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Un tram che si chiama Desiderio (Elia Kazan, 1951) – Isteria, repressione e cinismo della società del secondo dopoguerra

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Il presente filmato è da intendersi a scopo educativo e senza fini di lucro.


L’arrivo di Blanche Du Bois al capolinea Desiderio dei Campi Elisi, un vecchio quartiere di New Orleans abitato da immigrati francesi, simbolizza in qualche modo l’arrivo al capolinea della società occidentale del secondo dopoguerra.

Un tram che si chiama Desiderio, tratto dall’omonimo dramma di Tennessee Williams (1947), mette in scena il degrado sociale e l’impoverimento (non solo economico) di una società ormai in caduta libera. Frustrazione, rabbia, violenza, dipendenza patologica, isteria e nevrosi sono alcuni degli elementi umani scelti da Tennessee per rappresentare l’istinto autodistruttivo che caratterizza l’esistenza di una società ormai giunta ai limiti del paradosso. Il particolare si fa veicolo dell’universale attraverso il racconto della storia delle sorelle Du Bois, Stanley Kowalski e l’entourage del quartiere in cui vivono, caratterizzato da una catena di conflitti e sentimenti contrastanti che emergono con forza e in maniera quasi opprimente, grazie alle brillanti interpretazioni di attori del calibro di Vivien Leigh, Marlon Brando, Kim Hunter, Karl Malden, Rudy Bond, alcuni dei quali riuscirono a conquistare un meritato Oscar.

Nella pellicola di Elia Kazan sono presenti tutte le debolezze umane, amplificate da una condizione in cui il conflitto sociale e la lotta per la sopravvivenza la fa da padrona. Mentre, da un lato, la cipria di Blanche Du Bois (Vivien Leigh) nasconde l’ipocrisia delle buone maniere di una classe educata e colta ma in rovina che ha appena contribuito alla distruzione del mondo per la seconda volta nella storia, la maglietta perennemente madida di sudore di Stanley Kowalski (Marlon Brando) sfoggia con spudoratezza ed ostentazione l’orgoglio di essere diverso e, al tempo stesso, il cinismo e la brutalità propri di una classe sociale repressa da una condizione di cattività imposta, che non gli appartiene. Una condizione di repressione che trova la sua valvola di sfogo nel vizio (il bere, il gioco d’azzardo, il sesso) e nella violenza, e che spinge ad incontrare un capro espiatorio nel primo malcapitato, senza alcuna capacità di distinzione o comprensione delle circostanze o del prossimo.

Si capisce sin da subito che Stanley è solo un bruto, un immigrato polacco impulsivo e ignorante. Ma, nonostante tutto, non lo si riesce ad odiare o, comunque, si trova sempre il modo di giustificare le sue azioni. Forse per quella sua semplicità espressa attarverso la naturalezza e la spontaneità dell’ atteggiamento, seppur spavaldo e incontrollato, di chi non ha nulla da nascondere. Per la rappresentazione di questo personaggio, non poteva esserci interprete migliore di Marlon Brando, con il quale nasceva un nuovo modo di recitare. Intenso e introspettivo, indolente ed esplosivo, Marlon Brando introdusse un “metodo” innovativo di fare cinema, quello del maestro russo Stanislavskij, praticato dall’Actors Studio fondato a New York da Lee Strasberg e dallo stesso regista Elia Kazan.

È forse anche a causa della presenza di  un opposto così evidente che l’ipocrisia delle buone maniere e della gentilezza forzata di Blanche Du Bois emerge agli occhi dello spettatore  in maniera ancor più esasperata ed esasperante, fino quasi a raggiungere il fastidio e la repulsione.

Blanche appare come una invadente e viziata donna per bene con le manie da regina senza trono. Vedova e repressa sessualmente, Blanche cerca rifugio da se stessa e dai suoi affanni in casa della sorella Stella (Kim Hunter), portando con sè, oltre ai suoi bauli pieni di futili vanità, anche i suoi complessi di donna sul lastrico incapace di accettare la sua situazione e vittima della repressione della sua stessa cultura. Le sue buone maniere e l’atteggiamento da donna altolocata sono le uniche cose rimastele dopo il crollo economico della sua famiglia ed il suicidio di suo marito, sorpreso in una relazione omosessuale dalla moglie (elemento, quest’ultimo, che non verrà posto in evidenza nella trasposizione cinematografica dell’opera teatrale per questioni di censura – siamo nel 1951). Un suicidio che ha inflitto alla vanità di Blanche un colpo mortale, lasciandola in preda a futili paranoie che si tramuteranno in seguito in totale isteria. Dopo la morte del marito, Blanche trova rifugio nell’alcol e nella prostituzione in un vecchio albergo della città nella quale vive e lavora come insegnante di letteratura inglese. Sorpresa non esattamente sobria in attegiamenti ambigui con un suo allievo, viene allontanata dalla scuola.

Per questo Blanche cerca riparo dalla sorella. Ma sin dal primo giorno tra Blanche e Stanley è subito scontro: entrambi gli atteggiamenti, già di per sé estremi, vengono via via amplificandosi, ognuno rafforzando la propria posizione. Lo scontro si concluderà con una esplosione di violenza di Stanley, prima corporale nei confronti di sua moglie Stella, poi sessuale nei confronti di sua cognata, le cui manie e debolezze sfoceranno in una vera e propria follia.

Celebre è l’ultima frase che Blanche pronuncia – “Chiunque lei sia, ho sempre confidato nella gentilezza degli estranei” – che rivolge allo psichiatra chiamato da Stanley e giunto per condurla in manicomio. Una frase che racchiude la terribile solitudine sofferta da Blanche (e da tutti coloro che appartengono alla sua categoria) e che la spinge a cercare conforto nel primo che le dimostri un minimo di attenzione.

All’epoca della sua uscita, nel 1951, il film ottenne nove nominations, riuscendo a conquistare quattro statuette: quella di Vivien Leigh come attrice protagonista, quella di Kim Hunter come attrice non protagonista, di Karl Malden come attore non protagonista e quella per la migliore scenografia in bianco e nero. Nessun oscar invece per Marlon Brando, d’altra parte da sempre riluttante al successo.

A rendere il film un capolavoro della cinematografia di quegli anni e dei nostri è, oltre al testo di Tennessee Williams che lo stesso Kazan definì «un classico contemporaneo», la elevata capacità interpretativa degli attori, dovuta anche all’approfondita conoscenza che molti di loro (Brando compreso) avevano dell’opera, per averla recitata molte volte durante i tre anni precedenti l’uscita del film nei teatri di New York. La stessa cosa può forse spiegare la debolezza di alcuni passaggi dovuta, come suggerì Luchino Visconti, all’usura delle troppe repliche.

Nel 1999 Un tram che si chiama Desiderio è stato scelto per la preservazione nel National Film Registry della Biblioteca del Congresso degli Stati Uniti.


Fronte del Porto – La storia di un pentimento, un prodotto della Guerra Fredda.

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QUESTO FILMATO È DA INTENDERSI A SCOPO EDUCATIVO E SENZA FINI DI LUCRO.

Fronte del Porto è un film catartico, che viaggia sui binari della redenzione e del pentimento. Terry Malloy –meravigliosamente interpretato da un allora giovane Marlon Brando che con questo film otterrà un oscar come miglior attore – è un ex pugile che lavora come scaricatore di porto nei docks di New York. Ma Terry è anche il fratello di Charley (Rod Steiger), uno dei capi della gang che gestisce svariati porti sulle coste americane, traendo i suoi maggiori profitti dallo sfruttamento dei lavoratori e dal racket. Dopo aver provocato involontariamente la morte di un operaio che voleva solo il rispetto dei propri diritti, passa dalla parte dei lavoratori, grazie anche all’influenza che su di lui esercitano la sorella del lavoratore ucciso, Edie Doyle (Eva Marie Saint), di cui si innamorerà e il sacerdote cattolico Barry (Karl Malden). Successivamente ad una faticosa crisi di coscienza, che lo spinge a testimoniare contro la gestione criminale del porto, affronta una coraggiosa deposizione in tribunale e si pone alla testa del movimento per la emancipazione dei lavoratori.

Di per sè, la trama del film pare non essere in grado da sola a giustificare i sette Premi Oscar e il Leone d’Argento vinti dalla pellicola nel 1955. Bisogna, per questo, prendere in considerazione due cose: il contesto storico-culturale dell’anno di uscita della pellicola ed il regista.

Fronte del Porto venne presentato al pubblico nel 1954. Erano gli anni di piombo della Guerra Fredda, dei film patriottici e di propaganda. Anni particolarmente caratterizzati da un elevato livello di tensione politica e sociale e da una folle caccia alle streghe rosse, i comunisti, spesso condotta in maniera arbitraria, spiccia e poco ortodossa e con processi alla buona e piuttosto sbrigativi in cui chiunque poteva essere accusato per i più futili motivi. Il metodo era quello imposto dal Senatore McCharty, il feroce ed accanito sostenitore della lotta al comunismo, contro cui si batte il giornalista Ed Murrow dagli studi della CBS in Good Night and Good luck di George Clooney. Allo stesso McCharty, quello vero, si rivolge il regista di Fronte del Porto Elia Kazan il 10 aprile 1952. Presentatosi dinanzi ai membri dell’HUAC (House Un-American Activities Committee) accusa di militanza comunista undici artisti cinematografici, tra cui il regista Jules Dassin e l’attrice Kim Hunter, da lui diretta in Un tram che si chiama desiderio, stroncandone la carriera.

Visto in questa ottica, risulta piuttosto evidente il filo che lega intimamente il percorso di redenzione di Terry Malloy in Fronte del Porto al tentativo del regista di riscattarsi da una colpa che, nonostante tutto, egli non sente come propria ma dovuta alle circostanze del contesto. Assumono una importanza ed un significato che vanno oltre la pellicola fine a se stessa molti dei dialoghi affrontati dai vari personaggi.

Inizialmente si assiste ad un Terry-Kazan con una coscienza totalmente assorbita dal contesto che lo circonda e che lo lascia indifferente: alle accuse di Edie (“Non c’è un briciolo di sentimento, di gentilezza o di umanità in te”) egli risponde con il cinismo ottuso (“Sono cose che non danno altro che noie”) proprio di chi cerca di difendersi da un sistema che percepisce come sbagliato senza per questo sentirsi in dovere di contrastarlo. Una povertà di empatia solo apparente, e che emerge in maniera sempre più evidente di scena in scena: sia perchè, innamorandosi di una ragazza ferita, Terry-Kazan scopre che si può rimanere feriti anche dalla sofferenza degli altri; sia perchè i discorsi-predica del prete Barry risvegliano in lui i sentimenti (di stampo marcatamente cristiano) di fratellanza e amore per il prossimo assopiti da tempo.

In tale contesto, la figura del prete assume un valore pittosto importante, non solo per questioni strutturali relative al ruolo che il personaggio ha nella pellicola, ma anche per il significato che la sua presenza in tale contesto assume, alla luce del catarsi del personaggio-regista. Un significato che suggerisce una catarsi che prevede il pentimento per l’azione compiuta, ma non il rifiuto del sistema che lo ha spinto a compierla. Ovvero: Kazan si pente delle sue denunce, ma non per questo abbandona quello che è il sistema in cui crede, diventando comunista. Neanche quando si accorge del tradimento, del dolore ricevuto dal sistema di cui egli si sente parte, fratello. Emblematica, in questo caso, è la meravigliosa scena del taxi. Totalmente improvvisata dagli attori e girata in un angolo di un teatro di posa per scarsità di mezzi (sul finestrino posteriore del taxi compare una veneziana per nascondere lo studio), Terry (Marlon Brandon) è in macchina con il fratello Charley (Rod Steiger) che ha il compito di convincerlo ad abbandonare il suo percorso di redenzione o di ucciderlo. Quando Charley punta la pistola addosso al fratello, Terry la abbassa con la mano senza timore, pronunciando solo le parole “Oh, Charly, Charly… OH, Charly”, come se avesse sempre saputo che Charly non gli avrebbe mai sparato. Sul suo volto non c’è paura, o terrore, o rabbia. C’è solo una enorme delusione e pena per ciò che non avrebbe mai voluto che accadesse. Questo atteggiamento di redenzione senza riniego è testimoniato da più elementi: c’è il prete e quindi la religione, c’è la presenza delle forze istituzionali e di governo, c’è la giustizia dei tribunali, ci sono i sindacati corrotti. Un pentimento, dunque, che non prevede la rivoluzione.

Nessuno può sapere quale sia stato il pentimento del regista, ne se effettivamente Kazan si sia mai pentito sul serio. Bisogna comunque tenere sempre presente che un film “rivoluzionario” o comunque “troppo contro” e di totale denuncia a quell’epoca sarebbe stato praticamente impossibile da produrre. Difatti, a finanziare l’uscita di Fronte del Porto fu Sani Spiegel, un produttore austriaco “indipendente”, cioè non troppo legato a quelle regole economiche e industriali che di solito finiscono per prevalere su quelle artistiche ed estetiche, per quanto riguarda il cinema, e su tutte le altre in generale.

Il film, tratto da un racconto di Budd Schulberg e alcuni articoli di Malcolm Johnson, fu girato prevalentemente all’esterno nel porto di Hoboken di New York, in pieno inverno, utilizzando veri lavoratori portuali come comparse.

Nel 1989 è stato inserito fra i film preservati dal National Film Registry presso la Biblioteca del Congresso degli Stati Uniti. Nel 1998 l’American Film Institute l’ha inserito all’ottavo posto della classifica dei cento migliori film americani di tutti i tempi mentre dieci anni dopo, nella lista aggiornata, è sceso al diciannovesimo posto. La realizzazione dei manifesti del film per l’Italia fu affidata al pittore cartellonista Anselmo Ballester.