Archives for posts with tag: critica

 

In tal modo all’infinito, attraverso il tempo, gli esseri del mondo si odieranno
e contro ogni simpatía manterranno il loro feroce appetito.

Michel Foucault

 

[Per i complottisti ed i sospettosi valga la seguente avvertenza: nessun invito alla massoneria o ortodossia poetica. Per i cinici ed i paranoici solo pacche sulle spalle e consigli medici in privato.
Queste parole e quelle che seguono sono di chi scrive. Ad esse si aggiungeranno, di giorno in giorno, quelle di tutti coloro che avranno qualccosa da dire. lb]

È necessario fare uno sforzo perché la poesia torni ad essere una cosa seria: questo il “leitmotiv” che ci ha accompagnati durante l’incontro di Verona di qualche giorno fa.
Uno sforzo non perché la poesia possa dettare le regole – come forse mai è riuscita a fare, ma perché torni ad aprire dei varchi. Non una questione di potere, dunque, ma di possibilità.

Far rientrare dalla finestra del retro la poesia (e, suvvia, i poeti!) che Platone fece uscire dalle porte principali della sua Repubblica – chiusa a più mandate da un cartesianismo trasformato in scientismo senza scrupoli – potrebbe essere una alternativa (o una soluzione) al “loop” tautologico in cui ci ha rinchiusi il linguaggio operativizzato del nostro secolo, coerente solo rispetto a se stesso ed alle sue regole interne che tendono sempre più a separare definitivamente l’enunciato dall’enunciazione e dall’enunciatore, ovvero: dall’esperienza.

In un mondo dove la unica dimensione pare essere quella tecnologica, in cui il reale è razionale, il razionale è funzionale e il funzionale è operativo, il rischio è quello di assistere all’estinzione dei concetti, rimpiazzati da un insieme di operazioni che descrivono senza sfumature, senza dare spazio ad altre possibilità. Già nel 1928 c’era chi affermava che «non ci permettiamo più di usare come strumenti, quando pensiamo, i concetti di cui non possiamo dare una descrizione adeguata in termini di operazioni» [1].

La pertinenza di tale osservazione ci riguarda tutti, indistintamente e da vicino, nella misura in cui le conseguenze della sua verità si ripercuotono sullo stile[2] nell’accezione jüngeriana del termine, ovvero sull’esercizio, all’interno di una necessità storica, di quella libertà che decide delle sorti di un popolo.
Per questo motivo, ogni epoca letteraria è una involontaria confessione della società che l’ha prodotta[3]: le sue opere sono una dichiarazione di poetica, mentre gli stili rappresentano la direzione verso cui la stessa società ha scelto di spingere l’esercizio della sua libertà. Per lo stesso motivo, la portata etica di ogni atto di scrittura e lettura si manifesta in tutta la sua evidenza. Read the rest of this entry »

(di Nicola Lagioia su Minima&Moralia)

Relativamente alle faccende di creatività quando non addirittura di genio, ho sempre detestato gli apparati prescrittivi validi a priori. I «si scrive così o cosà», o i «non è più tempo delle voci off» sono discorsi che per me non hanno senso. Non mi azzarderei mai a biasimare preventivamente la poetica di uno scrittore, di un regista cinematografico, di un artista, sapendo bene come le opere d’ingegno siano capaci di spillare dalla singolarità da cui sono misteriosamente generate tesori ben più vasti di quanto possa contenerne il piccolo scrigno della mia filosofia (per quanto ad esempio in letteratura io provi una particolare affinità col tutto pieno e con una certa polifonia narrativa, sarei un vero trombone se affermassi che ai tempi di Faulkner l’asciuttezza di stile non aveva senso, soprattutto perché insieme con il conto mi verrebbe presentato L’Étranger di Albert Camus).
Allo stesso modo, non voglio entrare in questioni di merito per ciò che riguarda la critica (letteraria, cinematografica, teatrale, e così via). A ogni critico la propria vena creativa, le proprie ossessioni, il proprio stile, la propria – si spera – divorante curiosità, sempre che il risultato sia degno di nota. Per fare un altro esempio, non mi dispiacciono i Jefferson Airplane, e in più detesto la vecchia misoginia di stampo bianco anglosassone e protestante, ma quando Harold Bloom prova a spiegarci come i residui della cultura fricchettona da summer of love uniti a un certo femminismo andato a male abbiano contribuito a rovinare i dipartimenti di studi letterari statunitensi (per cui ad esempio l’orientamento sessuale in chiave politically correct assurge a valore estetico, e il romanzo di una lesbica afro-americana di estrazione proletaria e orientamento trotskista vale di per sé più della Wasteland di T.S. Eliot), bhe, io gli credo. E gli credo perché Bloom mostra non solo di aver approfondito l’argomento, ma anche di averlo sofferto, di saperlo inserire in quel contesto più ampio che è la storia della letteratura e della società che l’ha espressa e continua a esprimerla, di usare per esso degli strumenti d’indagine di tutto rispetto, e infine di saperlo dire, o meglio scrivere, il che non significa risultare persuasivi grazie a un banale esercizio di retorica, ma di essersi meritati perfino espressivamente l’asserzione di cui ci si fa portatori (così come leggendo la Recherche credo ai differrenti tipi di gelosia di Swann verso Odette e di Marcel verso Albertine, credo al Bloom di turno quando riesce a estrarre – attraverso l’uso della parola – il bene prezioso di una verità). Gli credo ovviamente anche perché ho letto la Wasteland e ho letto la Recherche, e mi sono convinto che la prima è una grande opera indipendentemente dalle opinioni monarchiche del suo autore, e la seconda non soffre neanche un po’ dal mancato outing di Albertine («oui, je suis Alfredo Agostinelli»).
A ciascuno dunque la propria ossessione, i propri talenti, le proprie strategie… Diverso il discorso se invece passiamo alle questioni di metodo. Fino a prova contraria, difficilmente crederò a uno scrittore che denunci la propria capacità di partorire un romanzo-mondo (mettiamo Cent’anni di solitudine) in otto giorni, o che rivendichi l’uso continuato di psylocibe cubensis – un potente allucinogeno – come possibile aiuto durante la scrittura di romanzi del tipo di Le relazioni pericolose (e cioè congegni narrativi retti da una struttura a prova di bomba, fatta per lo più di logica adamantina e spietata razionalità settecentesca), o che porti la propria naivité – l’avere letto pochissimi libri in vita propria – come solida base culturale da cui partire per costruire opere analoghe a La montagna incantata. Il fatto che questi siano metodi sbagliati rispetto agli obiettivi che si propongono io lo so per via induttiva: mi capita ad esempio di leggere romanzi che chiaramente sono scritti in modo sciatto e frettoloso (se un don Abbondio muovesse in modo spavaldo guerra ai bravi senza nulla che lo giustifichi – nell’ambito di un’economia estetica e narrativa in tutto simile a quella dei Promessi Sposi – come minimo l’aspirante Manzoni si è dato troppo poco tempo per rileggere e meditare il proprio libro prima di mandarlo in stampa).
Un discorso molto simile lo si può fare per la critica (ed è di critica che qui sto e voglio parlare, specie di critica letteraria, vale a dire quella che conosco meglio). A tal proposito, credo che la critica non solo debba, ma addirittura possa svolgere un compito importante per l’ecologia del nostro mondo culturale. Come accade tuttavia per i romanzi o per i film, a saggi critici e interventi giornalistici davvero utili e degni di nota o addirittura di grandissimo livello, vedo alternare totali sprechi di inchiostro nonché veri attentati a quel già fragile e traballante ecosistema che è appunto il nostro habitat intellettuale. E poiché (sempre induttivamente) molto spesso la cattiva e la pessima critica sono imputabili a problemi di metodo, la maggior parte dei quali si manifestano con una ricorsività che oserei definire «rivelatoria», voglio qui provare a enunciare almeno qualcuno tra i peccati capitali in cui credo di essermi imbattuto più frequentemente negli ultimi anni.
Non ho pretese di completezza. E mi auguro che l’essere in qualche modo parte in causa – sono uno scrittore di narrativa – aggiunga in esperienza e attenzione (l’attenzione che ho sempre prestato al lavoro di chi mi giudica) più di quello che sottragga in prevenzione e narcisismo.

Prima di cominciare, un’avvertenza per chiarire subito le cose: farò tanti esempi ma non farò un solo nome, perché questo elenco di peccati capitali letti come altrettante sindromi (o guasti emotivi) spera di essere uno strumento di riflessione e non di gogna, e soprattutto perché voglio sottrarmi a tutti i doveri sociali di una polemica letteraria quale questa non vuole essere.
Così, eccole le sindromi, i peccati capitali, i guasti emotivi, i peggiori errori di metodo in cui i critici letterari rischiano di inciampare con maggiore frequenza:

1) Sindrome di mr. Spock
A tutti coloro che hanno visto almeno una volta nella vita Star Trek, non può essere sfuggito mr. Spock, l’algido alieno dalle orecchie a punta impiegato come ufficiale scientifico sulla nave spaziale USS Enterprise. In quanto proveniente dal pianeta Vulcano, mr. Spock ha totalmente «purificato» la propria coscienza dalla capacità di provare emozioni, e si affida alla logica come unico strumento conoscitivo. Il che ha anche i suoi lati positivi (in quanto esseri veramente razionali, i vulcaniani sono ad esempio tendenzialmente dei non-violenti), ed è uno dei motivi per cui mr. Spock risulta affascinante. Ora, non è raro che la critica letteraria italiana cerchi di dare un colpo al cerchio e uno alla botte, pretendendo di coltivare con profitto una sorta di permanente bellicosità in absentia di emozioni. Discettare pubblicamente di un romanzo, come se non fosse un’esperienza da cui lasciarsi attraversare (come se cioè non potesse cambiare la nostra mappatura intellettuale ed emotiva per il fatto di venirci a contatto) è penalizzante per chi ne parla e ne scrive, non per l’opera di cui si parla o si scrive. Avrei potuto chiamare questa attitudine sindrome da topo morto, e cioè la presunzione di trattare – persino i libri a cui si riconosce un valore – come se fosse materia inerte qualcosa che invece non è privo di vita (i libri di valore, appunto). Così, risiede proprio in questo la bellicosità a basso costo di cui sto parlando: svolgere proditoriamente un esercizio di nichilismo (per paura di mettersi davvero in gioco? per una mai esplicitata né giustificabile invidia? per pigrizia? per proteggersi dalla messa in discussione o addirittura in crisi che ogni buon romanzo o film o disco o spettacolo teatrale è capace di esercitare su chi è pronto ad attraversarlo per ciò che in effetti è: un’esperienza?). Questo giocare alle tre carte col nichilismo – soprattutto la violenza necessaria a disconoscere la vita in ciò che invece la possiede, una violenza pericolosa per gli altri e umiliante per chi la mette in atto –, molto spesso non sfugge a chi legge le pagine del critico che dovesse farne pratica. I lettori veramente avvertiti e sensibili tendono così a non credere a un tale genere di critica – che, quanto a nichilismo, è solo lo speculare dell’estetica pubblicitaria –, la rifiutano, cessano giustamente di considerarla un preziosa compagna di viaggio, anche perché si accorgono sin troppo facilmente che chi la mette in pratica non viene da Vulcano ma dal pianeta Terra, e la pretesa di non lasciarsi coinvolgere emotivamente tradisce un eccesso di emotività di ben altro segno.

2) Sindrome di Orazio
La pretesa cioè che la propria «filosofia» contenga già tutto quello di cui è portatore il romanzo o il film o l’opera teatrale di cui ci si va a occupare. Il che non significa soltanto non essere disposti a farsi spiazzare o addirittura travolgere (perché no? felicemente; perché no? traumaticamente) dalla materia affrontata, ma anche – e non so cosa sia peggio – non consentire ai propri strumenti di indagine (vogliamo chiamarle «categorie»?) di essere modificati se non forzati da ciò che non così di rado li trascende. Insomma, siamo sempre troppo legati ai sistemi tolemaici ereditati per privilegio d’anagrafe, sottovalutando tra l’altro il piacere – il godimento rigenerativo! – che è possibile provare ogniqualvolta abbiamo l’occasione di sbarazzarcene a ragion veduta. Eppure, se sfogliamo i tanti capitoli della mai conclusa storia della letteratura (che presumo un critico debba conoscere, e avere almeno un poco meditato) scopriamo altrettante rivoluzioni copernicane – come non riaggiornare per esempio i nostri parametri per indagare il concetto stesso di personaggio letterario dopo la comparsa di un Amleto sulla scena? e di un’Emma Bovary?, e di un Vitangelo Moscarda?, e di un Molloy? La storia della critica (non solo letteraria) è tra l’altro piena di Sagre della primavera sonoramente fischiate la sera della prima e di 2001 Odissea nello spazio definite al meglio: «noiosissime, confusionarie e prive di spessore». Il che a mio parere non dipende tanto dalla scarsa intelligenza di chi si trovò volta per volta a passare alla storia per aver stroncato un capolavoro (o alla cronaca per aver fatto lo stesso con un’opera di valore), ma dal grave blocco emotivo e psicologico qui appunto definito «sindrome di Orazio».

3) Sindrome da «siete nani sulle spalle dei giganti!»
Forse il più vile, tra i peccati capitali della nostra critica: e cioè quello di usare i classici per sminuire i contemporanei. Quante volte abbiamo letto sulle terze pagine dei quotidiani ragionamenti sintetizzabili in sentenze del tipo: «bel romanzo, ma certo l’autore non ha il genio di Franz Kafka», o «gran bel film, anche se il regista è privo della statura di un Chaplin o di un Fellini»? Ora, è sin troppo ovvio che (non fosse altro per una questione probabilistica) usare un classico per sminuire un contemporaneo è un’operazione coronata quasi sempre dal successo. Ma a parte il fatto che un critico che voglia farne uso smodato (come alcuni critici amano fare), per onestà dovrebbe allora aprire ogni suo pezzo con frasi del tipo: «premesso che non ho la statura di un Sainte-Beuve… non ho l’acutezza di un Roland Barthes… non ho l’occhio di un Bazin… non ho la mente di un Debenedetti… non ho la forza argomentativa e la cultura di un Harold Bloom», la mia sensibilità di lettore fa sì che io percepisca (tra le righe di questi paragoni), una sorta di voluttà non nel negare a un singolo autore contemporaneo la possibilità di partorire una Grande opera bensì alla contemporaneità tout court, specie se questa contemporaneità parla la stessa lingua del critico in questione. Insomma, anziché sognare la scoperta del nuovo Fellini o del nuovo Calvino (che in vita non erano comunque quali noi li percepiamo adesso: cfr. la prima dei Vitelloni, massacrata dai critici cinematografici), ci si sente segretamente minacciati addirittura a livello potenziale dalla grandezza altrui, come se questa possa ledere la nostra dignità (cosa che non fa), mentre frusta invece giustamente soltanto i nostri vizi: narcisismo e megalomania.
Una degenerazione di questo disturbo è poi la Sindrome di Spengler, ravvisabile in quei critici che si beano nel tentativo di dimostrare come in Italia (in virtù di perverse congiunture di tipo storico, politico e sociale, che ovviamente essi mettono alla berlina) sia ormai impossibile produrre opere di grande valore, siano esse letterarie o teatrali o cinematografiche o quello che volete voi. Si tratta insomma dell’altra faccia della megalomania di cui sopra: la scarsa o scarsissima autostima. Questi critici, infatti, dimenticano di far parte, e di essere anzi parte attiva, della società che secondo loro renderebbe impossibile la nascita di una grande opera d’ingegno, e dunque non si capisce come facciano a mettere una cosa alla berlina senza far salire l’altra (cioè se stessi) sul banco degli imputati.

4) Invidia penis
Forse il più incomprensibile, tra i peccati capitali della nostra critica. Da qualche anno, e poi sempre più frequentemente, leggo di critici letterari che rivendicano disperatamente sui giornali o nei propri saggi: «anche io sono uno scrittore!», «anche io faccio letteratura!», «anche io compio atti creativi!» Che un critico letterario produca letteratura (critica) mi sembra lapalissiano. Allo stesso modo, uno scienziato produce letteratura scientifica e un giurista letteratura giuridica. In tutti questi casi il genio creativo non solo ha diritto di cittadinanza ma è anche il benvenuto, e non ho difficoltà a dire che chi, secoli e secoli fa, nell’ambito del diritto romano perfezionò il concetto del «limite di tempo» per le cariche pubbliche abbia contribuito al nostro progresso culturale non meno di chi inventò lo stream of consciousness. Solo, questi tipi di letterature possiedono una natura completamente diversa rispetto a quella che presiede all’attività di scrive romanzi o poesie. Eppure, è proprio a questo tipo di creatività che alludono i critici letterari quando affermano: «anch’io faccio letteratura! » Anche per uno sprovveduto dovrebbe essere tuttavia lampante la differenza che passa tra lo scrivere di Don Chisciotte, Amleto o Moby Dick e inventarsi Don Chisciotte, Amleto o Moby Dick. Mi spingerò a dire che si può addirittura scrivere in qualche modo di Moby Dick prima che Melville se la inventi ma – ancora una volta – questo è molto diverso dall’inventarsela davvero in un romanzo. Sul perché dunque alcuni critici pretendono che questa differenza sia abolita, non sono in grado di rispondere. Da qui, il mistero profondo che circonda questo tipo di disturbo.

5) Sindrome da Quinto cerchio
Ovvero accidia, sciatteria, mancanza assoluta di ambizione. Trovo stupefacente la furia con cui alcuni critici si scagliano contro opere d’ingegno la cui effettiva colpa è superare di poche spanne il minimo sindacale (un romanzo solo dignitoso non merita di passare alla storia, ma molto probabilmente è il frutto di anni di sacrifici e notti insonni) sfoggiando una lingua totalmente sciatta, delle argomentazioni incomprensibili, una mancanza d’impegno e una parsimonia nell’uso dell’ingegno che – sia pure in scala – superano di gran lunga quelli richiesti all’autore dell’opera stroncata per metterla insieme. Non è raro imbattersi in recensioni di romanzi in cui risultano errati: nome dell’autore, titolo del romanzo, nomi dei personaggi principali che popolano il suddetto romanzo. Non è raro imbattersi in recensioni di romanzi in cui le argomentazioni usate per stroncare o elevare l’opera recensita risultino involontariamente contraddette dalla logica interna alla recensione stessa. Non è raro imbattersi in recensioni di romanzi in cui risulta molto chiaro che l’autore del pezzo non ha letto il libro recensito. Non è raro, anche su giornali ad alta e altissima tiratura, imbattersi in recensioni piene di errori di grammatica, anacoluti, periodi involuti fino a una farraginosità che non trova cittadinanza nemmeno tra gli odiati servizietti semi-pubblicitari delle riviste femminili, recensioni leggendo le quali non si capisce letteralmente dove si va a parare (ogni volta che mi imbatto in articoli di questo tipo, dopo un iniziale smarrimento, mi metto il cuore in pace ripetendomi: se la lettura di autori tradizionalmente difficili o criptici quali James Joyce, Samuel Beckett, Malcolm Lowry, Paul Celan, Marcel Proust e addirittura Jacques Lacan mi risulta infinitamente più agevole e piacevole e comprensibile di questa recensione qui, forse il problema non sono io).
Quando sono riuscito a chiedere privatamente a questi critici perché mai gettassero alle ortiche il loro talento, sono state tirate in ballo quasi sempre cause esterne. Spiegazioni quali: «non è colpa mia, è il giornale che mi ha dato poco spazio e non sono riuscito a scrivere come volevo», oppure: «non è colpa mia: il caposervizio del giornale per cui lavoro pretende che scriva come un imbecille», oppure: «per quei due soldi che il giornale mi paga per leggere e recensire un libro, che cosa pretendevi?» Questi critici, però, sono gli stessi che accusano gli scrittori di non saper resistere alle sirene del mercato, o alle (per ciò che riguarda la mia ormai decennale esperienza: fantomatiche) pressioni delle case editrici quando cercano di annacquare la grana letteraria di un romanzo per renderlo più appetibile al grande pubblico. E qui entra in gioco il problema della doppia morale: mi sembra assurdo che a darmi surrettiziamente del fallito per non essere riuscito a riscrivere I fratelli Karamazov siano persone che non hanno neanche provato a concepire il proprio Canone occidentale o la propria Menzogna romantica e verità romanzesca, o il proprio Grado zero della scrittura, e si concentrano sul fallimento delle ambizioni altrui senza averne avute di proprie (che per un critico può essere aver provato almeno a scrivere un libro destinato a rimanere, o aver lanciato più carriere di autori dotati di quante se ne siano stroncate, avere soprattutto fatto conoscere a lettori e spettatori libri e film di valore, o avere fatto scuola fondando o dirigendo o dando un grosso contributo a giornali e riviste di vero valore culturale, o l’aver dato – con grande spendita di ingegno ed energie – un contributo veramente palpabile e virtuoso alla cultura del tempo in cui sono vissuti). Mettersi in gioco, insomma, darsi veramente la possibilità di fallire: ecco cosa manca a questi critici.

6) Sindrome di Geremia
Negli ultimi anni ho sentito molti critici lamentarsi per il fatto che i lettori non li seguono più come un tempo (quel «un tempo» significa normalmente nel loro gergo «gli anni Settanta»). Il pubblico non si rivolgerebbe più a loro per essere orientato nelle scelte, per acquistare i libri che legge, e per leggerli in un certo modo anziché in un altro. Insomma, i critici si lamentano perché «la critica non conta più niente». Ovviamente, anche in questo caso, la colpa di un simile ridimensionamento viene riversata per lo più verso l’esterno: la società mutata (cioè diventata più stupida e superficiale di prima), gli spazi d’espressione non adeguati (i soliti caposervizi alla cultura che chiedono ai critici di lavorare al dieci per cento delle loro possibilità), i lettori forti in vertiginosa diminuzione e così via.
Proverò a esprimere il mio biasimo per una simile attitudine con un esempio che vede me protagonista. Quando scrivo un romanzo, non pretendo di conquistare lo stesso pubblico di Paulo Coelho. Mi basterebbe essere letto e apprezzato dai lettori di Conrad, di Faulkner, di Beppe Fenoglio, di Roberto Bolaño, di Philip Roth, di Cormac McCarthy. Quando questo non succede, la parte peggiore di me dà la colpa alla casa editrice (che non ha promosso bene il libro) o sfodera la sindrome da genio incompreso. La parte sana di me, si dà invece un’altra spiegazione: non ho conquistato i lettori di Cormac McCarthy perché non sono bravo come Cormac McCarthy (una dura presa di coscienza appena mitigata da un sogno più che legittimo: non sono ancora bravo come Cormac McCarthy). Insomma, i lettori forti e sensibili e intelligenti non sono poi così pochi: se non ti riesce proprio di conquistarli – critico o scrittore di narrativa che tu sia – non è detto che la colpa non sia tua.

7) Sindrome da comitato centrale (& ormonale)
Mi è capitato che un critico mi dicesse, senza neanche ammantare le sue parole tra le garze della confessione: «mi sono rifiutato di recensirti fino ad ora perché anni fa ho letto un’intervista nella quale dicevi che Thomas Bernhard è uno dei tuoi autori preferiti, e io ho sempre detestato Thomas Bernhard». Mi è capitato che uno scrittore mi dicesse di un noto critico: «non ha neanche voluto leggere il mio libro, perché in un’intervista ho dichiarato che Fitzgerald è il mio scrittore preferito, e a suo parere Fitzgerald è solo un dilettante». Mi è capitato di ascoltare un noto critico che, a proposito di uno scrittore bravo e poco conosciuto, ha così dichiarato: «gli avrei dedicato una recensione più lunga e lusinghiera, se solo non scrivesse su un giornale di destra». Mi è capitato di seguire un meno noto critico letterario di destra osannare uno scrittore di sinistra – fino a quel momento considerato dal suddetto critico «una mezza merda» – solo perché, dopo una lunga militanza nei giornali di sinistra, questo scrittore aveva accettato di scrivere un paio di articoli per il quotidiano di destra dove lavora stabilmente il suddetto critico di destra. Mi è capitato di ascoltare un noto critico letterario mentre diceva: «come scrittrice fa cacare, ma la recensisco bene perché poi voglio provare a scoparmela». Mi è capitato di ascoltare un noto critico letterario mentre diceva: «come scrittrice è meglio che si butta sotto un treno, ma la recensisco bene perché ho un legame molto stretto con l’ufficio stampa dell’editore per cui pubblica». Mi è capitato di ascoltare un notissimo critico letterario mentre diceva con suprema aria di sufficienza: «come scrittore fa veramente schifo, ma ho deciso di votarlo al Premio Strega perché la casa editrice per cui pubblica mi ha chiesto di dare a lui il mio voto».

(di Davide Nota su La Gru)

Vorrei partire da un bel volume di teoria e storia della poesia italiana contemporanea, Critico e testimone. Storia militante della poesia italiana 1948-2008 (Moretti & Vitali, 2009), a firma del giovane italianista pugliese Daniele Maria Pegorari.

Arrivo subito al dunque: cosa c’è secondo me di davvero interessante in questo libro? Innanzitutto il fatto che le categorie interpretative tradizionali della poesia italiana del Novecento vengono rimesse in discussione e liberate sia dai totem e tabù della ideologia italiana della separazione specialistica (il depuratore purista, da Mengaldo a Piccini) che dalle operazioni editoriali, di baronato ideologico e di gruppo (da I novissimi della neo-avanguardia a Parola plurale di Cortellessa & Co.). Questo atteggiamento potrà consentire, d’ora in poi, una veduta libera e d’insieme sulla sostanza formale, filosofica e filologica della cosa poetica, senza forzature viziate da aggruppamenti o pretesti ideologico-estetici del critico curatore.

Quale narrazione “d’insieme” ci propone Daniele Maria Pegorari? Innanzitutto in Critico e testimone la riduzione scolastica dei fratelli-coltelli Pascoli e D’Annunzio come numi tutelari del Canone novecentesco lascia spazio ad una riflessione più amplia su tre premesse antropologiche e culturali al Novecento: la regressione bucolica di Pascoli e D’Annunzio (come impossibilità di una tentazione), la regressione psichica di Dino Campana e la regressione linguistica dell’esperienza dadaista del Cabaret Voltaire. Insomma, non più solamente dialettica continiana fra plurilinguismo (Pascoli) e petrarchismo (D’Annunzio) come filtro interpretativo del ventesimo secolo ma anche, banalizzando, espressionismo materico (Campana) e sperimentalismo freddo (Cabaret Voltaire).

Non sarà ora questo il luogo per un’accurata analisi del libro di Pegorari, che (in poche parole) individua quattro aree di tendenza che attraversano e formano il secondo Novecento: la Metafisica (da Caproni, Luzi e Sereni a Conte, Viviani e De Angelis), lo Sperimentalismo (Pasolini, Volponi, Sanguineti), la Neo-dialettalità (Pasolini, Loi, Zanzotto) e il Realismo (da Bodini, Bertolucci e Fortini a Bellezza, D’Elia e Magrelli), né per polemiche minori sui nomi scelti o sugli esclusi, che pure a volte possono pesare (penso ad esempio all’assenza di Eugenio De Signoribus) ma che non colgono il punto del discorso.

Quel che secondo me maggiormente vale di questa operazione teorica, al di là dei nomi di cui si potrà certamente discutere, è il metodo assunto dall’autore critico che si fa testimone degli sviluppi della poesia italiana contemporanea in relazione alle trasformazioni del contesto storico e dei suoi risvolti filosofici nelle quali essa, la poesia, si trova ad agire.

Avevo scritto, in Critica della separazione («La Gru» n.5, giugno 2008): «Si potrebbe, tanto per restare nel panorama della critica letteraria, riequilibrare l’approccio neo-formalista proprio degli ultimi decenni di critica letteraria italiana con una rinnovata attenzione ai nuclei tematici e filosofici dell’opera. Insegnare agli esordienti, che per mezzo di tale critica dovrebbero farsi le ossa, che poesia è spirito incarnato nella musica e non solo “struttura”. Che ogni tecnica poetica è un’azione tentata sul corpo del mondo. Che enjambement è superamento del dualismo, e non solo “forma”. Insomma: sarà mai possibile parlare di un libro di poesia italiana contemporanea come in altri tempi si è parlato di un libro di Blok o di Genet, e cioè capendone le azioni filosofiche a cui rimandano determinate scelte stilistiche? In nessuna autorevole rivista di cinema o di teatro troveremo mai una recensione ridotta a lista neutra di scelte tecniche di fronte alle quali il recensore si trova: o a subridere, se tali scelte non soddisfano le proprie aspettative canoniche; o, se altrimenti soddisfatte, a plaudire calorosamente. Perché mai allora il mondo della poesia dovrebbe accettare tale riduzione e tale marginalizzazione all’interno del dibattito culturale? Siamo proprio soddisfatti di questo macchiettistico auto-esilio?

Ecco, io credo che sia giunta l’ora di “tornare in patria”, checchè ne dicano i vecchi savi del Canone novecentesco, a partire dalla messa in discussione di “problemi transdisciplinari” da condividere con altri ambiti delle “culture contemporanee”».

Ho l’impressione che Critico e testimone di Daniele Maria Pegorari sia la risposta che attendevamo; o perlomeno un ottimo contributo per riprendere quel filo di un discorso unitario che era stato spezzato e rimosso, nel Trentennio della separazione dei saperi (1978-2008). Insomma, finalmente un libro teorico sulla poesia italiana del Postmoderno che supera l’autoreferenzialità formalista della critica italiana egemone (che ignora Contini, Pasolini ed Enzo Siciliano) e che torna all’analisi dell’intreccio delle storie e delle discipline.

Era anche necessario quel libero rimescolamento delle carte (autori) operato da Pegorari all’interno di griglie estetiche aggiornate a posteriori, una visione empirica fondata sui fatti delle opere e non viziata (ribadisco) da proclami aprioristici di poetica o da inattuali polemiche scolastiche e di gruppo (la noiosa “zuffa all’italiana”, per dirla con le parole di Roberto Roversi). Per cui, ad esempio, la querelle Gruppo ’63 Vs. Pasolini si sgonfia nell’individuazione della categoria dello “Sperimentalismo” di cui Pasolini appare (in Pegorari) come il principale esponente e Sanguineti come una diramazione periferica.

Il metodo è quello giusto, ed era già stato individuato da Enzo Siciliano in Prima della poesia (1965; ripubblicato nel 2004 da Quiritta), che infatti parlava di Roversi («Officina») e Pagliarani (Gruppo ’63) come di due autori affini, esponenti principali della categoria dello “Sperimentalismo” (nella quale potremmo ora inserire tutta una serie di autori, da Massimo Ferretti a Flavio Santi, da Patrizia Vicinelli a Chiara Daino).

Dovremmo, abolite le “liste della spesa” delle mille inutili mappature e antologie enciclopediche uscite negli ultimi dieci anni, scardinare la logica dei raggruppamenti e ripensare gli autori in quanto opere a partire dalle quali elaborare categorie sintetiche fondate sulle affinità delle risposte estetiche al presente storico e linguistico in atto; insomma, dovremmo assumere una filosofia critica della prassi.

Detto questo, vorrei tentare di tracciare un piccolo resoconto degli sviluppi estetici della cosiddetta “nuova generazione” di poeti italiani, o perlomeno di rappresentarne alcuni momenti, a brulichio, a lampi (non essendo io un “critico puro” ma un autore che tenta di accendere qualche cerino nella fitta nebbia di disattenzione mediatica in cui si è dispersa la poesia in Italia).

Innanzitutto, io credo che al di là dell’approssimazione del decennio di nascita (“i poeti nati negli anni tot”) si possa individuare l’origine di una novità generazionale solo a partire da un’oggettivabile discontinuità storico-culturale, che nel nostro caso credo si possa individuare nella mutazione antropologica del nostro Paese a partire dal biennio 1977-1978 che rappresenta, a due anni dalla soppressione di Pasolini, l’esaurimento dell’impegno politico, lo scioglimento del movimento studentesco (si pensi al secondo ed ultimo Festival del Parco al Lambro di Milano, dove l’impegno collettivo passa il testimone all’individualismo nichilista o pre-consumistico ed edonista), il passaggio di Telemilanocavo alla via etere, l’acquisizione dell’emittente da parte dell’imprenditore Silvio Berlusconi, la soppressione di Aldo Moro e tutto ciò che ne segue e che potremmo sintetizzare nella formula di “Trentennio” (definizione di Giampiero Marano; ed ora un importante titolo di Gianni D’Elia) della interruzione culturale e della società dello spettacolo italiana, che poi è in poche parole il proemio al nostro Postmoderno nazionale, variante specifica ed anomala (per ritardi e schizofrenie ideologiche tipiche del nostro Paese) del mutamento continentale inteso da Bauman come società liquida, disarticolazione individualistica delle società di massa, etc.

Non dovrebbe dunque neppure passare inosservata la coincidenza per cui il 1978 è, come abbiamo più volte scritto, l’anno della pubblicazione dell’antologia La parola innamorata, dalla cui strumentalizzazione critica deriva il battesimo di quell’estetica privatista e confessionale che nelle sue degenerazioni degli anni ’80 e ’90 ha imposto, sotto forma di gusto estetico dominante e di auto-censura, il dogma del disimpegno del poeta, del frammento non relazionale e dello scollamento schifiltoso tra soggetto poetico e realtà condivisa (storica, geografica, linguistica).

Fanno dunque parte della categoria Nuova generazione quei poeti il cui processo di acculturazione si svolge integralmente all’interno di questa Storia (1978-2008) e le cui opere prime escono sostanzialmente tra la seconda metà degli anni ’90 e il primo decennio del 2000.

Si potranno poi individuare, all’interno di questa unica generazione nata tra gli ultimi anni ’60 e il primo lustro degli ’80, due “momenti” difficilmente databili ma bene o male coincidenti con una prima predominanza lirica, di origine ligure o lombarda (sebbene come vedremo contraddetta dal contenuto linguistico e visivo; una testimonianza è L’opera comune delle edizioni Atelier), e una successiva deflagrazione verso lo stile narrativo ed espressionistico degli elementi extraletterari già presenti nella precedente fase.

Se andiamo ad esempio ad analizzare l’opera di un poeta nato negli anni ’60 (dunque di poco precedente i “nuovi”, e facente parte di quella porzione generazionale efficacemente definita da Marco Merlin «poeti nel limbo») come il bolognese d’adozione Giancarlo Sissa (1961) avremo sotto gli occhi un percorso esemplare per comprendere il cambiamento avvenuto nel corpo della poesia italiana contemporanea degli ultimi quindici anni. Proprio nella seconda metà degli anni ’90 il poeta passerà infatti da una produzione poetica di impianto prevalentemente lirico (Laureola, Book, 1997) ad un violento vitalismo post-pasoliniano pregno di invettive e scabre trascrizioni realistiche, nella forma di una bassa lingua neo-volgare o gergale che pareva del tutto rimossa o impraticabile stando ai canoni dominanti gli anni ’80 e ‘90 (il cui canale ufficiale di divulgazione è stata la rivista «Poesia»). È il caso soprattutto del suo terzo libro, Manuale d’insonnia (Aragno, 2004).

Discorso non dissimile potrebbe andar fatto per la poetessa Alba Donati (1960) che sin dalle prime prove su rivista (il suo primo libro, La repubblica contadina, uscirà per City Lights nel 1997; Non in mio nome per Marietti nel 2004) dimostra di essere autrice già in grado di rappresentare quello scarto epocale che stiamo analizzando, o per poeti più maturi e già ben conosciuti come Buffoni o D’Elia sui quali non mi voglio ora soffermare.

Senza dubbio, evidente a qualunque critico testimone è che la sperimentazione dello stile comico-realistico, la tentazione di raccontare storie, il mettere in scena personaggi e contesti spazio-temporali condivisi, la dimensione insomma collettiva del contenuto visivo e del suo ordito linguistico, l’ampliamento del punto di vista dall’io-lirico all’alterità narrante, dopo alcuni decenni di crisi coincidenti con la crisi cognitiva maturata in seno alla generazione degli autori nati negli anni ’40 e ‘50 (il riflusso nel privato de La parola innamorata, il naufragio nel «mare della soggettività» di cui parlava Dario Bellezza) si stia invece oggi dimostrando come una delle più consistenti e fertili aree della nuova versificazione italiana.

Alcuni nomi imprescindibili per quanto riguarda la libera fuoriuscita dal canone degli “innamorati” sono sicuramente Flavio Santi (1972), Martino Baldi (1970) e Simone Cattaneo (1974-2009), tra i primissimi ad aver percorso in un contesto di saturazione soggettivistica la strada della rappresentazione narrativa ed espressionistica della nuova realtà storica, tra isolamento, alienazione e geografie del Postmoderno.

Ognuno a suo modo: Flavio Santi con le sue satire cyborg e i suoi drammi vitalistici e alienati (Rimis te sachete, 2001; Il ragazzo X, 2004), Martino Baldi con i suoi bozzetti tragicomici (Capitoli della commedia, 2005) Simone Cattaneo con le sue cupe incisioni visionarie, alla Goya (Nome e soprannome, 2001; Made in Italy, 2008).

Moltissimi dei poeti successivi, nati nella seconda metà degli anni ’70 e nei primi anni ’80, partiranno proprio da questa rinnovata esigenza del dire e del condividere una narrazione, di elaborare una pur brutale e disincantata visione o percezione critica del mondo, nella consapevolezza anche di dover talvolta rinunciare alla levigatezza del singolo verso in virtù dell’insieme espressivo del testo o dell’opera. Alcuni nomi: Stefano Sanchini (1976), Stefano Lorefice (1977), Augusto Amabili (1977), Loris Ferri (1978), Matteo Zattoni (1980), Chiara Daino (1981).

La prosa magmatica e ritmica della Daino può farci da ponte per un’altra area dello “Sperimentalismo”, che chiamerò (ancora, e sbagliando; perché le definizioni che qui utilizzo sono datate e chiedono di essere sciolte) “Sperimentalismo freddo”, che sfuma con l’area dell’esigenza espressiva e narrativa appena sorvolata ma che ne è distinta nel metodo concettuale o performativo di costruzione e decostruzione del materiale linguistico.

C’è da dire che molti dei poeti che si riconoscono nel percorso informale delle avanguardie del Novecento (dal Dada alla neo-avanguardia italiana degli anni ’60) hanno assunto la consapevolezza di una crisi già riconosciuta da molti degli artisti sperimentali degli anni precedenti (si consideri ad esempio il lavoro teorico di Voce e Cepollaro su «Baldus»; ma anche alcune valutazioni di Alberto Grifi), che si sono chiesti (in poche parole) se l’avere portato alle estreme conseguenze le teorie di destrutturazione linguistica come abiura dall’ideologia nazionale (Sanguineti) non abbia a conti fatti prodotto un momento estetico paradossalmente affine o funzionale a quell’elitarismo della cultura ermetica che si voleva programmaticamente contestare e abolire.

Arrivando al succo del discorso, anche i nuovi “sperimentali freddi” sentono il bisogno, oggi, di comunicare “narrazioni”, di inserire cioè nell’ordito di una sperimentazione formale e linguistica anche radicale, dei contenuti riconoscibili (si leggano ad esempio Marco Giovenale, Adriano Padua, Luigi Socci e Mariangela Guatteri, tra i migliori).

Si faccia però attenzione, perché la metamorfosi di cui parlo, e che è il movimento di emersione dal naufragio della soggettività non relazionale degli anni ’80 e ’90 (dipeso da tutto un clima storico-culturale travolgente: la spettacolarizzazione della società italiana, la perdita del pubblico della poesia, la fine del ruolo del poeta), riguarda trasversalmente tutte le poetiche, anche quelle apparentemente più lontane da una cultura giottesca di narrazione ad exempla (e tanto più dalle istanze dell’avanguardia).

Voglio dire cioè che anche poeti saldamente legati alla tradizione lirica come Gabriel Del Sarto (1972) e Massimo Gezzi (1976) non sono immuni a questa mutazione dello sguardo. La loro riscoperta dello spazio e del tempo avviene però a partire da un punto di vista esclusivamente soggettivo, che non si mimetizza nell’alterità ma che con questa alterità stabilisce una relazione dialettica ed inclusiva.

L’alterità dei nuovi lirici è la lingua. Se in Del Sarto essa risulta come postmoderna interferenza dello stile quotidiano in un impianto sostanzialmente tradizionale e persino manieristicamente sublime, in Gezzi, in cui anche permangono stilemi e vocaboli classici (e nella fattispecie desunti da una tradizione che va dal post-ermetismo lombardo sino a Montale e Sereni), il pretesto che avvia il movimento poetico è sempre esterno, realistico. La novità è che questa adiacenza al reale popola improvvisamente la formula lirica tradizionale di una serie di vocaboli e di oggetti ancora estranei a tale tradizione.

Tre lirici nuovi come Carlo Carabba (1980), Daniele De Angelis (1981) e Raimondo Iemma (1982) si muovono, pur con maggiore libertà ed inquietudine stilistica (soprattutto per quanto riguarda De Angelis che ibrida con grande libertà stilistica lirica e sperimentalismo narrativo), su questa strada e metodo, di osservazione soggettiva del mondo e riflessione, di ricerca poetica sul campo della realtà storica e geografica, sull’habitat.

Uno dei movimenti poetici a mio avviso più interessanti ed originali di questi ultimi quindici anni di nuova poesia italiana è quello che invece chiamo lirica tellurica e che consiste, nel mantenimento della tradizione lirica popolare (la forma-canzone), nello smottamento del punto di vista dall’io-lirico all’oggetto dell’osservazione immedesimata, per cui l’io poetante diviene, come ho detto altrove a proposito della poesia di Enrico Piergallini (1975), un io-mondo, in quanto coincidenza di storia personale, collettiva e geologica, metodo che si riscontra anche nell’evoluzione ultima della poesia di una delle più fertili voci femminili di questi ultimi anni, Mariangela Guatteri (1963), nome che abbiamo già incontrato (perché nella realtà non esistono queste categorie separate). Senza dubbio Giacimenti di Piergallini e l’inedito Quinta di cave e risorti della Guatteri sono due opere centrali e sorelle, nel panorama della nuova poesia italiana.

Sia chiaro che la categorizzazione a cui mi sono sino ad ora prestato è assolutamente irreale. In ognuno di questi nuovi autori (che sono una manciata pescata in un mare ad altissima densità) agisce in maniera più o meno latente una molteplicità di esigenze formali, linguistiche e dunque di visioni di sé, del mondo e della storia dell’uomo.

Né tantomeno è possibile tacere l’importanza di molte altre soggettività che agiscono nel sottobosco della nuova poesia italiana e che non rientrano nel riduttivo teorema che ho sin qui tentato di dimostrare (e che è questo: la nuova poesia italiana rappresenta l’emersione dell’io poetico dal soggettivismo non relazionale).

Si dovrebbe ampliare questo bozzetto fondato sul contenuto visivo dell’opera e trasformarlo in un discorso più articolato su sguardo e percezione, sulle metamorfosi dell’io poetante nel Postmoderno italiano.

Ad esempio anche in Davide Brullo (1979), autore degli Annali, e in Alessandro Rivali (1977), che ha pubblicato La riviera del sangue, la storia segna il tempo e lo sguardo largo di un soggetto parlante non più coincidente con l’individualità autoriale (biografica), mentre in autori come Tiziana Cera Rosco (1973) o Elisa Biagini (1970) esso torna più probabilmente nei meandri della percezione biologica, materica ed anche orfica, del canto panteistico degli elementi, organici e inorganici.

Scendendo per questo declivio denso di opere essenziali, discorso a parte andrebbe dedicato a Massimo Sannelli (1973) in cui il ritorno ad un dettato oscuro ma non freddo, sulla lezione della poesia irrazionalista del Novecento europeo da Artaud a Celan, e alla ricerca di una nuova prosodia musicale sulle orme di Amelia Rosselli e dello sperimentalismo rimbaldiano di Zanzotto, testimonia un’esperienza poetica complessa e rara. Simile riflessione andrebbe fatta per il giovanissimo e talentuoso Angelo Petrelli (1984), o per i già conosciuti Andrea Ponso (1975) e Danni Antonello (1978).

Ciò che di essi posso dire, a proposito del discorso circostanziale che sto affrontando, è che anche qui la diga omologante dell’ideologia separata viene travolta.

Penso cioè che anche il canto della visione filosofica e della tentazione ontologica sia un atto di rivolta dell’unità complessiva del sapere umano (dell’essere umani) contro le gabbie del trentennio delle separazioni specialistiche e di genere che stiamo in questi anni smantellando, insomma contro la restaurazione monodimensionale (il quotidiano senza scavo, il frammento senza relazione, il fenomeno senza contesto) subita nel ciclo storico in cui si è sviluppata la nostra generazione privata.

Concludo. Queste mie parole sono solo dei cerini dentro l’oblio.

Le quattro aree stilistiche su cui hanno fievolmente fatto luce sono, bene o male, le stesse che formano il secondo Novecento italiano, e cioè: 1) sperimentalismo narrativo o espressionistico, 2) sperimentalismo freddo, 3) lirica e 4) post-ermetismo.

A differenza del Novecento però, l’area stilistica a più alta densità (in relazione, certamente, alla qualità delle opere) è oggi quella che deriva dallo sperimentalismo narrativo ed espressionistico e che infatti in diversi modi (nell’apertura plurilinguistica e terminologica, nel movimento di emersione dall’io metafisico al mondo e alla storia) influenza anche le altre, al punto che potremmo forse dire che lo stesso genere lirico risulta talmente contaminato dalla riforma dello sperimentalismo narrativo degli anni ‘60 (Pagliarani, Roversi, Pasolini, Porta, Di Ruscio etc) al punto da poter apparire, oggi, come un momento di esso.

Helene Hegemann – nuova stella del panorama letterario berlinese e autrice del già best-seller Axolotl Roadkill – ha ammesso di aver scritto il “suo” romanzo “saccheggiando” la rete qui e lì, dopo essere stata accusata di plagio da Deef Pirmasen, autore di un romanzo online a cui la Hegemann più si è “ispirata“. Ma è davvero questa la notizia? A mio modo di vedere, assolutamente no.

Dietro questa storia, c’è molto più di una ragazzina (l’autrice ha solo diciassette anni) smaniosa di atteggiarsi all’ultima Virginia Wolf made in Berlin. Avranno pure un ruolo la casa editrice, gli editor e la critica, o no? Che dire, poi, dell’artificio derivante dal famoso “effetto esposizione“, meglio conosciuto come “effetto museo“, tanto studiato dai sociologi: centrerà pur qualcosa, o no?

Dico questo perché credo che questa storia vada al di là della vicenda in sé. Ad esempio, potrebbe rappresentare il lassismo di una critica che ha smesso, come parte di quella italiana, di leggere i libri che recensisce. Oppure, se così non fosse, potrebbe voler dire che il web è pieno di scrittori geniali e incompresi almeno tanto quanto sconosciuti. Se neanche si fosse d’accordo su questo, l’unica cosa che mi rimane da pensare è che abbiamo seriamente bisogno di rivedere i canoni estetici e stilistici con cui siamo soliti approcciarci alla Letteratura. Perché, allo stato attuale delle cose, un buon romanzo è quello che vende più copie, il Best-Seller appunto. Che è un po’ come dire che il buon scrittore è quello che scrive più libri. Ma così, sappiamo benissimo tutti non essere.

La Letteratura sta rischiando di morire schiacciata dal peso dell’invadenza di una narrativa spicciola, il cui unico pregio è quello di adeguarsi perfettamente ai gusti estetici del mercato corrente. Una letteratura (e non Letteratura) come questa non è più in grado di offrire nulla al mondo che la accoglie. Anzi: dal mondo essa prende gli elementi che non è più capace di creare, reinventare, proporre, e si limita a raccontarli, a volte con romanticismo e buonismo altre con piglio più lucido e sadico, riempiendo pagine e pagine di retorica e messaggi edificanti non richiesti, perdipiù scritti male. E ci ritroviamo pieni di “fiction” in biblioteca così come in TV. Come se la vita che abbiamo, così com’è, ci piacesse così tanto che sentiamo la necessità di ripetercela, rivivendola ogni volta nelle pagine di un libro. Oppure è la definitiva sconfitta dell’immaginazione, la bandiera della realtà piantata nella testa cava del sogno. Realtà a cui sempre più uomini sembrano adeguarsi con sempre maggiore facilità e velocità, perché, in fin dei conti, è quel che c’è. Ma dov’è quella Letteratura che re-inventa la realtà? Dove quella che ri-pensa l’uomo e la sua inutile presenza su questo mondo?

Della Hegemann mi hanno colpito molto le due dichiarazioni/giustificazioni rilasciate  in risposta alle critiche giunte un po’ da tutte le parti. La prima è “L’originalità in ogni caso non esiste più, solo l’autenticità”, come dire: la Letteratura è morta, non possiamo che ripeterci e sperare di vedere il nostro nome sotto il titolo di un romanzo che non abbiamo scritto. La seconda è “Credo che il mio comportamento e il modo di lavorare sia stato del tutto legittimo; non mi faccio rimproveri, ciò può dipendere anche dall’ambiente dal quale provengo e nel quale si cerca l’ispirazione un po’ dappertutto”, definendo gli scrittori (futuri o attuali) del suo ambiente (quindi anche della sua generazione) come degli amanti del decoupage.

Tra le due, ciò che più mi spaventa è la possibilità che possa aver ragione, anche alla luce di alcuni “best-sellers” che hanno abitato e tutt’ora abitano gli scaffali delle nostre librerie.

Luigi B.