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Mar 10
Pasolini, Petrolio, l’Eni e… Dell’Utri
(di Giovanni Giovannetti su Il Primo Amore)
Dopo la morte violenta di Pier Paolo Pasolini la notte tra il 1° e il 2 novembre 1975, si scopre che parte di un capitolo di Petrolio (Lampi sull’Eni) è sparito. Il romanzo – preannunciato di 2000 pagine e destinato a rimanere incompiuto – parla dell’Eni (che Pasolini considera «un topos del potere») e della morte di Enrico Mattei. La profezia di Petrolio, l’inquietante intreccio tra politica criminalità e affari che lì si racconta, sarà chiaro solo molti anni dopo, così come la strategia delle stragi fasciste e di Stato che passa, anche terminologicamente, dagli articoli al romanzo: «Il romanzo delle stragi» (14 novembre 1974: «Io so…»).
Indagando sulla morte del presidente dell’Eni, un coraggioso giudice pavese – Vincenzo Calia – ha constatato la lucidità dello scrittore “corsaro” nel ricostruire in quel libro il degrado e la mostruosità italiana e ha identificato il burattinaio principale in Eugenio Cefis, affarista e “liberista” tanto quanto Enrico Mattei era utopista e “statalista”. Pasolini non è stato ucciso da un ragazzo di vita, poiché omosessuale, bensì da sicari prezzolati dai poteri, occulti o meno, in quanto oppositore a conoscenza di verità scottanti.
Calia legge Petrolio, un titolo irresistibile per il magistrato, immerso nell’indagine sulla morte del presidente dell’Eni. Fatica però a reperire Questo è Cefis. L’altra faccia dell’onorato presidente di Giorgio Steimetz (pseudonimo di Corrado Ragozzino): un libro pubblicato nel 1972 e subito sparito. Sparito anche dalla Biblioteca nazionale di Firenze e di Roma. Il magistrato pavese non sa che una fotocopia di Questo è Cefis si può trovare al Gabinetto Viesseux di Firenze, tra le carte di Pasolini.
Ma la fortuna incontra Calia e così Calia incontra il libro, una domenica pomeriggio, su una bancarella in piazza della Vittoria a Pavia. Il magistrato può finalmente cogliere – ed è il primo a farlo – analogie e simmetrie tra il testo di Steimetz / Ragozzino e il romanzo incompiuto di Pasolini.
Di questo e di molto altro ancora si parla ne Il Petrolio delle stragi di Gianni D’Elia, un saggio-inchiesta pubblicato nel 2006 dalle edizioni Effigie, ora ripreso da Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza in Profondo nero (Chiarelettere, 2009), lo stesso titolo dato a uno dei capitoli dell’inchiesta di D’Elia, che i due autori correttamente indicano tra le principali fonti d’ispirazione del loro lavoro.
Il Petrolio delle stragi doveva uscire come postilla a L’eresia di Pasolini, dello stesso D’Elia, pubblicato con notevole successo nel 2005: un approfondimento monografico, dopo lo scalpore suscitato dalle poche righe sulla morte di Pasolini pubblicate nel primo libro; un modo per non disperdere le tante informazioni – anche informali – raccolte nel frattempo. Se ne ricava un ricco pamphlet, che ora – insieme a Profondo nero, al dossier di Carlo Lucarelli e Gianni Borgna su “Micromega” n. 6/2005 e alle firme per la riapertura del processo raccolte dalla rivista “Il primo amore” – forse porterà ad una nuova più approfondita indagine sulla morte del grande regista, poeta e polemista friulano.
Un ragazzo di 17 anni, Pino Pelosi, si è autoaccusato dell’omicidio. Recentemente Pelosi ha ammesso che quel giorno non era solo con Pasolini, che altri avevano partecipato al pestaggio: «Erano in tre, sbucarono dal buio. Mi dissero tu fatti i cazzi tuoi e iniziò il massacro. Io gridavo, lui gridava… Avranno avuto 45, 46 anni, gli gridavano “sporco comunista”, “fetuso”». Insomma, fu un agguato e forse Pelosi era solo un’esca. Chi sono i veri assassini? Quali i mandanti? forse sono gli stessi che hanno armato la mano degli assassini di Mattei e Mauro De Mauro.
La “strategia della tensione” non vuole destabilizzare; al contrario vuole consolidare un sistema di potere stragista piduista e mafioso (lo stesso che nel 1962 ha eliminato Mattei, nel 1968 De Mauro e nel 1971 Pietro Scaglione) in movimento dalle bombe degli anni Settanta alla presa del potere con altri mezzi dei nostri giorni. La chiave di lettura di questo criminale asse politico-economico tentacolare sta tutta in Petrolio, il profetico romanzo-verità, incompiuto e mutilato, di Pier Paolo Pasolini che viene massacrato non dal reo sconfesso Pino Pelosi, ma da «tre siciliani»; nel frattempo altri provvedono a sottrarre da Petrolio il capitolo Lampi sull’Eni, «che dall’omicidio ipotizzato di Mattei guida al regime di Eugenio Cefis, ai “fondi neri”, alle stragi dal 1969 al 1980, e ora sappiamo fino a Tangentopoli, all’Enimont, alla madre di tutte le tangenti. Troya è Cefis, nel romanzo, dal passato antifascista macchiato, e dunque ricattabile» (D’Elia, L’eresia di Pasolini, p. 98).
Lo «Stato nello Stato» e cioè l’antistato di Eugenio Cefis, Licio Gelli e Umberto Ortolani consegna infine il testimone alla monocrazia mediatica dell’affiliato Silvio Berlusconi (tessera P2 n. 1816), che il 18 gennaio 1994 insieme a Marcello Dell’Utri (membro dell’Opus Dei e amico di Gaetano Cinà, esponente della famiglia mafiosa dei Malaspina, vicina al boss Stefano Bontade) fonda Forza Italia.
A sinistra il Pci sa, ma sta a guardare: il «partito dalle mani pulite» rivendica la sua diversità antropologica mentre il suo “doppio” partecipa come tutti al banchetto Enimont, amministra le clientele, soffoca i movimenti e ogni altro embrione di nuove culture politiche libertarie. È la palestra alla quale si forma buona parte della classe dirigente immortale e spesso immorale che oggi guida il Partito democratico.
Mi chiedo se sia il caso di interpretare la dichiarazione di Dell’Utri come un messaggio.
30
Nov 09
“Figlio mio, abbiamo fallito: appena puoi, lascia questo Paese” – Lettera aperta a una lettera aperta
Pier Luigi Celli, ex Direttore Generale della Rai e attuale Direttore Generale della Libera Università Internazionale degli Studi Sociali (Luiss), pubblica su Repubblica una lettera aperta rivolta al figlio, nella quale descrive un’Italia “divisa, rissosa, fortemente individualista, pronta a svendere i minimi valori di solidarietà e di onestà, in cambio di un riconoscimento degli interessi personali, di prebende discutibili; di carriere feroci fatte su meriti inesistenti”; un Paese in cui “se ti va bene, comincerai guadagnando un decimo di un portaborse qualunque; un centesimo di una velina o di un tronista; forse poco più di un millesimo di un grande manager che ha all’attivo disavventure e fallimenti che non pagherà mai.”
Per queste valide ragioni, seppur “col cuore che soffre più che mai”, Pier Luigi Celli sente di consigliare al figlio di prendere “la strada dell’estero”, scegliendo di andare “dove ha ancora un valore la lealtà, il rispetto, il riconoscimento del merito e dei risultati”, un luogo in cui possa vivere “senza chiederti, ad esempio, se quello che dici o scrivi può disturbare qualcuno di questi mediocri che contano, col rischio di essere messo nel mirino, magari subdolamente, e trovarti emarginato senza capire perché.”
Caro Pier Luigi, ho letto con apprensione la sua lettera pubblicata su Repubblica per almeno tre ragioni: ho condiviso quello che ha scritto (anche se non del tutto e soprattutto non dal suo pulpito), ho immaginato la sua sofferenza come fosse quella di mio padre (che non è Direttore della Luiss), sono uno dei tanti emigrati all’estero.
Nonostante ciò – se mi è concesso – credo che lei abbia dimenticato di dire una cosa importante: dove lo manda suo figlio? Qual è questo luogo, che a me sembra più vicino alla fantascienza che alla realtà, in cui “ha ancora un valore la lealtà, il rispetto, il riconoscimento del merito e dei risultati”?
La mia non è una critica, nè vuole essere uno sfogo del più basso pessimismo disfattista. Le parlo, però, come un figlio e come un emigrato che fino ad ora ha vissuto a New York, a Londra e che ora vive a Madrid. E le assicuro che, come si suol dire, “ogni mondo è Paese”.
Se ho ragione io, il suo consiglio sembra suggerire di andarsi a cercare “il meno peggio”, una rinuncia di una parte di se stessi per “un riconoscimento personale”, una soluzione “fortemente individualista”, che sono poi gli stessi atteggiamenti che a suo avviso hanno fatto fallire il progetto di un’Italia migliore. Se invece – come spero – ho torto, la prego di dirmi un luogo dove poter vivere tranquillo, senza svegliarmi al mattino chiedendomi chi sarà il prossimo a fregarmi, chi sarà colui che oggi approfitterà di me, chi sarà l’ennesimo arrampicatore che mi userà come uno scalino. O, ancora peggio, chi sarà oggi la mia vittima, prima che io sia la sua.
Caro Pier Luigi, non ha fallito solo lei e gli altri padri che non sono riusciti ad evitare questa Italia. Hanno fallito tutti. E ciò che è peggio è che continuiamo a fallire tutti: perseveriamo in una vita ogni giorno più vicina al paradosso, impotenti (o indolenti?) di fronte al più grande equivoco della Storia che sono i nostri valori “moderni” (vedi Copertina del suo “Manuale”) che inspiegabilmente continuiamo a conservare e a difendere, come fossimo tutti affetti da una terribile sindrome di Stoccolma.
Come lei stesso ha suggerito a suo figlio, anche io mi preparo comunque a soffrire. Spero solo che sia per qualcosa di diverso da quello per cui ha sofferto lei.
3
Oct 09
Silvio Story: Tutte le tappe della “carriera” di Berlusconi (L’Unità)
13
Sep 09
Le mani sulla città (Francesco Rosi, 1963)
IL PRESENTE FILMATO E’ DA INTENDERSI A SCOPO EDUCATIVO E SENZA FINI DI LUCRO.

Nel 1963 uscì nelle sale cinematografiche italiane Le mani sulla città, uno dei migliori frutti della regia di Francesco Rosi e emblema del realismo cinematografico dell’Italia di quegli anni.
Al Governo c’era la DC e alla poltrona della Presidenza del Consiglio dei Ministri si alternarono Fanfani, Leone e Moro. Negli stessi anni nascevano le prime grandi imprese private di sviluppo edilizio e urbano che causeranno la prima grande bolla immobiliare degli anni ’80.
Girata quasi interamente con attori non professionisti (per la parte del consigliere dell’opposizione De Vita, Rosi utilizzo un deputato del PCI: Carlo Fermariello) ad eccezione di Rod Steiger e pochi altri, la pellicola inizia con una didascalia che recita: «I personaggi e i fatti sono immaginari, ma autentica è la realtà che li produce» e rappresenta la trasposizione cinematografica della denuncia alla speculazione edilizia che a partire dal dopoguerra afflisse l’intera penisola, e che in quegli anni di boom economico si acutizzo in gestioni e politiche spietate ed al di là del rispetto delle leggi. A soli 17 anni di vita, l’adolescente Repubblica Italiana aveva già problemi di questa portata che la affliggevano e che, a distanza di 46 anni, nell’epoca dei sub-prime, della bolla immobiliare, dei condoni edilizi e delle città distrutte dai terremoti, ancora la affliggono, contribuendo tristemente a mantenere intatta l’attualità e la gravità della pellicola di Rosi.

Tutto ha inizio con la morte di diverse persone causata dal crollo di un edificio nel vicolo di una città che, nonostante non venga nominata esplicitamente nel film con l’intento di rappresentare una qualsiasi città italiana, risulterà essere Napoli. Eduardo Nottola (magistralmente interpretato da Rod Steiger) è uno spregiudicato costruttore edilizio e consigliere comunale della città, assolutamente a suo agio nella condizione di conflitto d’interessi che il suo doppio ruolo gli impone e che gli consente di gestire il piano di sviluppo urbano secondo le esigenze della sua impresa. Il consigliere comunale dell’opposizione, De Vita, denuncia pubblicamente il conflitto di interessi di Nottola, il quale non si lascia intimorire e riesce a respingere le accuse attraverso strategie politiche e collusive che gli permettarenno
di conservare entrambe le sue posizioni.
Nonostante la pellicola conservi ancora tutto il suo coraggio e l’attualità della sua denuncia, il suo bilancio ad oggi è negativo: i cosiddetti “palazzinari”, a quasi 50 anni di distanza, sono diventati Presidenti del Consiglio, propietari di emittenti televisive, editori di giornali e riviste, investitori finanziari e uomini di potere, mentre il terremoto dell’irpinia degli anni ’80 e quello dell’Aquila di più recente memoria fa sorgere alcuni dubbi sulle loro “professionalità” e rispetto delle regole.
Mi chiedo, però, se sia colpa della pellicola o di chi l’ha vista con una benda sugli occhi.






















