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QUESTO FILMATO È DA INTENDERSI A SCOPO EDUCATIVO E SENZA FINI DI LUCRO.

Fronte del Porto è un film catartico, che viaggia sui binari della redenzione e del pentimento. Terry Malloy –meravigliosamente interpretato da un allora giovane Marlon Brando che con questo film otterrà un oscar come miglior attore – è un ex pugile che lavora come scaricatore di porto nei docks di New York. Ma Terry è anche il fratello di Charley (Rod Steiger), uno dei capi della gang che gestisce svariati porti sulle coste americane, traendo i suoi maggiori profitti dallo sfruttamento dei lavoratori e dal racket. Dopo aver provocato involontariamente la morte di un operaio che voleva solo il rispetto dei propri diritti, passa dalla parte dei lavoratori, grazie anche all’influenza che su di lui esercitano la sorella del lavoratore ucciso, Edie Doyle (Eva Marie Saint), di cui si innamorerà e il sacerdote cattolico Barry (Karl Malden). Successivamente ad una faticosa crisi di coscienza, che lo spinge a testimoniare contro la gestione criminale del porto, affronta una coraggiosa deposizione in tribunale e si pone alla testa del movimento per la emancipazione dei lavoratori.

Di per sè, la trama del film pare non essere in grado da sola a giustificare i sette Premi Oscar e il Leone d’Argento vinti dalla pellicola nel 1955. Bisogna, per questo, prendere in considerazione due cose: il contesto storico-culturale dell’anno di uscita della pellicola ed il regista.

Fronte del Porto venne presentato al pubblico nel 1954. Erano gli anni di piombo della Guerra Fredda, dei film patriottici e di propaganda. Anni particolarmente caratterizzati da un elevato livello di tensione politica e sociale e da una folle caccia alle streghe rosse, i comunisti, spesso condotta in maniera arbitraria, spiccia e poco ortodossa e con processi alla buona e piuttosto sbrigativi in cui chiunque poteva essere accusato per i più futili motivi. Il metodo era quello imposto dal Senatore McCharty, il feroce ed accanito sostenitore della lotta al comunismo, contro cui si batte il giornalista Ed Murrow dagli studi della CBS in Good Night and Good luck di George Clooney. Allo stesso McCharty, quello vero, si rivolge il regista di Fronte del Porto Elia Kazan il 10 aprile 1952. Presentatosi dinanzi ai membri dell’HUAC (House Un-American Activities Committee) accusa di militanza comunista undici artisti cinematografici, tra cui il regista Jules Dassin e l’attrice Kim Hunter, da lui diretta in Un tram che si chiama desiderio, stroncandone la carriera.

Visto in questa ottica, risulta piuttosto evidente il filo che lega intimamente il percorso di redenzione di Terry Malloy in Fronte del Porto al tentativo del regista di riscattarsi da una colpa che, nonostante tutto, egli non sente come propria ma dovuta alle circostanze del contesto. Assumono una importanza ed un significato che vanno oltre la pellicola fine a se stessa molti dei dialoghi affrontati dai vari personaggi.

Inizialmente si assiste ad un Terry-Kazan con una coscienza totalmente assorbita dal contesto che lo circonda e che lo lascia indifferente: alle accuse di Edie (“Non c’è un briciolo di sentimento, di gentilezza o di umanità in te”) egli risponde con il cinismo ottuso (“Sono cose che non danno altro che noie”) proprio di chi cerca di difendersi da un sistema che percepisce come sbagliato senza per questo sentirsi in dovere di contrastarlo. Una povertà di empatia solo apparente, e che emerge in maniera sempre più evidente di scena in scena: sia perchè, innamorandosi di una ragazza ferita, Terry-Kazan scopre che si può rimanere feriti anche dalla sofferenza degli altri; sia perchè i discorsi-predica del prete Barry risvegliano in lui i sentimenti (di stampo marcatamente cristiano) di fratellanza e amore per il prossimo assopiti da tempo.

In tale contesto, la figura del prete assume un valore pittosto importante, non solo per questioni strutturali relative al ruolo che il personaggio ha nella pellicola, ma anche per il significato che la sua presenza in tale contesto assume, alla luce del catarsi del personaggio-regista. Un significato che suggerisce una catarsi che prevede il pentimento per l’azione compiuta, ma non il rifiuto del sistema che lo ha spinto a compierla. Ovvero: Kazan si pente delle sue denunce, ma non per questo abbandona quello che è il sistema in cui crede, diventando comunista. Neanche quando si accorge del tradimento, del dolore ricevuto dal sistema di cui egli si sente parte, fratello. Emblematica, in questo caso, è la meravigliosa scena del taxi. Totalmente improvvisata dagli attori e girata in un angolo di un teatro di posa per scarsità di mezzi (sul finestrino posteriore del taxi compare una veneziana per nascondere lo studio), Terry (Marlon Brandon) è in macchina con il fratello Charley (Rod Steiger) che ha il compito di convincerlo ad abbandonare il suo percorso di redenzione o di ucciderlo. Quando Charley punta la pistola addosso al fratello, Terry la abbassa con la mano senza timore, pronunciando solo le parole “Oh, Charly, Charly… OH, Charly”, come se avesse sempre saputo che Charly non gli avrebbe mai sparato. Sul suo volto non c’è paura, o terrore, o rabbia. C’è solo una enorme delusione e pena per ciò che non avrebbe mai voluto che accadesse. Questo atteggiamento di redenzione senza riniego è testimoniato da più elementi: c’è il prete e quindi la religione, c’è la presenza delle forze istituzionali e di governo, c’è la giustizia dei tribunali, ci sono i sindacati corrotti. Un pentimento, dunque, che non prevede la rivoluzione.

Nessuno può sapere quale sia stato il pentimento del regista, ne se effettivamente Kazan si sia mai pentito sul serio. Bisogna comunque tenere sempre presente che un film “rivoluzionario” o comunque “troppo contro” e di totale denuncia a quell’epoca sarebbe stato praticamente impossibile da produrre. Difatti, a finanziare l’uscita di Fronte del Porto fu Sani Spiegel, un produttore austriaco “indipendente”, cioè non troppo legato a quelle regole economiche e industriali che di solito finiscono per prevalere su quelle artistiche ed estetiche, per quanto riguarda il cinema, e su tutte le altre in generale.

Il film, tratto da un racconto di Budd Schulberg e alcuni articoli di Malcolm Johnson, fu girato prevalentemente all’esterno nel porto di Hoboken di New York, in pieno inverno, utilizzando veri lavoratori portuali come comparse.

Nel 1989 è stato inserito fra i film preservati dal National Film Registry presso la Biblioteca del Congresso degli Stati Uniti. Nel 1998 l’American Film Institute l’ha inserito all’ottavo posto della classifica dei cento migliori film americani di tutti i tempi mentre dieci anni dopo, nella lista aggiornata, è sceso al diciannovesimo posto. La realizzazione dei manifesti del film per l’Italia fu affidata al pittore cartellonista Anselmo Ballester.



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QUESTO FILMATO È DA INTENDERSI A SCOPO EDUCATIVO E SENZA FINI DI LUCRO.


Nel 1984 esce nelle sale britanniche Orwell 1984, una eccezionale trasposizione cinematografica del famosissimo romanzo di George Orwell. La regia è di Michael Radford, a cui Sonia Brownell, vedova di Orwell e titolare dei diritti d’autore, permise, prima di morire nel 1980, di realizzare la pellicola a patto che il film non utilizzasse nessun effetto speciale all’epoca molto in voga.

Il film viene girato principalmente in alcuni docks della zona portuale di Londra, poco prima della loro demolizione. Considerando la location, il tema ed il periodo storico, la pellicola è inizialmente concepita in bianco e nero, ma la proposta viene rifiutata dalla produzione. La colonna sonora è scritta da Dominic Muldowney, mentre il pezzo di chiusura “Julia” è degli Eurythmics.

Il volto del Grande Fratello è di Bob Flag, un attore non professionista che fu inserito nel cast dopo una selezione con questionario. A vestire meravigliosamente i panni di Wiston Smith è un ottimo John Hurt, il quale interpreta in modo incredibilmente realistico la sofferenza, sia psicologica che fisica, del protagonista. Suzanna Hamilton è la trasgressiva Julia, innamorata di Wiston, l’unico con il quale può permettersi ancora di vivere una vita reale ed esprimersi genuinamente nella società del Socing e della Neolingua, sottraendosi al controllo vigile del Partito. Per il ruolo dello spietato O’Brien vengono considerati Paul Scofield, Anthony Hopkins e Sean Connery. La scelta finale, però, cade su Richard Burton, a cui la pellicola è dedicata e che con Orwell 1984 ci regala la sua ultima apparizione cinematografica (il film uscì nelle sale cinematografiche dopo la morte dell’attore).

Gli ottimi accorgimenti tecnici e la scenografia scarna ed essenziale contribuiscono all’emergere dell’aspetto realista del film, trasformando ciò che qualcuno crede possibile in qualcosa di già accaduto e tuttavia presente. L’utilizzo dei molti primi piani sapientemente alternato ai campi estesi costringe lo spettatore a spostarsi continuamente dal piano personale a quello collettivo, riproducendo quel conflitto dentro-fuori che è tra i temi principali di Orwell, diligentemente riproposto da Radford in chiave cinematografica.

Il regista rimane fondamentalmente fedele al testo su cui si basa la sceneggiatura: ne rispetta i tempi, i luoghi ed i passaggi più importanti, mentre le caratteristiche principali dei personaggi emergono senza difficolta grazie ad una consapevole scelta degli attori. Nonostante ciò, vi sono alcune leggere differenze con il romanzo: il gesto di saluto, che nel libro non esiste; il Ministero della Produzione (Minprod), che corrisponde all’orwelliano Ministero dell’Abbondanza (Minabbon); il Ministry of Records (Minrec) dove lavora Wiston, indicato nel libro come Ministero della Verità (Mintrue); l’appellativo di “fratello” e “sorella” utilizzato nel film al posto di “compagno”.

Due passaggi, invece, si discostano completamente dal testo di riferimento: la consegna del libro segreto della Resistenza “Teoria e Pratica del collettivismo oligarchico”, scritto dal fantomatico Goldstein, e l’incontro con O’Brian. Per quanto riguarda la prima differenza, probabilmente dovuta a questioni puramente pratiche (risparmio di una intera scena, di attori e di tempo), mentre nel romanzo la consegna avviene in una piazza durante un comizio, nel film è O’Brian stesso a consegnare a Wiston il ilbro segreto, a seguito di una visita di quest’ultimo presso l’abitazione del primo. La seconda differenza, invece, sembrerebbe più di ordine tecnico: mentre nel romanzo Wiston si reca presso O’Brian in compagnia di Julia, nel film Wiston è solo durante la visita. Forse, la scelta del regista è legata alla figura di Julia, che nella versione cinematografica resta ambigua fino alla fine della pellicola senza risolvere il sospetto del tradimento.

Un’ultima, importante differenza è nel finale: mentre Orwell fa di Wiston un uomo completamente spersonalizzato a seguito delle torture di O’Brian e totalmente condizionato alle leggi del Partito, Redford lascia al protagonista un ultimo accenno di ribellione, quasi impercettibile e probabilmente inconsapevole. Comprensibilmente, la visione distopica ed apocalittica del mondo di Orwell nel 1948 (anno in cui il libro fu scritto) è difficilmente compatibile con il mondo all’epoca di Redford, trentasei anni più tardi: la Seconda Guerra Mondiale è terminata ormai da tempo, Hitler è un fantasma del passato, la Germania smilitarizzata e divisa, la guerra o troppo lontana oppure nascosta. A ciò si aggiunge il fatto che nel 1984 (anno di produzione del film) nelle case dei cittadini (apparentemente) non vi sono affatto enormi schermi con il viso baffuto di Big Brother. Resta comunque difficile capire se la scelta del regista sia dipesa più da una visione maggiormente positiva della storia dell’uomo rispetto a quella di Orwell, o se semplicemente Redford vuole offrire una speranza ai suoi spettatori e nessun appiglio ad eventuali critiche feroci.

Il film vinse il Premio per il Miglior Film dell’anno 1984 nella rassegna British Film Awards organizzata dal quotidiano inglese Evening Standard.


Nota: Nell’ultima parte della pellicola, Smith scrive quasi inconsciamente la formula “2+2= “. Questa formula apparteneva al richiamo alla realtà di Smith quando ancora la sua mente era libera dai condizionamenti delle torture di O’Brian e alla definizione di Libertà di Wiston (“la libertà è poter dire che 2+2=4″). Il fatto che alla somma non segua un risultato potrebbe indicare un ultimo residuo di coscienza di Wiston. Tuttavia si tratta di un errore. Nelle versioni britanniche del romanzo dal 1951 al 1987, infatti, la si produsse un errore di stampa causato dalla caduta dell’ultimo carattere (il numero 5) che in tal modo sparì per sedici anni da tutte le edizioni. Il film, datato 1984, riporta il medesimo errore, essendo basato proprio su una di queste edizioni. In realtà, Orwell, nella versione corretta del romanzo, non lascia spazio ad alcun residuo di coscienza in Wiston, il quale affermerà che “2+2=5″ senza dubitarne.