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“Figlio mio, abbiamo fallito: appena puoi, lascia questo Paese” – Lettera aperta a una lettera aperta

Pier Luigi Celli, ex Direttore Generale della Rai e attuale Direttore Generale della Libera Università Internazionale degli Studi Sociali (Luiss), pubblica su Repubblica una lettera aperta rivolta al figlio, nella quale descrive un’Italia “divisa, rissosa, fortemente individualista, pronta a svendere i minimi valori di solidarietà e di onestà, in cambio di un riconoscimento degli interessi personali, di prebende discutibili; di carriere feroci fatte su meriti inesistenti”; un Paese in cui “se ti va bene, comincerai guadagnando un decimo di un portaborse qualunque; un centesimo di una velina o di un tronista; forse poco più di un millesimo di un grande manager che ha all’attivo disavventure e fallimenti che non pagherà mai.”

Per queste valide ragioni, seppur “col cuore che soffre più che mai”, Pier Luigi Celli sente di consigliare al figlio di prendere “la strada dell’estero”, scegliendo di andare “dove ha ancora un valore la lealtà, il rispetto, il riconoscimento del merito e dei risultati”, un luogo in cui possa vivere “senza chiederti, ad esempio, se quello che dici o scrivi può disturbare qualcuno di questi mediocri che contano, col rischio di essere messo nel mirino, magari subdolamente, e trovarti emarginato senza capire perché.”

Caro Pier Luigi, ho letto con apprensione la sua lettera pubblicata su Repubblica per almeno tre ragioni: ho condiviso quello che ha scritto (anche se non del tutto e soprattutto non dal suo pulpito), ho immaginato la sua sofferenza come fosse quella di mio padre (che non è Direttore della Luiss), sono uno dei tanti emigrati all’estero.

Nonostante ciò – se mi è concesso – credo che lei abbia dimenticato di dire una cosa importante: dove lo manda suo figlio? Qual è questo luogo, che a me sembra più vicino alla fantascienza che alla realtà, in cui “ha ancora un valore la lealtà, il rispetto, il riconoscimento del merito e dei risultati”?

La mia non è una critica, nè vuole essere uno sfogo del più basso pessimismo disfattista. Le parlo, però, come un figlio e come un emigrato che fino ad ora ha vissuto a New York, a Londra e che ora vive a Madrid. E le assicuro che, come si suol dire, “ogni mondo è Paese”.

Se ho ragione io, il suo consiglio sembra suggerire di andarsi a cercare “il meno peggio”, una rinuncia di una parte di se stessi per “un riconoscimento personale”, una soluzione “fortemente individualista”, che sono poi gli stessi atteggiamenti che a suo avviso hanno fatto fallire il progetto di un’Italia migliore. Se invece – come spero – ho torto, la prego di dirmi un luogo dove poter vivere tranquillo, senza svegliarmi al mattino chiedendomi chi sarà il prossimo a fregarmi, chi sarà colui che oggi approfitterà di me, chi sarà l’ennesimo arrampicatore che mi userà come uno scalino. O, ancora peggio, chi sarà oggi la mia vittima, prima che io sia la sua.

Caro Pier Luigi, non ha fallito solo lei e gli altri padri che non sono riusciti ad evitare questa Italia. Hanno fallito tutti. E ciò che è peggio è che continuiamo a fallire tutti: perseveriamo in una vita ogni giorno più vicina al paradosso, impotenti (o indolenti?) di fronte al più grande equivoco della Storia che sono i nostri valori “moderni” (vedi Copertina del suo “Manuale”) che inspiegabilmente continuiamo a conservare e a difendere, come fossimo tutti affetti da una terribile sindrome di Stoccolma.

Come lei stesso ha suggerito a suo figlio, anche io mi preparo comunque a soffrire. Spero solo che sia per qualcosa di diverso da quello per cui ha sofferto lei.


Le mani sulla città (Francesco Rosi, 1963)

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IL PRESENTE FILMATO E’ DA INTENDERSI A SCOPO EDUCATIVO E SENZA FINI DI LUCRO.

 


Nel 1963 uscì nelle sale cinematografiche italiane Le mani sulla città, uno dei migliori frutti della regia di Francesco Rosi e emblema del realismo cinematografico dell’Italia di quegli anni.

Al Governo c’era la DC e alla poltrona della Presidenza del Consiglio dei Ministri si alternarono Fanfani, Leone e Moro. Negli stessi anni nascevano le prime grandi imprese private di sviluppo edilizio e urbano che causeranno la prima grande bolla immobiliare degli anni ’80.

Girata quasi interamente con attori non professionisti (per la parte del consigliere dell’opposizione De Vita, Rosi utilizzo un deputato del PCI: Carlo Fermariello) ad eccezione di Rod Steiger e pochi altri, la pellicola inizia con una didascalia che recita: «I personaggi e i fatti sono immaginari, ma autentica è la realtà che li produce» e rappresenta la trasposizione cinematografica della denuncia alla speculazione edilizia che a partire dal dopoguerra afflisse l’intera penisola, e che in quegli anni di boom economico si acutizzo in gestioni e politiche spietate ed al di là del rispetto delle leggi. A soli 17 anni di vita, l’adolescente Repubblica Italiana aveva già problemi di questa portata che la affliggevano e che, a distanza di 46 anni, nell’epoca dei sub-prime, della bolla immobiliare, dei condoni edilizi e delle città distrutte dai terremoti, ancora la affliggono, contribuendo tristemente a mantenere intatta l’attualità e la gravità della pellicola di Rosi.

Tutto ha inizio con la morte di diverse persone causata dal crollo di un edificio nel vicolo di una città che, nonostante non venga nominata esplicitamente nel film con l’intento di rappresentare una qualsiasi città italiana, risulterà essere Napoli. Eduardo Nottola (magistralmente interpretato da Rod Steiger) è uno spregiudicato costruttore edilizio e consigliere comunale della città, assolutamente a suo agio nella condizione di conflitto d’interessi che il suo doppio ruolo gli impone e che gli consente di gestire il piano di sviluppo urbano secondo le esigenze della sua impresa. Il consigliere comunale dell’opposizione, De Vita, denuncia pubblicamente il conflitto di interessi di Nottola, il quale non si lascia intimorire e riesce a respingere le accuse attraverso strategie politiche e collusive che gli permettarenno di conservare entrambe le sue posizioni.

Nonostante la pellicola conservi ancora tutto il suo coraggio e l’attualità della sua denuncia, il suo bilancio ad oggi è negativo: i cosiddetti “palazzinari”, a quasi 50 anni di distanza, sono diventati Presidenti del Consiglio, propietari di emittenti televisive, editori di giornali e riviste, investitori finanziari e uomini di potere, mentre il terremoto dell’irpinia degli anni ’80 e quello dell’Aquila di più recente memoria fa sorgere alcuni dubbi sulle loro “professionalità” e rispetto delle regole.

Mi chiedo, però, se sia colpa della pellicola o di chi l’ha vista con una benda sugli occhi.