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Lettera aperta a Morgan Palmas

(in risposta a Morgan Palmas)

Caro Morgan,

non sto qui a dirti “Bravo”, in preda allo slancio lirico del più posticcio romanticismo post-moderno figlio dei gruppi su facebbok in difesa della libertà, per non trasformarti retoricamente nell’ennesimo capro espiatorio attraverso cui riscatto illusoriamente la sconfitta quotidiana delle mie ore come quelle di una intera generazione, per poi sentirmi pago e tronfio di una rivincita non mia come quando si esce dal cinema dopo aver visto l’ennesimo eroe hollywoodiano sconfiggere finalmente il male. Almeno per un paio d’ore.

Ti prego di non considerare ciò che qui ti scrivo come un attacco personale. Piuttosto, vedi queste mie parole come una sincera difesa della tua scelta, che ha tutte le caratteristiche di un’epica moderna del reale e che rischia di diventare un mero racconto in più, dimenticando le dita che ci sono dietro i caratteri digitali sullo schermo. A meno che questo non sia il motivo del tuo post. Ad ogni modo, sicuramente ti faccio un grosso in bocca al lupo e ti auguro buona fortuna, perché ne avrai bisogno.

Purtroppo il mondo, intrappolato com’è tra il compulsivo autoerotismo della crescita e i convulsi amplessi dello sviluppo, è riuscito ad obnubilare tutto con le ragioni del suo contrario. È così che chi lotta per la giustizia è un dio-in-terra, chi paga le tasse diventa l’allegoria dell’onestà, chi si ribella ad una condizione di schiavitù post-moderna è un eroe. Mentre, invece, in un mondo che fosse lucido, tutte queste persone non dovrebbero essere né santi né eroi, ma rappresentanti della normalità. Ma un mondo siffatto ha bisogno di santi ed eroi per giustificare ciò che altrimenti sarebbe ingiustificabile.

Ripeto e ribadisco: non dico questo per sminuire il tuo gesto, anzi. Cerco solo di sottolineare la dimensione di assurdità che inspiegabilmente viviamo con il più elevato livello di normalità percepibile.

La mia esperienza personale di anni addietro mi porta a scriverti alcune cose. Per esempio, che incontrare un altro lavoro, serio, ben pagato e in regola non ti restituirà la dignità che credi di aver perduto. La serenità mentre fai la fila per pagare le bollette, quella forse si. Ma la maledirai comunque. Secondo il teorema di Peter, ti vedrai circondato da decine, forse centinaia di persone che occupano il livello più elevato consentito dalla loro inettitudine, mentre la tua intelligenza verrà messa al servizio di lavori sottopagati a tempo determinato con le stesse motivazioni del professorone: “sai che lunga fila c’è se mandi tutto a puttane?”.

E la colpa di questo è di tutto, o meglio: di tutti. O, ancora meglio, di ognuno di noi, di tutti coloro che faranno la fila dietro di te e ringrazieranno con ampi sorrisi e strette di mano colui il quale li renderà schivi inetti di una situazione che hanno meritato a tutti gli effetti e che sugellato il loro accordo allo sfruttamento con una firma consenziente riusciranno a sentirsi anche fortunati.

Ci sono i sindacati dei lavoratori, le associazioni per le famiglie, per i consumatori, per i bambini del bangladesh, per i daltonici senza patente, per i diritti universali degli ornitorinchi e gruppi su facebook contro l’agricoltura ONG. Mi chiedo quanto ancora ci vorrà prima che qualcuno si renda conto che è giunta l’ora di smettere questa putrida lotta tra poveri, questa corsa al posto sottopagato, questa competizione tra competenze mercificate, riunendosi tutti sotto il comune obiettivo di “Io non faccio la fila per la schiavitù”.

Il mondo è un grande mercato e ognuno di noi è un prodotto. Tu non sei ciò che sei, se non forse per te stesso e tua madre. Tu non sei nemmeno ciò che sai fare o ciò che fai. Tu sei ciò che ti danno la possibilità di fare ed essere, e il tuo stipendio è ciò che vali, ovvero il tempo che il mondo impiegherebbe a metabolizzare la tua fuoriuscita. Non ho però ancora visto nessuno organizzarsi per contrastare tutto questo. Quelle stesse persone nella tua condizione, che magari verranno qui a dirti bravo perché combatti per loro mentre loro ti sostituiscono, a differenza tua, si sottopongono felici alle condizioni disumanizzanti pronti a scattare per la prossima corsa ed arrivare primi chissà in quale altro buco di culo del mondo a fare qualcosa di assolutamente inutile, che diventerà il ripiego in cui incastreranno la loro dignità di cartapesta, allontanando così l’eventuale ipotesi del suicidio post-licenziamento per perdita di identità.

Aspetto una fortemente desiderata implosione e sarò alla finestra durante il crollo.

Nel frattempo, ti saluto e ti auguro davvero buona fortuna.


Sinceramente,

Luigi

Saramago dice “No alla disoccupazione”

Dal blog di José Saramago: No alla Disoccupazione

La gravissima crisi economica e finanziaria che sta agitanto il mondo ci porta l’angosciosa sensazione di essere arrivati alla fine di un’epoca senza che si intraveda come e cosa sarà quella che ci aspetta.

Cosa facciamo noi che assistiamo, impotenti, all’oppressivo avanzamento dei grandi potentati economici e finanziari, avidi nell’accaparrarsi più denaro possibile, più potere possibile, con tutti i mezzi legali o illegali a loro disposizione, puliti o sporchi, onesti o criminali?

Possiamo lasciare l’uscita dalla crisi nelle mani degli esperti? Non sono precisamente loro, i banchieri, i politici di livello mondiale, i direttori delle grandi multinazionali, gli speculatori, con la complicità dei mezzi di comunicazione, quelli che, con l’arroganza di chi si considera possessore della conoscenza ultima, ci ordinavano di tacere quando, negli ultimi trent’anni, timidamente protestavamo, dicendo di essere all’oscuro di tutto, e per questo venivamo ridicolizzati? Era il periodo dell’impero assoluto del Mercato, questa entità presuntuosamente auto-riformabile e auto-regolabile incaricata dall’immutabile destino di preparare e difendere per sempre e principalmente la nostra felicità personale e collettiva, nonostante la realtà si preoccupasse di smentirla ogni ora che passava.

E adesso, quando ogni giorno il numero di disoccupati aumenta? Finiranno finalmente i paradisi fiscali e i conti cifrati? Si indagherà senza remore sull’origine di giganteschi depositi bancari, di ingegneria finanziaria chiaramente illecita, di trasferimenti opachi che, in molti casi, altro non sono che grandiosi riciclaggi di denaro sporco, del narcotraffico e di altre attività delinquenziali? E le risoluzioni speciali per la crisi, abilmente preparate a beneficio dei consigli di amministazione e contro i lavoratori?

Chi risolve il problema della disoccupazione, milioni di vittime della cosiddetta crisi, che per avarizia, malvagità o stupidità dei potenti continueranno a essere disoccupati, sopravvivendo temporaneamente con i miseri sussidi dello Stato, mentre i grandi dirigenti e amministratori di imprese condotte volontariamente al fallimento godono dei milioni coperti dai loro contratti blindati?

Quello che si sta verificando è, sotto ogni aspetto, un crimine contro l’umanità e da questa prospettiva deve essere analizzato nei dibattiti pubblici e nelle coscienze. Non è un’esagerazione. Crimini contro l’umanità non sono soltanto i genocidi, gli etnocidi, i campi della morte, le torture, gli omicidi collettivi, le carestie indotte deliberatamente, le contaminazioni di massa, le umiliazioni come modalità repressiva dell’identità delle vittime. Crimine contro l’umanità è anche quello che i poteri finanziari ed economici, con la complicità esplicita o tacita dei governi, freddamente perpetrano ai danni di milioni di persone in tutto il mondo, minacciate di perdere ciò che resta loro, la loro casa e i loro risparmi, dopo aver già perso l’unica e tante volte già magra fonte di reddito, il loro lavoro.

Dire “No alla Disoccupazione” è un dovere etico, un imperativo morale. Come lo è denunciare il fatto che questa situazione non la generano i lavoratori, che non sono i dipendenti che devono pagare per la stoltezza e gli errori del sistema.

Dire “No alla Disoccupazione” è arrestare il genocidio lento ma implacabile a cui il sistema condanna milioni di persone. Sappiamo di poter uscire da questa crisi, sappiamo di non chiedere la luna. E sappiamo di avere la voce per usarla. Di fronte all’arroganza del sistema, invochiamo il nostro diritto alla critica e alla protesta. Loro non sanno tutto. Si sono ingannati. Si sono sbagliati. Non tolleriamo di essere le loro vittime.