Tag Archives: democrazia

Il Mondo degli imbecilli.

La Monarchia è un gruppo di imbecilli che credono che esista un imbecille meno imbecille di loro per nascita ed eredità.
La Dittatura è un gruppo di imbecilli con il vizio di credersi dei geni












La Repubblica è un gruppo di imbecilli dove non si sa mai di chi è la colpa.
La Democrazia è un gruppo di imbecilli tutti uguali dove la colpa è sempre dell’imbecille di turno











La Oligarchia è un gruppo di imbecilli trattati da imbecilli da un gruppo più ristretto di imbecilli.
L’Anarchia è un gruppo di imbecilli che crede che degli imbecilli possano organizzarsi spontaneamente senza commettere imbecillità.












L’Autonomismo è un gruppo di imbecilli convinti che gruppi più piccoli di imbecilli siano meno imbecilli.
Le Organizzazioni Internazionali sono vari gruppi di imbecilli che parlano lingue diverse.











L’Ordine Mondiale è un grande gruppo di imbecilli.



Informazione: tra qualità e accesso


Prendo spunto da quanto pensavo ieri, mentre pelavo le patate per la cena, e da una discussione aperta sul forum de La Voce del Ribelle, uno dei miei canali di informazione preferiti, per affrontare un tema tanto importante quanto delicato: l’informazione. Secondo quanto sancito dall’Articolo 21 della Costituzione Italiana:

tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure. […]”.

Non credo di essere in errore se affermo che quanto stabilito da questo articolo difende il diritto all’informazione in termini di espressione e non di acquisizione. Qualcuno potrebbe dire che, non essendoci nessuna legge o attività che possa impedire ad alcuno di informarsi attraverso qualsiasi mezzo, non vi sia la necessità di legiferare su un diritto implicitamente acquisito dalla nascita. Teoricamente tutto ciò corrisponde a verità. All’atto pratico un po’ meno.

Un sistema che si definisce democratico, per esser tale, non dovrebbe limitarsi a determinare e sancire i diritti degli appartenenti ad esso solo da un punto di vista legislativo. Un sistema davvero democratico dovrebbe preoccuparsi anche di mettere tutti nelle medesime condizioni di potersi avvalere di quegli stessi diritti per cui si è legiferato. In altre parole: una democrazia, oltre a garantire a tutti gli stessi diritti, dovrebbe fare in modo che tutti abbiano le stesse opportunità di accedervi. Fin qui, nulla di cui non si sia parlato già abbondantemente. Il problema dell’accesso è il “tallone di Achille” della democrazia, ed è una questione che investe tutti i campi su cui fino ad oggi si è legiferato. Trovo, però, che per quanto riguarda l’informazione ci siano alcune porte aperte.

Fatta questa premessa, torniamo indietro alla discussione del forum di cui parlavo prima e che mi aiuterà ad introdurre quello che è il mio pensiero a riguardo. L’utente G.M. (l’accesso al forum è gratuito ma riservato agli utenti registrati. Riporto parte dell’intervento qui sperando di non fare un torto) dice:

Comprare l’informazione. L’informazione “regalata” nel miglior dei casi è incompleta, più spesso gioca su paure e speranze per nascondere tragici tracolli economici che hanno effetto sulla nazione intera. Si rischia la vita per resistere a uno scippo che ci priverà di pochi euro e si ignora il debito pubblico che grava per migliaia di euro su ogni cittadino. Un furto di ben maggiore entità! L’informazione non solo deve essere veritiera, ma deve essere aggiornata, dettagliata e completa! Informazioni parziali sono fuorvianti. Non bisogna mai contentarsi di una sola fonte, si deve sempre sentire le altre. La giustizia uguale per tutti, la decrescita felice che sembrano risultati inaccessibili passano per un atto molto semplice che tutti possono compiere senza sforzo: comprare l’informazione! Siete d’accordo?”.

Alla domanda “siete d’accordo?” a me verrebbe da rispondere: si. Il problema però è che rispondendo si, questa diventerebbe una discussione autoreferenziale. Questo perché l’utente G.M., il sottoscritto e tutti gli altri partecipanti condividiamo con tutti gli stessi diritti, ma è solo con quelli come noi  che condividiamo l’accesso. Non tutti, infatti, hanno la possibilità che noi abbiamo di possedere un computer e saperlo usare, pagare una connessione ad internet e pagare l’informazione che leggiamo. Affermando quindi la necessità che si compri l’informazione, escludiamo tutti coloro che , per un motivo o per un altro, non possono farlo, e facciamo la stessa cosa che, teoricamente ed ideologicamente, combattiamo: una “lobby”. Il punto cruciale allora diventa: chi sarebbe disposto a fare una informazione veritiera, aggiornata, dettagliata e completa a titolo gratuito?

Ci sono tre risposte a queste domande. La prima è la più semplice: nessuno. L’accesso gratuito o esteso alla più grande porzione di massa dell’informazione fa si che quest’ultima diventi inevitabilmente di terzo livello, perché “infettata” da tanti altri interessi che di essa si servono, contribuendo allo stesso tempo ad aumentarne l’accesso. Lo stesso accade con la cultura di massa, l’istruzione di massa, la televisione pubblica e tutto ciò che cerca di aprirsi alla moltitudine. Questo perché ciò che mira a rivolgersi a tutti non può caratterizzarsi con una identità, altrimenti sarebbe una sola identità che si impone a tutti. Ma qualsiasi cosa che non possieda identità non è riconoscibile o diventa facilmente confondibile, in quanto non le si possono attribuire caratteristiche, aggettivi che la descrivano e la definiscano, ovvero: perde valore. Numerosi studi psico-sociologici hanno ampiamente dimostrato come una cosa di tutti paradossalmente non è di nessuno, in quanto nessuno se ne sente responsabile (il meccanismo è stato definito diffusione della responsabilità). Nessuno infatti si sente responsabile di qualcosa in cui non si riconosce. L’informazione di classe A diventa, quindi, un’informazione di nicchia che solo chi ne ha i mezzi può permettersi. E la qualità di questo tipo di informazione è direttamente proporzionale al suo costo ed inversamente proporzionale al numero di persone che ne hanno l’accesso. Il lato positivo dell’informazione di nicchia è che ogni differente nicchia ne ha una, ed ogni persona può scegliersi la nicchia a cui appartenere secondo i suoi principi e, non meno importante, le sue possibilità. Il lato negativo è che l’informazione di nicchia ha un elevato rischio di autoreferenzialità: quelli che appartengono ad una determinata nicchia “se la cantano e sa la suonano”, con il rischio di rimanere incastrati in un loop stesse azioni-stessi risultati che chiude le porte allo sviluppo ed all’evoluzione. In più c’è il rischio che tra le nicchie si instauri un rapporto di competizione, magari con regole ben poco chiare, che può portare alla supremazia di una nicchia sulle altre, più che per meriti pubblicamente riconosciuti, per possibilità d’accesso ad altri canali (politici, economici) per vie traverse.

La seconda risposta alla domanda prende come modello quello attuale e ci fantastica su. Supponiamo che in una Nazione esistano N giornali, dove N è un numero compreso tra 1 e infinito. Supponiamo che i direttori di tali giornali non guadagnino cifre esorbitanti e che i giornalisti abbiano uno stipendio simile ad un operaio della Magneti Marelli. Supponiamo anche che tanti altri costi vengano limitati e meglio gestiti e che tali testate siano in grado di sopravvivere con i “miseri” finanziamenti pubblici di qualche milione di euro. Supponiamo, infine, che tali giornali dispongano di appositi spazi pubblicitari da cui trarre ulteriori ingressi economici. Bene, avremmo una infinità di giornali, liberi di esprimersi come meglio credono e accessibili a tutti gratuitamente. Le spese del giornale verrebbero sostenute dai finanziamenti pubblici e da quelli pubblicitari, rispettando così il principio secondo il quale l’accesso di un servizio a coloro che non possono permetterselo viene garantito da coloro che ne hanno la possibilità. E chi sono coloro che ne hanno la possibilità? Quelli che pagano più tasse, foraggiando il finanziamento pubblico, e quelli che comprano la Mercedes, foraggiando le risorse economiche dell’azienda che sul giornale pubblicizza. In questo modo più un giornale viene letto ed ottiene consensi pubblici, più le compagnie tenderanno ad investire le loro risorse economiche destinate al marketing in quella testata piuttosto che nelle altre. Le altre, nel caso in cui non riescano a trovare ulteriori fonti di finanziamento, muoiono. Sembra meraviglioso, a parte il fatto che non credo che l’Agip,ad esempio, investirebbe denaro per fare pubblicità sul giornale di Fini e Lo Monaco. Né, tantomeno, Fini e Lo Monaco si lascerebbero finanziare da denaro proveniente dall’Agip. Inutile a questo punto dire quali sono le testate che hanno vita facile, e quali quelle che devono lavorare il doppio.

La terza risposta è: internet. Mi ricordo, quando avevo dieci anni l’enciclopedia più completa e desiderabile che si potesse avere era la Treccani. Quando la chiesi a mia madre, mi disse che costava troppo e che le mie ricerche per le tesine dell’esame di quinta elementare le potevo fare in biblioteca. Oggi, mio cugino di otto anni quando cerca qualcosa lo fa su Google ed usa perfettamente Wikipedia. Internet ha aperto le porte a ciò che in rete è conosciuto come sharing (condivisione), il padre del Peer-to-Peer (scambio alla pari) e dell’Open Source (Risorse Aperte). Ci sono infiniti canali informativi tutti assolutamente gratuiti a cui chiunque, in possesso di una connessione internet, può accedere ed utilizzare come meglio crede. Il limite dell’accesso ad una connessione internet è risolvibile semplicemente ispirandosi a Paesi socialmente molto più avanzati di noi (come la Svezia, dove internet arriva a tutti “gratuitamente”). Il  limite di chi costruirebbe informazione e conoscenza a titolo gratuito, nel caso di internet, è meno importante, in quanto anche la responsabilità di costruire informazione e conoscenza è in sharing e non grava solo su poche persone. Qualsiasi cosa che venga prodotta per altri fini può essere messa in rete a disposizione di chiunque se ne voglia servire, a partire dal significato di una parola ai template per una presentazione in PowerPoint, da una lezione di storia d’Italia ad un piano di marketing.

A questo si aggiunge un ulteriore fenomeno che sta prendendo piede nella Rete: il cosiddetto cloud computing. Fondamentalmente, ed in termini poco tecnici, il cloud computing fa sì che il proprio computer personale, o una rete di computer di un’azienda, sia solo un mezzo per accedere alla Rete. Quest’ultima, invece, si sta popolando di compagnie che offrono un servizio detto SaaS (Software as a Service), ovvero tutto quello che ora c’è nei PC sulle nostre scrivanie può essere trasferito in questi “contenitori virtuali” a cui si ha accesso tramite internet e su cui si può lavorare on line. Tutto questo avviene privatamente, con accesso tramite password e rispetto della privacy. Ciò non toglie la possibilità che gli stessi meccanismi possano essere applicati a livello pubblico. Quindi, sempre fantasticando, si potrebbe immaginare un enorme server contenente tutti i dati che gli utenti intendono condividere (cosa che a tutti gli effetti esiste già, che è internet in sé, solo non sistematizzata). La domanda, a questo punto potrebbe essere: la qualità di una informazione offerta da una persona che condivide semplicemente una sua conoscenza ha la stessa qualità di quella offerta da un’altra che dell’informazione fa il suo mestiere? La risposta è: sicuramente no.

Chi, per mestiere, informa la gente dedica la maggior parte del suo tempo a questo. Se lo facesse gratis non avrebbe di che vivere. Come fare in modo, dunque, che l’informazione sia accessibile a tutti gratuitamente e che chi guadagna facendo informazione abbia un ingresso economico? Io vedo due soluzioni, che potrebbero essere prese in considerazione entrambe allo stesso tempo o singolarmente. La prima è estendere l’accesso ad internet a tutti, come servizio pubblico finanziato dal pagamento delle imposte regolato dagli stessi principi che prevedono che l’ammontare delle imposte sia proporzionato al reddito del cittadino, così da coprire anche coloro i quali non hanno le necessarie risorse. Le testate giornalistiche continuerebbero ad usufruire dei finanziamenti pubblici e, spostandosi sulla Rete, avrebbero meno spese di gestione. La seconda soluzione è ciò che nel Web anglofono è conosciuta con il nome di micropayments, un sistema di rapporto servizio-utente che, oltre ad essere dovuto all’abbassamento delle tariffe grazie all’estensione del servizio ad un numero maggiore di clienti, contempla anche la “donazione” spontanea di coloro i quali hanno a cuore la vita del servizio di cui si servono. Il lato positivo di tutto questo è che, come già detto, l’apertura ad un bacino più ampio di utenti di un servizio rende lo stesso meno costoso, ergo più accessibile. Inoltre, la Rete garantirebbe, senza ombra di dubbio, la pluralità dell’informazione.

Il vecchio detto “non è tutto oro quello che luccica” , però, è purtroppo sempre vero. I problemi che da un sistema di questo tipo potrebbero sorgere sono enormi, almeno quanto le opportunità ed i vantaggi che offre. La prima cosa che mi viene in mente, ma non la più importante, è cosa comporterebbe una eventuale deficienza tecnica (sistema in tilt) o logistica (quanto spazio necessita un server con il mondo dentro?). Un ulteriore problema si pone se si considerano i contenuti di ciò che nella Rete si immette: un altro fenomeno molto studiato dagli “investigatori dell’uomo” è stata l’autorità della fonte. Chi mi dice che chi pubblica in una rete così complessa non stia inserendo informazioni false o distorte? Chi mi assicura che la fonte da cui sto traendo informazioni sia attendibile e non ricavi le conoscenze che mi offre da un discorso sentito al bar? E poi, come gli studi matematici sulle reti neurali ci insegnano, le Reti, non avendo un punto di partenza ed uno di arrivo in quanto tali, sono autopoietiche. Come si controlla una cosa così grande, che cresce esponenzialmente in maniera autonoma? Ed inoltre, sarebbe poi giusto controllarla? E in che modo?

Chiudo con un ultimo quesito, relativo all’ordine sociale: in una condizione come quella descritta, è lecito aspettarsi un’occupazione militare degli uffici di Google piuttosto che di un Parlamento in caso di sovversione?


Prendo spunto da quanto pensavo ieri, mentre pelavo le patate per la cena, e da una discussione aperta sul forum de La Voce del Ribelle, uno dei miei canali di informazione preferiti, per affrontare un tema tanto importante quanto delicato: l’informazione. Secondo quanto sancito dall’Articolo 21 della Costituzione Italiana:

tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure. […]”.

Non credo di essere in errore se affermo che quanto stabilito da questo articolo difende il diritto all’informazione in termini di espressione e non di acquisizione. Qualcuno potrebbe dire che, non essendoci nessuna legge o attività che possa impedire ad alcuno di informarsi attraverso qualsiasi mezzo, non vi sia la necessità di legiferare su un diritto implicitamente acquisito dalla nascita. Teoricamente tutto ciò corrisponde a verità. All’atto pratico un po’ meno.

Un sistema che si definisce democratico, per esser tale, non dovrebbe limitarsi a determinare e sancire i diritti degli appartenenti ad esso solo da un punto di vista legislativo. Un sistema davvero democratico dovrebbe preoccuparsi anche di mettere tutti nelle medesime condizioni di potersi avvalere di quegli stessi diritti per cui si è legiferato. In altre parole: una democrazia, oltre a garantire a tutti gli stessi diritti, dovrebbe fare in modo che tutti abbiano le stesse opportunità di accedervi. Fin qui, nulla di cui non si sia parlato già abbondantemente. Il problema dell’accesso è il “tallone di Achille” della democrazia, ed è una questione che investe tutti i campi su cui fino ad oggi si è legiferato. Trovo, però, che per quanto riguarda l’informazione ci siano alcune porte aperte.

Fatta questa premessa, torniamo indietro alla discussione del forum di cui parlavo prima e che mi aiuterà ad introdurre quello che è il mio pensiero a riguardo. L’utente G.M. (l’accesso al forum è gratuito ma riservato agli utenti registrati. Riporto parte dell’intervento qui sperando di non fare un torto) dice:

Comprare l’informazione. L’informazione “regalata” nel miglior dei casi è incompleta, più spesso gioca su paure e speranze per nascondere tragici tracolli economici che hanno effetto sulla nazione intera. Si rischia la vita per resistere a uno scippo che ci priverà di pochi euro e si ignora il debito pubblico che grava per migliaia di euro su ogni cittadino. Un furto di ben maggiore entità! L’informazione non solo deve essere veritiera, ma deve essere aggiornata, dettagliata e completa! Informazioni parziali sono fuorvianti. Non bisogna mai contentarsi di una sola fonte, si deve sempre sentire le altre. La giustizia uguale per tutti, la decrescita felice che sembrano risultati inaccessibili passano per un atto molto semplice che tutti possono compiere senza sforzo: comprare l’informazione! Siete d’accordo?”.

Alla domanda “siete d’accordo?” a me verrebbe da rispondere: si. Il problema però è che rispondendo si, questa diventerebbe una discussione autoreferenziale. Questo perché l’utente G.M., il sottoscritto e tutti gli altri partecipanti condividiamo con tutti gli stessi diritti, ma è solo con quelli come noi  che condividiamo l’accesso. Non tutti, infatti, hanno la possibilità che noi abbiamo di possedere un computer e saperlo usare, pagare una connessione ad internet e pagare l’informazione che leggiamo. Affermando quindi la necessità che si compri l’informazione, escludiamo tutti coloro che , per un motivo o per un altro, non possono farlo, e facciamo la stessa cosa che, teoricamente ed ideologicamente, combattiamo: una “lobby”. Il punto cruciale allora diventa: chi sarebbe disposto a fare una informazione veritiera, aggiornata, dettagliata e completa a titolo gratuito?

Ci sono tre risposte a queste domande. La prima è la più semplice: nessuno. L’accesso gratuito o esteso alla più grande porzione di massa dell’informazione fa si che quest’ultima diventi inevitabilmente di terzo livello, perché “infettata” da tanti altri interessi che di essa si servono, contribuendo allo stesso tempo ad aumentarne l’accesso. Lo stesso accade con la cultura di massa, l’istruzione di massa, la televisione pubblica e tutto ciò che cerca di aprirsi alla moltitudine. Questo perché ciò che mira a rivolgersi a tutti non può caratterizzarsi con una identità, altrimenti sarebbe una sola identità che si impone a tutti. Ma qualsiasi cosa che non possieda identità non è riconoscibile o diventa facilmente confondibile, in quanto non le si possono attribuire caratteristiche, aggettivi che la descrivano e la definiscano, ovvero: perde valore. Numerosi studi psico-sociologici hanno ampiamente dimostrato come una cosa di tutti paradossalmente non è di nessuno, in quanto nessuno se ne sente responsabile (il meccanismo è stato definito diffusione della responsabilità). Nessuno infatti si sente responsabile di qualcosa in cui non si riconosce. L’informazione di classe A diventa, quindi, un’informazione di nicchia che solo chi ne ha i mezzi può permettersi. E la qualità di questo tipo di informazione è direttamente proporzionale al suo costo ed inversamente proporzionale al numero di persone che ne hanno l’accesso. Il lato positivo dell’informazione di nicchia è che ogni differente nicchia ne ha una, ed ogni persona può scegliersi la nicchia a cui appartenere secondo i suoi principi e, non meno importante, le sue possibilità. Il lato negativo è che l’informazione di nicchia ha un elevato rischio di autoreferenzialità: quelli che appartengono ad una determinata nicchia “se la cantano e sa la suonano”, con il rischio di rimanere incastrati in un loop stesse azioni-stessi risultati che chiude le porte allo sviluppo ed all’evoluzione. In più c’è il rischio che tra le nicchie si instauri un rapporto di competizione, magari con regole ben poco chiare, che può portare alla supremazia di una nicchia sulle altre, più che per meriti pubblicamente riconosciuti, per possibilità d’accesso ad altri canali (politici, economici) per vie traverse.

La seconda risposta alla domanda prende come modello quello attuale e ci fantastica su. Supponiamo che in una Nazione esistano N giornali, dove N è un numero compreso tra 1 e infinito. Supponiamo che i direttori di tali giornali non guadagnino cifre esorbitanti e che i giornalisti abbiano uno stipendio simile ad un operaio della Magneti Marelli. Supponiamo anche che tanti altri costi vengano limitati e meglio gestiti e che tali testate siano in grado di sopravvivere con i “miseri” finanziamenti pubblici di qualche milione di euro. Supponiamo, infine, che tali giornali dispongano di appositi spazi pubblicitari da cui trarre ulteriori ingressi economici. Bene, avremmo una infinità di giornali, liberi di esprimersi come meglio credono e accessibili a tutti gratuitamente. Le spese del giornale verrebbero sostenute dai finanziamenti pubblici e da quelli pubblicitari, rispettando così il principio secondo il quale l’accesso di un servizio a coloro che non possono permetterselo viene garantito da coloro che ne hanno la possibilità. E chi sono coloro che ne hanno la possibilità? Quelli che pagano più tasse, foraggiando il finanziamento pubblico, e quelli che comprano la Mercedes, foraggiando le risorse economiche dell’azienda che sul giornale pubblicizza. In questo modo più un giornale viene letto ed ottiene consensi pubblici, più le compagnie tenderanno ad investire le loro risorse economiche destinate al marketing in quella testata piuttosto che nelle altre. Le altre, nel caso in cui non riescano a trovare ulteriori fonti di finanziamento, muoiono. Sembra meraviglioso, a parte il fatto che non credo che l’Agip,ad esempio, investirebbe denaro per fare pubblicità sul giornale di Fini e Lo Monaco. Né, tantomeno, Fini e Lo Monaco si lascerebbero finanziare da denaro proveniente dall’Agip. Inutile a questo punto dire quali sono le testate che hanno vita facile, e quali quelle che devono lavorare il doppio.

La terza risposta è: internet. Mi ricordo, quando avevo dieci anni l’enciclopedia più completa e desiderabile che si potesse avere era la Treccani. Quando la chiesi a mia madre, mi disse che costava troppo e che le mie ricerche per le tesine dell’esame di quinta elementare le potevo fare in biblioteca. Oggi, mio cugino di otto anni quando cerca qualcosa lo fa su Google ed usa perfettamente Wikipedia. Internet ha aperto le porte a ciò che in rete è conosciuto come sharing (condivisione), il padre del Peer-to-Peer (scambio alla pari) e dell’Open Source (Risorse Aperte). Ci sono infiniti canali informativi tutti assolutamente gratuiti a cui chiunque, in possesso di una connessione internet, può accedere ed utilizzare come meglio crede. Il limite dell’accesso ad una connessione internet è risolvibile semplicemente ispirandosi a Paesi socialmente molto più avanzati di noi (come la Svezia, dove internet arriva a tutti “gratuitamente”). Il  limite di chi costruirebbe informazione e conoscenza a titolo gratuito, nel caso di internet, è meno importante, in quanto anche la responsabilità di costruire informazione e conoscenza è in sharing e non grava solo su poche persone. Qualsiasi cosa che venga prodotta per altri fini può essere messa in rete a disposizione di chiunque se ne voglia servire, a partire dal significato di una parola ai template per una presentazione in PowerPoint, da una lezione di storia d’Italia ad un piano di marketing.

A questo si aggiunge un ulteriore fenomeno che sta prendendo piede nella Rete: il cosiddetto cloud computing. Fondamentalmente, ed in termini poco tecnici, il cloud computing fa sì che il proprio computer personale, o una rete di computer di un’azienda, sia solo un mezzo per accedere alla Rete. Quest’ultima, invece, si sta popolando di compagnie che offrono un servizio detto SaaS (Software as a Service), ovvero tutto quello che ora c’è nei PC sulle nostre scrivanie può essere trasferito in questi “contenitori virtuali” a cui si ha accesso tramite internet e su cui si può lavorare on line. Tutto questo avviene privatamente, con accesso tramite password e rispetto della privacy. Ciò non toglie la possibilità che gli stessi meccanismi possano essere applicati a livello pubblico. Quindi, sempre fantasticando, si potrebbe immaginare un enorme server contenente tutti i dati che gli utenti intendono condividere (cosa che a tutti gli effetti esiste già, che è internet in sé, solo non sistematizzata). La domanda, a questo punto potrebbe essere: la qualità di una informazione offerta da una persona che condivide semplicemente una sua conoscenza ha la stessa qualità di quella offerta da un’altra che dell’informazione fa il suo mestiere? La risposta è: sicuramente no.

Chi, per mestiere, informa la gente dedica la maggior parte del suo tempo a questo. Se lo facesse gratis non avrebbe di che vivere. Come fare in modo, dunque, che l’informazione sia accessibile a tutti gratuitamente e che chi guadagna facendo informazione abbia un ingresso economico? Io vedo due soluzioni, che potrebbero essere prese in considerazione entrambe allo stesso tempo o singolarmente. La prima è estendere l’accesso ad internet a tutti, come servizio pubblico finanziato dal pagamento delle imposte regolato dagli stessi principi che prevedono che l’ammontare delle imposte sia proporzionato al reddito del cittadino, così da coprire anche coloro i quali non hanno le necessarie risorse. Le testate giornalistiche continuerebbero ad usufruire dei finanziamenti pubblici e, spostandosi sulla Rete, avrebbero meno spese di gestione. La seconda soluzione è ciò che nel Web anglofono è conosciuta con il nome di micropayments, un sistema di rapporto servizio-utente che, oltre ad essere dovuto all’abbassamento delle tariffe grazie all’estensione del servizio ad un numero maggiore di clienti, contempla anche la “donazione” spontanea di coloro i quali hanno a cuore la vita del servizio di cui si servono. Il lato positivo di tutto questo è che, come già detto, l’apertura ad un bacino più ampio di utenti di un servizio rende lo stesso meno costoso, ergo più accessibile. Inoltre, la Rete garantirebbe, senza ombra di dubbio, la pluralità dell’informazione.

Il vecchio detto “non è tutto oro quello che luccica” , però, è purtroppo sempre vero. I problemi che da un sistema di questo tipo potrebbero sorgere sono enormi, almeno quanto le opportunità ed i vantaggi che offre. La prima cosa che mi viene in mente, ma non la più importante, è cosa comporterebbe una eventuale deficienza tecnica (sistema in tilt) o logistica (quanto spazio necessita un server con il mondo dentro?). Un ulteriore problema si pone se si considerano i contenuti di ciò che nella Rete si immette: un altro fenomeno molto studiato dagli “investigatori dell’uomo” è stata l’autorità della fonte. Chi mi dice che chi pubblica in una rete così complessa non stia inserendo informazioni false o distorte? Chi mi assicura che la fonte da cui sto traendo informazioni sia attendibile e non ricavi le conoscenze che mi offre da un discorso sentito al bar? E poi, come gli studi matematici sulle reti neurali ci insegnano, le Reti, non avendo un punto di partenza ed uno di arrivo in quanto tali, sono autopoietiche. Come si controlla una cosa così grande, che cresce esponenzialmente in maniera autonoma? Ed inoltre, sarebbe poi giusto controllarla? E in che modo?

Chiudo con un ultimo quesito, relativo all’ordine sociale: in una condizione come quella descritta, è lecito aspettarsi un’occupazione militare degli uffici di Google piuttosto che di un Parlamento in caso di sovversione?

Prendo spunto da quanto pensavo ieri, mentre pelavo le patate per la cena, e da una discussione aperta sul forum de La Voce del Ribelle, uno dei miei canali di informazione preferiti, per affrontare un tema tanto importante quanto delicato: l’informazione. Secondo quanto sancito dall’Articolo 21 della Costituzione Italiana:

tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure. […]”.

Non credo di essere in errore se affermo che quanto stabilito da questo articolo difende il diritto all’informazione in termini di espressione e non di acquisizione. Qualcuno potrebbe dire che, non essendoci nessuna legge o attività che possa impedire ad alcuno di informarsi attraverso qualsiasi mezzo, non vi sia la necessità di legiferare su un diritto implicitamente acquisito dalla nascita. Teoricamente tutto ciò corrisponde a verità. All’atto pratico un po’ meno.

Un sistema che si definisce democratico, per esser tale, non dovrebbe limitarsi a determinare e sancire i diritti degli appartenenti ad esso solo da un punto di vista legislativo. Un sistema davvero democratico dovrebbe preoccuparsi anche di mettere tutti nelle medesime condizioni di potersi avvalere di quegli stessi diritti per cui si è legiferato. In altre parole: una democrazia, oltre a garantire a tutti gli stessi diritti, dovrebbe fare in modo che tutti abbiano le stesse opportunità di accedervi. Fin qui, nulla di cui non si sia parlato già abbondantemente. Il problema dell’accesso è il “tallone di Achille” della democrazia, ed è una questione che investe tutti i campi su cui fino ad oggi si è legiferato. Trovo, però, che per quanto riguarda l’informazione ci siano alcune porte aperte.

Fatta questa premessa, torniamo indietro alla discussione del forum di cui parlavo prima e che mi aiuterà ad introdurre quello che è il mio pensiero a riguardo. L’utente G.M. (l’accesso al forum è gratuito ma riservato agli utenti registrati. Riporto parte dell’intervento qui sperando di non fare un torto) dice:

Comprare l’informazione. L’informazione “regalata” nel miglior dei casi è incompleta, più spesso gioca su paure e speranze per nascondere tragici tracolli economici che hanno effetto sulla nazione intera. Si rischia la vita per resistere a uno scippo che ci priverà di pochi euro e si ignora il debito pubblico che grava per migliaia di euro su ogni cittadino. Un furto di ben maggiore entità! L’informazione non solo deve essere veritiera, ma deve essere aggiornata, dettagliata e completa! Informazioni parziali sono fuorvianti. Non bisogna mai contentarsi di una sola fonte, si deve sempre sentire le altre. La giustizia uguale per tutti, la decrescita felice che sembrano risultati inaccessibili passano per un atto molto semplice che tutti possono compiere senza sforzo: comprare l’informazione! Siete d’accordo?”.

Alla domanda “siete d’accordo?” a me verrebbe da rispondere: si. Il problema però è che rispondendo si, questa diventerebbe una discussione autoreferenziale. Questo perché l’utente G.M., il sottoscritto e tutti gli altri partecipanti condividiamo con tutti gli stessi diritti, ma è solo con quelli come noi  che condividiamo l’accesso. Non tutti, infatti, hanno la possibilità che noi abbiamo di possedere un computer e saperlo usare, pagare una connessione ad internet e pagare l’informazione che leggiamo. Affermando quindi la necessità che si compri l’informazione, escludiamo tutti coloro che , per un motivo o per un altro, non possono farlo, e facciamo la stessa cosa che, teoricamente ed ideologicamente, combattiamo: una “lobby”. Il punto cruciale allora diventa: chi sarebbe disposto a fare una informazione veritiera, aggiornata, dettagliata e completa a titolo gratuito?

Ci sono tre risposte a queste domande. La prima è la più semplice: nessuno. L’accesso gratuito o esteso alla più grande porzione di massa dell’informazione fa si che quest’ultima diventi inevitabilmente di terzo livello, perché “infettata” da tanti altri interessi che di essa si servono, contribuendo allo stesso tempo ad aumentarne l’accesso. Lo stesso accade con la cultura di massa, l’istruzione di massa, la televisione pubblica e tutto ciò che cerca di aprirsi alla moltitudine. Questo perché ciò che mira a rivolgersi a tutti non può caratterizzarsi con una identità, altrimenti sarebbe una sola identità che si impone a tutti. Ma qualsiasi cosa che non possieda identità non è riconoscibile o diventa facilmente confondibile, in quanto non le si possono attribuire caratteristiche, aggettivi che la descrivano e la definiscano, ovvero: perde valore. Numerosi studi psico-sociologici hanno ampiamente dimostrato come una cosa di tutti paradossalmente non è di nessuno, in quanto nessuno se ne sente responsabile (il meccanismo è stato definito diffusione della responsabilità). Nessuno infatti si sente responsabile di qualcosa in cui non si riconosce. L’informazione di classe A diventa, quindi, un’informazione di nicchia che solo chi ne ha i mezzi può permettersi. E la qualità di questo tipo di informazione è direttamente proporzionale al suo costo ed inversamente proporzionale al numero di persone che ne hanno l’accesso. Il lato positivo dell’informazione di nicchia è che ogni differente nicchia ne ha una, ed ogni persona può scegliersi la nicchia a cui appartenere secondo i suoi principi e, non meno importante, le sue possibilità. Il lato negativo è che l’informazione di nicchia ha un elevato rischio di autoreferenzialità: quelli che appartengono ad una determinata nicchia “se la cantano e sa la suonano”, con il rischio di rimanere incastrati in un loop stesse azioni-stessi risultati che chiude le porte allo sviluppo ed all’evoluzione. In più c’è il rischio che tra le nicchie si instauri un rapporto di competizione, magari con regole ben poco chiare, che può portare alla supremazia di una nicchia sulle altre, più che per meriti pubblicamente riconosciuti, per possibilità d’accesso ad altri canali (politici, economici) per vie traverse.

La seconda risposta alla domanda prende come modello quello attuale e ci fantastica su. Supponiamo che in una Nazione esistano N giornali, dove N è un numero compreso tra 1 e infinito. Supponiamo che i direttori di tali giornali non guadagnino cifre esorbitanti e che i giornalisti abbiano uno stipendio simile ad un operaio della Magneti Marelli. Supponiamo anche che tanti altri costi vengano limitati e meglio gestiti e che tali testate siano in grado di sopravvivere con i “miseri” finanziamenti pubblici di qualche milione di euro. Supponiamo, infine, che tali giornali dispongano di appositi spazi pubblicitari da cui trarre ulteriori ingressi economici. Bene, avremmo una infinità di giornali, liberi di esprimersi come meglio credono e accessibili a tutti gratuitamente. Le spese del giornale verrebbero sostenute dai finanziamenti pubblici e da quelli pubblicitari, rispettando così il principio secondo il quale l’accesso di un servizio a coloro che non possono permetterselo viene garantito da coloro che ne hanno la possibilità. E chi sono coloro che ne hanno la possibilità? Quelli che pagano più tasse, foraggiando il finanziamento pubblico, e quelli che comprano la Mercedes, foraggiando le risorse economiche dell’azienda che sul giornale pubblicizza. In questo modo più un giornale viene letto ed ottiene consensi pubblici, più le compagnie tenderanno ad investire le loro risorse economiche destinate al marketing in quella testata piuttosto che nelle altre. Le altre, nel caso in cui non riescano a trovare ulteriori fonti di finanziamento, muoiono. Sembra meraviglioso, a parte il fatto che non credo che l’Agip,ad esempio, investirebbe denaro per fare pubblicità sul giornale di Fini e Lo Monaco. Né, tantomeno, Fini e Lo Monaco si lascerebbero finanziare da denaro proveniente dall’Agip. Inutile a questo punto dire quali sono le testate che hanno vita facile, e quali quelle che devono lavorare il doppio.

La terza risposta è: internet. Mi ricordo, quando avevo dieci anni l’enciclopedia più completa e desiderabile che si potesse avere era la Treccani. Quando la chiesi a mia madre, mi disse che costava troppo e che le mie ricerche per le tesine dell’esame di quinta elementare le potevo fare in biblioteca. Oggi, mio cugino di otto anni quando cerca qualcosa lo fa su Google ed usa perfettamente Wikipedia. Internet ha aperto le porte a ciò che in rete è conosciuto come sharing (condivisione), il padre del Peer-to-Peer (scambio alla pari) e dell’Open Source (Risorse Aperte). Ci sono infiniti canali informativi tutti assolutamente gratuiti a cui chiunque, in possesso di una connessione internet, può accedere ed utilizzare come meglio crede. Il limite dell’accesso ad una connessione internet è risolvibile semplicemente ispirandosi a Paesi socialmente molto più avanzati di noi (come la Svezia, dove internet arriva a tutti “gratuitamente”). Il  limite di chi costruirebbe informazione e conoscenza a titolo gratuito, nel caso di internet, è meno importante, in quanto anche la responsabilità di costruire informazione e conoscenza è in sharing e non grava solo su poche persone. Qualsiasi cosa che venga prodotta per altri fini può essere messa in rete a disposizione di chiunque se ne voglia servire, a partire dal significato di una parola ai template per una presentazione in PowerPoint, da una lezione di storia d’Italia ad un piano di marketing.

A questo si aggiunge un ulteriore fenomeno che sta prendendo piede nella Rete: il cosiddetto cloud computing. Fondamentalmente, ed in termini poco tecnici, il cloud computing fa sì che il proprio computer personale, o una rete di computer di un’azienda, sia solo un mezzo per accedere alla Rete. Quest’ultima, invece, si sta popolando di compagnie che offrono un servizio detto SaaS (Software as a Service), ovvero tutto quello che ora c’è nei PC sulle nostre scrivanie può essere trasferito in questi “contenitori virtuali” a cui si ha accesso tramite internet e su cui si può lavorare on line. Tutto questo avviene privatamente, con accesso tramite password e rispetto della privacy. Ciò non toglie la possibilità che gli stessi meccanismi possano essere applicati a livello pubblico. Quindi, sempre fantasticando, si potrebbe immaginare un enorme server contenente tutti i dati che gli utenti intendono condividere (cosa che a tutti gli effetti esiste già, che è internet in sé, solo non sistematizzata). La domanda, a questo punto potrebbe essere: la qualità di una informazione offerta da una persona che condivide semplicemente una sua conoscenza ha la stessa qualità di quella offerta da un’altra che dell’informazione fa il suo mestiere? La risposta è: sicuramente no.

Chi, per mestiere, informa la gente dedica la maggior parte del suo tempo a questo. Se lo facesse gratis non avrebbe di che vivere. Come fare in modo, dunque, che l’informazione sia accessibile a tutti gratuitamente e che chi guadagna facendo informazione abbia un ingresso economico? Io vedo due soluzioni, che potrebbero essere prese in considerazione entrambe allo stesso tempo o singolarmente. La prima è estendere l’accesso ad internet a tutti, come servizio pubblico finanziato dal pagamento delle imposte regolato dagli stessi principi che prevedono che l’ammontare delle imposte sia proporzionato al reddito del cittadino, così da coprire anche coloro i quali non hanno le necessarie risorse. Le testate giornalistiche continuerebbero ad usufruire dei finanziamenti pubblici e, spostandosi sulla Rete, avrebbero meno spese di gestione. La seconda soluzione è ciò che nel Web anglofono è conosciuta con il nome di micropayments, un sistema di rapporto servizio-utente che, oltre ad essere dovuto all’abbassamento delle tariffe grazie all’estensione del servizio ad un numero maggiore di clienti, contempla anche la “donazione” spontanea di coloro i quali hanno a cuore la vita del servizio di cui si servono. Il lato positivo di tutto questo è che, come già detto, l’apertura ad un bacino più ampio di utenti di un servizio rende lo stesso meno costoso, ergo più accessibile. Inoltre, la Rete garantirebbe, senza ombra di dubbio, la pluralità dell’informazione.

Il vecchio detto “non è tutto oro quello che luccica” , però, è purtroppo sempre vero. I problemi che da un sistema di questo tipo potrebbero sorgere sono enormi, almeno quanto le opportunità ed i vantaggi che offre. La prima cosa che mi viene in mente, ma non la più importante, è cosa comporterebbe una eventuale deficienza tecnica (sistema in tilt) o logistica (quanto spazio necessita un server con il mondo dentro?). Un ulteriore problema si pone se si considerano i contenuti di ciò che nella Rete si immette: un altro fenomeno molto studiato dagli “investigatori dell’uomo” è stata l’autorità della fonte. Chi mi dice che chi pubblica in una rete così complessa non stia inserendo informazioni false o distorte? Chi mi assicura che la fonte da cui sto traendo informazioni sia attendibile e non ricavi le conoscenze che mi offre da un discorso sentito al bar? E poi, come gli studi matematici sulle reti neurali ci insegnano, le Reti, non avendo un punto di partenza ed uno di arrivo in quanto tali, sono autopoietiche. Come si controlla una cosa così grande, che cresce esponenzialmente in maniera autonoma? Ed inoltre, sarebbe poi giusto controllarla? E in che modo?

Chiudo con un ultimo quesito, relativo all’ordine sociale: in una condizione come quella descritta, è lecito aspettarsi un’occupazione militare degli uffici di Google piuttosto che di un Parlamento in caso di sovversione?

Voce del verbo Educare

 

Col passare del tempo ho sempre più spesso l’impressione di far parte di un enorme club dell’opinionismo i cui membri sono tutti, chi più e chi meno, coinvolti nella estenuante ricerca di una soluzione ai problemi che affliggono la società, la classe politica, l’economia, la Nazione nella sua interezza. Una ricerca, questa, che sembra aspettarsi di trovare la risposta all’interno della domanda, che confonde la causa con la conseguenza.

Di fronte a qualsiasi interrogativo che riguardi la società e i sistemi che la regolano si dovrebbe affrontare un percorso a ritroso che consenta di risalire a quella che rappresenta l’origine comune di tutti i quesiti: l’individuo. Agire sull’individuo, sulla sua formazione ed educazione, sul suo sistema di valori, consente di riprodurre, con un effetto a cascata, conseguenze su tutto quanto derivi dalle sue azioni, siano esse offerte alla manodopera di una catena di montaggio o dedite a salvare il mondo. Non bisognerebbe mai dimenticare che a monte di tutti gli avvenimenti che riguardano l’uomo c’è l’uomo con le sue azioni, esclusa una ragionevole porzione di cause direttamente legate al caso (e non al fato) a cui comunque l’essere umano risponde con degli atti. Agire sugli individui e sulla loro formazione mi sembra, dunque, ragione necessaria e sufficiente al fine di ottenere risultati nel Sistema Nazione.

Nessuno però, a partire dai politici e dagli esperti del settore fino ai comuni cittadini, sembra preoccuparsi dello stato di salute della società in termini di costruzione, ovvero formazione, dell’individuo. Da tutte le parti politiche arrivano voci, discorsi, programmi, che propinano le soluzioni più disparate per salvare l’Italia, risollevandone le sorti economiche piuttosto che la reputazione all’Estero, tutto in nome della Libertà e della Democrazia. Nessuno, però, che si preoccupi di sottolineare che non ci si è impoveriti solo economicamente, nessuno che contrapponga alla finanza “creativa” una logica “creativa” che ponga in rapporto di causa-effetto il fatto con chi lo compie. Nessuno che si impegni ad attuare una riforma che non sia solo del sistema educativo, ma che sia degli individui,  offrendo loro gli stumenti indispensabili perchè esercitino la libertà all’interno del sistema cosidetto democratico. Ciò che si è fatto fin’ora, e che si continua a fare, è un po’ come curare una vacca che non ingrassa senza chiedersi se il terreno su cui pascola sia fertile.

Nell’era postmoderna dell’iperinformazione, il libero accesso all’ informazione, spesso scambiata per conoscenza, ha assunto, in maniera a mio avviso acritica e quasi dogmatica, la funzione di indicatore del livello di Democrazia di un Paese. Ci si impegna ad istruire bambini, adolescenti e giovani adulti: gli si impartiscono lezioni, li si aggiorna, si istituiscono corsi, gli si offrono nozioni. Ci si sforza di produrre sempre migliori ingegneri, migliori economisti, migliori scienziati ma non migliori persone. Si è perso di vista quello che dovrebbe essere il principale obiettivo del sistema educativo: dotare gli individui di autonomia intellettuale attraverso la formazione alla consapevolezza, intesa come “piena cognizione della cosa in discorso”.

In un sistema come quello attuale, in cui la libertà figura come strumento supremo e che proprio per qusto si definisce democratico, risulta paradossale che si sottovaluti il valore della consapevolezza delle persone. Non credo si possa nemmeno parlare di libertà, intesa come libertà di espressione, di voto, di parola, di pensiero, di azione, senza considerare il livello di consapevolezza di chi questa libertà la esercita. La libertà presuppone una scelta, e una scelta può definirsi libera solo nel momento in cui chi la compie possiede la piena consapevolezza non solo di ciò che sta scegliendo, ma di tutte le altre opzioni possibili. E soprattutto è importante che si offrano diverse possibilità, senza le quali l’atto di scegliere, e quindi di esercitare la propria libertà, verrebbe a decadere.

Perché una persona sia consapevole bisogna non solo che venga istruita, cosa che di fatto avviene in tutti gli stati della cosiddetta società avanzata, ma più di tutto è necessario che il sistema educativo la introduca a quelli che sono i principi che stanno alla base della consapevolezza, ossia spirito critico e beneficio del dubbio, e che tali principi diventino parte integrante dell’atteggiamento e del comportamento della persona stessa. Il sistema educativo sembra aver eliminato, invece, il suo aspetto “maieutico” per lasciar spazio a quello puramente nozionistico: tutti i suoi sforzi si concentrano in una ciclica riproduzione di elementi che riflettono il sistema che li ha prodotti.

E quale sistema li ha prodotti? Quando guardo alla mia nazione non posso fare a meno di vedere un sistema affetto da un’enorme metastasi che ne infetta tutti gli ambiti, siano essi pubblici o privati, del singolo o della comunità. Una metastasi dotata di un’incredibile forza autopoietica che dall’interno continuamente riproduce e sostiene se stessa. Per contrastare questa metastasi c’è bisogno di nuove cellule, in grado di costruire un sistema parallelo in cui possano riprodursi liberamente senza il rischio che anch’esse vengano infettate, contaminate, distrutte. In tutto questo, il sistema educativo non rappresenta nient’altro che l’utero, il nucleo costitutivo di queste nuove cellule, la matrice che dovrebbe consentire la costruzione di un nuovo sistema di valori condivisi che faccia da linea guida al comportamento del singolo individuo rendendolo consapevole delle sue azioni e delle conseguenze che esse comportano.

È scontato che azioni “isolate” che contrastino quella che ho definito metastasi dell’Italia possono essere intraprese su tutti i versanti. Ma tali iniziative mirate, proprio come accade per le metastasi biologiche, rischiano solo di ottenere uno spostamento piuttosto che un annientamento del male che vogliono curare. E questo male è talmente radicato che solo privandolo di ulteriore terreno fertile in cui mettere radici lo si può combattere. Finquando però tutti continueranno a concentrarsi sul problema piuttosto che preoccuparsi della causa, fintanto che tutto funzionerà in ragione ed a sostenimento dello status quo attuale, nessuna soluzione sarà mai all’altezza del problema che vorrebbe risolvere. E la radiografia dell’Europa rischia di mostrare una macchia nera a forma di stivale.