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Va tutto bene – E poi gli uomini non poterono più morire

Quando il missile deflagrò in cima all’edificio, squarciando il tetto dell’appartamento all’ultimo piano e sventrando completamente la parete est della sala da pranzo, io avevo già fatto aderire al collo il nodo scorsoio della corda che ora, mancando dell’appiglio volato via assieme a tutto il resto, giaceva floscia tra le macerie del soffitto, come la muta marrone di un vecchio serpente.

Non so se sgranai più gli occhi o la bocca per la sorpresa, quando mi ritrovai, completamente ricoperto di calcinaccio e intonaco, con una corda al collo a spolverarmi i pantaloni in piedi sulla sedia, e una vista non richiesta a perdifiato sulla città, appena regalatami dall’architetto Wernher von Braun o chi per lui.

Lo scenario che mi ritrovai davanti era semi apocalittico: mi sembrò di essere stato catapultato in un libro di Philip K. Dick ancora non scritto: strade deserte, interminabili monoliti che si stagliavano dal suolo verso il cielo bruno nella loro imponente mastodonticità, freddi, nonostante fossero stati costruiti quasi attaccati gli uni agli altri in una specie di abbraccio in cemento armato. Le colonne di fumo che partivano dagli angoli delle strade oscuravano la luce del giorno e conferivano alla città un che di tribale. Una testa impolverata di bambina si poteva intravedere tra le macerie cadute proprio sotto dove, fino a qualche minuto prima, c’era stata una finestra: sembrava una bambola morta.

Quello che stavo guardando era il mondo che lasciavo al figlio che sarebbe nato di lì a poche ore. E la colpa era mia.


Quando più di trent’anni fa gridai la mia felicità, correndo all’impazzata nei corridoi del laboratorio verso l’ufficio del direttore, non pensai alle conseguenze che la mia scoperta sul gene P21 avrebbe comportato conseguenze a cascata tali da influire pesantemente sull’intero ordine mondiale, già di per sé in perenne equilibrio instabile.

Stringevo tra le mani Jerry, il topo da esperimento che mi era stato affidato. Valore commerciale: 400 euro circa. Entrai senza bussare e sforzandomi di non fare troppo caso alla tirocinante che, dopo essersi ricomposta alla benemmeglio, raccolse in fretta le sue poche cose, si alzò dalla scrivania dove era seduta e sparì. Il direttore mi guardò in sottecchi arrossendo. Poi, per sopperire all’imbarazzo, disse con la voce più autorevole che potè:

- Spero che l’importanza di ciò che stai per dirmi giustifichi la tua irrispettosa intrusione nel bel mezzo di una riunione.

Si, disse proprio riunione. Ma io non ci feci granché caso, tanto ero sconvolto da quanto era capitato.

- Direttore, osservi con molta attenzione Jerry.

- Chi?

-Jerry, il topo…

-Ah… vediamo… uhm… non mi pare ci sia nulla di particolare da evidenziare…

- Appunto!

strillai senza potermi contenere. Il direttore mi guardò interrogativamente, forse chiedendosi se non fosse il caso di darmi qualche giorno di riposo dopo due anni di lavoro non-stop.

- Mi stai prendendo per il culo o ti sei rincoglionito?

- Assolutamente, Direttore. Assolutamente. Il topo è perfetto.

E risi.

- Cristo santo, questo lo vedo da me! Ci mancherebbe altro, visto quanto ce li fanno pagare!

- La cosa straordinaria è che NON dovrebbe essere perfetto!

- Ah! E perché?

- Perché tre giorni fa feci un foro nell’orecchio destro per il passaggio del cavo di un elettrodo e ieri, accidentalmente, tagliai la punta della coda. Ed ora, guardi: nulla! Assolutamente nulla!

- Ma porca tr… se mi stai prendendo per il culo giuro che ti strozzo!

- Nessuna presa per il culo, Direttore.

- Allora, perdio, siamo ricchi…

sussurrò mentre si avvicinava con le mani aperte verso il ratto.


Fu così che iniziarono le mie sperimentazioni sul gene P21. Dopo varie prove sui topi, passammo ai maiali. Gli ultimi esperimenti li facemmo sugli scimpanzè, con buona pace degli animalisti. Ciò che stavamo scoprendo era troppo più importante: avrebbe rivoluzionato la medicina e il futuro della vita umana. Tutte le principali riviste scientifiche si accorsero della portata della scoperta, così come le maggiori holding farmaceutiche e la totalità dei Paesi Occidentali.

Dopo dieci lunghi ed estenuanti anni di lavoro e sperimentazione fondammo LIFE, la società di cui fui nominato direttore, proprietaria dei diritti sul brevetto di un farmaco prova che iniziammo a sperimentare sull’uomo. Vissi tra il Congo e casa mia per quasi cinque interminabili anni, cercando di concentrarmi al massimo sul lavoro, mentre mia moglie cercava di mollarmi a settimane alterne.

Fu meraviglioso veder crescere le braccia e le gambe di tutta quella gente monca, e il sorriso dei bambini figli delle mine anti-uomo… oh, non li dimenticherò mai.

Rientrai quando ormai il funzionamento chimico-genetico del nostro brevetto era stato completamente sottomesso al nostro totale controllo. Rimase lì solo una piccola equipe di bravissimi colleghi che continuarono con le loro sperimentazioni: ora l’obiettivo era accelerare gli effetti della modifica al P21.

Fu incredibile: in un colpo solo, riuscimmo a debellare malattie come il cancro, l’AIDS, molte malformazioni; potemmo guarire in poco tempo ed in maniera per nulla invasiva e con risultati ottimi le ferite da arma da fuoco e i danni riportati a seguito dei più svariati incidenti. Riuscimmo ad evitare in gran parte dei casi i trapianti e fummo in grado di offrire una soluzione persino per la calvizie. Nel giro di poco più di un decennio, l’umanità intera fu travolta da un cambiamento epocale che obbligò a rivedere tutti i principi che per millenni avevano rappresentato le fondamenta dell’esistenza stessa: l’uomo, tronfio della sua recente vittoria dell’eterna guerra contro il tempo, poteva ora buttarsi alle spalle secoli e secoli di speculazioni filosofiche e scientifiche, diventate improvvisamente vecchie mitologie superstiziose. Finalmente, l’uomo cominciò a vivere proprio quando imparò a non morire più.

Nacquero centri di rigenerazione cellulare come funghi che presto rimpiazzarono le famose e tanto amate SPA dei week-end tutti salute, relax e un pizzico di posticcio romanticismo. La popolazione mondiale aumentò a livello esponenziale, raddoppiando. Cosa che andò a beneficiò dell’economia, della produzione e dell’occupazione globlali. Rispetto al nuovo boom economico, quello precedente degli anni ’80 e quello ancora anteriore degli anni immediatamente successivi al dopo-guerra sembrarono una svista sinusoidale di un grafico incomprensibile. Però, mentre l’uomo impiegava tutte le sue energie per non morire, frastornato da una specie di apoteosi della vita, non si accorse che la vita stava per trasformarsi da problema acuto a cronico.

Il mondo non era fatto per ospitare così tanta gente, a cui se ne sarebbe aggiunta altra con il passare del tempo. La situazione si criticizzò sotto gli occhi di tutti senza che nessuno potesse davvero fare qualcosa di sensato in così breve tempo. Iniziarono a scoppiare i primi focolai tra Paesi vicini e con pochi mezzi di sostentamento. Focolai che si ingigantirono alla velocità della luce, estendendosi come i cerchi concentrici che si formano dopo aver lanciato un sasso in uno stagno. Quel sasso lo avevo lanciato io trent’anni prima, in preda ad un delirio di onnipotenza che non mi apparteneva.

Si pensò così di limitare l’utilizzo delle pratiche di rigenerazione prima solo ai Paesi più ricchi, poi solo ai più ricchi dei vari Paesi. Ma non fu una buona idea e questa scelta non portò che ad un inasprimento dei conflitti che, ora, erano anche civili.

Disorientato dalla confusione totale nella quale mi ostinavo a vivere e schiacciato dal peso del mio delirio di onnipotenza ora divenuto asfissiante senso di colpa, non riuscii a dire una sola parola quando mia moglie mi annunciò la sua gravidanza. Non sorrisi, non piansi, non mi entusiasmai, non mi inquietai. Nulla, non fui in grado di fare assolutamente nulla.

Quando mi chiamò per dirmi che era in ospedale, mi precipitai al reparto maternità solo perché così avevo visto fare nei film e intorno a me, ma privo di qualsiasi urgenza di arrivare a destinazione. Mia moglie mi accolse con un sorriso stanco e mi tese la mano dal lettino sulla quale era stata fatta stendere. Io gliela presi nella mia, ringraziando dio di avere qualcosa su cui spingere il mio sguardo che non fossero i suoi occhi. Mi tranquillizzò dicendomi che andava tutto bene e che presto saremmo stati in tre, forse credendo che lo sconvolgimento che emanava dal mio viso fosse in qualche modo legato al suo essere in procinto di partorire una nuova vita, la nostra nuova vita. Io le sorrisi falsamente ed anuii. Poi, le dissi che dovevo urgentemente raggiungere il laboratorio per delle gravissime questioni emerse che non avevano potuto spiegarmi al telefono a cui ero stato attaccato per tutto il tragitto fino a raggiungerla: dovevo assolutamente andare via da lì. Lei mi disse che capiva, che non dovevo preoccuparmi e che sarebbe andato tutto a posto: ci saremmo visti più tardi. Uscii dall’ospedale, questa volta con urgenza. Non sarei riuscito a rimanere lì un solo secondo in più. Chiamai un taxi e mi feci riportare a casa.


Sorseggiando il mio caffè caldo, pensavo che non sarei mai riuscito a sostenere lo sguardo accusatore di mio figlio che mi rinfacciava di avergli dato la vita in quel mondo. Non avrei mai sopportato il peso di una nuova colpa, dovuta ad un altro errore di valutazione di chi non è capace di tenere conto delle conseguenze dei propri atti. Come avrei potuto spiegare a mio figlio che la terribile vita che si accingeva a vivere, senza peraltro averla chiesta, era solo ed esclusivamente colpa mia e della mia leggerezza? Come avrei potuto vivere con davanti agli occhi la quotidiana scena del capo di mio figlio ripetutamente piegato sotto la sferza lancinante delle mie colpe?

Fui così codardo da rispondere alle mie domande gettandomi nel vuoto dall’enorme squarcio della parete della mia sala da pranzo.

Suppongo che anche questo mio gesto non otterrà né il perdono né tantomeno la comprensione di mio figlio. In compenso, io non sarò lì ad offrirgli il petto su cui puntare il suo dito.

D’altronde, volevo solo morire in pace.


(Topi come lucertole: togli un gene e ricresce la coda, Corriere.it)

Va tutto bene – Il museo chiude alle 18

Nome: Monica. Cognome: Gallone. Età: 28 anni.

Da due lavora come custode responsabile del museo corinzio di Palandrino, un piccolo paese ai confini tra Lazio, Umbria e Toscana, dove il modo di parlare della gente è l’espressione più evidente della loro ricerca di identità ancora in corso.

Una vita passata a seguire l’ordine naturale delle cose e ad eseguire gli ordini dettati dagli altri e da un contesto capace di schiacciare le persone, nonostante la sua piccolezza. O, forse, proprio per questo: il paese è piccolo, la gente mormora. Due multe – una per aver saltato un rosso ed una per divieto di sosta, una fregatura assicurativa in corpo due e il mancato accesso ad un concorso pubblico per aver scritto il cognome al posto del nome sul modulo di presentazione.

- Mio Dio, ma è assurdo!

- No signorina, sono le regole.

- Ma lei si rende conto dell’assurdità della situazione? Capisco che esiste una norma, ma la sua applicazione andrebbe interpretata a seconda dei casi!

- Signorina, purtroppo non è possibile. La legge è la legge e se dovessimo interpretarla caso per caso saremmo sommersi dai ricorsi e non si farebbe più nulla.

Quando tornò a casa, ad accoglierla vi furono il volto freddo della madre e lo sguardo del padre, tipico di chi si trovi (suo malgrado) di fronte ad un essere chiaramente inferiore. Geometra – ma lui, in fondo, si sente un ingegnere – da anni lavora al comune del paesotto, dove un amico ha un amico il cui cugino lavora nell’ufficio accanto a quello dell’Assessore ai Beni Culturali, il quale si è detto disposto a considerare la possibilità di includere nello staff del museo corinzio, come custode responsabile, qualcuno che sia “affidabile e rispettoso delle regole”. Contratto a progetto rinnovabile fino a prova contraria, 800 euro lordi al mese, dalle 10 alle 18. Tutti i giorni, tranne il giovedì. Postazione: un banchetto semicircolare all’ingresso dove attendere gli sporadici visitatori, rigorosamente in piedi e in divisa.

Da due anni, tra una brochure e un “mi dispiace, i sotterranei non sono al momento accessibili”, Monica riflette sulla inutilità della sua vita nei tempi morti delle sue giornate che occupano quasi tutto lo spazio. Così, giorno per giorno, Monica inizia a percepire il museo corinzio come un prolungamento della sua identità, come qualcosa che potesse giustificare la sua presenza nel mondo, almeno ai suoi occhi e a quelli dei visitatori che, il più delle volte, sorvolano sui volantini illustrativi in bella mostra sul banchetto e sui suoi “Arrivederci” smaglianti. Ultimamente, aveva sviluppato una certa intransigenza, la cui manifestazione era direttamente proporzionale al disinteresse che non aveva ancora capito bene se fosse del mondo verso di lei o suo nei confronti del mondo. Tutto le sembrava sospeso, appeso ad una confusione aleatoria che permeava tutti gli interstizi del suo tempo. Il rispetto delle regole erano diventate l’unico modo che aveva incontrato per capirci qualcosa. Eppure ancora non riusciva a scacciare quella permanente sensazione di inutilità, che si faceva più forte soprattutto quando nel museo entravano signori con cappelli bizzari e una pipa appesa alle labbra, o signore benvestite affatto meravigliate da un luogo tanto simile alle loro case. Le facce annoiate degli studenti in gita le facevano perdere le staffe. Ma chi davvero non riusciva a sopportare erano i cinesi con le loro reflex da 800 euro: il suo stipendio, tasse incluse. “Ma non mangiavano solo riso, questi?”, si chiedeva mentre li guardava fare inchini a destra e a manca.

Non aveva un uomo che la portasse fuori a cena per poi riaccompagnarla a casa con negli occhi la speranza di sentirsi dire “Vuoi salire?”. Il padre non si era mai accorto dei momenti in cui avrebbe potuto dichiararsi orgoglioso di lei e la piccolezza della madre era talmente evidente da averne conquistato i lineamenti del volto. “Nessuno può essere importante per sé”, pensava mentre chiudeva le porte del museo e si dirigeva verso la fermata dell’autobus – una macchina non avrebbe potuto permettersela. Ma fuori del museo era diverso: c’erano altre regole, quelle che lei non era mai riuscita a capire o a controllare. E il viaggiare in piedi sia all’andata che al ritorno ne era una prova. “Se gli altri non si accorgono di qualcuno, quel qualcuno non esiste” – la chiave nella toppa, finalmente a casa. Una doccia, cena e poi a dormire, ché domani è un altro giorno.

Quando seppe del concerto d’archi per la celebrazione dei cento anni d’apertura del museo, qualcosa in Monica cambiò. Le si accese come una speranza: quella di esistere per qualche sconosciuto, almeno un paio d’ore.  Quella mattina si vestì di fronte allo specchio: la divisa era la stessa di tutti i giorni, eppure era diversa, perché oggi sarebbe stata un punto di riferimento per gli ospiti. Si truccò, per l’occasione, gli occhi e le gote con un tocco di fard. Prese l’autobus in anticipo, per evitare che la folla dell’ora di punta le sgualcisse la giacca. Aveva il volto colmo di una solennità che non aveva ancora conosciuto fino a quel momento. Giunta al museo, entrò iniziando a dare disposizioni con la serietà di una vera professionista. Tutto era pronto e doveva essere perfetto. Ricevette una chiamata che la avvertiva di una posticipazione del concerto: dalle 16 alle 17. Lei ci rimase male. Disse che non era così che era abituata a fare le cose e che degli ospiti non potevano decidere il menù dell’oste. Tra l’altro, il museo avrebbe chiuso alle 18, essendo domenica. Dall’altro lato del telefono, una voce imbarazzata si scusò dell’accaduto e assicurò che tutto si sarebbe svolto entro il rispetto degli orari prestabiliti.

Alle 17.20 il gruppo dei musicisti non ancora era al completo. Nel frattempo Monica si era prodigata per gli arrivati: aveva indicato agli spettatori dove sedersi, dividendo l’afflusso in due code allineate ai lati opposti della sala e aveva accolto i musicisti con un “Buonasera, da questa parte”. I musicisti la seguirono continuando a parlare tra loro e, quando dovette allontanarsi per un battibecco di una unita famiglia divisa dalle postazioni assegnate, si sentì assicurare con benevolenza di non preoccuparsi “sappiamo già come disporci”. Nessuno le aveva ancora detto “Buonasera”.

Durante il concerto non riusciva a decidere se fossero più fuoriluogo i frack dei suonatori o le pellicce delle signore che ascoltavano senza capire. Nemmeno lei capiva ciò che non stava ascoltando, immersa com’era nel suo ruolo rivestito da tanta responsabilità. E cosa potevano saperne loro, i suonatori con i loro violini, le signore nelle loro pellicce e i mariti con la pipa appesa a quella faccia stupida. Si accorgevano solo ora dell’esistenza di quel museo che li stava ospitando tutti e che avrebbero avuto l’accortezza di dimenticarlo appena fuori. Eppure, se ora tutti questi signori imbellettati sono qui è perché questo museo esiste, è esistito prima che loro arrivassero ad occuparne le poltrone con i loro culi flaccidi ed esisterà anche dopo, liberato da quell’odore di profumi costosi, tabacco speziato e naftalina. Così come lei, Monica, il custode responsabile che ha reso possibile all’intellighenzia di passaggio di assistere ad un concerto di musica barocca con il proprio lavoro sottopagato, rimandando le ferie che non avrebbe comunque potuto permettersi, lavorando con l’influenza per mancanza di sostituti. Tutto questo per loro, perché degli sconosciuti ingrati e irrispettosi potessero assistere, ora, ad uno stupido concerto che la farà tornare a casa tardi, di domenica, senza che nessuno di loro se ne dispiaccia almeno un po’.

Doveva fare qualcosa. Il suo sacrificio non poteva consumarsi invano. Se esisteva un modo per farsi ricordare, per esistere, era giunto il momento di provarlo. Alle 18 in punto Monica si allontanò dal suo banchetto. Attraversò il passiglio che le file delle sedie, a destra e a sinistra, avevano formato al centro della sala. Su quel tappeto rosso si sentiva una regina, anche se nessuno le diede molta importanza. Gli sguardi si distolsero dalla piccola banda di suonatori siolo quando, con una eclatante dimostrazione di onnipotenza, Monica scavalcò i cordoni di velluto rosso che dividevano lo spettacolo dagli spettatori. Con un gesto plateale ed osceno, dimostrò a tutti la superiorità della regia, a cui è permesso di entrare e uscire dallo spettacolo che sente proprio e di cui tutti non sono che attori o spettatori. Monica si avvicinò ai musicisti impedendo loro di continuare nella loro performance. Poi, si diresse alla balaustra, avvicinò le labbra al microfono e disse: “Il museo chiude alle 18. Tutti i visitatori sono pregati di dirigersi verso l’uscita. Grazie.”

Non si era mai sentita così viva.

(Concerto interrotto al Pantheon: il ministero si scusa con Alemanno, Corriere della Sera)

Italia: sempre più “orwelliana”

(di Fabrizio Roncone sul Corriere della Sera)

Un guaio.
«No no… mi creda, di più, molto di più: un disastro, una tragedia. E mannaggia a me, mannaggia…».

Alfredo Milioni, su, non faccia così.
«Eh, le sembra facile: ma io, mi creda, ho la coscienza a posto. E poi sono anni che faccio quel tipo di operazioni burocratiche».

Anni?
«Ma sì, certo… Avrò presentato firme e liste già almeno un’altra quindicina di volte… Uff! Accident…! Fa caldo, eh?».

Stia calmo. Proviamo a ricostruire: a che ora è arrivato in tribunale?
«Con quasi mezz’ora di anticipo. Diciamo verso le 11,30».

Perché, però, poco dopo, è uscito lasciando all’interno del Palazzo di Giustizia solo il faldone delle firme e portandosi via tutto il resto?
«Perché?».

Sì, perché? È vero che s’è accorto di non avere con sé i lucidi con il simbolo del partito?
«No, quelli avrei potuto consegnarli anche dopo. I lucidi non sono una cosa importante, determinante. Questa è una cosa nota».

Allora è andato fuori per apportare qualche modifica alla documentazione?
«Modificare, lei dice…».

Per aggiungere, o cancellare, qualche nome.
«Beh».

Sì o no?
«No, questo no».

Sicuro?
«Sicuro».

Dica la verità.
«Lo giuro, lo giuro! Non volevo apportare modifiche. Mi deve credere, capito?».

Va bene, stia calmo. Questo però significa che è davvero andato a mangiarsi un panino.
«Sì… ecco, sì: sono andato a mangiarmi una panino. Non mi pare grave, no?».

Quindi è vero: lei ha lasciato l’aula per andare al bar.
«Io? A mangiare?».

In conferenza stampa, la Polverini ha fornito una ricostruzione dei fatti un poco diversa.
«No, cioè… io, a mangiare: ma chi l’ha detto?».

Lei, adesso.
«Macché. Senta, io sono molto confuso…».

Non è il momento migliore, Milioni, per essere confusi.
«Però… ecco qui, legga bene sul cellulare: ecco qui tutti i messaggi, gli sms di solidarietà che m’hanno spedito quelli che c’erano, in tribunale, e che hanno assistito a tutta la scena. Dove è chiaro che io sono la vittima».

La vittima?
«Proprio così. Non mi hanno fatto rientrare, hanno fatto i matti, si sono messi a urlare, m’hanno spinto…».

Sostenevano che lei stesse presentando la lista fuori tempo massimo.
«Fuori cosa? M’hanno minacciato, altroché. Qui si configura pure un reato».

Che genere di reato?
«Un reato, un reato…».

Silvio Berlusconi è furibondo.
«Lo so, mannaggia a me».

Come lo sa?
«Eh, quelli lì, i capi del partito, me l’hanno detto. Sono loro che parlano con lui, mica io».

La Polverini anche è furibonda.
«So pure questo… Ma che posso farci io?».

Lei era lì.
«Senta, a parte che la fila avrebbe dovuto farla Giorgio Polesi, l’altro rappresentante del Pdl… lei deve scrivere che io sono solo il piccolo presidente del XIX Municipio, qui a Roma. La politica è sempre stata la mia passione, cominciai come socialista e ho proseguito dentro Fi, certo: ma ero e resto un pesce piccolo, un pescetto che fa il suo lavoro onestamente. Aggiunga poi pure che…».

(La conferenza stampa di Renata Polverini è finita da pochi minuti; Alfredo Milioni sta parlando a capo chino, le mani tremanti, lo sguardo lucido. All’improvviso, dal palchetto, rimbomba giù una voce roca, dura: «Stai zitto! Milioni devi stare zitto, muto: hai capito?». Milioni fa appena in tempo a farfugliare ancora qualcosa, poi viene letteralmente sollevato dal pavimento da un signore muscoloso che, con modi spicci, lo infila dentro una stanza. L’invito a tacere gli era stato rivolto da Alfredo Pallone, parlamentare europeo e vicecoordinatore regionale del Pdl nel Lazio. «Sono stato un po’ brusco, lo so. Ma Milioni, dopo quello che è accaduto, non è lucido. La situazione è delicatissima e lui può straparlare. Ieri, quando ha capito cosa era successo, mi ha detto: “Io mi suicido”. Sta messo così, poveraccio, e c’è da capirlo, credo. Dopo quello che ha combinato…»).

Silvio e Umberto: rapporti “penosi” – Cattivi Sonetti

Son anni che mi chiedo cosa unisca
il signor Bossi a Silvio Berluconi:
se l’amor per l’intrallazzo e la tresca,
o se il trattarci tutti da coglioni.

Dal Parlamento, ormai ridotto a bisca,
la voce s’è levata dei più proni:
Ghedini assicura: è carne fresca
che il Premier c’ha dentro i pantaloni.

Capii, così, grazie al Corriere
cos’è che lega Bossi al Cavaliere:
“La Lega c’è l’ha duro!”, ricordate

le strilla del Polenta e le menate?
Con Bossi, Silvio imparò a tenere
un’erezione settimane intere!