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Zero: inchiesta tutta italiana sull’11 Settembre

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ZERO è un film documentario che rompe il muro del silenzio, un’inchiesta giornalistica rigorosa, costruita con interviste girate in tutto il mondo a testimoni oculari, sopravvissuti, responsabili delle indagini, esperti, tecnici, scienziati, familiari delle vittime, giornalisti.

Tre narratori d’eccezione, Dario Fo, Lella Costa e Moni Ovadia, accompagnano lo spettatore nel viaggio attraverso le menzogne della versione ufficiale.

Immagini di repertorio inedite ed esclusive, documenti ufficiali, ricostruzioni in computer grafica, permettono allo spettatore di riconsiderare i fatti da punti di vista diversi e riuscire a guardare di nuovo, in maniera critica, le immagini dell’11 settembre 2001.


– Perché le Torri Gemelle e l’edificio 7 del World Trade Center, mai colpito da un aereo, sono crollati a velocità di caduta libera?

– Che cosa è accaduto al Pentagono? Se un aereo lo ha colpito, dove sono i resti di quell’aereo? E come avrebbe fatto un Boeing dirottato a penetrare lo spazio aereo più protetto del mondo senza incontrare alcuna resistenza, proprio nel mezzo di quello che era ormai universalmente riconosciuto come un attacco terroristico?

– Com’è possibile che la difesa aerea più potente del mondo l’11 settembre non abbia intercettato nessuno dei quattro aerei dirottati? Com’è possibile che nessun responsabile di questo disastro sia stato punito o rimosso?

– Chi sono e come hanno agito i dirottatori? Come sono entrati negli Stati Uniti?

– Cos’è realmente al Qaeda e quali legami aveva con i servizi statunitensi l’11 settembre 2001?

– Perché le indagini precedenti all’11 settembre sono state ostacolate dai vertici del Fbi e perché le indagini successive alle stragi si sono concluse in brevissimo tempo?


A sei anni dall’evento che ha cambiato volto al mondo, queste domande rimagono ancora senza risposta.

A nulla è servita una Commissione ufficiale d’inchiesta. I suoi lavori sono stati contestati da molti: esperti dei servizi segreti, scienziati, parenti delle vittime.

Molti testimoni non sono stati nemmeno ascoltati, molte prove sono state ignorate. Il rapporto finale sorvola su molte, moltissime questioni chiave.

Per usare le parole di Robert McIlvaine, padre di una delle vittime delle Torri Gemelle, “la Commissione sull’11 settembre non è stata un’investigazione, ma un’esposizione”. Una mera esposizione di quella che ormai è conosciuta come “la versione ufficiale”, una versione monolitica e indiscutibile.

Secondo questa versione, la tragedia è stata il risultato di un’operazione condotta con successo da diciannove dilettanti di origine araba, comandati da un uomo che vive in una caverna afgana. Secondo questa versione diciannove dilettanti, armati di temperini, e con scarsissima esperienza di volo, avrebbero sequestrato quattro aerei di linea, li avrebbero diretti con estrema perizia contro i loro obiettivi senza l’ausilio della torre di controllo e passando inosservati attavero le maglie di uno dei migliori sistemi di difesa che la storia abbia mai visto. Secondo questa versione quattro piloti improvvisati, con alle spalle pochissime ore di volo e qualche ora di simulatore, sarebbero riusciti a colpire il 75% dei loro obiettivi con una precisione che nemmeno i più bravi piloti statunitensi sarebbero in grado di riprodurre.

Albert Einstein diceva: “È difficile conoscere la verità, ma a volte è molto semplice riconoscere una menzogna”.

A distanza di sei anni anni, se escludiamo un paio di passaporti bruciacchiati sorprendentemente sopravvissuti agli incendi delle Twin Towers e del volo 93, non esistono ancora prove di come si siano svolti veramente i fatti, non si ha alcuna idea di chi abbia veramente ideato gli attentati.

Tutto il mondo sa che a progettare gli attacchi è stato Osama Bin Laden.

Ebbene, a tutt’oggi, sul sito dell’FBI, Bin Laden è accusato degli sttentati del 1998, ma non dell’11 settembre.

E quando è stato chiesto all’FBI per quale ragione sul loro sito non abbiano accusato Bin Laden per l’11 settembre, la risposta è stata: “perché non abbiamo prove”.

In questi anni, molte domande sono emerse, troppi buchi neri senza una risposta. Domande che l’informazione ufficiale non ha il coraggio di affrontare.

ll più famoso anchorman statunitense, Dan Rather, ha dichiarato alla BBC NewsNight: “Non abbiamo indagato per paura di essere linciati”.

La nostra indagine sull’11 settembre è dunque ripartita da ZERO per ricostruire i fatti.

Non possiamo sapere tutta la verità su quanto è accaduto l’11 settembre, ma sappiamo cosa non è accaduto. Sappiamo che ci hanno mentito su molte cose, forse su tutto. Sulla base di queste menzogne, sono state scatenate due guerre, decine di migliaia di persone sono state uccise. Per questo, continueremo a sollevare dubbi, a porre domande.

Come cittadini di un mondo che l’11 settembre ha mutato per sempre, noi chiediamo, vogliamo, pretendiamo la verità.


“11 settembre, rompere il muro del silenzio”.

Firma l’appello


40 anni fa veniva assassinato Mattei. E la ENI? Pure.

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Il 27 Ottobre del 1962, esattamente 47 anni fa, l’aereo Morane-Saulnier MS-760 Paris in volo sulla tratta Catania – Milano precipitò nelle campagne di Bascapè, un piccolo paese in provincia di Pavia, proprio mentre si stava apprestando all’atterraggio presso l’aeroporto di Linate. Moriva, così, in un incidente aereo il Presidente dell’ENI Enrico Mattei.

Tutte le prime pagine dei giornali e gli altri media che riportarono la notizia si chiesero, sin dai primi istanti, se quell’incidente fosse semplicemente una disgrazia oppure un attentato ben riuscito, come poi risultò dalle indagini riprese nel 1994 e concluse nel 2005.

Tutto svaporò in pochi giorni: i media smisero presto di occuparsene, i pezzi dell’aereo – accuratamente lavati prima di essere esaminati – vennero fusi, l’autopsia non rivelò nulla degno di considerazione e l’indagine fu archiviata. Ma con il passare del tempo e l’aggiungersi di fatti nuovi, anche a distanza di tanti anni, l’indagine viene riaperta: i pentiti di Mafia Buscetta e Iannì, durante un interrogatorio del 1993, affermano che il giornalista Mauro De Mauro, incaricato da Francesco Rosi di fornirgli tutto il materiale possibile sull’inchiesta Mattei per la realizzazione del suo film, fu fatto sparire dalla Mafia nel 1970 perchè in possesso di documenti che avrebbero provato il sabotaggio dell’aereo su cui viaggiava Mattei. Così, la Procura di Caltanissetta passa tutta la documentazione a quella di Pavia, che il 20 Settembre 1994 riapre le indagini sul caso Mattei. Ad indagare c’è il Sostituto Procuratore Calía, che si ritrova quasi a mani vuote: i pezzi dell’aereo su cui effettuare nuove perizie non ci sono più, perchè fusi trent’anni prima; molti dei documenti dell’inchiesta precedentemente archiviata sono spariti. Ad un’ intervista ad un testimone, Mario Ronchi, del giornalista Rai Bruno Ambrosi viene tolta la parte audio nel momento in cui Ronchi dice di aver sentito un boato e visto del fuoco nel cielo prima che l’aereo precipitasse. Ronchi, che successivamente ritrattò le sue dichiarazioni, affermando che era a lavoro e impossibilitato a sentire alcunchè dal rumore del trattore, verrà accusato di falsa testimonianza da Calì, il quale scopre che la SNAM assunse Ronchi come custode del sacrario di Mattei e la figlia venne assunta da un’altra ditta legata al successore di Mattei all’ENI, Eugenio Cefis, ex Comandante del Servizio Segreto Fascista e uomo molto potente molto vicino agli ambienti della CIA.

Sembra tutto un grosso calderone con ingredienti che sembrano non avere nulla a che vedere l’uno con l’altro e, tuttavia indisticabilmente legati tra loro. Ma come ci insegna Pasolini, chi vuole capire, l’intellettuale, è colui che “cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l’arbitrarietà, la follia e il mistero”. E, infatti, anche l’assassinio di Pasolini nel 1975, potrebbe avere a che fare con questa brutta storia. Poichè anche lui si interessava di petrolio nel modo sbagliato, come Mauro De Mauro. Ed anche come Mattei, la cui colpa fu quella di venderlo alle persone sbagliate, nel momento sbagliato, alle tariffe sbagliate e senza chiedere il permesso. Ma il permesso a chi? L’Italia non era forse un Paese libero ed indipendente che aveva appena scoperto di poter contare sulle proprie forze energetiche proprio grazie a Mattei? La risposta è no.

L’Italia, quando Mattei cominciò la costruzione di quello che diventerà l’impero ENI nel 1945, era appena uscita sconfitta dalla guerra e la sua sopravvivenza, materiale e politica, era nelle mani degli alleati, soprattutto USA e Inghilterra. Che, guarda caso, erano anche le patrie delle Sette Sorelle, definizione proprio di Mattei, e che si mostrarono prima interessate a che l’Agip venisse privatizzata (era totalmente statale) e poi molto interessate al suo acquisto, di cui Mattei avrebbe dovuto commissariare la liquidazione. Fortunatamente, Mattei non eseguì mai i compiti per cui era stato chiamato, salvandoci da una dipendenza energetica verso le potenze Americane che avrebbe potuto distruggerci economicamente e avrebbero potuto ridurci politicamente a mera base coloniale alla loro mercè, ancor più di quanto non lo siamo oggi.

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Ma essere il Presidente dell’ENI non significa occuparsi solo di petrolio. Significa, più o meno direttamente e più o meno volontariamente, fare politica. Poichè il petrolio è soprattutto diplomazia e rapporti internazionali. È per questo che l’idea di Mattei di offrire ai Paesi produttori il 75% del ricavato dell’accordo, il fatto di offrire loro condizioni più umane e meno subalterne e coloniali, il rompere gli accordi della linea rossa in Medio Oriente, il fare affari con la Russia, il propendere per una neutralità se non per una fuoriuscita dell’Italia dalla NATO, preoccupano e destabilizzano il blocco Occidentale in piena Guerra Fredda, con la Terza Guerra Mondiale alle soglie e con la crisi dei missili di Cuba.

Sempre durante il corso delle indagini riaperte nel 1994, emerse un rapporto della CIA firmato da Thomas Kameramessinas, il quale scrive che l’obiettivo di fermare Mattei va raggiunto anche a costo di misure estreme.

Purtroppo come molte altre, l’indagine di Mattei non ha portato alla scoperta degli attori principali di quello che resta a tutt’oggi un mistero. È stato acquisito come fatto accertato che la morte di Mattei non fu un incidente, almeno. Resta da scoprire chi questo incidente lo ha voluto e provocato. C’è Eugenio Cefis, ci sono Thomas Kameramessinas e la CIA, c’è la OAS algerina, ci sono le multinazionali del petrolio, c’è una parte della DC politicamente contro. È vero, non si sono trovati i colpevoli di questa strage. È indubbio, però, che ci sia l’imbarazzo della scelta.

Oggi, l’ENI è un’azienda in parte privatizzata. Una quota del 30% appartiene ancora allo Stato Italiano, mentre il resto è nelle mani di migliaia di azionisti. Ovviamente, di queste migliaia di azionisti, non tutti possiedono la medesima percentuale di azionariato. Sarei proprio curioso di sapere chi sono i principali azionisti, subito dopo tutti noi.

Azionisti Numero di azionisti n° di azioni possedute % sul capitale

Italia (incluso il Ministero

dell’Economia e delle Finanze) 327.587 2.177.559.208 54,37

UK e Irlanda 783 140.955.951 3,52

Altri Stati UE 1.954 280.244.956 7,00

U.S.A. e Canada 1113 255.852.802 6,39

Resto del Mondo 860 121.998.590 3,04

Azioni proprie alla data del

pagamento del dividendo 382.953.240 9,56

Azioni per le quali non sono state

fornite le segnalazioni nominative n.d. 645.782.965 16,12

Azioni per le quali non è stato ancora chiesto il pagamento del dividendo n.d. 11.164 (…)

Totale 332.297 4.005.358.876 100,00


Ripartizione dell’azionariato Eni per fascia di possesso risultante dal pagamento del dividendo a saldo dell’esercizio 2008 (21 maggio 2009)

Azionisti Numero di azionisti n° di azioni possedute % sul capitale

> 10% 1 813.443.277 20,31

3% – 10% 1 400.288.338 9,99

2% – 3% (*) 2 220.183.315 5,50

1% – 2% 6 311.000.223 7,77

0,5% – 1% 3 67.273.758 1,68

0,3% – 0,5% 7 117.360.132 3,71

0,1% – 0,3% 30 215.661.099 5,38

≤0,1% 332.247 831.401.365 20,76

Azioni proprie alla data

del pagamento del dividendo 382.953.240 9,56

Azioni per le quali non sono

state fornite le segnalazioni nominative n.d. 645.782.965 16,12

Azioni per le quali non è stato ancora chiesto il pagamento del dividendo n.d. 11.164 (…)

Totale 332.297 4.005.358.876 100,00

(*) I Gruppi Intesa San Paolo e BNP Paribas hanno comunicato la riduzione del possesso azionario al di sotto del 2% rispettivamente in data 27 maggio 2009 e 9 giugno 2009. In data 14 settembre 2009, entrambi i Gruppi hanno comunicato il superamento della soglia del 2% del possesso azionario. Entrambi i Gruppi hanno comunicato la riduzione del possesso azionario al di sotto del 2% rispettivamente in data 25 settembre 2009 e 7 ottobre 2009.


Ma se non si può sapere chi sono i maggiori azionisti, si può accedere alle informazioni sul Consiglio di Amministrazione, nel quale sono evidenti i personaggi ed i loro conflitti di interessi. Un esempio su tanti? Paolo Andrea Colombo, commercialista milanese, 45 anni, è: sindaco di Banca Intesa (azionista ENI di punta) e di alcune sue controllate, sindaco dell’Eni e della Saipem, consigliere di Mediaset e della controllata Publitalia (entrambe propietà del Presidente del Consiglio, che a fine Maggio lo ha promosso a Presidente del collegio sindacale ENI), consigliere di Aurora assicurazioni, di Rcs Quotidiani, presidente di Rcs Investimenti, consigliere di Tim Italia, Bormioli Finanziaria, Gianni Versace, da alcuni mesi è presidente di Partecipazioni Italiane, sindaco di Pirelli Labs e di Miotir, la cassaforte di Cesare Romiti.


Recentemente Berlusconi è andato a far visita a Putin (a Putin?! Ma il Presidente non è Medvedev?). La motivazione è il canale south stream che dovrebbe portare il gas in Europa (e in Italia) passando per la Turchia e evitando, in tal modo, gli annosi problemi che ogni inverno o quasi emergono con l’Ucraina e la Georgia. Indovinate chi sarà responsabile per il 50% della costruzione del canale? La nostra amata ENI. Che recentemente è riuscita ad accaparrarsi anche la licenza per il giacimento iraqueno di Zubair, dopo aver perduto quella per il giacimento di Nassiriya a favore dei giapponesi. Iraq? Nassiriya???? Vuoi vedere che le nostre non sono proprio missioni di pace, allora? Se così fosse, la domanda mi sorge spontanea: perchè nessuno ha ancora rotto i maroni ad alcuno nonostante Berlusconi faccia accordi d’oro con la Russia, nè si è cercato di far precipitare l’aereo su cui viaggia l’amministratore delegato della ENI? La risposta potrebbe essere che i tempi cambiano, ma i poteri forti restano. E sono sempre gli stessi.