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Accade a Berluscolandia – Intro

Berluscolandia è un meraviglioso Regno di Eurolandia. Con un po’ di fantasia, lo si potrebbe immaginare come una donna nuda (e non a caso nuda) che corre scalza in una pozzanghera, con la chioma mossa dal vento, mentre gioca con una pallina e una barchetta. La pozzanghera si chiama Mare Mediterraneo ed è un po’ più grande e più profondo di una pozzanghera, anche se è sporco uguale. La chioma al vento della fanciulla sono i confini frastagliati delle Alpi. La pallina e la barchetta sono due pezzetti di terra staccatisi moltissimo tempo fa dal resto della penisola e che si chiamano Mafiolandia e Viplandia.

La capitale di Berluscolandia è Arcore, un piccolo villaggio situato a Nord del Regno, la cui superficie è quasi totalmente occupata dalla gigantesca residenza ufficiale dell’Imperatore, Villa Casati-Stampa, una meravigliosa struttura rinascimentale di enorme valore patrimoniale, acqustata dall’Imperatore per soli 500 milioni di lire (l’antica moneta del Regno) attraverso meccanismi non proprio insindacabili.

Nonostante Villa Casati-Stampa sia la residenza ufficiale del Regno e si trovi nella sua Capitale, è a tutti nota la preferenza dell’Imperatore per la sua residenza estiva, Villa La Certosa, a cui Egli dedica tutte le maggiori attenzioni e in cui è stato costruito anche il mausoleo all’interno del quale l’Imperatore otterrà degna sepoltura, assieme ai suoi più fedeli vassalli, quando il tempo lo richiederà. Tale residenza estiva assieme a tutti gli altri possedimenti terrieri e immobiliari dell’Imperatore in questa regione del regno raggiungono le dimensioni del doppio di Città del Vaticano o la metà del Principato di Monaco, un Regno confinante dove molti abitanti di Berluscolandia hanno scelto di spostare la loro residenza per questioni fiscali.

Il Regno di Berluscolandia è una democratura, come la definirebbe Max Liniger-Goumaz, ovvero una dittatura con le vesti di una democrazia. Infatti, a Berluscolandia, nonostante chi decide è sempre lo stesso gruppo di potere, tutto sembra svolgersi secondo le regole di qualsiasi buona democrazia: c’è la Repubblica ed il suo Presidente, la cui unica funzione è firmare le leggi proposte dalle camere altrimenti è incostituzionale; c’è il suffragio universale, dove tutti possono votare anche se sprovvisti degli strumenti necessari della conoscenza per un voto consapevole; c’è libertà di informazione ed espressione, anche se qualche giornalista è stato epurato, la maggior parte dei mezzi di informazione appartengono all’Imperatore e in molte città non ci si può riunire in più di tre in un parco dopo le nove di sera; c’è una costituzione, anche se è stata cambiata e cercano di cambiarla ad ogni riunione parlamentare e se non la cambiano è uguale perché tanto non ne rispettano i principi; ci sono vari partiti politici di diversi orientamenti, anche se tutti dicono le stesse cose con le stesse parole e spesso le discussioni parlamentari consistono in liti bipartisan su chi ha detto per primo cosa e in fin dei conti sono sempre tutti d’accordo.

Questa è, molto sommariamente, Berluscolandia: il Regno in cui vivo e di cui vi racconterò, a partire da oggi, tutte le avventure.


Nota: I racconti di questa rubrica sono una interpretazione assolutamente personale in chiave ironico-critica di fatti reali. Per quanto possibile, cercherò di asegnare a tutte le affermazioni che riporterò i link delle fonti ufficiali delle stesse. La vignetta è di quel genio malefico di Natangelo.



La Repubblica degli inciuci dello stato italiota: Luigi De Magistris incontra gli italiani a Londra.

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L’analisi di De Magistris sulle condizioni della Repubblica Italiota ha rivelato una lucidità “magistrale”, quella che ci si aspetterebbe da chiunque abbia avuto modo di conoscere da vicino (e dall’interno) il “sistema” di intrecci e inciuci che caratterizza particolarmente lo Stivale. La conclusione a cui l’ex magistrato è giunto è che l’Italia, per interrompere il circolo vizioso che la imbriglia e la tiene perennemente sotto scacco, ha bisogno di affrontare principalmente due questioni: quella morale e quella culturale.


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Nulla da obiettare, ovviamente, sulle affermazioni dell’europarlamentare, le quali non possono che essere condivise. Parole che – come qualcuno ricorderà – furono pronunciate anni or sono dal politico che per primo si accorse dell’importanza di affrontare tali questioni, sottoponendole ai suoi colleghi, ai suoi avversari e all’opinione pubblica di allora: Enrico Berlinguer. Nel 1981, 25 anni prima di De Magistris e 10 anni prima di Tangentopoli, Enrico Berlinguer affermava che

 

“la questione morale esiste da tempo, ma ormai essa è diventata la questione politica prima ed essenziale perché dalla sua soluzione dipende la ripresa di fiducia nelle istituzioni, la effettiva governabilità del paese e la tenuta del regime democratico.


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Come feci notare al Dottor De Magistris, a denunciare la bizzarra corresponsione tra controllore e controllato, la presenza di interessi privati nella gestione della cosa pubblica ancor prima di De Magistris stesso e di Berlinguer, fu Francesco Rosi. Le mani sulla città è un film datato 1963, e non so se sia più sconvolgente il fatto che il sistema politico italiota di oggi esisteva già 40 anni fa, o il fatto che a soli 10 anni di vita la Repubblica Italiana puzzava di marcio, già preda di quel mercimonio in cui oggi sguazza istituzionalmente. Per spiegarsi come questo sia stato possibile, bisognerebbe andare indietro negli anni e cercare le risposte nella Storia, magari scoprendo che tutto iniziò con la “liberazione” e lo sbarco in Sicilia degli “alleati”. Ma non è questo il momento e il luogo per affrontare un discorso che richiederebbe più di qualche pagina scritta in un blog.

 

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A De Magistris feci anche notare come la situazione Italiana somigli molto ad un contrappasso dantesco: come può accadere che la Nazione con la migliore Costituzione al mondo sia, al tempo stesso, quella il cui Parlamento detenga il primato del numero maggiore di rappresentanti di se stessi anziché del popolo, porti il baluardo della connivenza di legalità ed illegalità rispetto a tutto l’Occidente e possieda la classe politica della peggior specie? Una delle due non è vera. La sua risposta è stata: “la storia – come le leggi –  è fatta dagli uomini.  Per questo è importante concentrarsi sulle questioni morale e culturale”. Insomma, la Costituzione Italiana, come si direbbe dalle sue parti (ma anche dalle mie), “è bell’ ma nun abball’”. Si possono avere i colori migliori senza per questo essere in grado di dipingere un’opera d’arte. Ed è vero. Tralasciando, quindi, qualsiasi discorso di filosofia del diritto, non resta che condividere il principio secondo cui ottimi strumenti sono condizione necessaria ma non sufficiente per il raggiungimento di ottimi risultati e che, dunque, rimane la necessità di istruire, parafrasando l’Onorevole (?) Ghedini, “gli utilizzatori finali”di tali strumenti perché siano in grado di ricavare da questi il meglio.

 

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Luigi De Magistris - King's college of London 3Dunque, questione morale e culturale: due rami che germogliano da uno stesso ceppo, e per questo motivo da trattare necessariamente in maniera congiunta, tenendo bene a mente che l’uno influenza l’altro. Per risolvere la questione morale, De Magistris propone un riciclo dell’attuale classe dirigente con una nuova che condivida e soprattutto rispetti e si impegni nel far rispettare quelli che sono i principi fondamentali su cui si basa qualsiasi Stato a cui stiano a cuore i cittadini che ne abitano i territori. Più facile a dirsi che a farsi, visto che bisogna tenere in considerazione che in un sistema dove l’economia ha il primato sulla politica e in cui quest’ultima è al servizio della prima, in un contesto in cui la forza economica di pochi tiene sotto scacco i più che vogliono sopravvivere ed elimina facilmente chi a certe regole si oppone, in un clima ricattatorio di compromessi e scambi, semmai si riuscisse a trovare qualcuno disposto a lavorare il doppio rischiando il triplo sarebbe già un miracolo. Aspettarsi che tenga nel tempo e non rischi di cedere il passo alla corruttibilità credo sia utopico. Non credo, affermando questo, di essere pessimista o disfattista. Ritengo, invece, di essere piuttosto realista. Parliamoci chiaro: nessun imprenditore andrebbe ad investire i suoi soldi in un posto in cui ha la certezza quasi matematica di non ottenere alcun profitto, a meno che non “scenda a patti”. Parlare di costruzione di una nuova classe dirigente nelle condizioni attuali equivale a voler curare un cancro con l’aspirina. Così come un’ottima costituzione non è sufficiente, da sola, a fare in modo che una comunità agisca entro i limiti da essa prescritti, così un’ottima classe dirigente è destinata a fallire quando cerchi di fare imprenditoria in un contesto “ostile”. Come risolvere il problema? Dove cercare l’uscita di questo cerchio che sembra definitivamente chiuso? Come risolvere la connivenza di legalità e illegalità, avvantaggiata spesso dal disinteresse o dal troppo interesse dei cittadini?

Luigi De Magistris - King's college of London 1

Eccoci dunque alla questione culturale. Jimmy Malone, il poliziotto irlandese degli Untouchables interpretato da Sean Connery, dice:

 

“Quando hai paura di incappare in una mela marcia, non devi prenderla dal cesto, coglila dall’albero.”

 

Una perla di saggezza. Perché marci non si nasce, si diventa. E qual è l’albero delle mele acerbe di un qualsiasi Stato, compreso il nostro? La scuola.

Fintanto che i germogli di una società vengono cresciuti nella marcescenza edulcorata che emana dalle aule delle nostre scuole dell’obbligo, fino a quando la Mondadori avrà il monopolio dei libri scolastici, fino a quando ai nostri studenti di Scienze Politiche verrà offerta una conoscenza a crediti e per sommi capi, fino a quando ai nostri studenti di Economia e Ingegneria verrà offerta una cultura di sistema autoreferenziale, fino a che si continuerà a depredare il senso critico delle menti del “futuro della società”, annichilendole per trasformarle in macchine riproduttrici dello status quo, non ci saranno De Magistris, informazione libera, comitati popolari, democrazia dal basso e liste civiche che potranno a tenere il confronto.

 

Se mai un giorno dovesse capitarmi di ascoltare la retorica politichese dei paroloni, che accende gli animi e fa annuire le teste ,dedicata per i tre quarti del discorso all’importanza dell’istruzione anziché all’indottrinamento di una moltitudine di padiglioni auricolari a cui si dice chi sono i buoni e chi sono i cattivi, quel giorno potrei anche ricominciare ad avere fiducia nella politica e nel voto. Potrei anche pensare che chi sta parlando ha davvero voglia di cambiare lo Stato (Italia) delle cose (Italiani). Resto in attesa di quel giorno. Nel frattempo, un grosso in bocca al lupo a De Magistris, sperando sia la volta buona.

 

Informazione: tra qualità e accesso


Prendo spunto da quanto pensavo ieri, mentre pelavo le patate per la cena, e da una discussione aperta sul forum de La Voce del Ribelle, uno dei miei canali di informazione preferiti, per affrontare un tema tanto importante quanto delicato: l’informazione. Secondo quanto sancito dall’Articolo 21 della Costituzione Italiana:

tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure. […]”.

Non credo di essere in errore se affermo che quanto stabilito da questo articolo difende il diritto all’informazione in termini di espressione e non di acquisizione. Qualcuno potrebbe dire che, non essendoci nessuna legge o attività che possa impedire ad alcuno di informarsi attraverso qualsiasi mezzo, non vi sia la necessità di legiferare su un diritto implicitamente acquisito dalla nascita. Teoricamente tutto ciò corrisponde a verità. All’atto pratico un po’ meno.

Un sistema che si definisce democratico, per esser tale, non dovrebbe limitarsi a determinare e sancire i diritti degli appartenenti ad esso solo da un punto di vista legislativo. Un sistema davvero democratico dovrebbe preoccuparsi anche di mettere tutti nelle medesime condizioni di potersi avvalere di quegli stessi diritti per cui si è legiferato. In altre parole: una democrazia, oltre a garantire a tutti gli stessi diritti, dovrebbe fare in modo che tutti abbiano le stesse opportunità di accedervi. Fin qui, nulla di cui non si sia parlato già abbondantemente. Il problema dell’accesso è il “tallone di Achille” della democrazia, ed è una questione che investe tutti i campi su cui fino ad oggi si è legiferato. Trovo, però, che per quanto riguarda l’informazione ci siano alcune porte aperte.

Fatta questa premessa, torniamo indietro alla discussione del forum di cui parlavo prima e che mi aiuterà ad introdurre quello che è il mio pensiero a riguardo. L’utente G.M. (l’accesso al forum è gratuito ma riservato agli utenti registrati. Riporto parte dell’intervento qui sperando di non fare un torto) dice:

Comprare l’informazione. L’informazione “regalata” nel miglior dei casi è incompleta, più spesso gioca su paure e speranze per nascondere tragici tracolli economici che hanno effetto sulla nazione intera. Si rischia la vita per resistere a uno scippo che ci priverà di pochi euro e si ignora il debito pubblico che grava per migliaia di euro su ogni cittadino. Un furto di ben maggiore entità! L’informazione non solo deve essere veritiera, ma deve essere aggiornata, dettagliata e completa! Informazioni parziali sono fuorvianti. Non bisogna mai contentarsi di una sola fonte, si deve sempre sentire le altre. La giustizia uguale per tutti, la decrescita felice che sembrano risultati inaccessibili passano per un atto molto semplice che tutti possono compiere senza sforzo: comprare l’informazione! Siete d’accordo?”.

Alla domanda “siete d’accordo?” a me verrebbe da rispondere: si. Il problema però è che rispondendo si, questa diventerebbe una discussione autoreferenziale. Questo perché l’utente G.M., il sottoscritto e tutti gli altri partecipanti condividiamo con tutti gli stessi diritti, ma è solo con quelli come noi  che condividiamo l’accesso. Non tutti, infatti, hanno la possibilità che noi abbiamo di possedere un computer e saperlo usare, pagare una connessione ad internet e pagare l’informazione che leggiamo. Affermando quindi la necessità che si compri l’informazione, escludiamo tutti coloro che , per un motivo o per un altro, non possono farlo, e facciamo la stessa cosa che, teoricamente ed ideologicamente, combattiamo: una “lobby”. Il punto cruciale allora diventa: chi sarebbe disposto a fare una informazione veritiera, aggiornata, dettagliata e completa a titolo gratuito?

Ci sono tre risposte a queste domande. La prima è la più semplice: nessuno. L’accesso gratuito o esteso alla più grande porzione di massa dell’informazione fa si che quest’ultima diventi inevitabilmente di terzo livello, perché “infettata” da tanti altri interessi che di essa si servono, contribuendo allo stesso tempo ad aumentarne l’accesso. Lo stesso accade con la cultura di massa, l’istruzione di massa, la televisione pubblica e tutto ciò che cerca di aprirsi alla moltitudine. Questo perché ciò che mira a rivolgersi a tutti non può caratterizzarsi con una identità, altrimenti sarebbe una sola identità che si impone a tutti. Ma qualsiasi cosa che non possieda identità non è riconoscibile o diventa facilmente confondibile, in quanto non le si possono attribuire caratteristiche, aggettivi che la descrivano e la definiscano, ovvero: perde valore. Numerosi studi psico-sociologici hanno ampiamente dimostrato come una cosa di tutti paradossalmente non è di nessuno, in quanto nessuno se ne sente responsabile (il meccanismo è stato definito diffusione della responsabilità). Nessuno infatti si sente responsabile di qualcosa in cui non si riconosce. L’informazione di classe A diventa, quindi, un’informazione di nicchia che solo chi ne ha i mezzi può permettersi. E la qualità di questo tipo di informazione è direttamente proporzionale al suo costo ed inversamente proporzionale al numero di persone che ne hanno l’accesso. Il lato positivo dell’informazione di nicchia è che ogni differente nicchia ne ha una, ed ogni persona può scegliersi la nicchia a cui appartenere secondo i suoi principi e, non meno importante, le sue possibilità. Il lato negativo è che l’informazione di nicchia ha un elevato rischio di autoreferenzialità: quelli che appartengono ad una determinata nicchia “se la cantano e sa la suonano”, con il rischio di rimanere incastrati in un loop stesse azioni-stessi risultati che chiude le porte allo sviluppo ed all’evoluzione. In più c’è il rischio che tra le nicchie si instauri un rapporto di competizione, magari con regole ben poco chiare, che può portare alla supremazia di una nicchia sulle altre, più che per meriti pubblicamente riconosciuti, per possibilità d’accesso ad altri canali (politici, economici) per vie traverse.

La seconda risposta alla domanda prende come modello quello attuale e ci fantastica su. Supponiamo che in una Nazione esistano N giornali, dove N è un numero compreso tra 1 e infinito. Supponiamo che i direttori di tali giornali non guadagnino cifre esorbitanti e che i giornalisti abbiano uno stipendio simile ad un operaio della Magneti Marelli. Supponiamo anche che tanti altri costi vengano limitati e meglio gestiti e che tali testate siano in grado di sopravvivere con i “miseri” finanziamenti pubblici di qualche milione di euro. Supponiamo, infine, che tali giornali dispongano di appositi spazi pubblicitari da cui trarre ulteriori ingressi economici. Bene, avremmo una infinità di giornali, liberi di esprimersi come meglio credono e accessibili a tutti gratuitamente. Le spese del giornale verrebbero sostenute dai finanziamenti pubblici e da quelli pubblicitari, rispettando così il principio secondo il quale l’accesso di un servizio a coloro che non possono permetterselo viene garantito da coloro che ne hanno la possibilità. E chi sono coloro che ne hanno la possibilità? Quelli che pagano più tasse, foraggiando il finanziamento pubblico, e quelli che comprano la Mercedes, foraggiando le risorse economiche dell’azienda che sul giornale pubblicizza. In questo modo più un giornale viene letto ed ottiene consensi pubblici, più le compagnie tenderanno ad investire le loro risorse economiche destinate al marketing in quella testata piuttosto che nelle altre. Le altre, nel caso in cui non riescano a trovare ulteriori fonti di finanziamento, muoiono. Sembra meraviglioso, a parte il fatto che non credo che l’Agip,ad esempio, investirebbe denaro per fare pubblicità sul giornale di Fini e Lo Monaco. Né, tantomeno, Fini e Lo Monaco si lascerebbero finanziare da denaro proveniente dall’Agip. Inutile a questo punto dire quali sono le testate che hanno vita facile, e quali quelle che devono lavorare il doppio.

La terza risposta è: internet. Mi ricordo, quando avevo dieci anni l’enciclopedia più completa e desiderabile che si potesse avere era la Treccani. Quando la chiesi a mia madre, mi disse che costava troppo e che le mie ricerche per le tesine dell’esame di quinta elementare le potevo fare in biblioteca. Oggi, mio cugino di otto anni quando cerca qualcosa lo fa su Google ed usa perfettamente Wikipedia. Internet ha aperto le porte a ciò che in rete è conosciuto come sharing (condivisione), il padre del Peer-to-Peer (scambio alla pari) e dell’Open Source (Risorse Aperte). Ci sono infiniti canali informativi tutti assolutamente gratuiti a cui chiunque, in possesso di una connessione internet, può accedere ed utilizzare come meglio crede. Il limite dell’accesso ad una connessione internet è risolvibile semplicemente ispirandosi a Paesi socialmente molto più avanzati di noi (come la Svezia, dove internet arriva a tutti “gratuitamente”). Il  limite di chi costruirebbe informazione e conoscenza a titolo gratuito, nel caso di internet, è meno importante, in quanto anche la responsabilità di costruire informazione e conoscenza è in sharing e non grava solo su poche persone. Qualsiasi cosa che venga prodotta per altri fini può essere messa in rete a disposizione di chiunque se ne voglia servire, a partire dal significato di una parola ai template per una presentazione in PowerPoint, da una lezione di storia d’Italia ad un piano di marketing.

A questo si aggiunge un ulteriore fenomeno che sta prendendo piede nella Rete: il cosiddetto cloud computing. Fondamentalmente, ed in termini poco tecnici, il cloud computing fa sì che il proprio computer personale, o una rete di computer di un’azienda, sia solo un mezzo per accedere alla Rete. Quest’ultima, invece, si sta popolando di compagnie che offrono un servizio detto SaaS (Software as a Service), ovvero tutto quello che ora c’è nei PC sulle nostre scrivanie può essere trasferito in questi “contenitori virtuali” a cui si ha accesso tramite internet e su cui si può lavorare on line. Tutto questo avviene privatamente, con accesso tramite password e rispetto della privacy. Ciò non toglie la possibilità che gli stessi meccanismi possano essere applicati a livello pubblico. Quindi, sempre fantasticando, si potrebbe immaginare un enorme server contenente tutti i dati che gli utenti intendono condividere (cosa che a tutti gli effetti esiste già, che è internet in sé, solo non sistematizzata). La domanda, a questo punto potrebbe essere: la qualità di una informazione offerta da una persona che condivide semplicemente una sua conoscenza ha la stessa qualità di quella offerta da un’altra che dell’informazione fa il suo mestiere? La risposta è: sicuramente no.

Chi, per mestiere, informa la gente dedica la maggior parte del suo tempo a questo. Se lo facesse gratis non avrebbe di che vivere. Come fare in modo, dunque, che l’informazione sia accessibile a tutti gratuitamente e che chi guadagna facendo informazione abbia un ingresso economico? Io vedo due soluzioni, che potrebbero essere prese in considerazione entrambe allo stesso tempo o singolarmente. La prima è estendere l’accesso ad internet a tutti, come servizio pubblico finanziato dal pagamento delle imposte regolato dagli stessi principi che prevedono che l’ammontare delle imposte sia proporzionato al reddito del cittadino, così da coprire anche coloro i quali non hanno le necessarie risorse. Le testate giornalistiche continuerebbero ad usufruire dei finanziamenti pubblici e, spostandosi sulla Rete, avrebbero meno spese di gestione. La seconda soluzione è ciò che nel Web anglofono è conosciuta con il nome di micropayments, un sistema di rapporto servizio-utente che, oltre ad essere dovuto all’abbassamento delle tariffe grazie all’estensione del servizio ad un numero maggiore di clienti, contempla anche la “donazione” spontanea di coloro i quali hanno a cuore la vita del servizio di cui si servono. Il lato positivo di tutto questo è che, come già detto, l’apertura ad un bacino più ampio di utenti di un servizio rende lo stesso meno costoso, ergo più accessibile. Inoltre, la Rete garantirebbe, senza ombra di dubbio, la pluralità dell’informazione.

Il vecchio detto “non è tutto oro quello che luccica” , però, è purtroppo sempre vero. I problemi che da un sistema di questo tipo potrebbero sorgere sono enormi, almeno quanto le opportunità ed i vantaggi che offre. La prima cosa che mi viene in mente, ma non la più importante, è cosa comporterebbe una eventuale deficienza tecnica (sistema in tilt) o logistica (quanto spazio necessita un server con il mondo dentro?). Un ulteriore problema si pone se si considerano i contenuti di ciò che nella Rete si immette: un altro fenomeno molto studiato dagli “investigatori dell’uomo” è stata l’autorità della fonte. Chi mi dice che chi pubblica in una rete così complessa non stia inserendo informazioni false o distorte? Chi mi assicura che la fonte da cui sto traendo informazioni sia attendibile e non ricavi le conoscenze che mi offre da un discorso sentito al bar? E poi, come gli studi matematici sulle reti neurali ci insegnano, le Reti, non avendo un punto di partenza ed uno di arrivo in quanto tali, sono autopoietiche. Come si controlla una cosa così grande, che cresce esponenzialmente in maniera autonoma? Ed inoltre, sarebbe poi giusto controllarla? E in che modo?

Chiudo con un ultimo quesito, relativo all’ordine sociale: in una condizione come quella descritta, è lecito aspettarsi un’occupazione militare degli uffici di Google piuttosto che di un Parlamento in caso di sovversione?


Prendo spunto da quanto pensavo ieri, mentre pelavo le patate per la cena, e da una discussione aperta sul forum de La Voce del Ribelle, uno dei miei canali di informazione preferiti, per affrontare un tema tanto importante quanto delicato: l’informazione. Secondo quanto sancito dall’Articolo 21 della Costituzione Italiana:

tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure. […]”.

Non credo di essere in errore se affermo che quanto stabilito da questo articolo difende il diritto all’informazione in termini di espressione e non di acquisizione. Qualcuno potrebbe dire che, non essendoci nessuna legge o attività che possa impedire ad alcuno di informarsi attraverso qualsiasi mezzo, non vi sia la necessità di legiferare su un diritto implicitamente acquisito dalla nascita. Teoricamente tutto ciò corrisponde a verità. All’atto pratico un po’ meno.

Un sistema che si definisce democratico, per esser tale, non dovrebbe limitarsi a determinare e sancire i diritti degli appartenenti ad esso solo da un punto di vista legislativo. Un sistema davvero democratico dovrebbe preoccuparsi anche di mettere tutti nelle medesime condizioni di potersi avvalere di quegli stessi diritti per cui si è legiferato. In altre parole: una democrazia, oltre a garantire a tutti gli stessi diritti, dovrebbe fare in modo che tutti abbiano le stesse opportunità di accedervi. Fin qui, nulla di cui non si sia parlato già abbondantemente. Il problema dell’accesso è il “tallone di Achille” della democrazia, ed è una questione che investe tutti i campi su cui fino ad oggi si è legiferato. Trovo, però, che per quanto riguarda l’informazione ci siano alcune porte aperte.

Fatta questa premessa, torniamo indietro alla discussione del forum di cui parlavo prima e che mi aiuterà ad introdurre quello che è il mio pensiero a riguardo. L’utente G.M. (l’accesso al forum è gratuito ma riservato agli utenti registrati. Riporto parte dell’intervento qui sperando di non fare un torto) dice:

Comprare l’informazione. L’informazione “regalata” nel miglior dei casi è incompleta, più spesso gioca su paure e speranze per nascondere tragici tracolli economici che hanno effetto sulla nazione intera. Si rischia la vita per resistere a uno scippo che ci priverà di pochi euro e si ignora il debito pubblico che grava per migliaia di euro su ogni cittadino. Un furto di ben maggiore entità! L’informazione non solo deve essere veritiera, ma deve essere aggiornata, dettagliata e completa! Informazioni parziali sono fuorvianti. Non bisogna mai contentarsi di una sola fonte, si deve sempre sentire le altre. La giustizia uguale per tutti, la decrescita felice che sembrano risultati inaccessibili passano per un atto molto semplice che tutti possono compiere senza sforzo: comprare l’informazione! Siete d’accordo?”.

Alla domanda “siete d’accordo?” a me verrebbe da rispondere: si. Il problema però è che rispondendo si, questa diventerebbe una discussione autoreferenziale. Questo perché l’utente G.M., il sottoscritto e tutti gli altri partecipanti condividiamo con tutti gli stessi diritti, ma è solo con quelli come noi  che condividiamo l’accesso. Non tutti, infatti, hanno la possibilità che noi abbiamo di possedere un computer e saperlo usare, pagare una connessione ad internet e pagare l’informazione che leggiamo. Affermando quindi la necessità che si compri l’informazione, escludiamo tutti coloro che , per un motivo o per un altro, non possono farlo, e facciamo la stessa cosa che, teoricamente ed ideologicamente, combattiamo: una “lobby”. Il punto cruciale allora diventa: chi sarebbe disposto a fare una informazione veritiera, aggiornata, dettagliata e completa a titolo gratuito?

Ci sono tre risposte a queste domande. La prima è la più semplice: nessuno. L’accesso gratuito o esteso alla più grande porzione di massa dell’informazione fa si che quest’ultima diventi inevitabilmente di terzo livello, perché “infettata” da tanti altri interessi che di essa si servono, contribuendo allo stesso tempo ad aumentarne l’accesso. Lo stesso accade con la cultura di massa, l’istruzione di massa, la televisione pubblica e tutto ciò che cerca di aprirsi alla moltitudine. Questo perché ciò che mira a rivolgersi a tutti non può caratterizzarsi con una identità, altrimenti sarebbe una sola identità che si impone a tutti. Ma qualsiasi cosa che non possieda identità non è riconoscibile o diventa facilmente confondibile, in quanto non le si possono attribuire caratteristiche, aggettivi che la descrivano e la definiscano, ovvero: perde valore. Numerosi studi psico-sociologici hanno ampiamente dimostrato come una cosa di tutti paradossalmente non è di nessuno, in quanto nessuno se ne sente responsabile (il meccanismo è stato definito diffusione della responsabilità). Nessuno infatti si sente responsabile di qualcosa in cui non si riconosce. L’informazione di classe A diventa, quindi, un’informazione di nicchia che solo chi ne ha i mezzi può permettersi. E la qualità di questo tipo di informazione è direttamente proporzionale al suo costo ed inversamente proporzionale al numero di persone che ne hanno l’accesso. Il lato positivo dell’informazione di nicchia è che ogni differente nicchia ne ha una, ed ogni persona può scegliersi la nicchia a cui appartenere secondo i suoi principi e, non meno importante, le sue possibilità. Il lato negativo è che l’informazione di nicchia ha un elevato rischio di autoreferenzialità: quelli che appartengono ad una determinata nicchia “se la cantano e sa la suonano”, con il rischio di rimanere incastrati in un loop stesse azioni-stessi risultati che chiude le porte allo sviluppo ed all’evoluzione. In più c’è il rischio che tra le nicchie si instauri un rapporto di competizione, magari con regole ben poco chiare, che può portare alla supremazia di una nicchia sulle altre, più che per meriti pubblicamente riconosciuti, per possibilità d’accesso ad altri canali (politici, economici) per vie traverse.

La seconda risposta alla domanda prende come modello quello attuale e ci fantastica su. Supponiamo che in una Nazione esistano N giornali, dove N è un numero compreso tra 1 e infinito. Supponiamo che i direttori di tali giornali non guadagnino cifre esorbitanti e che i giornalisti abbiano uno stipendio simile ad un operaio della Magneti Marelli. Supponiamo anche che tanti altri costi vengano limitati e meglio gestiti e che tali testate siano in grado di sopravvivere con i “miseri” finanziamenti pubblici di qualche milione di euro. Supponiamo, infine, che tali giornali dispongano di appositi spazi pubblicitari da cui trarre ulteriori ingressi economici. Bene, avremmo una infinità di giornali, liberi di esprimersi come meglio credono e accessibili a tutti gratuitamente. Le spese del giornale verrebbero sostenute dai finanziamenti pubblici e da quelli pubblicitari, rispettando così il principio secondo il quale l’accesso di un servizio a coloro che non possono permetterselo viene garantito da coloro che ne hanno la possibilità. E chi sono coloro che ne hanno la possibilità? Quelli che pagano più tasse, foraggiando il finanziamento pubblico, e quelli che comprano la Mercedes, foraggiando le risorse economiche dell’azienda che sul giornale pubblicizza. In questo modo più un giornale viene letto ed ottiene consensi pubblici, più le compagnie tenderanno ad investire le loro risorse economiche destinate al marketing in quella testata piuttosto che nelle altre. Le altre, nel caso in cui non riescano a trovare ulteriori fonti di finanziamento, muoiono. Sembra meraviglioso, a parte il fatto che non credo che l’Agip,ad esempio, investirebbe denaro per fare pubblicità sul giornale di Fini e Lo Monaco. Né, tantomeno, Fini e Lo Monaco si lascerebbero finanziare da denaro proveniente dall’Agip. Inutile a questo punto dire quali sono le testate che hanno vita facile, e quali quelle che devono lavorare il doppio.

La terza risposta è: internet. Mi ricordo, quando avevo dieci anni l’enciclopedia più completa e desiderabile che si potesse avere era la Treccani. Quando la chiesi a mia madre, mi disse che costava troppo e che le mie ricerche per le tesine dell’esame di quinta elementare le potevo fare in biblioteca. Oggi, mio cugino di otto anni quando cerca qualcosa lo fa su Google ed usa perfettamente Wikipedia. Internet ha aperto le porte a ciò che in rete è conosciuto come sharing (condivisione), il padre del Peer-to-Peer (scambio alla pari) e dell’Open Source (Risorse Aperte). Ci sono infiniti canali informativi tutti assolutamente gratuiti a cui chiunque, in possesso di una connessione internet, può accedere ed utilizzare come meglio crede. Il limite dell’accesso ad una connessione internet è risolvibile semplicemente ispirandosi a Paesi socialmente molto più avanzati di noi (come la Svezia, dove internet arriva a tutti “gratuitamente”). Il  limite di chi costruirebbe informazione e conoscenza a titolo gratuito, nel caso di internet, è meno importante, in quanto anche la responsabilità di costruire informazione e conoscenza è in sharing e non grava solo su poche persone. Qualsiasi cosa che venga prodotta per altri fini può essere messa in rete a disposizione di chiunque se ne voglia servire, a partire dal significato di una parola ai template per una presentazione in PowerPoint, da una lezione di storia d’Italia ad un piano di marketing.

A questo si aggiunge un ulteriore fenomeno che sta prendendo piede nella Rete: il cosiddetto cloud computing. Fondamentalmente, ed in termini poco tecnici, il cloud computing fa sì che il proprio computer personale, o una rete di computer di un’azienda, sia solo un mezzo per accedere alla Rete. Quest’ultima, invece, si sta popolando di compagnie che offrono un servizio detto SaaS (Software as a Service), ovvero tutto quello che ora c’è nei PC sulle nostre scrivanie può essere trasferito in questi “contenitori virtuali” a cui si ha accesso tramite internet e su cui si può lavorare on line. Tutto questo avviene privatamente, con accesso tramite password e rispetto della privacy. Ciò non toglie la possibilità che gli stessi meccanismi possano essere applicati a livello pubblico. Quindi, sempre fantasticando, si potrebbe immaginare un enorme server contenente tutti i dati che gli utenti intendono condividere (cosa che a tutti gli effetti esiste già, che è internet in sé, solo non sistematizzata). La domanda, a questo punto potrebbe essere: la qualità di una informazione offerta da una persona che condivide semplicemente una sua conoscenza ha la stessa qualità di quella offerta da un’altra che dell’informazione fa il suo mestiere? La risposta è: sicuramente no.

Chi, per mestiere, informa la gente dedica la maggior parte del suo tempo a questo. Se lo facesse gratis non avrebbe di che vivere. Come fare in modo, dunque, che l’informazione sia accessibile a tutti gratuitamente e che chi guadagna facendo informazione abbia un ingresso economico? Io vedo due soluzioni, che potrebbero essere prese in considerazione entrambe allo stesso tempo o singolarmente. La prima è estendere l’accesso ad internet a tutti, come servizio pubblico finanziato dal pagamento delle imposte regolato dagli stessi principi che prevedono che l’ammontare delle imposte sia proporzionato al reddito del cittadino, così da coprire anche coloro i quali non hanno le necessarie risorse. Le testate giornalistiche continuerebbero ad usufruire dei finanziamenti pubblici e, spostandosi sulla Rete, avrebbero meno spese di gestione. La seconda soluzione è ciò che nel Web anglofono è conosciuta con il nome di micropayments, un sistema di rapporto servizio-utente che, oltre ad essere dovuto all’abbassamento delle tariffe grazie all’estensione del servizio ad un numero maggiore di clienti, contempla anche la “donazione” spontanea di coloro i quali hanno a cuore la vita del servizio di cui si servono. Il lato positivo di tutto questo è che, come già detto, l’apertura ad un bacino più ampio di utenti di un servizio rende lo stesso meno costoso, ergo più accessibile. Inoltre, la Rete garantirebbe, senza ombra di dubbio, la pluralità dell’informazione.

Il vecchio detto “non è tutto oro quello che luccica” , però, è purtroppo sempre vero. I problemi che da un sistema di questo tipo potrebbero sorgere sono enormi, almeno quanto le opportunità ed i vantaggi che offre. La prima cosa che mi viene in mente, ma non la più importante, è cosa comporterebbe una eventuale deficienza tecnica (sistema in tilt) o logistica (quanto spazio necessita un server con il mondo dentro?). Un ulteriore problema si pone se si considerano i contenuti di ciò che nella Rete si immette: un altro fenomeno molto studiato dagli “investigatori dell’uomo” è stata l’autorità della fonte. Chi mi dice che chi pubblica in una rete così complessa non stia inserendo informazioni false o distorte? Chi mi assicura che la fonte da cui sto traendo informazioni sia attendibile e non ricavi le conoscenze che mi offre da un discorso sentito al bar? E poi, come gli studi matematici sulle reti neurali ci insegnano, le Reti, non avendo un punto di partenza ed uno di arrivo in quanto tali, sono autopoietiche. Come si controlla una cosa così grande, che cresce esponenzialmente in maniera autonoma? Ed inoltre, sarebbe poi giusto controllarla? E in che modo?

Chiudo con un ultimo quesito, relativo all’ordine sociale: in una condizione come quella descritta, è lecito aspettarsi un’occupazione militare degli uffici di Google piuttosto che di un Parlamento in caso di sovversione?

Prendo spunto da quanto pensavo ieri, mentre pelavo le patate per la cena, e da una discussione aperta sul forum de La Voce del Ribelle, uno dei miei canali di informazione preferiti, per affrontare un tema tanto importante quanto delicato: l’informazione. Secondo quanto sancito dall’Articolo 21 della Costituzione Italiana:

tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure. […]”.

Non credo di essere in errore se affermo che quanto stabilito da questo articolo difende il diritto all’informazione in termini di espressione e non di acquisizione. Qualcuno potrebbe dire che, non essendoci nessuna legge o attività che possa impedire ad alcuno di informarsi attraverso qualsiasi mezzo, non vi sia la necessità di legiferare su un diritto implicitamente acquisito dalla nascita. Teoricamente tutto ciò corrisponde a verità. All’atto pratico un po’ meno.

Un sistema che si definisce democratico, per esser tale, non dovrebbe limitarsi a determinare e sancire i diritti degli appartenenti ad esso solo da un punto di vista legislativo. Un sistema davvero democratico dovrebbe preoccuparsi anche di mettere tutti nelle medesime condizioni di potersi avvalere di quegli stessi diritti per cui si è legiferato. In altre parole: una democrazia, oltre a garantire a tutti gli stessi diritti, dovrebbe fare in modo che tutti abbiano le stesse opportunità di accedervi. Fin qui, nulla di cui non si sia parlato già abbondantemente. Il problema dell’accesso è il “tallone di Achille” della democrazia, ed è una questione che investe tutti i campi su cui fino ad oggi si è legiferato. Trovo, però, che per quanto riguarda l’informazione ci siano alcune porte aperte.

Fatta questa premessa, torniamo indietro alla discussione del forum di cui parlavo prima e che mi aiuterà ad introdurre quello che è il mio pensiero a riguardo. L’utente G.M. (l’accesso al forum è gratuito ma riservato agli utenti registrati. Riporto parte dell’intervento qui sperando di non fare un torto) dice:

Comprare l’informazione. L’informazione “regalata” nel miglior dei casi è incompleta, più spesso gioca su paure e speranze per nascondere tragici tracolli economici che hanno effetto sulla nazione intera. Si rischia la vita per resistere a uno scippo che ci priverà di pochi euro e si ignora il debito pubblico che grava per migliaia di euro su ogni cittadino. Un furto di ben maggiore entità! L’informazione non solo deve essere veritiera, ma deve essere aggiornata, dettagliata e completa! Informazioni parziali sono fuorvianti. Non bisogna mai contentarsi di una sola fonte, si deve sempre sentire le altre. La giustizia uguale per tutti, la decrescita felice che sembrano risultati inaccessibili passano per un atto molto semplice che tutti possono compiere senza sforzo: comprare l’informazione! Siete d’accordo?”.

Alla domanda “siete d’accordo?” a me verrebbe da rispondere: si. Il problema però è che rispondendo si, questa diventerebbe una discussione autoreferenziale. Questo perché l’utente G.M., il sottoscritto e tutti gli altri partecipanti condividiamo con tutti gli stessi diritti, ma è solo con quelli come noi  che condividiamo l’accesso. Non tutti, infatti, hanno la possibilità che noi abbiamo di possedere un computer e saperlo usare, pagare una connessione ad internet e pagare l’informazione che leggiamo. Affermando quindi la necessità che si compri l’informazione, escludiamo tutti coloro che , per un motivo o per un altro, non possono farlo, e facciamo la stessa cosa che, teoricamente ed ideologicamente, combattiamo: una “lobby”. Il punto cruciale allora diventa: chi sarebbe disposto a fare una informazione veritiera, aggiornata, dettagliata e completa a titolo gratuito?

Ci sono tre risposte a queste domande. La prima è la più semplice: nessuno. L’accesso gratuito o esteso alla più grande porzione di massa dell’informazione fa si che quest’ultima diventi inevitabilmente di terzo livello, perché “infettata” da tanti altri interessi che di essa si servono, contribuendo allo stesso tempo ad aumentarne l’accesso. Lo stesso accade con la cultura di massa, l’istruzione di massa, la televisione pubblica e tutto ciò che cerca di aprirsi alla moltitudine. Questo perché ciò che mira a rivolgersi a tutti non può caratterizzarsi con una identità, altrimenti sarebbe una sola identità che si impone a tutti. Ma qualsiasi cosa che non possieda identità non è riconoscibile o diventa facilmente confondibile, in quanto non le si possono attribuire caratteristiche, aggettivi che la descrivano e la definiscano, ovvero: perde valore. Numerosi studi psico-sociologici hanno ampiamente dimostrato come una cosa di tutti paradossalmente non è di nessuno, in quanto nessuno se ne sente responsabile (il meccanismo è stato definito diffusione della responsabilità). Nessuno infatti si sente responsabile di qualcosa in cui non si riconosce. L’informazione di classe A diventa, quindi, un’informazione di nicchia che solo chi ne ha i mezzi può permettersi. E la qualità di questo tipo di informazione è direttamente proporzionale al suo costo ed inversamente proporzionale al numero di persone che ne hanno l’accesso. Il lato positivo dell’informazione di nicchia è che ogni differente nicchia ne ha una, ed ogni persona può scegliersi la nicchia a cui appartenere secondo i suoi principi e, non meno importante, le sue possibilità. Il lato negativo è che l’informazione di nicchia ha un elevato rischio di autoreferenzialità: quelli che appartengono ad una determinata nicchia “se la cantano e sa la suonano”, con il rischio di rimanere incastrati in un loop stesse azioni-stessi risultati che chiude le porte allo sviluppo ed all’evoluzione. In più c’è il rischio che tra le nicchie si instauri un rapporto di competizione, magari con regole ben poco chiare, che può portare alla supremazia di una nicchia sulle altre, più che per meriti pubblicamente riconosciuti, per possibilità d’accesso ad altri canali (politici, economici) per vie traverse.

La seconda risposta alla domanda prende come modello quello attuale e ci fantastica su. Supponiamo che in una Nazione esistano N giornali, dove N è un numero compreso tra 1 e infinito. Supponiamo che i direttori di tali giornali non guadagnino cifre esorbitanti e che i giornalisti abbiano uno stipendio simile ad un operaio della Magneti Marelli. Supponiamo anche che tanti altri costi vengano limitati e meglio gestiti e che tali testate siano in grado di sopravvivere con i “miseri” finanziamenti pubblici di qualche milione di euro. Supponiamo, infine, che tali giornali dispongano di appositi spazi pubblicitari da cui trarre ulteriori ingressi economici. Bene, avremmo una infinità di giornali, liberi di esprimersi come meglio credono e accessibili a tutti gratuitamente. Le spese del giornale verrebbero sostenute dai finanziamenti pubblici e da quelli pubblicitari, rispettando così il principio secondo il quale l’accesso di un servizio a coloro che non possono permetterselo viene garantito da coloro che ne hanno la possibilità. E chi sono coloro che ne hanno la possibilità? Quelli che pagano più tasse, foraggiando il finanziamento pubblico, e quelli che comprano la Mercedes, foraggiando le risorse economiche dell’azienda che sul giornale pubblicizza. In questo modo più un giornale viene letto ed ottiene consensi pubblici, più le compagnie tenderanno ad investire le loro risorse economiche destinate al marketing in quella testata piuttosto che nelle altre. Le altre, nel caso in cui non riescano a trovare ulteriori fonti di finanziamento, muoiono. Sembra meraviglioso, a parte il fatto che non credo che l’Agip,ad esempio, investirebbe denaro per fare pubblicità sul giornale di Fini e Lo Monaco. Né, tantomeno, Fini e Lo Monaco si lascerebbero finanziare da denaro proveniente dall’Agip. Inutile a questo punto dire quali sono le testate che hanno vita facile, e quali quelle che devono lavorare il doppio.

La terza risposta è: internet. Mi ricordo, quando avevo dieci anni l’enciclopedia più completa e desiderabile che si potesse avere era la Treccani. Quando la chiesi a mia madre, mi disse che costava troppo e che le mie ricerche per le tesine dell’esame di quinta elementare le potevo fare in biblioteca. Oggi, mio cugino di otto anni quando cerca qualcosa lo fa su Google ed usa perfettamente Wikipedia. Internet ha aperto le porte a ciò che in rete è conosciuto come sharing (condivisione), il padre del Peer-to-Peer (scambio alla pari) e dell’Open Source (Risorse Aperte). Ci sono infiniti canali informativi tutti assolutamente gratuiti a cui chiunque, in possesso di una connessione internet, può accedere ed utilizzare come meglio crede. Il limite dell’accesso ad una connessione internet è risolvibile semplicemente ispirandosi a Paesi socialmente molto più avanzati di noi (come la Svezia, dove internet arriva a tutti “gratuitamente”). Il  limite di chi costruirebbe informazione e conoscenza a titolo gratuito, nel caso di internet, è meno importante, in quanto anche la responsabilità di costruire informazione e conoscenza è in sharing e non grava solo su poche persone. Qualsiasi cosa che venga prodotta per altri fini può essere messa in rete a disposizione di chiunque se ne voglia servire, a partire dal significato di una parola ai template per una presentazione in PowerPoint, da una lezione di storia d’Italia ad un piano di marketing.

A questo si aggiunge un ulteriore fenomeno che sta prendendo piede nella Rete: il cosiddetto cloud computing. Fondamentalmente, ed in termini poco tecnici, il cloud computing fa sì che il proprio computer personale, o una rete di computer di un’azienda, sia solo un mezzo per accedere alla Rete. Quest’ultima, invece, si sta popolando di compagnie che offrono un servizio detto SaaS (Software as a Service), ovvero tutto quello che ora c’è nei PC sulle nostre scrivanie può essere trasferito in questi “contenitori virtuali” a cui si ha accesso tramite internet e su cui si può lavorare on line. Tutto questo avviene privatamente, con accesso tramite password e rispetto della privacy. Ciò non toglie la possibilità che gli stessi meccanismi possano essere applicati a livello pubblico. Quindi, sempre fantasticando, si potrebbe immaginare un enorme server contenente tutti i dati che gli utenti intendono condividere (cosa che a tutti gli effetti esiste già, che è internet in sé, solo non sistematizzata). La domanda, a questo punto potrebbe essere: la qualità di una informazione offerta da una persona che condivide semplicemente una sua conoscenza ha la stessa qualità di quella offerta da un’altra che dell’informazione fa il suo mestiere? La risposta è: sicuramente no.

Chi, per mestiere, informa la gente dedica la maggior parte del suo tempo a questo. Se lo facesse gratis non avrebbe di che vivere. Come fare in modo, dunque, che l’informazione sia accessibile a tutti gratuitamente e che chi guadagna facendo informazione abbia un ingresso economico? Io vedo due soluzioni, che potrebbero essere prese in considerazione entrambe allo stesso tempo o singolarmente. La prima è estendere l’accesso ad internet a tutti, come servizio pubblico finanziato dal pagamento delle imposte regolato dagli stessi principi che prevedono che l’ammontare delle imposte sia proporzionato al reddito del cittadino, così da coprire anche coloro i quali non hanno le necessarie risorse. Le testate giornalistiche continuerebbero ad usufruire dei finanziamenti pubblici e, spostandosi sulla Rete, avrebbero meno spese di gestione. La seconda soluzione è ciò che nel Web anglofono è conosciuta con il nome di micropayments, un sistema di rapporto servizio-utente che, oltre ad essere dovuto all’abbassamento delle tariffe grazie all’estensione del servizio ad un numero maggiore di clienti, contempla anche la “donazione” spontanea di coloro i quali hanno a cuore la vita del servizio di cui si servono. Il lato positivo di tutto questo è che, come già detto, l’apertura ad un bacino più ampio di utenti di un servizio rende lo stesso meno costoso, ergo più accessibile. Inoltre, la Rete garantirebbe, senza ombra di dubbio, la pluralità dell’informazione.

Il vecchio detto “non è tutto oro quello che luccica” , però, è purtroppo sempre vero. I problemi che da un sistema di questo tipo potrebbero sorgere sono enormi, almeno quanto le opportunità ed i vantaggi che offre. La prima cosa che mi viene in mente, ma non la più importante, è cosa comporterebbe una eventuale deficienza tecnica (sistema in tilt) o logistica (quanto spazio necessita un server con il mondo dentro?). Un ulteriore problema si pone se si considerano i contenuti di ciò che nella Rete si immette: un altro fenomeno molto studiato dagli “investigatori dell’uomo” è stata l’autorità della fonte. Chi mi dice che chi pubblica in una rete così complessa non stia inserendo informazioni false o distorte? Chi mi assicura che la fonte da cui sto traendo informazioni sia attendibile e non ricavi le conoscenze che mi offre da un discorso sentito al bar? E poi, come gli studi matematici sulle reti neurali ci insegnano, le Reti, non avendo un punto di partenza ed uno di arrivo in quanto tali, sono autopoietiche. Come si controlla una cosa così grande, che cresce esponenzialmente in maniera autonoma? Ed inoltre, sarebbe poi giusto controllarla? E in che modo?

Chiudo con un ultimo quesito, relativo all’ordine sociale: in una condizione come quella descritta, è lecito aspettarsi un’occupazione militare degli uffici di Google piuttosto che di un Parlamento in caso di sovversione?