisogna tenere in considerazione che in un sistema dove l’economia ha il primato sulla politica e in cui quest’ultima è al servizio della prima, in un contesto in cui la forza economica di pochi tiene sotto scacco i più che vogliono sopravvivere ed elimina facilmente chi a certe regole si oppone, in un clima ricattatorio di compromessi e scambi, semmai si riuscisse a trovare qualcuno disposto a lavorare il doppio rischiando il triplo sarebbe già un miracolo. Aspettarsi che tenga nel tempo e non rischi di cedere il passo alla corruttibilità credo sia utopico. Non credo, affermando questo, di essere pessimista o disfattista. Ritengo, invece, di essere piuttosto realista. Parliamoci chiaro: nessun imprenditore andrebbe ad investire i suoi soldi in un posto in cui ha la certezza quasi matematica di non ottenere alcun profitto, a meno che non “scenda a patti”. Parlare di costruzione di una nuova classe dirigente nelle condizioni attuali equivale a voler curare un cancro con l’aspirina. Così come un’ottima costituzione non è sufficiente, da sola, a fare in modo che una comunità agisca entro i limiti da essa prescritti, così un’ottima classe dirigente è destinata a fallire quando cerchi di fare imprenditoria in un contesto “ostile”. Come risolvere il problema? Dove cercare l’uscita di questo cerchio che sembra definitivamente chiuso? Come risolvere la connivenza di legalità e illegalità, avvantaggiata spesso dal disinteresse o dal troppo interesse dei cittadini?