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Lettelatrura: ovvero, perché Berlusconi è il migliore narratore contemporaneo.

Nonostante sia indubitabilmente complesso dare una definizione di cosa sia l’arte, ciò non mi priva della possibilità di individuare alcuni dei suoi tratti più salienti. Se si assume che arte è tutto ciò che esime dagli oneri dell’efficienza; che, pur derivando da una necessità, non esprime la soluzione ad un bisogno; che si assume la responsabilità dei suoi artifici prodotti al di fuori dei parametri della logica e che al rigore della funzionalità preferisce la sperimentazione estetica del bello; se si assume tutto ciò come vero, si potrebbe essere d’accordo nell’affermare che arte è soprattutto (ma non solo) forma (da non confondersi con lo stile).

Detto ciò, va da sé che ad ogni tipo d’arte corrisponde una sua propria forma d’espressione, che avviene grazie alla manipolazione di un determinato materiale primario secondo le regole di base stabilite dalle varie tecniche: la pittura si servirà dei colori e delle tecniche pittoriche e del disegno; la fotografia della luce, della prospettiva e delle tecniche dello sviluppo; la musica del suono e degli strumenti musicali e del pentagramma; la poesie della parola, del suono, del ritmo e delle tecniche della metrica; la letteratura del linguaggio, della sintassi e delle tecniche della narrazione.

Limitiamo il discorso restringendo il campo d’indagine all’ultimo ambito artistico: la letteratura.

A differenza di colui che per esprimersi sceglie la poesia – un susseguirsi di suon-immagini evocanti i più diversi stati d’animo che si consumano nel giro di qualche verso, lo scrittore-narratore ha bisogno di guadagnarsi la fiducia del lettore attraverso la persuasione perché il lettore decida di dedicare molte ore o qualche giorno alla storia-romanzo che gli propone. Indubbiamente, il contenuto di una storia o di un romanzo è fondamentale al fine di stimolare la lettura. Ma molta della persuasione che fonda la motivazione del lettore deriva dal modo della narrazione. Anche le cose più interessanti, infatti, se non espresse nel modo giusto, rischiano di rimanere inascoltate. Allo stesso modo, argomenti di scarso interesse o semplici come può essere una storia qualsiasi, possono ripristinare gli uditi più sordi, se raccontati nel modo giusto.

La capacità narrativa influenza anche le sorti di un autore. Quando, infatti, un autore, da fenomeno editoriale, diventa a tutti gli effetti scrittore? Quando, attraverso la sua tecnica narrativa, è capace di instaurare quel legame empatico e di coinvolgimento tra i suoi personaggi e il lettore, diventando il trait d’union indispensabile tra la storia che egli scrive scrive e quella di colui che la legge, il quale non vorrà mai smettere di leggere oltre per vedere come va a finire.

Chi altri è, ancora, il buon scrittore? È colui che, attraverso gli artifici narrativi e l’utilizzo del linguaggio condiviso dalla comunità a cui si rivolge, è in grado di comunicare persuasivamente il nuovo insinuandolo sotto le mentite spoglie del vecchio, utilizzando una struttura manifesta dentro cui nascondere l’imprevisto/imprevedibile, appropriandosi delle parole per poi restituirle cariche di un significato che prima non conoscevano. Tutto questo crea un legame tra chi scrive e chi legge, tanto più indissolubile quanto meglio è raccontata la storia, e che, da semplicemente persuasivo, diventa di condivisione: universalizzante.

Tutto questo lungo preambolo mi è servito da premessa alla seguente affermazione: il miglior narratore italiano contemporaneo, anche se non ha mai scritto un cazzo, è Silvio Berlusconi (che è anche il maggior editore italiano, ma questo è un altro discorso).

A chi fosse scettico al riguardo chiedo: se Silvio Berlusconi non è il miglior narratore contemporaneo, cosa diavolo è questa storia che dura da un ventennio ormai, che è stata capace di unire milioni di cittadini-lettori in un unico coinvolgente amplesso emotivo che le cinque stagioni di Lost le fanno un baffo? Se si riflette bene su Silvio Berlusconi, con un minimo di obiettività e un pizzico di senno del poi, si può facilmente intravedere la perfezione del personaggio: un signor nessuno che passa dall’animazione di crociera alla presidenza del consiglio, attraverso un percorso pieno di peripezie, ostacoli, amici e nemici, grazie al suo carisma ed alle sue straordinarie capacità. Lo stereotipo della storia del self-made man raccontata in maniera sublime a 56 milioni di italiani che hanno seguito e seguono, passo dopo passo, le vicende che il protagonista ha deciso di raccontargli, appassionandosi, lasciandosi piacevolmente coinvolgere dalle passioni della personificazione. Il protagonista lo hanno amato, odiato, difeso, attaccato, osannato, disprezzato, senza mai privarlo del suo ruolo e lasciando che questi diventasse parte della loro stessa vita, proprio come lo sono diventati alcuni personaggi che abbiamo conosciuto nelle pagine dei libri o nei serial televisivi.

Se Silvio Berlusconi ha una capacità, questa è quella di comunicare/rsi. L’attuale presidente del consiglio, infatti, ha saputo raccontarsi al suo popolo, come solo un grande scrittore avrebbe potuto fare raccontando il protagonista di una sua storia, utilizzando in maniera lucida ed originale il linguaggio in tutte le sue accezioni verbali e non verbali, appropriandosi delle parole rendendole inoffensive o funzionali al suo discorso (comprare le case editrici serve anche a questo), come un vero maestro della retorica, e utilizzando tutti gli elementi narrativi di una storia ben raccontata.

Come lucidamente descrive Daniele Luttazzi nel suo ultimo saggio-satira “La guerra civile fredda”, esistono cinque elementi indispensabili affinché una storia risulti ben raccontata: il progetto, o il voler raggiungere/ottenere qualcosa a qualsiasi costo; gli ostacoli da superare; l’unicità del protagonista; le debolezze del protagonista; il passato del protagonista.

Ora, il progetto di Berlusconi, inutile quasi dirlo, è il potere (che è riuscito a raggiungere alla grande, ma che ora vuole mantenere). Gli ostacoli sono anch’essi noti a tutti, visto che il Nostro si prodiga di ricordarceli un giorno si e l’altro pure: la stampa comunista, le toghe rosse, la polizia eversiva. Come Luttazzi sottoline, Berlusconi tende ad enfatizzare e ingigantire ossessivamente i suoi ostacoli perché ciò gli è congeniale: quanto più grandi sono gli ostacoli che il protagonista deve superare, tanto maggiore saranno gli sforzi che egli dovrà compiere. Le sue azioni, che fuor di contesto potrebbero risultare eccessive o spregiudicate, vengono automaticamente giustificate dalla grandezza di tali ostacoli. Con il vantaggio che l’avventura risulta ancor più avvincente. La unicità e le debolezze del protagonista sono indispensabili al cittadino-lettore perché possa delineare i tratti del personaggio e costruirsi una rappresentazione di esso, da cui nascerebbe il vincolo emotivo e la partecipazione empatica. Silvio Berlusconi è indiscutibilmente unico, più unico di quanto ognuno di noi lo sia giá solo per il semplice fatto di raccontarsi ed averne la possibilità. A questo si aggiunge che non tutti sono presidenti del consiglio, chiunque non è presidente di Mediaset, è ricco come pochi ed ha molto potere che gestisce liberamente (anche troppo, direi). Anche le sue debolezze sono evidenti, volutamente evidenti perché il personaggio Silvio Berlusconi, pur nella sua unicità, non si allontani troppo dall’uomo comune, il quale conserva, prorpio per questo, la possibilità di identificarsi con esso. Le donne, le puttane, le frequentazioni poco limpide, i due matrimoni, i figli di primo e secondo letto, le vicende giudiziarie, il divorzio con Veronica a Porta a Porta, le questioni sull’eredità, il mausoleo nella sua villa di Arcore, il teatro greco nella residenza estiva a Villa Certosa, Mangano in casa, sono tutti elementi che rendono speciale e fin troppo umano il personaggio Silvio Berlusconi, contribuendo, al tempo stesso, a creare la sua storia. La storia di un personaggio è assolutamente fondamentale per indurre quel meccanismo di identificazione da cui deriva, successivamente, l’empatia. Il suo passato sta alla base di quel sentimento di familiarità che consente la vicinanza emotiva. Ricordate “Una storia italiana”? quel libricino che Silvio mandò a mezza Italia con la storia della sua vita. E i vari reportage su Chi? lui con la famiglia, lui nelle sue residenze, lui con i suoi affari, lui con tre dolci fanciulle sedute sulle sue gambe. Per non parlare di quei fascicoletti su Berlusconi pubblicati a puntate da Libero di qualche anno fa. Familiarità, debolezze e unicità – e un enorme potere mediatico per raccontare.

L’ultimo esempio eclatante a conferma del fatto che il nostro (?) presidente del consiglio sia anche il più grande narratore contemporaneo è l’attacco fisico subito a seguito di un suo comizio a Milano qualche mese fa. La sofferenza del volto di un uomo ferito, quindi non invincibile, e al tempo stesso la forza e l’orgoglio di un uomo speciale che si affaccia dallo sportello dell’auto per farsi vedere dal suo popolo. Evento – vero o montato che sia non ha importanza – immediatamente trasformato in racconto, storia, trama, con un utilizzo della parola e del linguaggio in generale pieno della più efficace retorica che si rivolge alle anime pie.

Uno dei vantaggi di Berlusconi, infatti, è stato quello di aver saputo appropriarsi delle parole più “alla moda”, quelle più presenti nelle bocche di tutti, quelle più rappresentative dei suoi tempi, restituendole alla sua platea rinnovate nel significato e nella portata. “Il Popolo delle Libertà”, i “difensori del voto”, la “libertà”, la “democrazia”, la “privacy”, la “meritocrazia”, la “responsabilità sociale”, l’”uguaglianza”, il “partito dell’amore”, la “tolleranza”, il “perdono”: tutte espressioni proprie, se non di una cultura strettamente comunista, almeno di una visione del mondo di sinistra, che si è fatta rubare da sotto il naso quella che era la sua retorica. Un linguaggio ed una terminologia evidentemente in contrasto con la sua politica affarista, il suo atteggiamento dispotico ed anti-democratico, la sua visione del mondo del “io so’ io e voi nun siete un cazzo”. Ma tale atteggiamento contraddittorio, quasi vicino alla schizofrenia, come è evidente, non è importante o, piuttosto, perde la sua importanza di fronte alle necessità della narrazione.

Ciò che è accaduto, infatti, è che l’identificazione tra il personaggio e il suo pubblico-lettore si è talmente solido-radicata da consentire al protagonista di questa “storia italiana” di parlare solo ed esclusivamente di sé senza che nessuno si senta escluso dal racconto. Tutti quei cori in piazza durante la manifestazione di qualche sabato fa non sono altro che il prodotto della totale e alienante personificazione del cittadino-lettore con il suo personaggio. Tutti infatti rispondevano in coro che non volevano le tasse di successione per le eredità, non volevano la magistratura schierata, non volevano un controllo fiscale che fosse troppo invasivo, non volevano le intercettazioni della polizia: tutti questi questi “ostacoli” che, in realtà, sono di una persona sola (Silvio Berlusconi), sono diventati gli ostacoli di tutti. Con la pubblicazione del libro commemorativo “L’amore vince sull’odio e sull’invidia” da parte della Mondadori si è arrivati all’apoteosi dell’assurdo: il presidente del consiglio, nonché proprietario della casa editrice, pubblica un libro commemorativo di se stesso, assolutamente privo di qualsiasi valore culturale, qualitativamente sotto le barzellette di Totti e a pari livello di un catalogo Ikea, guadagnandoci su.

Proprio a seguito di questo inaccettabile avvenimento editoriale, in un mondo dove ormai sembra che anche l’abbaiare di un cane possa fare poesia, mi sono concesso la libertà di un neologismo: lettelatrura. Nel frattempo, la mercificazione del sé tramite l’identificazione con la narrazione va avanti.

Anche io sono curioso di conoscere il finale di questa lunga storia, nonostante sia convinto di sapere già come andrà a finire: il protagonista si ritirerà a vita privata, lasciando in eredità al successore il suo impero politico-mediatico con l’onere e l’onore di mantenerlo così com’è, se non per perfezionarlo. Morirà in esilio pseudo volontario-verosimilmente forzato in qualche luogo esotico o comunque lontano dagli occhi e dal cuore. Non si farà che parlare di lui, come già accadde quando era in vita. Si formeranno gli schieramenti dei pro e dei contro. Andrà a sostituire nei discorsi la retorica del fascismo e dell’antifascismo, che oggi occupa le voci di molti italiani e le pagine di molti giornali. Dopo una decina d’anni – quando i vecchi di ora saranno morti o troppo vecchi, i giovani di adesso saranno vecchi o troppo stanchi o troppo delusi e quelli che oggi sono bambini saranno giovani che non ricorderanno nulla o non abbastanza, obnubilati dall’intermittenza delle luci della playstation – quando tutto sarà più lontano, gli dedicheranno onorificenze e, magari, anche una piazza di qualche città. Qualcuno, molto pochi, si incazzerà per questo. Tutti gli altri saranno troppo impegnati in un altra avvincente storia di questa nostra lettelatrura italiana. Edizioni Mondadori o chissà.

"Berlusconi? Cade a Marzo" – Una bellissima intervista a Daniele Luttazzi

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Daniele Luttazzi, una delle menti satiriche più lucide e pungenti su territorio italiano, è scomparso solo dalla TV. La sua presenza assidua su internet attraverso il suo blog , in libreria con il suo ultimo lavoro “La guerra civile fredda”, ma soprattutto nei teatri con i suoi spettacoli, lo tiene ancora abbastanza vicino agli italiani. Per fortuna. Di seguito, una intervista di Andrea Scanzi, pubblicata sul blog Monty Brogan di La Stampa.






Perché riprendere la parodia di Susanna Tamaro?
“In origine era uno spettacolo del ’96, l’autrice mi fece causa e la perse. La prima di una lunga serie.

L’ho riscritto per più di metà, il tono è satirico-surreale. Il libro della Tamaro esprimeva tutti quei valori, per me decrepiti, che ne spiegavano il successo. Valori da spazzare via con la satira: si percepiva che portavano con sé qualcosa di fascistoide. Ora quei valori sono diventati un programma di governo. Un incubo esistenziale per molti. Non a caso adesso l’autrice scrive per Famiglia Cristiana”.

Lo spettacolo comincia con un’affermazione impegnativa: “Questo monologo celebra la fine del regno birbonico”.
“Con la bocciatura del Lodo Alfano, Berlusconi giustamente dovrà andare a processo. Tutto un sistema di potere che convergeva sulla sua figura si dissolverà come neve al sole. Credo verso marzo. Andremo a elezioni anticipate, governo tecnico, eccetera. Berlusconi è finito: do questa bella notizia ai lettori. Ora bisogna occuparsi di chi Berlusconi ce l’ha messo. Ovvero gli italiani. Berlusconi è l’ennesima espressione dell’eterno fascismo italico, che come un fiume carsico viene ciclicamente in superficie e provoca danni. Come diceva Petrolini quando qualcuno dal loggione lo importunava: “Io non ce l’ho con te, ce l’ho con quello accanto a te che non te butta de sotto”. Ecco: gli italiani sono quelli accanto a lui. Berlusconi è finito, il berlusconismo no”.

Se gli italiani restano malati di fascismo congenito, perché Berlusconi cadrà a marzo?
“Alcuni indicatori – settori della finanza, economia, politica, industria, Vaticano, USA – segnalano, come un aumento di radon dal sottosuolo, che Berlusconi anche per loro è superato. Da adesso fino a marzo sarà solo un problema di tempi tecnici. Berlusconi andrà a processo, verrà condannato e materialmente salterà. E’ stato già mollato. Servono altri personaggi, dicono Fini. Lo Stato, a quel livello cui noi non abbiamo accesso, non può permettere che uno come Berlusconi demolisca i fondamenti della Costituzione”.

C’entra anche l’immagine dell’Italia all’estero?
“Un po’ sì. Non è possibile che gli italiani siano diventati lo zimbello d’Europa per colpa di una persona malata, che ha problemi con le donne e con l’universo mondo. Questo però, attenzione, è solo l’epifenomeno. E’ molto più grave che Tremonti e Berlusconi, da un punto di vista economico, non abbiano fatto nulla per uscire dalla crisi economica. Assolutamente nulla, anche se il Tg1 di Minzolini non lo dice”.

Anche il Vaticano ha scaricato Berlusconi?
“Sì. La Chiesa è così: finché Berlusconi ha uno stalliere mafioso in casa, va bene. Falso in bilancio, corruzione, leggi ad personam: okay. Se però Berlusconi va a letto con una puttana, allora no, questo non si può fare. Spero che abbiano capito che non esiste una persona più profondamente anticattolica di Berlusconi. I suoi riferimenti sono altri, il suo stesso mausoleo non brilla certo per simbolismi cristiani”.

Lei non è mai stato tenero con il Pd. E’ diventato più indulgente dopo le primarie?
“No. Lo dicevo anche due anni fa, in due interviste a Repubblica e Unità. Stavano tirando la volata a Veltroni e mi chiesero cosa pensassi del Pd. Io risposi che il Pd era un’inevitabile stronzata. Tagliarono domanda e risposta. Il Pd è un progetto inconsistente e sbagliato. Anche la narrazione del Pd è inadeguata. Il Pd non sa chi rappresenta: a chi parla? Cosa dice? Non lo sa. Va sempre in televisione, ma parla a vanvera. Non ha alcuna efficacia. Sentire D’Alema che parla di ‘amalgama non riuscito’ e vederli ancora impegnati nelle baruffe chiozzotte, non stupisce. Però, anche qua: perché un satirico due anni fa c’era arrivato e gli Scalfari no? Stanno ancora lì a fare propaganda”.

Chiederlo a lei fa un po’ ridere, ma esiste un problema di libertà d’informazione?
“Certo. All’origine di tutto c’è il conflitto di interessi berlusconiano. Inoltre, in Italia, la voce libera da appartenenze non ha accesso. Esistono clan di sinistra, clan di destra, chiesa, massonerie. Ciascuno difende interessi particolari. Io aspetto ancora che Repubblica faccia una seria inchiesta sulla Sorgenia di De Benedetti, sui progetti Sorgenia di produrre energia bruciando paglia o metano ad Aprilia e in Val D’Orcia. Oltretutto il progetto Aprilia fu autorizzato da Pierluigi Bersani, quando era ministro. E aspetto ancora che qualcuno chieda conto ai maggiori propagandisti italiani della guerra in Iraq, Giuliano Ferrara e Carlo Rossella, delle centinaia di migliaia di morti innocenti. L’ottava puntata di Decameron parlava di questo, ma mi hanno sospeso alla quinta”.

Internet è più libero?
“Su Internet ho enormi riserve. Innanzitutto è un Panopticon micidiale: i carcerati sono anche i carcerieri. Chi interviene in un blog, è osservatore e osservato. I suoi gusti sono monitorati sempre. La tua personalità viene trasferita interamente in Rete, fino al caso micidiale di Facebook. A quel punto non avrai più difese: c’è un’area del pudore che Internet violenta costantemente. Baudelaire diceva che l’artista è sempre quello che mantiene viva la sua vulnerabilità, la sua sensibilità. Quello che non viene ottuso dall’alienazione. Se non ti proteggi, ti offri alla violenza. Il web diventa uno spazio molto impudico. Inoltre il web favorisce il populismo, come dimostra il caso Grillo. Fra l’altro, la sua ‘democrazia dal basso’ non è che marketing partitico in cui sono esperti quelli della Casaleggio Associati, la società che ne segue le mosse. Il modello è la guerrilla advertising del Bivings Group”.



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Però almeno Grillo ha sciolto l’ambiguità: non più satirico, ma politico. Quello che lei gli aveva chiesto dopo il primo V Day.
“Sì e no. L’ambiguità non è stata risolta completamente. Grillo ha creato un partito. Da quel momento, ogni suo punto di vista è pregiudiziale. Fine della satira. Adesso i suoi sono comizi. A pagamento. La satira è politica, ma l’attività partitica è un’altra cosa. Al Franken, grande satirico, si è candidato coi democratici, ora è senatore, e ha subito smesso di fare spettacoli satirici. Grillo no”.

Il satirico, in tutto questo, che ruolo ha?
“Far ridere commentando i fatti. Quando funziona, i bersagli non ridono. Il satirico inquadra il problema e lo mette in prospettiva. Non dà indicazioni su come comportarsi o dire per chi votare, ma fa sì che ognuno si interroghi e cominci un percorso personale di approfondimento. L’arte fa questo: ha tempi più lunghi della politica, ma è inesorabile. Rimane. La satira ha il ruolo della poesia: apparentemente nullo. Ma bisogna credere in ciò che si fa. Poi, una volta scoperte certe cose, il pubblico potrà anche rimpiangere il Matrix di prima, perché magari aveva un buon sapore. Ma il compito del satirico resta quello: provare a svelare il Matrix”.

Molti satirici si sono avvicinati a Di Pietro. Lo stesso Travaglio, da lei “lanciato” in tivù, non lo nasconde. Luttazzi no. Perché?
“Sarebbe un atteggiamento di parte. La satira non è propaganda per questo o quel partito. Con la sua arte, il satirico ricrea un’agorà in cui suggerisce dubbi e lascia liberi di decidere. L’arte ha tempi più lunghi della politica, ma è inesorabile. La satira ha una sua nobiltà, di tipo artistico, molto più potente della semplice denuncia partitica. L’artista è il primo che deve mettersi in discussione, non deve credere di avere sempre ragione. Si tratta di rispettare il pubblico, non di plagiarlo. Io ho ricevuto una solida educazione cattolica. Agli inizi mi capitava di dire battute sulla religione che mi facevano molto ridere, anche se non le condividevo ideologicamente. Dopo vent’anni, ho scoperto che quelle mie battute avevano ragione. Devi fidarti della piccola verità che c’è in una risata. La satira ti rende terzo a te stesso”.

Tutte queste cose, lei potrebbe dirle da Santoro, ma non ci va. Non potrebbe sfruttare lo spazio come Sabina Guzzanti?
“E’ una buona obiezione, ma io conosco il potere del contesto. Ho rifiutato anche Celentano e la conduzione di Sanremo: certi contesti sono più forti di te. Basta leggere McLuhan. Se vai a Sanremo, sei Sanremo. Non sei tu”.

Michele Santoro non è Sanremo. C’è Vauro, c’è Travaglio.
“Vero, ma anche lì c’è un contesto. Santoro è in onda per ordine di un giudice. La dirigenza Rai ha detto esplicitamente che, se potesse, lo farebbe subito fuori. Io non vado in un posto che è una riserva e un altro deve garantire per me. La satira è libera. Quando accetti anche solo un controllo minimo, hai accettato un limite alle tue opinioni. La satira non può avere limiti, a parte quelli di legge”.

Tutto bello, ma così lei si preclude una fetta smisurata di pubblico.
“Non faccio satira ‘per andare in tv’. Ci vado se posso fare satira. La satira è come un’arte marziale. Quando porti il colpo, la forza che ci metti è l’ultimo dei problemi. Posso colpirti con molta più efficacia col minimo di potenza, se so il fatto mio. Infatti io non colpisco mai a vuoto. A differenza del Pd”.