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QUESTO FILMATO È DA INTENDERSI A SCOPO EDUCATIVO E SENZA FINI DI LUCRO.

Fronte del Porto è un film catartico, che viaggia sui binari della redenzione e del pentimento. Terry Malloy –meravigliosamente interpretato da un allora giovane Marlon Brando che con questo film otterrà un oscar come miglior attore – è un ex pugile che lavora come scaricatore di porto nei docks di New York. Ma Terry è anche il fratello di Charley (Rod Steiger), uno dei capi della gang che gestisce svariati porti sulle coste americane, traendo i suoi maggiori profitti dallo sfruttamento dei lavoratori e dal racket. Dopo aver provocato involontariamente la morte di un operaio che voleva solo il rispetto dei propri diritti, passa dalla parte dei lavoratori, grazie anche all’influenza che su di lui esercitano la sorella del lavoratore ucciso, Edie Doyle (Eva Marie Saint), di cui si innamorerà e il sacerdote cattolico Barry (Karl Malden). Successivamente ad una faticosa crisi di coscienza, che lo spinge a testimoniare contro la gestione criminale del porto, affronta una coraggiosa deposizione in tribunale e si pone alla testa del movimento per la emancipazione dei lavoratori.

Di per sè, la trama del film pare non essere in grado da sola a giustificare i sette Premi Oscar e il Leone d’Argento vinti dalla pellicola nel 1955. Bisogna, per questo, prendere in considerazione due cose: il contesto storico-culturale dell’anno di uscita della pellicola ed il regista.

Fronte del Porto venne presentato al pubblico nel 1954. Erano gli anni di piombo della Guerra Fredda, dei film patriottici e di propaganda. Anni particolarmente caratterizzati da un elevato livello di tensione politica e sociale e da una folle caccia alle streghe rosse, i comunisti, spesso condotta in maniera arbitraria, spiccia e poco ortodossa e con processi alla buona e piuttosto sbrigativi in cui chiunque poteva essere accusato per i più futili motivi. Il metodo era quello imposto dal Senatore McCharty, il feroce ed accanito sostenitore della lotta al comunismo, contro cui si batte il giornalista Ed Murrow dagli studi della CBS in Good Night and Good luck di George Clooney. Allo stesso McCharty, quello vero, si rivolge il regista di Fronte del Porto Elia Kazan il 10 aprile 1952. Presentatosi dinanzi ai membri dell’HUAC (House Un-American Activities Committee) accusa di militanza comunista undici artisti cinematografici, tra cui il regista Jules Dassin e l’attrice Kim Hunter, da lui diretta in Un tram che si chiama desiderio, stroncandone la carriera.

Visto in questa ottica, risulta piuttosto evidente il filo che lega intimamente il percorso di redenzione di Terry Malloy in Fronte del Porto al tentativo del regista di riscattarsi da una colpa che, nonostante tutto, egli non sente come propria ma dovuta alle circostanze del contesto. Assumono una importanza ed un significato che vanno oltre la pellicola fine a se stessa molti dei dialoghi affrontati dai vari personaggi.

Inizialmente si assiste ad un Terry-Kazan con una coscienza totalmente assorbita dal contesto che lo circonda e che lo lascia indifferente: alle accuse di Edie (“Non c’è un briciolo di sentimento, di gentilezza o di umanità in te”) egli risponde con il cinismo ottuso (“Sono cose che non danno altro che noie”) proprio di chi cerca di difendersi da un sistema che percepisce come sbagliato senza per questo sentirsi in dovere di contrastarlo. Una povertà di empatia solo apparente, e che emerge in maniera sempre più evidente di scena in scena: sia perchè, innamorandosi di una ragazza ferita, Terry-Kazan scopre che si può rimanere feriti anche dalla sofferenza degli altri; sia perchè i discorsi-predica del prete Barry risvegliano in lui i sentimenti (di stampo marcatamente cristiano) di fratellanza e amore per il prossimo assopiti da tempo.

In tale contesto, la figura del prete assume un valore pittosto importante, non solo per questioni strutturali relative al ruolo che il personaggio ha nella pellicola, ma anche per il significato che la sua presenza in tale contesto assume, alla luce del catarsi del personaggio-regista. Un significato che suggerisce una catarsi che prevede il pentimento per l’azione compiuta, ma non il rifiuto del sistema che lo ha spinto a compierla. Ovvero: Kazan si pente delle sue denunce, ma non per questo abbandona quello che è il sistema in cui crede, diventando comunista. Neanche quando si accorge del tradimento, del dolore ricevuto dal sistema di cui egli si sente parte, fratello. Emblematica, in questo caso, è la meravigliosa scena del taxi. Totalmente improvvisata dagli attori e girata in un angolo di un teatro di posa per scarsità di mezzi (sul finestrino posteriore del taxi compare una veneziana per nascondere lo studio), Terry (Marlon Brandon) è in macchina con il fratello Charley (Rod Steiger) che ha il compito di convincerlo ad abbandonare il suo percorso di redenzione o di ucciderlo. Quando Charley punta la pistola addosso al fratello, Terry la abbassa con la mano senza timore, pronunciando solo le parole “Oh, Charly, Charly… OH, Charly”, come se avesse sempre saputo che Charly non gli avrebbe mai sparato. Sul suo volto non c’è paura, o terrore, o rabbia. C’è solo una enorme delusione e pena per ciò che non avrebbe mai voluto che accadesse. Questo atteggiamento di redenzione senza riniego è testimoniato da più elementi: c’è il prete e quindi la religione, c’è la presenza delle forze istituzionali e di governo, c’è la giustizia dei tribunali, ci sono i sindacati corrotti. Un pentimento, dunque, che non prevede la rivoluzione.

Nessuno può sapere quale sia stato il pentimento del regista, ne se effettivamente Kazan si sia mai pentito sul serio. Bisogna comunque tenere sempre presente che un film “rivoluzionario” o comunque “troppo contro” e di totale denuncia a quell’epoca sarebbe stato praticamente impossibile da produrre. Difatti, a finanziare l’uscita di Fronte del Porto fu Sani Spiegel, un produttore austriaco “indipendente”, cioè non troppo legato a quelle regole economiche e industriali che di solito finiscono per prevalere su quelle artistiche ed estetiche, per quanto riguarda il cinema, e su tutte le altre in generale.

Il film, tratto da un racconto di Budd Schulberg e alcuni articoli di Malcolm Johnson, fu girato prevalentemente all’esterno nel porto di Hoboken di New York, in pieno inverno, utilizzando veri lavoratori portuali come comparse.

Nel 1989 è stato inserito fra i film preservati dal National Film Registry presso la Biblioteca del Congresso degli Stati Uniti. Nel 1998 l’American Film Institute l’ha inserito all’ottavo posto della classifica dei cento migliori film americani di tutti i tempi mentre dieci anni dopo, nella lista aggiornata, è sceso al diciannovesimo posto. La realizzazione dei manifesti del film per l’Italia fu affidata al pittore cartellonista Anselmo Ballester.



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QUESTO FILMATO È DA INTENDERSI A SCOPO EDUCATIVO E SENZA FINI DI LUCRO.


Nel 1984 esce nelle sale britanniche Orwell 1984, una eccezionale trasposizione cinematografica del famosissimo romanzo di George Orwell. La regia è di Michael Radford, a cui Sonia Brownell, vedova di Orwell e titolare dei diritti d’autore, permise, prima di morire nel 1980, di realizzare la pellicola a patto che il film non utilizzasse nessun effetto speciale all’epoca molto in voga.

Il film viene girato principalmente in alcuni docks della zona portuale di Londra, poco prima della loro demolizione. Considerando la location, il tema ed il periodo storico, la pellicola è inizialmente concepita in bianco e nero, ma la proposta viene rifiutata dalla produzione. La colonna sonora è scritta da Dominic Muldowney, mentre il pezzo di chiusura “Julia” è degli Eurythmics.

Il volto del Grande Fratello è di Bob Flag, un attore non professionista che fu inserito nel cast dopo una selezione con questionario. A vestire meravigliosamente i panni di Wiston Smith è un ottimo John Hurt, il quale interpreta in modo incredibilmente realistico la sofferenza, sia psicologica che fisica, del protagonista. Suzanna Hamilton è la trasgressiva Julia, innamorata di Wiston, l’unico con il quale può permettersi ancora di vivere una vita reale ed esprimersi genuinamente nella società del Socing e della Neolingua, sottraendosi al controllo vigile del Partito. Per il ruolo dello spietato O’Brien vengono considerati Paul Scofield, Anthony Hopkins e Sean Connery. La scelta finale, però, cade su Richard Burton, a cui la pellicola è dedicata e che con Orwell 1984 ci regala la sua ultima apparizione cinematografica (il film uscì nelle sale cinematografiche dopo la morte dell’attore).

Gli ottimi accorgimenti tecnici e la scenografia scarna ed essenziale contribuiscono all’emergere dell’aspetto realista del film, trasformando ciò che qualcuno crede possibile in qualcosa di già accaduto e tuttavia presente. L’utilizzo dei molti primi piani sapientemente alternato ai campi estesi costringe lo spettatore a spostarsi continuamente dal piano personale a quello collettivo, riproducendo quel conflitto dentro-fuori che è tra i temi principali di Orwell, diligentemente riproposto da Radford in chiave cinematografica.

Il regista rimane fondamentalmente fedele al testo su cui si basa la sceneggiatura: ne rispetta i tempi, i luoghi ed i passaggi più importanti, mentre le caratteristiche principali dei personaggi emergono senza difficolta grazie ad una consapevole scelta degli attori. Nonostante ciò, vi sono alcune leggere differenze con il romanzo: il gesto di saluto, che nel libro non esiste; il Ministero della Produzione (Minprod), che corrisponde all’orwelliano Ministero dell’Abbondanza (Minabbon); il Ministry of Records (Minrec) dove lavora Wiston, indicato nel libro come Ministero della Verità (Mintrue); l’appellativo di “fratello” e “sorella” utilizzato nel film al posto di “compagno”.

Due passaggi, invece, si discostano completamente dal testo di riferimento: la consegna del libro segreto della Resistenza “Teoria e Pratica del collettivismo oligarchico”, scritto dal fantomatico Goldstein, e l’incontro con O’Brian. Per quanto riguarda la prima differenza, probabilmente dovuta a questioni puramente pratiche (risparmio di una intera scena, di attori e di tempo), mentre nel romanzo la consegna avviene in una piazza durante un comizio, nel film è O’Brian stesso a consegnare a Wiston il ilbro segreto, a seguito di una visita di quest’ultimo presso l’abitazione del primo. La seconda differenza, invece, sembrerebbe più di ordine tecnico: mentre nel romanzo Wiston si reca presso O’Brian in compagnia di Julia, nel film Wiston è solo durante la visita. Forse, la scelta del regista è legata alla figura di Julia, che nella versione cinematografica resta ambigua fino alla fine della pellicola senza risolvere il sospetto del tradimento.

Un’ultima, importante differenza è nel finale: mentre Orwell fa di Wiston un uomo completamente spersonalizzato a seguito delle torture di O’Brian e totalmente condizionato alle leggi del Partito, Redford lascia al protagonista un ultimo accenno di ribellione, quasi impercettibile e probabilmente inconsapevole. Comprensibilmente, la visione distopica ed apocalittica del mondo di Orwell nel 1948 (anno in cui il libro fu scritto) è difficilmente compatibile con il mondo all’epoca di Redford, trentasei anni più tardi: la Seconda Guerra Mondiale è terminata ormai da tempo, Hitler è un fantasma del passato, la Germania smilitarizzata e divisa, la guerra o troppo lontana oppure nascosta. A ciò si aggiunge il fatto che nel 1984 (anno di produzione del film) nelle case dei cittadini (apparentemente) non vi sono affatto enormi schermi con il viso baffuto di Big Brother. Resta comunque difficile capire se la scelta del regista sia dipesa più da una visione maggiormente positiva della storia dell’uomo rispetto a quella di Orwell, o se semplicemente Redford vuole offrire una speranza ai suoi spettatori e nessun appiglio ad eventuali critiche feroci.

Il film vinse il Premio per il Miglior Film dell’anno 1984 nella rassegna British Film Awards organizzata dal quotidiano inglese Evening Standard.


Nota: Nell’ultima parte della pellicola, Smith scrive quasi inconsciamente la formula “2+2= “. Questa formula apparteneva al richiamo alla realtà di Smith quando ancora la sua mente era libera dai condizionamenti delle torture di O’Brian e alla definizione di Libertà di Wiston (“la libertà è poter dire che 2+2=4″). Il fatto che alla somma non segua un risultato potrebbe indicare un ultimo residuo di coscienza di Wiston. Tuttavia si tratta di un errore. Nelle versioni britanniche del romanzo dal 1951 al 1987, infatti, la si produsse un errore di stampa causato dalla caduta dell’ultimo carattere (il numero 5) che in tal modo sparì per sedici anni da tutte le edizioni. Il film, datato 1984, riporta il medesimo errore, essendo basato proprio su una di queste edizioni. In realtà, Orwell, nella versione corretta del romanzo, non lascia spazio ad alcun residuo di coscienza in Wiston, il quale affermerà che “2+2=5″ senza dubitarne.


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IL PRESENTE FILMATO E’ DA INTENDERSI PER SCOPI EDUCATIVI E SENZA FINI DI LUCRO.

Roma, 1944. Il regime fascista è caduto, gli Alleati sono sbarcati in Italia ma non sono ancora giunti nella capitale, dove il persistere delle repressioni nazifasciste e l’attività sabotativa dei resistenti non fanno che peggiorare le già difficili condizioni di una popolazione ormai privata di tutto dalla estenuante guerra.

Queste poche righe non introducono solo lo scenario che si ritrova di fronte lo spettatore immaginario di Roma Città Aperta. Le stesse righe descrivono l’effettiva precarietà delle condizioni e del contesto storico-sociale sotto i quali la pellicola è stata prodotta. Una precarietà talmente tanto evidente che ha contribuito ad aumentare il valore di questo capolavoro della cinematografia italiana del dopoguerra non solo dal punto di vista artistico, e che ha spinto Carlo Lizzani a girare Celluloide nel 1996 – un film sulle difficoltà incontrate da Rossellini e dalla troupe prima e durante le riprese.

La confusione giunta a seguito della ritirata dei tedeschi e la povertà ereditata da cinque anni di guerra e poi di occupazione, furono le principali cause della scarsa disponibilità delle strutture e del materiale tecnico, compresa la pellicola. Rossellini e la sua equipe furono costretti ad improvvisare le riprese di alcuni interni nel vecchio Teatro Capitani, in via degli Avignonesi 32, in prossimità del Tritone, mentre gli studi di Cinecittà venivano utilizzati come rifugio per gli sfollati.

A proposito della scarsità dei materiali e delle risorse, Rossellini ricorda:

 

 

“Abbiamo cominciato a girare appena due mesi dopo la liberazione di Roma, nonostante la mancanza quasi totale di pellicola. Ho dovuto prendere i soldi a prestito. Inizialmente infatti il film era stato concepito muto, non per scelta ma per necessità. La pellicola costava 60 lire al metro e per ogni scena avremo dovuto spendere centinaia di lire in più se avessimo voluto registrare il sonoro”.

Senza considerare il fatto che Rossellini diresse il film “in teatri di posa quasi improvvisati e, comunque, molto spesso in mezzo alla strada, fra la gente, nei cuore di una città ancora troppo ferita per non guardare con un certo fastidio a un gruppo di cineasti con macchina da presa” (Da Il Cinema Grande storia Illustrata Volume terzo di De Agostini1981).

 

Come lo stesso regista affermò, “lo spirito da cui è originata la trama é storico”. La pellicola si ispira, infatti, alla storia reale di don Luigi Morosini – rielaborata da Sergio Armidei e Alberto Consiglio e sceneggiata dal regista con Amidei, Federico Fellini e Celeste Negarville – collaboratore antifascista della resistenza e per questo fucilato da uno degli ultimi plotoni nazisti ancora presenti nella capitale. L’intento, invece, fu quello di raccontare ai superstiti, attraverso le vicende private di personaggi della Roma popolana, la storia ancora recente della lotta, delle sofferenze e dei sacrifici degli Italiani che vissero la Nazione della guerra e dell’occupazione.

Girato in bianco e nero, il film è il primo della cosiddetta “Trilogia della guerra”, poi proseguita con Paisà (1946) e Germania anno zero (1947) e impose in tutto il mondo una nuova maniera di rappresentare la realtà cogliendola nel suo farsi (il film fu, infatti, girato mentre ancora esisteva la Repubblica di Salò) per offrirla ai suoi stessi protagonisti, attraverso un percorso di sublimazione di ciò che accade caratterizzato da elementi romanzeschi di lirismo cinematografico e, per questo, allontanandosi dal mero esercizio della cronaca. Per la presenza di tutte queste caratteristiche, Roma Città Aperta verrà universalmente riconosciuta come la pietra miliare di quel movimento che sarà successivamente indicato con il nome di Neorealismo, mentre la scena girata in Via Raimondo Montecuccoli (quartiere Prenestino-Labicano) della corsa e della fucilazione di Anna Magnani, dietro al camion che portava via il marito prigioniero, rimarrà nella storia del cinema italiano, simbolizzandone una trasformazione epocale. Tanto epocale da spingere Otto Preminger ad affermare: “La storia del cinema si divide in due ere: una prima e una dopo Roma città aperta”.

A distanza di molti anni, nel 1976, Rossellini definì Roma Città Aperta

“un film sull’ovvio. L’ovvio di quel momento là, naturalmente. Cosa c’era infatti in Roma città aperta? Il coraggio, la paura, la rivolta, il partigiano, il borsaro nero, persino un bambino sul pitale. Me l’hanno rimproverato tante volte, ma quel bambino su quel pitale non stava mica lì per il gusto della sensazione, ma proprio per trasmettere il senso dell’ovvio, per portare l’essere umano il più possibile vicino alla realtà. Solo così, dopo, vedi l’eroismo, l’eroe. Se lo cogli, l’eroe, anche nei momenti più dimessi, lontano dal piedistallo, dopo, quando risale sui piedistallo, ci credi di più “(

Da Il Cinema Grande storia Illustrata Volume terzo di De Agostini1981).

Ed è proprio questa testimonianza dell’ovvio a rendere Roma Città Aperta così speciale. A differenza dei film con una impostazione storica contemporanei, dove è la memoria a rappresentare la loro raison d’etre, in Roma Città Aperta è il desiderio di mettere gli uomini al cospetto della realtà così com’è, in contrasto a una tradizione di ipocrisia fascista durata vent’anni, a far nascere nel regista l’esigenza della riproduzione di un pezzo di storia tanto recente da non aver bisogno di impegnative scenografie per raffigurare la Roma del post guerra. Lo slancio umanista di Rossellini si cela dietro ogni singolo fotogramma della pellicola che si serve della storia del singolo per parlare all’umanità. La scena emblematica dei bambini spettatori della fucilazione del loro parroco, è fortemente simbolica nel rappresentare la morte di tutta una serie di valori (non solo cattolici) che caratterizzerà i tempi avvenire. In quest’ottica, la stessa scena suona come un monito alle generazioni future che, su quella terra ricoperta dal sangue dei corpi fucilati, costruiranno il loro avvenire. Un monito, purtroppo, rimasto inascoltato.

Il film fu presentato al pubblico nel Settembre del 1945 senza il supporto di anteprime e iniziative pubblicitarie, mentre la realizzazione dei manifesti e delle locandine furono affidati al pittore e cartellonista Anselmo Ballester. La pellicola fu apprezzata unanimamente sia dal pubblico che dalla critica solo a seguito di vari premi e riconoscimenti, soprattutto esteri, ottenendo un incasso accertato a tutto il 31 dicembre 1952 di £ 124.500.000. Presentato in concorso al Festival di Cannes 1946, ottenne il Grand Prix come miglior film. Vinse tre Nastri d’Argento (miglior regia, miglior sceneggiatura e migliore attrice non protagonista, Anna Magnani) e ottenne una nomination al Premio Oscar come migliore sceneggiatura originale.

Valzer con Bashirfilm apprezzatissimo dalla critica e vincitore del Golden Globe 2009 come miglior film straniero, oltre ad altri numerosi premi – possiede molte caratteristiche che lo rendono un prezioso documento del cinema documentaristico contemporaneo, unico nel suo genere.

La caratteristica principale di questo film-documentario non risiede nel contrasto prodotto dall’utilizzo della tecnica d’animazione per raccontare una storia delicata come la guerra israelo-palestinese, che pure contribuisce a renderlo unico nel suo genere. Nè il suo successo si deve alla cronica attualità dell’argomento trattato.

L’originalità di Ari Folman , a mio avviso legata più alla sensibilità dell’uomo che racconta qualcosa che ha vissuto piuttosto che all’interpretazione del genio, risiede nel punto di vista utilizzato per raccontare la drammaticità dei conflitti in Libano e del massacro di Sabra e Shatila nei primi anni ’80. Valzer con Bashir è, infatti, un film sulla guerra le cui scene ci arrivano dagli occhi di chi la guerra la fa, mentre chi la subisce resta “in secondo piano” a fare da sfondo allo scenario bellico. Qualcuno potrebbe dire che di film girati dal punto di vista di chi imbraccia il fucile ce ne sono stati molti. Ed avrebbe ragione. Le affinità, i tempi narrativi ed i rimandi di Valzer con Bashir ad Apocalypse Now, per esempio,  sono numerosi. L’aspetto surreale, a tratti onirico e trasmesso attraverso la forma del fumeto, ne è un esempio.

A differenza del capolavoro cinematografico di Francis Ford Coppola, la pellicola animata di Folman trasforma il tema della guerra in un luogo di indagine sull’individuo, sull’Uomo. Nel film dell’israeliano, arruolato nell’esercito durante quegli stessi anni di guerra da lui successivamente raccontati, non ci sono buoni e cattivi, non si definiscono prototipi o stereotipi, non si delinea una morale, non si determina il giusto e l’ingiusto, non compaiono eroi attraverso cui la crudeltà dell’uomo nella guerra possa essere sublimata nè dèmoni attraverso cui possa essere giustificata, non si parla di vincitori e vinti. Vige l’assoluta assenza di qualsiasi attegiamento retorico.

Nella guerra raccontata da Folman si vedono principalmente uomini: uomini normali, quotidiani, quasi scontati; uomini che hanno una vita, hanno abitudini, hanno sogni ed hanno incubi; uomini che hanno amici con cui si vedono ad un bar e si raccontano. Uomini che hanno un passato che condividono, ma anche uno che non ricordano. Ed è proprio da questo passato dimenticato, da queste “amnesie dissociative”, che il film sviluppa la sua trama, in cui il protagonista cerca di ricostruire il propio passato obliato con la diffideza e il distacco di chi rammenta ricordi che non gli appartengono.

Lo stesso distacco caratterizza il tono predomiante del film, che è insieme piatto, freddo, vuoto, in palese contrasto con il tema trattato che vedrebbe più adatto un atteggiamento di coinvolgimento, appassionato. Ma piatte e fredde e vuote erano le menti dei militari mentre combattevano contro fantasmi sconosciuti, anch’essi come fantasmi, senza una precisa ragione, uccidendo centinaia di persone macchinalmente e, altrettanto macchinalmente, affiancandone i corpi senza vita sul selciato di una strada.

Tutto avviene entro la più completa normalità: i giri di perlustrazione sui carri armati, le irrazionali raffiche di mitra dettate dalla paura, il carico e lo scarico dei cadaveri raccattati per strada. Tutto rientra nell’ordinarietà della guerra. L’ordinarietà della guerra…

Folman ci accompagna, dunque, lungo il percorso attravero il quale ci svela che la guerra non è semplicemente qualcosa che accade, contro cui e per cui non ci resta che combattere. Dietro la guerra v’è l’uomo, con le sue azioni, le sue paure, le sue crudeltà e la sua mente, che giustifica ciò di cui è testimone ed artefice per non impazzire, attraverso meccanismi psicologici inconsci che modificano la percezione della realtà ed il suo ricordo.

“In guerra è normale che gli uomini commettano atrocità su altri uomini”

Il regista sottolinea per tutta la durata della pellicola l’importanza della memoria: quella storica, collettiva, che si sovrappone ed influenza quella individuale e, viceversa, quella individuale che contribuisce a costruire quella storica, che determina quella collettiva, tramandandola di generazione in generazione. Il rischio è che i ricordi, le memorie, si sovrappongano tra loro, costruendo nuovi ricordi di cui non si può essere più sicuri, a distanza di tempo, di quanto vi sia di reale e quanto di immaginato.

“La memoria è un meccanismo dinamico”.

L’importanza che il regista attribuisce alla Storia ed alla necessità di conoscerla, ricordarla e condividerla, per non incorrere in errate interpretazioni e sovrapposizioni, è palese.

“Più notizie riesci ad acquisire, più ti avvicinerai alla verità”.

Nel continuo passare dal generale al particolare, dal collettivo al singolo, dal gruppo all’individuale, non sono solo la memoria storica ed il ricordo del singolo ad essere analizzati. Il protagonista di Valzer con Bashir si interroga anche sulle responsabilità: a partire dai cerchi, dalla struttura piramidale dell’esercito, scende pian piano fino al singolo militare chiedendosi come sia stato possibile che nessuno si sia accorto di ciò che stava accadendo. Si interroga sul come nessuno abbia fatto nulla per impedirlo, nonostante tutti avessero una parte nel “disegno” ed contribuirono affinchè esso si adempisse.

Ecco dunque che si rivela il fulcro del film dell’israelita: la responsabilità del singolo rispetto al disegno generale entro il quale si ritrova a vivere, ad esistere e ad agire. Il senso di colpa, dapprima annullato dalla censura psicologica dei ricordi spiacevoli in accordo al proprio sentimento di identità, emerge in tutta la sua potenza fino ad allora latente. L’aspetto tecnico della guerra, fatto di organizzazione a strati, a passaggi, un pò “fordista”, dove ognuno ha un compito fine a se stesso e non sa quali conseguenze tale compito porterà, rappresenta qui la critica maggiore alla guerra, che risulta così tra le azioni più insensate che l’essere umano possa compiere.

L’unica critica che mi sento di muovere a questa meravigliosa pellicola è relativa proprio a quest’ultimo passaggio. Quando il protagonista si domanda delle responsabilità dell’accaduto, il suo amico/terapeuta gli offre una “spiegazione” che giustifica le azioni compiute dal protagonista durante la guerra in Libano, assolvendolo dal senso di colpa che lo aveva invaso. in tal modo si assiste ad un regresso, invece che ad un progresso, dell’evoluzione del discorso in atto: si ritorna a vedere la guerra come qualcosa che non ci appartiene, che ci capita, anzichè come a qualcosa che noi provochiamo, facciamo, conduciamo, agiamo e determiniamo con le nostre scelte individuali.

Ogni singolo uomo, entro i limiti delle sue azioni individuali, è responsabile delle conseguenze che produce all’interno della collettività. Si è colpevoli anche se si spara solo ai cani, anche se si lanciano i razzi al fosforo senza ammazzare nessuno. Si è colpevoli anche se non si fa la guerra e la si giustifica col silenzio, stando a casa seduti sulla poltrona ad osservare le immagini degli inviati speciali.

Perchè se la guerra non è colpa di chi la fa, di chi la decide, e anche di chi spara e di chi la accetta passivamente, allora vi prego di dirmi di chi è.