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Signore e Signori: l’Editoria! – Lettera aperta agli editori

[Pubblicato su Poesia 2.0]

Caro Marco Cassini
Cari editori

è da qualche settimana, ormai, che le pagine di vari quotidiani nazionali e siti web di una certa rilevanza vanno dando spazio ad un interessante dibattito sul futuro dell’editoria italiana, dal quale si spera giungano proposte concrete in grado di formulare i criteri di base per quella svolta percepita da molti come necessaria.

Galeotto fu il post e chi lo scrisse: tutto ebbe inizio con un intervento di Simone Barillari, pubblicato a fine giugno su minima&moralia, il quale rivolgeva un appello a tutti gli editori affinché si impegnassero di più e più seriamente nel «concentrare i piani editoriali sui libri in cui crediamo veramente e strenuamente, che vogliamo non solo proporre ma imporre all’attenzione dei lettori»; nel provare a «spostare, con una campagna di sensibilizzazione nazionale, il fattore discriminante della competizione editoriale dalla quantità alla qualità dei libri, […] ad annunciare, anche e soprattutto al pubblico dei lettori, che intendiamo pubblicare meno per pubblicare meglio […] a opporci, con ancora più determinazione di quanto abbiamo fatto finora, al fatto che le case editrici in cui lavoriamo debbano essere anche, sempre più, dei librifici».

Il discorso non fa una piega. Però: non dovrebbe essere già così, naturalmente? Non dovrebbero essere queste le regole di base consustanziali al mestiere di editore, piuttosto che elevati obiettivi da raggiungere?
A quanto pare, no: i numeri del rapporto 2010 dell’AIE sullo stato dell’editoria in Italia ci dicono il contrario; numeri che – a suo dire, caro Cassini – sono il risultato di una errata e spesso controproducente politica editoriale che, saltando a piè pari la figura del lettore, ha fatto del mercato il suo principale interlocutore.

Ho molto apprezzato la sua presa di coscienza e la sua coraggiosa assunzione di responsabilità che mi fanno ben sperare, come anche mi sembra portatore di un sano cambiamento il dibattito, tutt’ora in corso, che vede coinvolti numerosi piccoli, medi e grandi editori che si sono espressi sulle colonne di varie testate giornalistiche e sulle pagine di numerosi siti internet (tra cui Lipperatura e Affaritaliani.it).

Però, cari editori, perché il dibattito diventi realmente terreno fertile per nuove e concrete possibilità, è necessario che non ci si limiti a far di conto, tirando somme, sfornando percentuali, elencando il numero di novità dell’anno in corso e sciorinando quote di mercato.
L’impressione che ho, infatti, è che si sia passati da un discorso del mercato o nel mercato ad uno sul mercato. Ma non si era detto che è necessario «riconquistare proprio la centralità del rapporto (mediato o immediato che sia) fra l’editore e il lettore»? Certo, la presa di coscienza è già un passo significativo. Però questo è uno di quei casi in cui invertendo l’ordine dei fattori, il risultato non cambia.
Ora, lungi da me l’obiettivo di un intervento destruens (siamo solitamente tutti molto bravi nel criticare), sento tuttavia la necessità – da lettore – di riportare il discorso su una linea più vicina a quella da cui si era partiti, e dalla quale mi pare ci si sia allontanati troppo rapidamente, col rischio di far sembrare il passo verso il lettore una mossa retorica per introdurre un discorso che parla d’altro e ad altri si rivolge.

Premetto che anch’io ritengo particolarmente auspicabile un processo di decrescita delle pubblicazioni: 7 mila case editrici che pubblicano 60 mila nuovi titoli all’anno (160 al giorno) sono davvero una enormità, soprattutto considerando il basso numero di lettori nel nostro Paese. Tuttavia, non credo che la decrescita sia la soluzione; almeno, non quella (e non certamente l’unica) in grado di ricostruire il rapporto con il lettore.

In più, è di vitale importanza stabilire la o le modalità di tale decrescita: in che modo si intende abbassare i ritmi delle pubblicazioni a livelli più umani? A spese di chi (scrittori esordienti, di nicchia) o di cosa (poesia, saggistica, filosofia, teatro)? Chi decide il tetto massimo? Con quali criteri? Chi stabilisce i criteri di scelta e valutazione delle opere pubblicabili? I TQ (da cui è partito l’appello) sono degli intellettuali coscenziosi e pragmatici, o sono una nuova lobby di scrittori che sta cercando di imporre la formazione di un contesto più selettivo e meno competitivo, su misura, che contribuisca in qualche modo a maggiori possibilità di successo? (Questa è una allusione un po’ cattiva ma, credo, scontatamente legittima).

La faccenda si complica ulteriormente se si tiene in considerazione che non tutto può essere letto (dell’edito, figuriamoci dell’inedito che vive nei cassetti!) e che il best-seller (inteso come il buon libro che arriva a tutti) è un risultato il cui raggiungimento è subordinato ad un numero elevatissimo di circostanze e coincidenze spesso slegate dall’impegno degli scrittori e dalla buona volontà degli editori e dei loro collaboratori – l’aleatorietà di tale risultato si intuisce anche dagli interventi dei vari editori sul tema.

Insomma, scegliere la strada della decrescita, oltre a rappresentare una soluzione insufficiente rispetto all’obiettivo che ci si è posti, non è cosa semplice e presuppone una grandissima responsabilità nei confronti dei lettori, degli scrittori e, soprattutto, della letteratura. Ciò non vuol dire che un avvicinamento al lettore non sia possibile.

Se l’idealismo (non privo di pragmatismo) di cui è impregnato il dibattito a cui stiamo assistendo è sincero; se l’obiettivo della nuova editoria che verrà è davvero quello di restituire il lettore al suo ruolo di interlocutore; se tutti questi grandi discorsi non sono solo una manfrina leziosa dietro la quale si nasconde il desiderio di allontanarsi dal mercato per dominare il mercato; se la proposta di abbassare i ritmi di pubblicazione non rappresenta la mera introduzione di una nuova regola di mercato che parifichi le opportunità; se tutto quanto state (e stiamo) discutendo deriva dal desiderio vero di recuperare il ruolo culturale dell’editoria in un Paese, allora le cose che si possono fare mentre si decidono i termini ed i criteri di una eventuale decrescita sono innumerevoli.

Per esempio, si potrebbe costituire una associazione di editori e lettori, con sottoscrizione annuale a pagamento, attraverso cui realizzare un fondo che finanzi poche ma importanti e ben strutturate occasioni di dibattito culturale, in grado, magari, di fornire la Nazione di quegli elementi di progettualità di cui tanto ha bisogno.

Oppure, si potrebbe pensare a formule di abbonamento alle singole case editrici o a gruppi di case editrici che offrano ai lettori, oltre al diritto ad uno sconto sul prezzo dei libri e qualche “premio fedeltà”, la possibilità di venire coinvolti in momenti di riflessione e di scambio attraverso incontri, workshops etc. Magari, si potrebbe destinare parte degli introiti derivanti dagli abbonamenti ad una borsa di studio che finanzi una delle numerose attività proposte da Giordano Tedoldi nel suo intervento su minima&moralia del 14 luglio scorso.

Si potrebbe, per esempio, considerare la possibilità di definire nuove formule contrattuali per gli autori che, invece di stabilire i termini della loro produttività – spesso causa principale di noiose trilogie nel migliore dei casi e, nel peggiore, di romanzi mediocri –, li coinvolgano maggiormente e più da vicino nei processi di promozione delle loro opere (possibilmente più strutturati e progettuali di un “reading”).

Anche, ci si potrebbe impegnare nella costruzione di una rete solida di editori attivi sul territorio, capace di ripensare l’utilizzo degli spazi pubblici urbani (piazze, metropolitane, parchi, autobus) ed istituzionali (scuole, università, biblioteche) e di rivalutare la figura dei librai come anello di congiunzione tra le varie figure che abitano il quartiere.

Questi sono solo alcuni esempi di iniziative, progetti e idee che possono contribuire ad accorciare le distanze con il lettore, rendendo un servizio culturale a 360º alla propia comunità senza per questo dimenticare il mercato.

Cari editori, sicuramente molte delle proposte qui elencate non vi risulteranno nuove, ad altre ci avrete già pensato, mentre alcune saranno impraticabili o già esperienze consolidate da tempo. Sia come sia, la cosa mi interessa molto poco: non era mia intenzione insegnarvi il mestiere di editore in quattro parole. Ciò che invece mi preme farvi sapere è che se davvero volete un lettore più vicino è necesario che lo tiriate fuori dalle statistiche e che smettiate di rivolgervi a lui in termini di numeri di copie vendute. Se volete davvero che il lettore diventi il vostro interlocutore non dovete far altro che parlargli: vi risponderà, ne sono certo.

Con sincera stima

Luigi Bosco

La narrativa italiana: che andassero tutti al diavolo.

Su Culture Club è stato pubblicato l’ennesimo post “cattivo” di Mario Fortunato.La sua vena (giustamente) polemica si è scagliata, questa volta, contro una “curiosa discussione” che sta avendo luogo da qualche settimana sulle pagine culturali di Repubblica.

L’oggetto del dibattito è: “perché manca ai nostri anni il grande romanzo italiano?” Un quesito retorico e sterile almeno quanto capzioso e inutile. Una prima risposta potrebbe essere: perché i narratori italiani non sono degli Scrittori, ma degli scrivani che riempiono le pagine culturali dei giornali con dibattiti da intellettualoidi piccolo borghesi, più istruiti sul perlage dorato delle tipiche bevande da conferenza che sulla letteratura. Avrei potuto rispondere anche: “perché non hanno letto me”, ma poi mi è sembrato eccessivo, anche se paradigmatico ed esemplificativo della condizione editorial-culturale italiana.

Ci si chiede chi sia (o debba essere) il “nuovo narratore italiano”. Fatto che, più che essere l’espressione di un interesse filologico-letterario, indica l’assenza – e il bisogno – di un luogo culturale (in termini sociologici, geografici e fisici della persona) in cui poter trovare quegli elementi di confronto indispensabili a chi è in cerca della propria identità. Ma di questo non sono sicuro se ne siano resi conto; probabilmente tutto viaggia sui binari sotterranei del subconscio sociale. Che se così fosse sarebbe auspicabile, visto che tutti i più forti ribaltamenti storici non hanno mai attraversato la soglia della coscienza della popolazione un passo alla volta, ma con un gran balzo.

Fortunato dice che la questione è mal posta. E ha ragione. Si chiede:

“che cosa significa l’aggettivo “nuovo”? Che cosa vuol dire circoscrivere la fisionomia dei “nuovi narratori italiani”? Nuovi rispetto a cosa? Il concetto di novità direi che è pertinente al giornalismo, non alla letteratura. Che per definizione non è nuova né vecchia, ma casomai buona o cattiva.”

Ecco svelato l’arcano: forse il problema sta proprio nel fatto di aver disimparato a scoprire il bello per apprendere a  cercare il nuovo. Il nuovo a spese del bello, un giudizio funzionale sostituito ad uno estetico.La realtà sopraffattoria ha invaso, ormai, ogni campo. E nella letteratura questo è riscontrabile sia in chi scrive che in chi pubblica. La visione del mondo inglobante piuttosto che globalizzato ha invaso campi che fino al secolo scorso furono in grado di autodeterminarsi senza aver bisogno di supporti identitari esterni, se non per rifiutarli proponendosi come alternativa. Oggi, invece, ci troviamo di fronte ad una Letteratura (e un’ arte in genere) completamente invischiata nel meccanismo “produci-consuma-crepa” che crea casi letterari della durata di un fuoco di paglia, capaci di sconvolgere, di stupire, di attirare l’attenzione fintanto che non arrivi qualcos’altro di simile ma diverso a distoglierla. Insomma: una letteratura senza più il gusto del classico. Non può esserci nulla che sorprenda particolarmente perché non c’è nulla che si estranei dalla realtà e la rinneghi, come è giusto che la letteratura e l’arte in genere facciano. Invece l’arte e la letteratura sono diventate anch’esse appendici della realtà. E se la realtà non sorprende o affascina nessuno, figuriamoci quel che può suscitare una sua appendice.

La seconda questione dibattuta è: “perché non c’è oggi il grande romanzo italiano?” La prima cosa che verrebbe da dare come risposta è “perché nessuno lo scrive”, scaricando il barile della responsabilità a quelli del mestiere (o del settore, bisognerebbe dire). Potrebbe, però, anche darsi che nessuno questo “grande romanzo italiano” lo abbia letto. O peggio, che nessuno sia stato in grado di riconoscerlo. Che nessuno lo abbia ancora letto, viste le condizioni in cui versa l’editoria italiana, è una possibilità piuttosto plausibile: tutti rannicchiati nella loro piccola torre d’avorio da dove nemmeno fanno più lo sforzo di affacciarsi, di tanto in tanto, a vedere se ancora qualche impudente sfaccendato è li che aspetta con un manoscritto sotto l’ascella. Quando poi vedo che anche gli esperti del settore parlano di nuovo anziché di bello, segno di una assuefazione (quando non assoggettamento) alle smanie consumistiche del sistema di mercato, mi chiedo se non sia altrettanto possibile che il capolavoro gli sia passato tra le mani senza che se ne siano accorti. Non è difficile che a chi cerchi il nuovo possa sfuggire il bello.

La letteratura ha perso il gusto (e la capacità) della mistificazione della realtà, rinnegandone l’autorità che le deriva dalla fattualità, proponendosi come alternativa possibile. Dopo il 1969 scrivere una poesia alla luna non ha avuto più senso: questo è il prezzo che paghiamo alla nostra attitudine a rendere reale il possibile, giudicando inutile ciò che non possiamo realizzare.

Il grande romanzo, o quello che loro chiamano nuovo, o il capolavoro è chiuso in un libro bello e inutile. Ma in un tempo quale quello in cui viviamo una cosa semplicemente bella e inutile non serve a nessuno e nessuno è più in grado di vederla. La razionalità a tutti i costi del folle positivismo della nostra epoca si sforza di spiegare tutto senza comprendere in fondo un cazzo. E questo ci impedisce di capire e di sapere che tutti potremmo semplicemente limitarci ad essere belli e inutili.