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Il fenomeno comunitario nell’era della quarta dimensione – (Note al margine di alcuni testi)

15M-Madrid

«L’evento storico si svolge in modo che ambedue le forze, necessità e libertà, vi concorrano. Se una
elle due viene a mancare, esso degenera.
Il fatto di considerare l’uno o l’altro dei due aspetti non dipende soltanto dalla situazione, ma in primo luogo da colui che la osserva. Il quale tuttavia avvertirà sempre anche il versante opposto. La sua libertà sarà sì circoscritta dalla necessità, ma proprio grazie a questa libertà egli sarà in grado di dare uno stile alla necessità. Qui nasce quella tensione per cui uomini e popoli o si dimostrano all’altezza dei tempi o da essi vengono rovinati.»

Ernst Jünger, Trattato del Ribelle, Adelphi, 2007.

 

Introduzione. Il contesto economico: dall’Ancien Régime al Capitalismo Finanziario

La merce siamo noi, siamo la merce
che può fare acquisti
[…]
Quando l’aquisto riguarda il pane, i tempi
sono prossimi alla redenzione.[1]

Nel nostro mondo civilizzato, tutto ciò che accade, accade nel mercato, poiché non esiste una dimensione al di fuori di quella del mercato – fatta eccezione per quella, oggi piuttosto ristretta e periferica, del dono. Di conseguenza, qualunque tipo di analisi che non contempli le attività umane all’interno dell’ottica del consumo rischia di giungere a conclusioni parziali, quando non del tutto erronee.

Parafrasando Marcel Mauss, il consumo si può definire come un fatto sociale totale, ovvero un fenomeno che, lungi dal limitarsi alle pratiche strettamente inerenti all’atto dell’acquisto, abbraccia la totalità delle dimensioni della vita degli individui oltre i meri fatti economici, e la cui analisi risulta imprescindibile al fine di individuare le dimensioni interpretative di tutti gli aspetti della società a cui apparteniamo.

Tali dimensioni – che sono etiche, politiche, sociali, artistiche, economiche e, più in generale, simboliche – costituiscono il terreno dove avviene la costruzione dell’identità degli individui in qualità di sogetti privati, agenti pubblici, membri di una società e consumatori.

Prima di passare a descrivere quelle che, a mio avviso, potrebbero essere la possibili nuove macro-dimensioni interpretative della società contemporanea, risulta opportuno inserire qui un breve excursus storico della società del consumo che va dall’Ancien Régime al Capitalismo di Consumo, così come lo struttura José Miguel Marinas ne La fábula del bazar[2] (Fig. 1).

 

FASE

PIANO

CIRCUITO

METAFORA

ALLEGORIA

TEMPO

Ancien Régime

Saper fare

Acquisto

Macchina

Organismo

Progresso

Capitalismo Produttivo

Rappresentazione

Spreco

Feticcio

Fantasmagoria

Modernizzazione

Capitalismo Consumo

Identificazione

Consumo

Simulacro

Moda

Istante

Fig.1: Modello evolutivo della cultura del consumo proposto da J. M. Marinas ne La fábula del Bazar, A. Machado Libros, 2001.

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Il mio nome è Bond, Tremonti’s Bond

Una nuova perla di finanza creativa sta per attaccare le tasche degli ignari cittadini. Apprendo dalle colonne de La Voce Del Ribelle (dovreste abbonarvi se volete sapere cosa succede al di fuori della casa del Grande Fratello) che il Ministro dell’Economia Giulio Tremonti sta pensando a emettere bond di durata quinquennale; in dollari però.

Ora, la domanda che sorgerebbe spontanea anche agli affetti da discalculia cronica è: perchè diavolo dovrei investire i miei dannati spiccioli nel profondo-senza-fondo pozzo del debito pubblico italiano, perdipiù in dollari con le condizioni economiche in cui gli Stati Uniti versano?

Valerio Lo Monaco, direttore del giornale e autore dell’articolo fonte di ispirazione, ovviamente grida allo scandalo, denunciando quella che è a tutti gli effetti una truffa ai danni dell’italiano medio che ha sempre visto nei Titoli di Stato (BOT, CCT, cambiali, sub-prime made in Italy o come vi pare) una forma di investimento sicuro. Così più non sarebbe, se l’ideona del nostro (?) Ministro diventasse realtà.

Facciamo un esempio (che prendo come spunto dall’articolo di Lo Monaco): io investo 100 euro in titoli di stato oggi. Questi 100 euro vengono convertiti in dollari e, al cambio attuale, ciò significa che oltreoceano i miei 100 euro investiti valgono 140 dollari (facciamo conti pari, per semplificare). Fra cinque anni vado a riprendere i miei 100 euro diventati 140 dollari col cambio, diventati a loro volta 145 dollari con un tasso d’interesse ipotizzato al 3%. Bene! Bravo! Fico! Quattro dollari guadagnati in cinque anni su 140 investiti senza fare nulla. Un affarone. Però c’è un problema: se li vuoi usare per comprarti l’ultimo televisore al plasma nel MediaMarket sotto casa tua devi riconvertirli in euro. Ed è proprio quando andrai in banca a riconvertire i tuoi 145 dollari che la tua felicità verrà impunemente assassinata, riempiendo di spruzzi di sangue l’ignaro cassiere all’altro capo dello sportello. Infatti: viste le condizioni in cui versa l’economia americana; la spregiudicata introduzione nel mercato di carta moneta che contribuisce ad inflazionare la valuta stessa; la Cina che cerca di sbarazzarsi del debito pubblico americano in ogni modo; l’ombra dell’abbandono del dollaro come moneta di scambio internazionale (soprattutto per la compravendita del petrolio), tutto questo non sembra affatto incoraggiare un investimento sul dollaro, le cui previsioni risultano essere di sicura perdita. Se siamo d’accordo su questo e ritorniamo ai nostri 145 dollari, fra cinque anni non è rischioso ipotizzare un cambio in perdita.

Così, se all’inizio del nostro investimento un euro valeva 1,4 dollari e 100 euro di titoli valevano 140 dollari, dopo cinque anni ed un euro scambiato per 1,7 dollari i nostri 145 dollari diventano 85 euro. Cioè 15 euro in meno dei 100 investiti, nonostante un guadagno netto del 3% di interessi. Magie della finanza.

Dopo aver letto l’articolo ed aver inteso l’antifona, mi sono chiesto per quale razza di motivo Tremonti abbia tanta voglia di fare gli interessi delle nazioni altrui. Ma, esclusi eventuali interessi privati di cui al momento non sono a conoscenza, un motivo per questa mossa finanziaria credo di averlo intuito. Abbiamo detto che investendo in titoli di stato in valuta americana si potrebbe potenzialmente perdere il 15% del valore investito dopo cinque anni (15 euro su 100). Tale perdita del singolo investitore, però, diventa un guadagno per lo Stato italiano. Infatti, se ci togliamo i panni di colui che deve avere (investitore in titoli di stato) e ci mettiamo in quelli di chi deve dare (lo Stato), una sottile e lieve aura di pace e serenità viene a sollazzarci il cuore.

Come perchè? Ma è chiaro, no? Se cinque anni fa ho venduto un debito di 100 euro con la promessa di ripagarlo dopo cinque anni con gli interessi e mi ritrovo a pagare una cifra inferiore rispetto a quella venduta significa che il mio debito è diminuito senza che io facessi il minimo sforzo! Detto in altre parole: supponiamo che oggi il debito pubblico dell’Italia ammonti a 200 euro complessivi (magari!). Supponiamo che grazie ai Tremonti’s bonds, lo stato riesca a convertire 100 di questi 200 euro di debito in dollari, con un cambio dollaro/euro a 1.4. In questo modo, il nostro debito pubblico totale di 200 euro si trasforma in un debito di 100 euro + 71,4 dollari. Ora supponiamo che tra 5 anni 1 euro varrà 1.7 dollari (il dollaro svaluta). Il nostro debito nazionale iniziale di 100 euro + 71,4 dollari diventa, interessi al 3% inclusi, di 100 euro + 73,5 dollari. Se riconvertiamo in euro la porzione di debito pubblico in dollari, otterremo un totale di 100 euro + 43,3 euro. Cioè 143,3 euro. Ossia 56,7 euro in meno rispetto al debito pubblico venduto cinque anni fa! Una perdita del 28% rispetto al debito iniziale, nonostante il pagamento degli interessi! Incredibile, vero?

In altre parole, mentre chi investirà nei titoli di stato in dollari punterà sulla rivalutazione della moneta americana, lo Stato che vende il suo debito in dollari punterà su una svalutazione di questa, in barba alle perdite economiche dei singoli cittadini. Perchè qualunque sarà la perdita del cittadino, la stessa corrisponderà ad un guadagno dello Stato rispetto al suo debito pubblico. E, magari, avremo allo stesso tempo fatto un favore agli amici americani (che ci tengono per le palle sin dalla 2 guerra mondiale) ed anche a chi investirà ingenti somme nei titoli di stato per poi sfruttarli in dollari e non in euro. Questa sì che è economia creativo-preveggente.


Loretta Napoleoni: crisi economica, criminalità organizzata e politiche economiche (Arcoiris TV)

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In occasione del Festival di Internazionale tenutosi il 4 Ottobre a Ferrara, Loretta Napoleoni parla, in una intervista rilasciata ad Arcoiris TV, della politica e delle azioni dei governi occidentali davanti alla crisi economica e l’inefficacia dei numerosi summit internazionali; dei sistemi criminali che, di fronte alla reticenza delle banche a effettuare prestiti alle piccole e medi imprese, si avvantaggiano della crisi facendo iniezioni di liquidità che consente loro di riciclare il denaro; della Cina che si sta configurando come la nuova superpotenza che probabilmente è destinata nel prossimo decennio a sorpassare gli USA, cosa non necessariamente negativa e che potrebbe rappresentare un’alternativa ed un nuovo modello a cui ispirarsi, anche se rimane necessario reimpostare una serie di cose; degli sconvogimenti climatici e la necessità di energie alternative da legare al nostro modello economico.

Quante vite vale una Playstation?


No, non è una recensione sull’ultimo videogame della rinomata console. È la domanda (paradigmatica e senza alcuna intenzione di stigmatizzare il prodotto menzionato più di quanto farei con molti altri) che mi sono posto dopo aver letto degli articoli di Tommaso Della Longa e Giampaolo Musumeci sull’Africa, pubblicato nell’ultimo numero de La Voce del Ribelle. L’articolo inizia così:

Muzungu! Muzungu!“. È sempre così. Appena la nostra jeep entra in un villaggio o in un campo sfollati il grido è sempre lo stesso: “Bianco! Bianco!“. Frotte di bambini che chiedono acqua,  caramelle o matite. Donne che si avvicinano per avere qualche franco congolese o qualcosa da mangiare. Oppure militari governativi, che esigono dollari e sigarette, al posto dei passaporti. Benvenuti nella Repubblica Democratica del Congo“.

L’Africa: questo grande continente nero; nero come la pelle di chi su di esso vive e muore, nero come il legno dell’ebano che su di esso cresce e offre l’ombra ai diamanti, nero come il lutto dei bambini per i loro padri o delle mamme per i loro figli. Un continente su cui sembra sia caduto un velo – anch’esso nero – che lo nasconde impedendo di parlarne. Oppure, come dicono i giornalisti che sono riusciti fortunatamente a rimpatriare interi come prima, ma sicuramente non uguali a quando sono partiti, l’Africa è

“un Paese insanguinato dalle lotte intestine, sotto gli occhi di un Occidente che lascia fare, consapevole che il caos agevola lo sfruttamento”

e che si pulisce la coscienza inviando aiuti a pioggia (quella in Congo è tra le missioni più costose delle Nazioni Unite) e caschi blu che dovrebbero contribuire a garantire l’ordine sociale, ma che

“restano defilati. Se avviene un massacro a 300 metri dalla base delle truppe Onu, nessuno interviene”.

A questo punto vi starete chiedendo cosa c’entri in tutto questo la Playstation. Gli inviati del Ribelle ci fanno sapere che la famosa console, così come molti dei microtelefoni cellulari e dell’attrezzatura hi-tech che riempiono le nostre case e gli scaffali dei nostri mega-store, è stata costruita con il coltan, un materiale di cui il Congo è ricco, assieme ad uranio e molti altri minerali preziosi. Unite questo alla presenza delle grandi corporazioni anglo-americane da un lato e di Pechino dall’altro e il gioco (o meglio: la guerra) è fatto. Per non parlare dei contrasti interni endemici di questa terra, molto ben descritti dagli autori dell’articolo, che rendono tutto ancora più semplice – per noi, ovviamente. Ciò che sorprende è che i principali canali d’informazione non accennano minimamente a quanto in Congo accade e soprattutto al perchè. Addirittura all’interno della blogosfera gli articoli più recenti risalgono ad un anno fa, mentre le fonti ufficiali o quelle più attendibili ne hanno parlato l’ultima volta molto prima. Forse perchè, come dicono anche i reporter, sarebbe un duro colpo per la coscienza collettiva occidentale; o forse perchè sarebbe un affronto troppo grande per la “società civile” che le multinazionali (principalmente Nokia, Sony ed Eriksson) continuino con la loro attività di estrazione del minerale nonostante tutto. Dovrebbero fermarsi, e l’economia poi non gira.

Questa è la situazione che fa da sfondo al “racconto” di Tommaso Della Longa e Giampaolo Musumeci su quanto sta succedendo in questa area del mondo dimenticata da tutti, le cui notizie non provocano che un “grido al disastro umanitario” di tanto in tanto, che dura il tempo di un atto di dolore o di una candela della pace e poi tutti a casa a giocare alla Playstation. Perché, in fondo, si sa: l’Africa è il Terzo Mondo e lì funziona così da quando se ne ha memoria.

Per leggere l’intero servizio, vai su www.ilribelle.com e abbonati.


No, non è una recensione sull’ultimo videogame della rinomata console. È la domanda (paradigmatica e senza alcuna intenzione di stigmatizzare il prodotto menzionato più di quanto farei con molti altri) che mi sono posto dopo aver letto degli articoli di Tommaso Della Longa e Giampaolo Musumeci sull’Africa, pubblicato nell’ultimo numero de La Voce del Ribelle. L’articolo inizia così:

Muzungu! Muzungu!“. È sempre così. Appena la nostra jeep entra in un villaggio o in un campo sfollati il grido è sempre lo stesso: “Bianco! Bianco!“. Frotte di bambini che chiedono acqua,  caramelle o matite. Donne che si avvicinano per avere qualche franco congolese o qualcosa da mangiare. Oppure militari governativi, che esigono dollari e sigarette, al posto dei passaporti. Benvenuti nella Repubblica Democratica del Congo“.

L’Africa: questo grande continente nero; nero come la pelle di chi su di esso vive e muore, nero come il legno dell’ebano che su di esso cresce e offre l’ombra ai diamanti, nero come il lutto dei bambini per i loro padri o delle mamme per i loro figli. Un continente su cui sembra sia caduto un velo – anch’esso nero – che lo nasconde impedendo di parlarne. Oppure, come dicono i giornalisti che sono riusciti fortunatamente a rimpatriare interi come prima, ma sicuramente non uguali a quando sono partiti, l’Africa è

“un Paese insanguinato dalle lotte intestine, sotto gli occhi di un Occidente che lascia fare, consapevole che il caos agevola lo sfruttamento”

e che si pulisce la coscienza inviando aiuti a pioggia (quella in Congo è tra le missioni più costose delle Nazioni Unite) e caschi blu che dovrebbero contribuire a garantire l’ordine sociale, ma che

“restano defilati. Se avviene un massacro a 300 metri dalla base delle truppe Onu, nessuno interviene”.

A questo punto vi starete chiedendo cosa c’entri in tutto questo la Playstation. Gli inviati del Ribelle ci fanno sapere che la famosa console, così come molti dei microtelefoni cellulari e dell’attrezzatura hi-tech che riempiono le nostre case e gli scaffali dei nostri mega-store, è stata costruita con il coltan, un materiale di cui il Congo è ricco, assieme ad uranio e molti altri minerali preziosi. Unite questo alla presenza delle grandi corporazioni anglo-americane da un lato e di Pechino dall’altro e il gioco (o meglio: la guerra) è fatto. Per non parlare dei contrasti interni endemici di questa terra, molto ben descritti dagli autori dell’articolo, che rendono tutto ancora più semplice – per noi, ovviamente. Ciò che sorprende è che i principali canali d’informazione non accennano minimamente a quanto in Congo accade e soprattutto al perchè. Addirittura all’interno della blogosfera gli articoli più recenti risalgono ad un anno fa, mentre le fonti ufficiali o quelle più attendibili ne hanno parlato l’ultima volta molto prima. Forse perchè, come dicono anche i reporter, sarebbe un duro colpo per la coscienza collettiva occidentale; o forse perchè sarebbe un affronto troppo grande per la “società civile” che le multinazionali (principalmente Nokia, Sony ed Eriksson) continuino con la loro attività di estrazione del minerale nonostante tutto. Dovrebbero fermarsi, e l’economia poi non gira.

Questa è la situazione che fa da sfondo al “racconto” di Tommaso Della Longa e Giampaolo Musumeci su quanto sta succedendo in questa area del mondo dimenticata da tutti, le cui notizie non provocano che un “grido al disastro umanitario” di tanto in tanto, che dura il tempo di un atto di dolore o di una candela della pace e poi tutti a casa a giocare alla Playstation. Perché, in fondo, si sa: l’Africa è il Terzo Mondo e lì funziona così da quando se ne ha memoria.

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No, non è una recensione sull’ultimo videogame della rinomata console. È la domanda (paradigmatica e senza alcuna intenzione di stigmatizzare il prodotto menzionato più di quanto farei con molti altri) che mi sono posto dopo aver letto degli articoli di Tommaso Della Longa e Giampaolo Musumeci sull’Africa, pubblicato nell’ultimo numero de La Voce del Ribelle. L’articolo inizia così:

Muzungu! Muzungu!“. È sempre così. Appena la nostra jeep entra in un villaggio o in un campo sfollati il grido è sempre lo stesso: “Bianco! Bianco!“. Frotte di bambini che chiedono acqua,  caramelle o matite. Donne che si avvicinano per avere qualche franco congolese o qualcosa da mangiare. Oppure militari governativi, che esigono dollari e sigarette, al posto dei passaporti. Benvenuti nella Repubblica Democratica del Congo“.

L’Africa: questo grande continente nero; nero come la pelle di chi su di esso vive e muore, nero come il legno dell’ebano che su di esso cresce e offre l’ombra ai diamanti, nero come il lutto dei bambini per i loro padri o delle mamme per i loro figli. Un continente su cui sembra sia caduto un velo – anch’esso nero – che lo nasconde impedendo di parlarne. Oppure, come dicono i giornalisti che sono riusciti fortunatamente a rimpatriare interi come prima, ma sicuramente non uguali a quando sono partiti, l’Africa è

“un Paese insanguinato dalle lotte intestine, sotto gli occhi di un Occidente che lascia fare, consapevole che il caos agevola lo sfruttamento”

e che si pulisce la coscienza inviando aiuti a pioggia (quella in Congo è tra le missioni più costose delle Nazioni Unite) e caschi blu che dovrebbero contribuire a garantire l’ordine sociale, ma che

“restano defilati. Se avviene un massacro a 300 metri dalla base delle truppe Onu, nessuno interviene”.

A questo punto vi starete chiedendo cosa c’entri in tutto questo la Playstation. Gli inviati del Ribelle ci fanno sapere che la famosa console, così come molti dei microtelefoni cellulari e dell’attrezzatura hi-tech che riempiono le nostre case e gli scaffali dei nostri mega-store, è stata costruita con il coltan, un materiale di cui il Congo è ricco, assieme ad uranio e molti altri minerali preziosi. Unite questo alla presenza delle grandi corporazioni anglo-americane da un lato e di Pechino dall’altro e il gioco (o meglio: la guerra) è fatto. Per non parlare dei contrasti interni endemici di questa terra, molto ben descritti dagli autori dell’articolo, che rendono tutto ancora più semplice – per noi, ovviamente. Ciò che sorprende è che i principali canali d’informazione non accennano minimamente a quanto in Congo accade e soprattutto al perchè. Addirittura all’interno della blogosfera gli articoli più recenti risalgono ad un anno fa, mentre le fonti ufficiali o quelle più attendibili ne hanno parlato l’ultima volta molto prima. Forse perchè, come dicono anche i reporter, sarebbe un duro colpo per la coscienza collettiva occidentale; o forse perchè sarebbe un affronto troppo grande per la “società civile” che le multinazionali (principalmente Nokia, Sony ed Eriksson) continuino con la loro attività di estrazione del minerale nonostante tutto. Dovrebbero fermarsi, e l’economia poi non gira.

Questa è la situazione che fa da sfondo al “racconto” di Tommaso Della Longa e Giampaolo Musumeci su quanto sta succedendo in questa area del mondo dimenticata da tutti, le cui notizie non provocano che un “grido al disastro umanitario” di tanto in tanto, che dura il tempo di un atto di dolore o di una candela della pace e poi tutti a casa a giocare alla Playstation. Perché, in fondo, si sa: l’Africa è il Terzo Mondo e lì funziona così da quando se ne ha memoria.

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