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La “catena dei favori” – non quella virtuosa e a fin di bene del famoso film – che caratterizza il tessuto sociale italiano ha tanti pregi e qualche difetto. Il più grosso è proprio quello di essere una catena: rotta una maglia, tutti gli altri anelli si incrinano e il giocattolo si sfascia.

Almeno, questo è ciò che si sperò accadesse ai tempi di Manipulite nel lontano ’92. Ad oggi, possiamo dire senza il timore di azzardare ipotesi fantasiose, che la catena che tutti speravano si rompesse in realtà resistette più di quanto ci si aspettasse (per vari, varissimi motivi) e, abbandonate le maglie ormai inutilizzabili, ne acquisì di nuove, fino ad allungarsi a noi, ai nostri giorni. Da qualche annetto a questa parte, infatti, questa catena è riemersa con qualche maglia qui e lì in separate “congetture giudiziarie” dei soliti magistrati antropologicamente diversi; maglie che sembravano non avere nulla a che vedere l’una con l’altra ma che erano invece parte della medesima e lunghissima catena che dai favori è passata ai ricatti.

La faccenda di Bertolaso, degli appalti, dei conflitti di interessi, della Protezione Civile SpA e delle leggine ad-hoc (segreti di Stato, ristretto accesso alle informazioni, diritto di priorità) ha fatto emergere del gran marcio di cui fino ad ora se ne poteva sentire solo la puzza. Scoppierà il tappo indicato da Mieli ad Annozero? Rotoleranno teste? Le scommesse sono aperte.

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E sì, proprio così. Perchè, come in altre occasioni ho avuto modo di affermare, Silvio Berlusconi non è la causa ma la conseguenza della marcescenza del nostro Paese sotto diversi punti di vista. Tanti si chiedono basiti “ma come è potuto accadere?”; “come fa uno nelle sue condizioni a fare il Presidente del Consiglio?”; “ma come si fa a negare le evidenti nefandezze che architettano a turno ormai da lungo tempo?”. La risposta a questa domanda è una ed è molto semplice: inciucio, altrimenti detto “accordo bipartisan” o, in maniera meno tecnica, “dialogo delle parti”. Ecco, ogni volta che sentiamo pronunciare questi tre eufemismi dobbiamo preoccuparci seriamente, perchè vuol dire che qualcosa bolle in pentola.

A volte – e lo dico in tono assolutamente non sarcastico – osservo in torno e dico: povero Berlusconi, capro espiatorio di una classe politica marcia fin dalle radici che orchestra le più impensabili e oscene malefatte mentre il popolo osanna o mette alla gogna a fasi alterne il capetto di turno. Con questo non voglio dire che Berlusconi sia un santo. Ormai anche i san pietrini della via Appia sanno per filo e per segno tutti i pesanti capi d’accusa che pendono sulla sua testa come mille spade di Damocle. È pur vero, però, che chi Berlusconi lì lo ha messo (e questi non sono certamente i cittadini, nonstante la crocetta a matita ogni cinque anni se tutto va bene) non può certo essere da meno. E tra questi “coloro” sono compresi anche quelli dell’attuale opposizione.

Certo, Berlusconi ha Ghedini che legifera a piè sospinto ogni volta che il kapò… ops, volevo dire il Capo del Governo cade in qualche “trappola giudiziaria” di quei comunisti antropologicamente diversi dei magistrati. Chiaro, c’è Alfano che è pronto a mettere la firma su qualsiasi Lodo salva-Cavaliere più che il Presidente della Repubblica. Però, tra una caduta e l’altra, il governo è riuscito anche ad avere una sporadica alternanza politica. Fermi: se c’è qualcuno che sta per tirare un sospiro di sollievo lo trattenga, perchè dell’alternanza non si è accorto nessuno. D’Alema dice che vuole la lista degli inciuci fatti lungo tutto l’arco della Seconda Repubblica; si vede che la sua copia l’ha perduta ed ora non riesce a portare il conto delle rivendicazioni che gli spettano.

Non riesco a trattenere la grassa risata con la quale cerco di coprire una bestemmia ogni volta che penso che Veltroni ha aspettato una dozzina d’anni per poi perdere le elezioni e il posto come segretario del PD prima di riuscire a proporre una legge sul conflitto di interessi, prontamente cestinata o forse mai esistita davvero. Non riesco a non sgranare gli occhi di fronte all’assoluto silenzio-assenso dell’opposizione a seguito della dichiarazione del Sindaco di Milano di voler intestare una Via o una Piazza nientepopòdimenoche a Bettino Craxi. Non riesco a non provare sconforto quando penso che Luciano Violante ha impiegato 17 anni per ricordarsi di un incontro con Vito Ciancimino a cui poi si rifiutò di presenziare ai tempi in cui era presidente della commissione antimafia. Potrei andare avanti per ore, per pagine e non avrei finito prima di stancarmi. Allora, emblematicamente, ricordo i Letta: zio e nipote che familiarmente si affrontano con quotidianeità sul campo politico nel massimo rispetto, tipico di una liberal-democrazia. Gianni e Enrico: l’apoteosi del dialogo delle parti.

E poi ci si chiede come sia possibile?

11145_1274561633181_1504168087_30738608_2873064_nMadrid, ore 8. Il sole si appoggia pallido e con qualche difficoltà sui vetri della finestra della sala da pranzo. Dal tavolo sale il fumo del caffè caldo e della sigaretta appoggiata nel posacenere che il sonno, ancora presente, mi impedisce di distinguere. È Sabato 5 Dicembre, un Sabato che sa di Domenica: l’aria è calma e sembra un cuscino, appoggiato su questa giornata fatta di poca gente che misura la strada con lenti passi domenicali e nessuna auto. Il silenzio ovatta tutto, tranne il frinire metallico del semaforo che avvisa i ciechi che ora si può attraversare. Sembra che voglia piovere e le persone che si fermano all’edicola proprio sotto la mia finestra si stringono nelle spalle per il freddo. Qui, a Madrid, sono quasi tutti andati da qualche parte per il ponte che ha ufficialmente dato l’inizio alle feste natalizie. Mi volto, guardo la lista che ho sul tavolo e mi chiedo: verranno?

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Senza rispondermi, prendo in mano il foglio e comincio a ripassare tutte le cose che bisogna che faccia prima di prendere la metro direzione Calle Juan Bravo. Stampe appello di Saviano:prese; stampe vignette Gavavenezia e Natangelo: prese; copie Litania dei Santi Parlamentari condannati in Parlamento per aprire in maniera ludica la “funzione”: prese; copie poesie scelte “Calpestare l’oblio”: prese; Sonetti Satirici: presi; materiale P2: preso; lista condanne e capi imputazione Premier: presa; maschera di Silvio Berlusconi: presa; spago e cuscino per “il calcio in culo a Berlusconi”: preso; pezzi di Travaglio (importante!): presi; mollette per appendere cartelli e manifesti: prese; computer per connessione streaming: preso. Sono pronto, posso andare. Mi guardo un attimo attorno per assicurarmi di non aver dimenticato nulla, poi esco e mi chiudo la porta alle spalle.

11145_1274562473202_1504168087_30738628_2223812_nL’aria è pungente. Quando arrivo in Calle Juan Bravo, un piccolo gruppo di persone è già lì, di fronte l’ambasciata circondata da poche guardie civili e un paio di camionette antisommossa, che si guarda attorno senza sapere ancora bene cosa fare. Luca ha già montato il treppiedi per la videocamera ed ha iniziato a fare un po’ di interviste. Pablo e Paolo preparano le fascette del “servizio d’ordine interno” ed iniziano a regolamentare l’afflusso di persone che sembra essersi fatto improvvisamente importante. Io distribuisco tutto il materiale che ho portato con me, aiuto a montare il banchetto del “centro operativo”. Matteo e Riccardo si occupano della connessione internet, mentre un gruppo di ragazzi entra ed esce da tutti i ristoranti e bar nel raggio di 200 metri per rubare un po’ di energia elettrica. Andrea ed altri ragazzi appendono cartelli e manifesti ovunque sia possibile. Elisabeth, con la sua parrucca viola, inizia a gestire la situazione: raccoglie firme ed indirizzi, distribuisce volantini e prende contatti con La Sexta, un canale televisivo spagnolo che verrà a farci visita più in là.

Siamo pronti, tutto è pronto. Tutto pare funzionare alla perfezione: la connessione c’è e la gente pure. La stretta isola pedonale che ci è stato dato il permesso di occupare per la manifestazione è gremita: ci saranno almeno 200-250 persone. Mi guardo un attimo attorno e mi sembra che quel cuscino che ovattava la giornata si sia appoggiato anche sulla piccola folla. Bisogna fare qualcosa. Corro al banchetto per recuperare un megafono: non ci sono pile! Allora chiedo un microfono. Esce fuori con un paio di casse, ma la prolunga che stiamo utilizzando per l’energia elettrica non funziona: non arriva corrente. Che si fa?

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Preso un po’ dallo sconforto, mi viene in mente (non so perchè) un brano del “Trattato del Ribelle” di Junger. Quello che parla dell’importanza del dire NO e del saperlo fare bene per non essere solo un mero “contributo a una statistica ufficiale”; quello che dice che “i simboli spiccano in modo particolare proprio su un fondo uniforme”. Quello in cui si afferma che gli uomini e i popoli si dimostrano “all’altezza dei loro tempi” quando essi siano in grado di gestire la tensione che c’è tra la libertà e la necessità: con una libertà circoscritta dalla necessità bisogna essere in grado di dare a quest’ultima un nuovo stile, senza perdere o sfigurare la prima.

11145_1274561753184_1504168087_30738611_536980_nEcco – mi dico – ecco perchè siamo qui. Perchè con la nostra libertà vogliamo fare in modo che vi siano necessità differenti. Necessità distinte da quelle dei poteri forti in lotta tra loro, distinte da quelle del nostro Premier, distinte da quelle della nostra classe dirigente, distinte dagli interessi economici che sembrano muovere il mondo, distinta dagli interessi partitici in grado di rappresentare solo se stessi; distinta da quelle di chi crede che un’assoluzione ed una prescrizione siano sinonimi, distinte da quelle di chi chiude gli occhi “perchè tanto così fan tutti”. Allora, senza megafono, senza microfono, senza energia elettrica, senza un discorso preparato a tavolino, sono salito sulla prima panchina ed ho iniziato ad urlare come un matto di fronte al mio, prima che quello di chi mi stava di fronte, sbigottimento. L’ho fatto non perchè fosse stato deciso così da qualche parte. L’ho fatto perchè ce n’era bisogno, perchè ne avevo bisogno. Perchè era un treno che non si poteva perdere quello del 5 di Dicembre. Perchè era il segnale estremo che io con tutti quelli che erano lì con me davamo a noi stessi per dirci: siamo ancora padroni di noi stessi. Possiamo decidere ancora come vivere. Ho iniziato strillando:

Se siamo tutti qui, in questa piazza, oggi, è per un motivo ben preciso: cacciare fuori dal Parlamento Italiano la tessera numero 1816 della P2 o Propaganda due, che dir si voglia. Ma questo, seppure il principale, non è l’unico motivo. Se c’è un motivo principale per cui noi siamo qui, a Madrid, e migliaia di altre persone sono in altre piazze in tutta Italia e nel resto del mondo, è per dire all’Italia che esiste una maniera diversa di essere Italia. E questa non è quella del berlusconismo e del verme del conflitto di interessi che sta intaccando tutti ed ha reso la nostra Nazione un corpo galleggiante in stato di decomposizione. Non serve fare una manifestazione all’anno ogni volta che ci mettono alle strette. C’è bisogno di un controllo permanente di quello che la nostra classe dirigente fa al nostro Paese. Perchè, a dispetto del nome, loro sono nostri dipendenti e noi abbiamo il diritto di richiamarli o di licenziarli quando non lavorino per l’interesse di tutti quanti noi. Quando questa manifestazione sarà giunta al termine e andremo tutti a casa, non assisteremo alla fine di qualcosa. Saremo solo  all’inizio!

Mentre rientravo, ho desiderato che fosse davvero così. Spero, con tutto me stesso, di aver avuto ragione.


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IL PRESENTE FILMATO E’ DA INTENDERSI A SCOPO EDUCATIVO E SENZA FINI DI LUCRO.

 


Nel 1963 uscì nelle sale cinematografiche italiane Le mani sulla città, uno dei migliori frutti della regia di Francesco Rosi e emblema del realismo cinematografico dell’Italia di quegli anni.

Al Governo c’era la DC e alla poltrona della Presidenza del Consiglio dei Ministri si alternarono Fanfani, Leone e Moro. Negli stessi anni nascevano le prime grandi imprese private di sviluppo edilizio e urbano che causeranno la prima grande bolla immobiliare degli anni ’80.

Girata quasi interamente con attori non professionisti (per la parte del consigliere dell’opposizione De Vita, Rosi utilizzo un deputato del PCI: Carlo Fermariello) ad eccezione di Rod Steiger e pochi altri, la pellicola inizia con una didascalia che recita: «I personaggi e i fatti sono immaginari, ma autentica è la realtà che li produce» e rappresenta la trasposizione cinematografica della denuncia alla speculazione edilizia che a partire dal dopoguerra afflisse l’intera penisola, e che in quegli anni di boom economico si acutizzo in gestioni e politiche spietate ed al di là del rispetto delle leggi. A soli 17 anni di vita, l’adolescente Repubblica Italiana aveva già problemi di questa portata che la affliggevano e che, a distanza di 46 anni, nell’epoca dei sub-prime, della bolla immobiliare, dei condoni edilizi e delle città distrutte dai terremoti, ancora la affliggono, contribuendo tristemente a mantenere intatta l’attualità e la gravità della pellicola di Rosi.

Tutto ha inizio con la morte di diverse persone causata dal crollo di un edificio nel vicolo di una città che, nonostante non venga nominata esplicitamente nel film con l’intento di rappresentare una qualsiasi città italiana, risulterà essere Napoli. Eduardo Nottola (magistralmente interpretato da Rod Steiger) è uno spregiudicato costruttore edilizio e consigliere comunale della città, assolutamente a suo agio nella condizione di conflitto d’interessi che il suo doppio ruolo gli impone e che gli consente di gestire il piano di sviluppo urbano secondo le esigenze della sua impresa. Il consigliere comunale dell’opposizione, De Vita, denuncia pubblicamente il conflitto di interessi di Nottola, il quale non si lascia intimorire e riesce a respingere le accuse attraverso strategie politiche e collusive che gli permettarenno di conservare entrambe le sue posizioni.

Nonostante la pellicola conservi ancora tutto il suo coraggio e l’attualità della sua denuncia, il suo bilancio ad oggi è negativo: i cosiddetti “palazzinari”, a quasi 50 anni di distanza, sono diventati Presidenti del Consiglio, propietari di emittenti televisive, editori di giornali e riviste, investitori finanziari e uomini di potere, mentre il terremoto dell’irpinia degli anni ’80 e quello dell’Aquila di più recente memoria fa sorgere alcuni dubbi sulle loro “professionalità” e rispetto delle regole.

Mi chiedo, però, se sia colpa della pellicola o di chi l’ha vista con una benda sugli occhi.