Intervento audio di Antonio Tabucchi su MicroMega.
“Un’altra legge vergogna. Ritengo responsabile in prima persona Giorgio Napolitano. Per gli esegeti del regime non poteva non firmare. Invece poteva, bastava che volesse. Le leggi razziali nel ’38 non le firmò Mussolini, ma Vittorio Emanuele III. Nelle vere democrazie l’operato del Presidente della Repubblica è sottoposto alle giuste critiche dell’opinione pubblica, ma in Italia non si può, è lesa maestà. Napolitano, questa volta in maniera flagrante, ha rotto i patti con gli italiani. Oggi, con questa legge illegale e totalitaria, quando ci dice che, fra le regole della legge e il dover impedire ai cittadini di votare una lista, lui sceglie di rompere le regole perchè sono una forma, ebbene io rispondo che tutte le leggi che abbiamo sono una forma, anche la Costitituzione è una forma perche è fatta di regole. E se si rompono le regole della Costituzione si rompe la Costituzione. In questo momento storico Napolitano non è garante della mia Costituzione, mi pare si sia fatto garante di Berlusconi. Se Napolitano non capisce che deve prima di tutto difendere la Costituzione con le sue forme, nessuno lo obbliga a stare al Quirinale: è un dovere e questo dovere richiede molta, molta attenzione, perchè ormai in Italia la Costituzione è stata divorata”.
Dalla newsletter de La Gru – Portale di Poesia e Realtà mi giunge la notizia della “versione definitiva dell’e-book “Calpestare l’oblio”, cento poeti italiani contro la rimozione della memoria repubblicana, della cultura e della poesia nella società dello spettacolo italiana”, scaricabile dal sito e di cui già ebbi modo di parlare tempo fa su questo blog. Lo ripropongo nella sua nuova veste grafica ed arricchio di molti nuovi testi. Qui sotto, la prefazione di Davide Nota, il giovane poeta marchigiano da cui è originata questa bella iniziativa.
(Breve premessa alla Nuova Versione, di Davide Nota)
Il libro che state per leggere non è un’antologia poetica. Calpestare l’oblio, settenario rapito dal raro inedito di Roberto Roversi, è stata un’operazione politica organizzata da poeti. La partecipazione è stata libera (e nelle forme della democrazia partecipativa, come ha pubblicamente notato Enrico Piergallini durante l’assemblea romana dell’8 gennaio) e dunque aperta a tutti, senza filtri di curatela. Vale a dire che troverete in rigoroso ordine alfabetico autori già conosciuti al pubblico della poesia (la maggior parte) ed altri invece esordienti, taluni anche alla prima prova pubblica.
Il dubbio che alcuni commentatori da destra hanno posto riguarda la validità dei testi raccolti. Alcuni di essi potranno forse essere considerati non riusciti, o retorici? (se la poesia serve la parola, e cioè la sconveniente sincerità dell’atto, la retorica si serve delle parole, e cioè dell’artificio demagogico). Io credo che si stia mancando il bersaglio, perché non è questo qui ed ora che ci interessa; né tantomeno stilare un’arbitraria lista dei testi e degli autori che a nostro avviso rimarranno. Spetti al singolo lettore o al critico di domani questo genere di valutazione e selezione. Si tenga però presente che Calpestare l’oblio è stato, prima d’ogni altra cosa, un grande ed umanissimo convivio, un’assemblea della poesia rimossa dalla società italiana, eppure viva e vegeta, palpitante, al di là del muro di Berlino della comunicazione di massa.
L’anomalia di questa iniziativa non è passata inosservata, se da un e-book pensato e nato dalla periferia del web (il sito de «La Gru») e della geografia reale (il confine tra le Marche e l’Abruzzo) la rivolta dei poeti italiani è rimbalzata dalla Rete alle pagine dei più importanti giornali nazionali, a partire da «Micromega» e «L’Unità» (grazie alla sensibilità di un giornalista “anomalo” in quanto poeta quale Pietro Spataro) per poi svilupparsi in forma di dibattito sulle pagine de «Il Giornale», «Il Corriere della Sera», «Libero», «Il Foglio», «Gli altri», «Il manifesto», «Left», «Radio24», «Radio3», «RedTv», «Carmilla», «Nazione indiana» e molti altri portali e giornali. Camminando nella nebbia dell’indifferenza mediatica questa voce collettiva è riuscita a fare finalmente un po’ di luce attorno ai temi della “questione culturale” in Italia e della “questione poetica” all’interno del mondo della cultura italiana.
Abbiamo detto che il Trentennio (1978-2009) dell’egemonia della comunicazione televisiva via etere e cioè del fenomeno berlusconiano è in crisi e che dalle crepe di questa crisi la cultura rimossa dalla società italiana può tornare a parlare, dando anche il proprio contributo allo sviluppo di una nuova idea di media, amico della parola e non dell’oblio.
Abbiamo detto che l’Ideologia della separazione delle discipline, dei linguaggi e dei fenomeni è percepita come un’ideologia stagnante e superata, che da poeti e scrittori contestiamo come si contesta un peso arbitrario di cui si è assunta una certa consapevolezza (e con essa il fenomeno speculare alla rimozione, e cioè la “sindrome di Stoccolma” della critica letteraria che si è pensata autonoma nel rifiuto formalista di ogni relazione extraletteraria).
Abbiamo chiesto che le strutture, i giornali, i media, le associazioni politiche e culturali che si danno come valore costitutivo la critica di tale ideologia aprano spazi di dibattito sui temi della questione culturale in Italia ed anche su quelli della questione più specifica della poesia, che è l’arte più ferita ed umiliata dal trentennio della Interruzione culturale.
Questo spontaneo coro critico ha dimostrato soprattutto che la poesia italiana esiste e resiste, che non è un’area morta dei linguaggi né un formulario alchemico destinato ai pochi iniziati all’analisi delle figure retoriche o della prosodia e metrica. Anzi! La poesia è l’arte di plasmare immagini contratte di parola e suono, e forse proprio un linguaggio espressivo e condensato come quello poetico potrebbe paradossalmente risultare tra i più affini al formato della comunicazione post-moderna, che si basa sulla narrazione sintetica e sentimentale.Se solo qualcuno osasse, pur nel degrado della televisione più imbecille d’Europa, sperimentare ed innovare, uscire dalla cappa dello scetticismo e dello «spleen d’Italie» (definizione di Gianni D’Elia, dai Riscritti corsari).
Sarà al lettore possibile, con una veloce ricerca su Google, trovare più approfonditi dettagli sul dibattito che ha seguito la prima pubblicazione di questo e-book, che ora riconsegniamo ai flussi della Rete in una versione aggiornata a cento poeti, grazie anche al prezioso contributo della rivista «Argo», nelle persone del poeta Fabio Orecchini e dello studioso Valerio Cuccaroni, e degli amici poeti ed organizzatori Enrico Cerquiglini e Lucilio Santoni.
Aggiungo che questa raccolta di poesie è, come vedrete, del tutto eterogenea negli stili e nei contenuti: si va dall’intervento civile alla meditazione metafisica sul tema della memoria, dal poemetto espressionista alla radiografia post-human della mutazione antropologica, così come formalmente si passa dal metro tradizionale alla prosa ritmata, o dal genere lirico allo sperimentalismo narrativo. Ed anche questo è un bel segno, che dimostra come la disgregazione della cultura critica e poetica in scuole di stile autonome e non comunicanti sia del tutto datata e non più rispondente alle necessità della storia in atto.
Continuiamo, cari amici, questa rete di discussione, di relazione e progetto comune, e assieme all’oblio della comunicazione calpestiamo anche le diffidenze di gruppo, di rivista o regione. Che la polifonia delle idee rimetta in moto una grande officina del pensiero critico e letterario in Italia, contro ogni rimozione, contro ogni oblio; per il dialogo e la poesia che saranno.
Berluscolandia è un meraviglioso Regno di Eurolandia. Con un po’ di fantasia, lo si potrebbe immaginare come una donna nuda (e non a caso nuda) che corre scalza in una pozzanghera, con la chioma mossa dal vento, mentre gioca con una pallina e una barchetta. La pozzanghera si chiama Mare Mediterraneo ed è un po’ più grande e più profondo di una pozzanghera, anche se è sporco uguale. La chioma al vento della fanciulla sono i confini frastagliati delle Alpi. La pallina e la barchetta sono due pezzetti di terra staccatisi moltissimo tempo fa dal resto della penisola e che si chiamano Mafiolandia e Viplandia.
La capitale di Berluscolandia è Arcore, un piccolo villaggio situato a Nord del Regno, la cui superficie è quasi totalmente occupata dalla gigantesca residenza ufficiale dell’Imperatore, Villa Casati-Stampa, una meravigliosa struttura rinascimentale di enorme valore patrimoniale, acqustata dall’Imperatore per soli 500 milioni di lire (l’antica moneta del Regno) attraverso meccanismi non proprio insindacabili.
Nonostante Villa Casati-Stampa sia la residenza ufficiale del Regno e si trovi nella sua Capitale, è a tutti nota la preferenza dell’Imperatore per la sua residenza estiva, Villa La Certosa, a cui Egli dedica tutte le maggiori attenzioni e in cui è stato costruito anche il mausoleo all’interno del quale l’Imperatore otterrà degna sepoltura, assieme ai suoi più fedeli vassalli, quando il tempo lo richiederà. Tale residenza estiva assieme a tutti gli altri possedimenti terrieri e immobiliari dell’Imperatore in questa regione del regno raggiungono le dimensioni del doppio di Città del Vaticano o la metà del Principato di Monaco, un Regno confinante dove molti abitanti di Berluscolandia hanno scelto di spostare la loro residenza per questioni fiscali.
Il Regno di Berluscolandia è una democratura, come la definirebbe Max Liniger-Goumaz, ovvero una dittatura con le vesti di una democrazia. Infatti, a Berluscolandia, nonostante chi decide è sempre lo stesso gruppo di potere, tutto sembra svolgersi secondo le regole di qualsiasi buona democrazia: c’è la Repubblica ed il suo Presidente, la cui unica funzione è firmare le leggi proposte dalle camere altrimenti è incostituzionale; c’è il suffragio universale, dove tutti possono votare anche se sprovvisti degli strumenti necessari della conoscenza per un voto consapevole; c’è libertà di informazione ed espressione, anche se qualche giornalista è stato epurato, la maggior parte dei mezzi di informazione appartengono all’Imperatore e in molte città non ci si può riunire in più di tre in un parco dopo le nove di sera; c’è una costituzione, anche se è stata cambiata e cercano di cambiarla ad ogni riunione parlamentare e se non la cambiano è uguale perché tanto non ne rispettano i principi; ci sono vari partiti politici di diversi orientamenti, anche se tutti dicono le stesse cose con le stesse parole e spesso le discussioni parlamentari consistono in liti bipartisan su chi ha detto per primo cosa e in fin dei conti sono sempre tutti d’accordo.
Questa è, molto sommariamente, Berluscolandia: il Regno in cui vivo e di cui vi racconterò, a partire da oggi, tutte le avventure.
Nota: I racconti di questa rubrica sono una interpretazione assolutamente personale in chiave ironico-critica di fatti reali. Per quanto possibile, cercherò di asegnare a tutte le affermazioni che riporterò i link delle fonti ufficiali delle stesse. La vignetta è di quel genio malefico di Natangelo.
L’analisi di De Magistris sulle condizioni della Repubblica Italiota ha rivelato una lucidità “magistrale”, quella che ci si aspetterebbe da chiunque abbia avuto modo di conoscere da vicino (e dall’interno) il “sistema” di intrecci e inciuci che caratterizza particolarmente lo Stivale. La conclusione a cui l’ex magistrato è giunto è che l’Italia, per interrompere il circolo vizioso che la imbriglia e la tiene perennemente sotto scacco, ha bisogno di affrontare principalmente due questioni: quella morale e quella culturale.
Nulla da obiettare, ovviamente, sulle affermazioni dell’europarlamentare, le quali non possono che essere condivise. Parole che – come qualcuno ricorderà – furono pronunciate anni or sono dal politico che per primo si accorse dell’importanza di affrontare tali questioni, sottoponendole ai suoi colleghi, ai suoi avversari e all’opinione pubblica di allora: Enrico Berlinguer. Nel 1981, 25 anni primadi De Magistris e 10 anni prima di Tangentopoli, Enrico Berlinguer affermava che
“la questione morale esiste da tempo, ma ormai essa è diventata la questione politica prima ed essenziale perché dalla sua soluzione dipende la ripresa di fiducia nelle istituzioni, la effettiva governabilità del paese e la tenuta del regime democratico.”
Come feci notare al Dottor De Magistris, a denunciare la bizzarra corresponsione tra controllore e controllato, la presenza di interessi privati nella gestione della cosa pubblica ancor prima di De Magistris stesso e di Berlinguer, fu Francesco Rosi. Le mani sulla città è un film datato 1963, e non so se sia più sconvolgente il fatto che il sistema politico italiota di oggi esisteva già 40 anni fa, o il fatto che a soli 10 anni di vita la Repubblica Italiana puzzava di marcio, già preda di quel mercimonio in cui oggi sguazza istituzionalmente. Per spiegarsi come questo sia stato possibile, bisognerebbe andare indietro negli anni e cercare le risposte nella Storia, magari scoprendo che tutto iniziò con la “liberazione” e lo sbarco in Sicilia degli “alleati”. Ma non è questo il momento e il luogo per affrontare un discorso che richiederebbe più di qualche pagina scritta in un blog.
A De Magistris feci anche notare come la situazione Italiana somigli molto ad un contrappasso dantesco: come può accadere che la Nazione con la migliore Costituzione al mondo sia, al tempo stesso, quella il cui Parlamento detenga il primato del numero maggiore di rappresentanti di se stessi anziché del popolo, porti il baluardo della connivenza di legalità ed illegalità rispetto a tutto l’Occidente e possieda la classe politica della peggior specie? Una delle due non è vera. La sua risposta è stata: “la storia – come le leggi – è fatta dagli uomini. Per questo è importante concentrarsi sulle questioni morale e culturale”. Insomma, la Costituzione Italiana, come si direbbe dalle sue parti (ma anche dalle mie), “è bell’ ma nun abball’”. Si possono avere i colori migliori senza per questo essere in grado di dipingere un’opera d’arte. Ed è vero. Tralasciando, quindi, qualsiasi discorso di filosofia del diritto, non resta che condividere il principio secondo cui ottimi strumenti sono condizione necessaria ma non sufficiente per il raggiungimento di ottimi risultati e che, dunque, rimane la necessità di istruire, parafrasando l’Onorevole (?) Ghedini, “gli utilizzatori finali”di tali strumenti perché siano in grado di ricavare da questi il meglio.
Dunque, questione morale e culturale: due rami che germogliano da uno stesso ceppo, e per questo motivo da trattare necessariamente in maniera congiunta, tenendo bene a mente che l’uno influenza l’altro. Per risolvere la questione morale, De Magistris propone un riciclo dell’attuale classe dirigente con una nuova che condivida e soprattutto rispetti e si impegni nel far rispettare quelli che sono i principi fondamentali su cui si basa qualsiasi Stato a cui stiano a cuore i cittadini che ne abitano i territori. Più facile a dirsi che a farsi, visto che bisogna tenere in considerazione che in un sistema dove l’economia ha il primato sulla politica e in cui quest’ultima è al servizio della prima, in un contesto in cui la forza economica di pochi tiene sotto scacco i più che vogliono sopravvivere ed elimina facilmente chi a certe regole si oppone, in un clima ricattatorio di compromessi e scambi, semmai si riuscisse a trovare qualcuno disposto a lavorare il doppio rischiando il triplo sarebbe già un miracolo. Aspettarsi che tenga nel tempo e non rischi di cedere il passo alla corruttibilità credo sia utopico. Non credo, affermando questo, di essere pessimista o disfattista. Ritengo, invece, di essere piuttosto realista. Parliamoci chiaro: nessun imprenditore andrebbe ad investire i suoi soldi in un posto in cui ha la certezza quasi matematica di non ottenere alcun profitto, a meno che non “scenda a patti”. Parlare di costruzione di una nuova classe dirigente nelle condizioni attuali equivale a voler curare un cancro con l’aspirina. Così come un’ottima costituzione non è sufficiente, da sola, a fare in modo che una comunità agisca entro i limiti da essa prescritti, così un’ottima classe dirigente è destinata a fallire quando cerchi di fare imprenditoria in un contesto “ostile”. Come risolvere il problema? Dove cercare l’uscita di questo cerchio che sembra definitivamente chiuso? Come risolvere la connivenza di legalità e illegalità, avvantaggiata spesso dal disinteresse o dal troppo interesse dei cittadini?
Eccoci dunque alla questione culturale. Jimmy Malone, il poliziotto irlandese degli Untouchables interpretato da Sean Connery, dice:
“Quando hai paura di incappare in una mela marcia, non devi prenderla dal cesto, coglila dall’albero.”
Una perla di saggezza. Perché marci non si nasce, si diventa. E qual è l’albero delle mele acerbe di un qualsiasi Stato, compreso il nostro? La scuola.
Fintanto che i germogli di una società vengono cresciuti nella marcescenza edulcorata che emana dalle aule delle nostre scuole dell’obbligo, fino a quando la Mondadori avrà il monopolio dei libri scolastici, fino a quando ai nostri studenti di Scienze Politiche verrà offerta una conoscenza a crediti e per sommi capi, fino a quando ai nostri studenti di Economia e Ingegneria verrà offerta una cultura di sistema autoreferenziale, fino a che si continuerà a depredare il senso critico delle menti del “futuro della società”, annichilendole per trasformarle in macchine riproduttrici dello status quo, non ci saranno De Magistris, informazione libera, comitati popolari, democrazia dal basso e liste civiche che potranno a tenere il confronto.
Se mai un giorno dovesse capitarmi di ascoltare la retorica politichese dei paroloni, che accende gli animi e fa annuire le teste ,dedicata per i tre quarti del discorso all’importanza dell’istruzione anziché all’indottrinamento di una moltitudine di padiglioni auricolari a cui si dice chi sono i buoni e chi sono i cattivi, quel giorno potrei anche ricominciare ad avere fiducia nella politica e nel voto. Potrei anche pensare che chi sta parlando ha davvero voglia di cambiare lo Stato (Italia) delle cose (Italiani). Resto in attesa di quel giorno. Nel frattempo, un grosso in bocca al lupo a De Magistris, sperando sia la volta buona.