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Il Clima, Copenaghen e i conflitti di interesse


Negli ultimi anni i climatologi di tutto il mondo stanno ricevendo (per fortuna) le attenzioni degne di Dennis Quaid in “The Day After Tomorrow”. Catastrofi di varia natura e varia portata sono previste nell’arco dei prossimi 10-100 anni, a seconda del livello di ottimismo degli studi di alcuni piuttosto che di altri.

Così, il mondo politico ha deciso di incontrarsi a Copenaghen per salvare il salvabile del mondo naturale. Buone le intenzioni, meno i presupposti. Per i risultati, aspettiamo prima di dare un giudizio, confidando nel beneficio del dubbio. È difficile, però, aspettarsi granchè dalle lobbies che hanno in mano il potere di decidere del corso naturale del pianeta, visto che sono le stesse lobbies che hanno nelle stesse enormi mani anche il potere di decidere del corso economico di questo mondo. Ciò che sta avvenendo a Copenaghen è la ridicolizzazione dell’intelligenza di tutti gli abitanti del globo: in teoria sono lì a decidere gli abbassamenti di CO2 nei prossimi anni ed altre “manovre ecologiche” da mettere in atto al più presto. In pratica, alcuni Paesi detentori del potere economico corrente stanno cercando di imporre ad altri Paesi con potere simile inferiore la quantità massima di CO2 emissibile. Nel frattempo, loro si organizzano per il futuro, quando le condizioni economiche gli consentiranno di fare il grande passo senza il rischio di subire enormi perdite dal punto di vista produttivo (e quindi economico). Non credo ci sia bisogno di dire che, di questi Paesi “prepotenti“, la bandiera la portano gli Stati Uniti. Peccato però che non possono più imporsi al mondo come una volta, visto che il dollaro non vale poi così tanto e la quantità di debito pubblico statunitense nelle mani dei cinesi è talmente alto che sono tenuti dal nuovo colosso economico… per le palle.

A prescindere dai vari intrecci politico-economici, ciò che più mi rende scettico nei confronti della speranza di Copenaghen sono i partecipanti in sè. Sentir parlare gli Stati Uniti ( e molti altri paesi occidentali iperindustrializzati) di riduzione delle emissioni di CO2 è un po’ come sentir parlare George W. Bush di riduzione del commercio del greggio: un paradosso. Staremo a vedere cosa ne salterà fuori. Nel frattempo, date un’occhiata al servizio di Vanguard.