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Ripensare l’Uomo

(di Luigi Bosco su Filosofipercaso)

Tutta colpa del pollice opponibile

Il giorno che l’uomo si toccò il mignolo col pollice, tutto cambiò. Afferrare, trattenere, modellare, manipolare significarono una cosa sola: controllo.

Di migliaia d’anni in migliaia d’anni l’uomo, attraverso l’esercizio del controllo, passò dal sentirsi un elemento del tutto al vedere il tutto come insieme di elementi a sua disposizione. Iniziò a modificare il corso naturale degli eventi attraverso l’utilizzo dei suoi artifici sempre più “ingombranti” e il mondo divenne una sua appendice: nacque la scienza, la tecnica e la tecnologia. L’esigenza di comunicare spinse l’uomo a costruirsi un sistema fatto di simboli e significati attraverso cui scambiare messaggi e informazione: nacque il linguaggio, in tutte le sue accezioni.

La maggiore facilità con cui l’uomo riuscì a mantenersi in vita generò un “disavanzo” di tempo che egli iniziò a dedicare all’esercizio del pensiero. Con il pensiero, l’uomo passò dall’essere un “ente posto in” al sentirsi una “identità posta su” un sistema di esistenze. Fu così che l’uomo trovò se stesso perdendo la testa.

Allora iniziò il mondo così come lo conosciamo. L’uomo, attraverso l’esercizio del controllo, conobbe il potere della proiezione degli eventi: nacquero lo spazio e il tempo. Passò dal sopravvivere al vivere, al vivere meglio, al vivere sempre meglio: nacque il progresso, e il presente sostò all’ombra del futuro, e il passato fu un baule pieno di ricordi da dimenticare, da rimestare con la svogliata nostalgia di quella parte di se stessi che si è appena perduta mentre si stava guardando avanti.

Fu così che l’uomo iniziò ad antropomorficizzare la realtà: impegnato com’era a vivere, dimenticò la morte, mentre il presente si deformava in una orribile smorfia schiacciato dal peso di un futuro – tempo infinito e inesistente – che avrebbe avuto il compito di farlo sorridere, un giorno.

L’evoluzione del pensiero dell’uomo andò di pari passo con quella della sua cono-scienza: quanto più la realtà veniva identificata, tanto più il pensiero astraeva da essa, fino a spingersi oltre i confini dell’ignoto, allargando sempre più il tessuto della trascendenza.

Tanti furono i “mondi” prima esplorati e poi partoriti dalla mente dell’uomo: la Scienza e la Filosofia, Dio e la religione, la Natura e la Tecnica. Ma tutte queste esplorazioni e questi parti nacquero dai due più grandi aborti del genere umano, che tutt’ora sopravvivono al grembo che li accolse: l’Identità e la Libertà.


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L’identità

Ogni esistenza si differenzia non in termini quantitativi, né in termini qualitativi. Piuttosto, la differenza è in termini di presenza a se stessa. Una pietra non esiste né più né meno che un gatto. Un albero non esiste né meglio né peggio di un uomo. Ciò che fa la differenza è quello che viene comunemente definito come coscienza. Meglio ancora se si parla di coscienza di coscienza, ovvero la capacità di una esistenza di essere presente a se stessa. La coscienza di coscienza, nei termini in cui a noi è conosciuta, è una caratteristica precipua dell’essere umano. Lasciamo, quindi, stare pietre alberi e gatti.

Come dicevamo, l’uomo non è solo cosciente, ma è anche cosciente di essere cosciente. Questo determina i confini di quella che noi conosciamo come Identità, che ci regala la nostra unità separandoci da tutto il resto. Tale “separazione” produce uno scarto tra l’uomo e il mondo. Tale scarto è il TEMPO. Ora, mentre un animale semplicemente cosciente si sentirà una parte-del-tutto e si preoccuperà di salvaguardare la “porzione” di presenza che gli è stata riservata, un uomo cosciente della sua coscienza si sentirà una parte-nel-tutto e andrà oltre la sua presenza. Egli procurerà di conservare la sua PERMANENZA, costruendosi convenzionalmente un-posto-nel-mondo. In questo senso, l’uomo vive come vivrebbe un dio che non sappia cosa fare di se stesso: non riconoscendo la sua funzione-col-mondo, si affanna a cercare una possibile funzione-nel-mondo. Come fa tutto ciò? Con l’affermazione della sua propria identità, ovvero di quella stessa funzione da cui tutto è partito, da quel muro che lo ha separato da tutto il resto illudendolo con la sensazione di essere parte di se stesso.

La principale e peggiore caratteristica dell’identità è il suo bisogno di coerenza, capace di trasformare l’uomo in un animale che si prenda troppo sul serio. Tale coerenza viene raggiunta e mantenuta attraverso la reiterazione di una serie di comportamenti e la ragione che li giustifica logicamente. La possibilità del cambiamento viene in tal modo ristretta, se non del tutto preclusa, a favore dell’autoconservazione della propria identità. Rimaniamo così immobili, impossibilitati nel muoverci dal nostro titanismo, a cui la nostra identità ci soggioga.

Ma siamo davvero noi a scegliere chi siamo?


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La libertà

Credo di non sbagliare se affermo che la più grande libertà di una qualsiasi esistenza è la libertà di essere. Però, io non posso scegliere di esistere o meno, semplicemente: esisto. Credo che su questo si possa essere tutti d’accordo. La domanda è: il fatto di non poter scegliere di esistere non pregiudica già di per sé l’esercizio ed il concetto stesso di libertà? Non è l’essere già “schiavo” della sua stessa esistenza? Non è la libertà di un uomo inteso in tal senso simile a quella di uno schiavo che può scegliere se farsi piacere o no stare al servizio del suo padrone?

L’uomo non è libero perché esiste senza sceglierlo, così come l’Essere non è libero perché esiste senza sceglierlo. Potrei anche affermare che, in questo senso, la libertà stessa non solo non esiste ma non è libera.

Da un punto di vista puramente logico, la libertà presuppone una scelta e degli oggetti di scelta. L’atto della scelta presuppone che esista qualcuno/qualcosa che scelga tali oggetti di scelta che, a loro volta, devono esistere (concretamente o idealmente nella mente di chi sceglie). Tutto quanto ruota attorno alla libertà prevede un’esistenza che sceglie. Ora, un’esistenza può compiere potenzialmente qualunque scelta tranne quella di esistere, poichè qualcosa che non esiste non può scegliere. E, però, allo stesso tempo è proprio ciò che non esiste ad essere a tutti gli effetti libero. Quindi, non credo di sbagliarmi se dico che la libertà non esiste, oppure che la libertà è non esistere. O, ancora meglio, che la libertà è non sapere di esistere, annullarsi in quel Nulla che altro non è se non il Tutto senza coscienza.

Nemmeno posso scegliere di perpetrare la mia esistenza, poiché presto o tardi sopraggiunge la morte. A questo punto, quella che potremmo definire in termini trascendentali (a me poco congeniali) come Libertà Assoluta è concettualmente un equivoco che andrebbe abbandonato per concentrarsi su un altro tipo di libertà più “contingente”. L’unica libertà di cui possiamo parlare è tutta “umana” e altro non è se non il risultato di un incrocio di circostanze ed eventi passati, presenti e futuri che determinano una particolare condizione. In maniera più ampia, tale processo potrebbe essere identificato con la Storia. Ciò che noi crediamo siano nostre scelte, frutto del nostro libero arbitrio, altro non sono che il susseguirsi di cause ed effetti determinati da fattori esterni e da fattori interni a loro volta influenzati dai primi. Le nostre sono scelte che sicuramente prevedono una nostra responsabilità, senza per questo lasciare spazio ad alcuna libertà. Se vi è una libertà, questa è la libertà di azione, la quale non è in grado di determinare assolutamente la direzione di tale azione.

Generalmente, l’uomo quotidiano non è cosciente (o fa finta di non esserlo) di questa mancanza di libertà e della assurda inutilità del suo esistere fine a se stesso e si ostina a porsi degli scopi e degli obiettivi, si lascia tediare dal pensiero dell’avvenire, giustifica i suoi comportamenti ed agisce di conseguenza. Si crogiuola nel trascendente, si nutre di speranza, sempre accondiscendente all’Etica che si è costruito.


Ripensare l’Uomo

Mi chiedo se non sia giunto il momento di ripensare l’Uomo, ridimensionando concetti quali “identità”, “”, “uomo”, “Bene”, “Male”, “Trascendente”, “Oltre”, per poter finalmente vivere non con un atteggiamento fattivo, bensì con un sentimento partecipativo di un processo che ci trascende fintanto che esistiamo e che ci concerne quando ormai non siamo più; senza più quell’insensata esigenza di costruirci una trascendenza della contingenza in un disperato tentativo di conservare la nostra identità anche quando non sapremmo più cosa farcene. Forse, in questo modo, esistere potrebbe assumere altri significati, le scelte altre direzioni, i fini altri pesi, le attività altri aspetti, le priorità altri valori. Forse, ci sarebbe ancora la possibilità di capire che smettere di esistere può significare tornare a far parte di quel tutto che si è vissuto senza poter farne parte e, chissà, l’uomo potrà finalmente anche imparare a morire.

Nell’attesa che ciò accada, mi consolo con l’arte, l’unica a saper meglio rappresentare la nostalgia di quell’assurdo a cui fingiamo di non appartenere.


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Per chiunque voglia partecipare, la discussione è aperta sul sito che ospita l’articolo – Filosofipercaso. Ogni parere, appunto o obiezione sarnno benvenuti.

Viaggio al centro dell’educazione: precetti dell’Umanismo e condizioni di umanità

Per un paio di giorni ho riflettuto sull’interessante saggio “Educazione: un viaggio di senso umano”, a firma di Silvia Rosa pubblicato su Filosofi per caso (versione integrale qui).

L’ho riletto più volte e, sempre, ho avuto la sensazione che qualcosa non “filasse” nel discorso, il quale – e proprio qui sta il punto – non fa una piega dall’inizio alla fine. Poi ho capito che quel che non mi convinceva derivava dal fatto che il discorso “che non fa una piega” è in realtà una “piega del discorso”: fila, fintanto che lo si configura entro i limiti (la piega) stessi che il discorso si è posto come conice. Basta infatti essere in disaccordo con una delle sue premesse (celatamente assiomatiche) per far decadere tutto il resto.

Il lungo e bel saggio di Silvia Rosa si incentra su una re-interpretazione della pratica educativa, intesa come “ricerca di senso, capacità di porsi domande e di formulare risposte, riferendosi ad uno spazio etico trascendente, abitato dall’idea di Umanità, che in quella facoltà di problematizzare sé e il mondo si incontra”, in contrasto con “un’interpretazione alternativa a questa” che “istituisce una sorta di analogia tra due termini, peraltro semanticamente assai distinti, quali “educazione” ed “istruzione”, la quale “pone l’accento solo sul processo di acquisizione di conoscenze ed abilità utili ad inserirsi in un dato contesto storico e sociale, è quella di un essere umano appiattito nella dimensione fattuale, a cui non serve affatto confrontarsi con un universo di significati e valori che superano le esigenze della quotidianità.”

Chi potrebbe essere in disaccordo con quanto affermato? Suppongo nessuno che abbia un minimo di buon senso ed un briciolo di sensibilità. Per quanto mi riguarda, infatti, il problema non si pone sul “cosa” raggiungere, ma sul “come” raggiungerlo.

Silvia Rosa, infatti, afferma che:

“l’educazione che si auspica […]è un’esperienza eticamente finalizzata, ma mai aprioristicamente moralizzante, aperta a ridefinirsi e a mettere in discussione ogni pretesa di veridicità assoluta che non rispetti l’Essere nei suoi limiti e nelle sue possibilità umane.”

La domanda è: come può un’esperienza eticamente finalizzata non essere aprioristicamente moralizzante? Come si può partire da presupposti assoluti (etica) senza cadere nella moralizzazione dei suoi principi (giusto-sbagliato)? Come si può “mettere in discussione ogni pretesa di veridicità assoluta” nel rispetto dell’Essere (qui indicato con valenza assoluta)? Tutto il saggio di Silvia Rosa è così: in un paragrafo contraddice il precedente, mentre il terzo giustifica tale contraddizione.

Silvia Rosa pensa ad una educazione che

“orienti il viaggio di senso umano, recuperando così la sua originaria carica rivoluzionaria, intesa come possibilità di interpretare la realtà, trasformandola, vira nella direzione di una teoria pedagogica e di una prassi educativa attente a stimolare la facoltà del sentire, ad educare il soggetto a conoscere sé e ciò che lo circonda attraverso il sentimento e non solo mediante una ragione ammaestrata a scomporre ed analizzare minuziosamente meri fatti e fenomeni.”

Come non essere d’accordo sul percorso proposto? Impossibile. Però si può essere in  disaccordo sul luogo verso cui tale percorso viene indirizzato. E sul concetto stesso di indirizzare. Ma andiamo per punti.

Nel suo saggio, Silvia Rosa scrive:

“L’uomo non sceglie di esistere: l’inizio dell’Essere, che si afferma sul Nulla, è qualcosa a cui egli non prende parte come soggetto attivo. L’Essere non è opera sua, ma è piuttosto un’opera che egli impersona ed interpreta, di cui può diventare protagonista, ma alla cui esauriente comprensione non può pervenire. L’uomo si trova ad essere, ma non ha facoltà di stabilire davvero se questo stato ontologico sia meglio del nulla. Può, però, decidere di credere (fino a sentire profondamente) che lo sia e, in virtù di questa scelta, impegnarsi affinché la propria esistenza assuma senso e sia umanamente valida, cioè riscatti l’essere di tutta l’Umanità da un’origine incognita.”

Un’interpretazione più vicina ad un atto di fede che ad una vera e propria assunzione di responsabilità o, meglio ancora, presa di coscienza. Una visione religiosa della vita, che ha molti punti in comune con l’interpretazione cattolico-cristiana dell’esistenza. A conferma di ciò, vi è un’ulteriore affermazione:

“Quando anche non ci sia nulla a giustificare l’esistenza, anzi, proprio laddove tutto sembri negarne il valore e la bontà, è allora che l’essere umano si sceglie; è nell’abisso della disperazione che decide di sperare; è a partire da un’esperienza di non-senso che avverte la necessità di significare qualcosa.”

Anche se il termine utilizzato è “scelta”, la precedente ed altre affermazioni preparano il terreno a quello che risulterà essere un “percorso obbligato” perchè “giusto” e, in quanto tale, preferibile ad altri. Ciò che mi ha fatto sorgere più dubbi non è stato il termine in sé: giusto. Esiste, a mio avviso, un “ontologiacamente giusto” ed un “relativamente migliore”. Il primo appartiene all’etica, in quanto oggettivo; il secondo alla morale, in quanto legato alle esigenze dei tempi che, di volta in volta, lo determinano. Qui, mi sembra ovvio, si sta basando tutto il discorso della scelta, e quindi della libertà, necessariamente relativi, su presupposti oggettivamente assoluti. Ovvero, si stanno descrivendo i principi che guidano la nostra società così come la conosciamo ed i loro fallimenti.

Il principio che sta alla base di tutto il discorso è la priorità dell’Essere sul non-essere. Tagliando le gambe al concetto di scelta, si sostiene con Jonas che “l’essere si pone in senso assoluto come migliore rispetto al non essere”, giacché vale “a partire da se stesso e non soltanto grazie a un desiderio, un bisogno o una scelta”. Ma ciò significa che “se spiegando in modo ineccepibile le ragioni per cui l’Essere è preferibile al Nulla si dimostrasse la Verità assoluta di questa scelta, al contempo si istituirebbe a priori il Senso, il perché della vita, ciò che renderebbe in parte superfluo l’esercizio di costruzione del senso proprio.”

Come fare, dunque, a rimettere in gioco la scelta e la libertà dell’uomo in un sistema in cui vi è la priorità assoluta di un elemento rispetta al o agli altri? Secondo l’autrice del saggio, la libertà dell’uomo di scegliere e scegliersi risiede nella “libertà di dire sì all’esistenza credendo in essa, che l’Essere si fa umano e si rende responsabile della creazione del suo mondo, accogliendo la realtà data, pensandola ed ancorandola ad un’immagine unitaria di senso che ne rappresenti ogni tassello, dotandola di significati trascendenti. L’atto di libertà che dà inizio di senso al mondo è necessario perché l’Essere indefinito prenda forma umana.”

In altre parole un atto di fede (credere) nei confronti di qualcosa di cui non possiamo sapere se abbia importanza (esistenza) ma che possiamo convincerci che ne abbia. In più, fare in modo che tale esistenza sia umana, poichè “il viaggio dell’individuo ha senso solo se è un viaggio di senso per l’umano.” A questo punto mi sembra palese che si sia in presenza di una teorizzazione di una religione laica, nella quale Dio prende il nome di Essere e verso cui la libertà di scelta dell’uomo (suo derivato ad immagine e somiglianza) viene indirizzata dal giusto percorso.

Cio che, più o meno innavertitamente, viene fatto dall’inizio alla fine di tutto il discorso di Silvia Rosa è una “antropomorficizzazione” del mondo, per dirla con le parole di Camus. Ossia, per comprendere il mondo, lo si riduce a quello umano.

Si parla di libertà di scelta in un quadro che presuppone infinite possibilità, le quali, però, hanno solo due direzioni: una giusta ed una sbagliata; dove la giusta è quella che rispetta l’Essere, la sbagliata è quella che lo nega. L’errore di fondo – a mio avviso, ovviamente – del discorso di Silvia Rosa sta nel cercare a tutti i costi di confinare l’infinito nel finito, nel vivere una condizione assolutamente relativa basandosi su principi relativamente assoluti. Non sarebbe, invece, meglio esercitarsi lungo l’arco della propria esistenza a comprendere e rispettare la propria condizione di finitudine senza appellarsi ad assoluti, che diventano molteplici così come sono molteplici le coscienze che ne sondano i fondali oscuri? Non sarebbe meglio (e non più giusto) vivere la propria condizione umana come tale, esperendone la totale assurdità senza rinnegarla con vorticosi giri di parole?

Se supponessimo che la vita di un uomo non avesse senso, continueremmo a fare le cose che facciamo o la nostra vita sarebbe distinta e le nostre azioni completamente diverse? I principali problemi che tediano il mondo da sempre non derivano forse dall’assolutizzazione di una condizione temporale – e quindi relativa – praticata con un atto di fede? Se gli uomini non credessero di rappresentare la supremazia dell’essere sul nulla e si vedessero come una parentesi del nulla che per un attimo esiste nelle nostre coscienze, condurrebbero la loro vita allo stesso modo? Darebbero la stessa importanza e/o priorità alle stesse cose?

Il termine educazione etimologicamente significa ex-ducere, condurre fuori. Inteso in questo senso, la pratica educativa presuppone un approccio maieutico dell’individuo sull’altro, dove l’indivuo e l’altro sono sullo stesso piano e ciò che viene maieuticamente tirato fuori non è né giusto né sbagliato. Semplicemente é ciò che c’è, e che ha le sue radici in un determinato individuo con determinate caratteristiche in un determinato luogo con un determinato contesto. Che senso ha, in quest’ottica, parlare di un percorso umano, dove si trascende per sperimentare l’Oltre che non ci appartiene e mai ci apparterrà, rischiando di compiere in tal modo madornali errori e misfatti?

L’arte e la poesia chiamate in causa da Silvia Rosa non sono mezzi che consentono all’uomo di sperimentare l’Oltre. A mio avviso sono luoghi in cui l’uomo sperimenta il Possibile e non l’Assoluto, sempre rimanendo entro i suoi limiti e, soprattutto, riconoscendoli. Il rischio che si corre quando si cerchi di sperimentare l’assoluto in una condizione limitata e relativa è che di assoluto ne esista più d’uno e, alla fine, si impone quello del più forte.

In “L’Esistenzialismo è un Umanismo”, J. P. Sartre sostiene che

“il primo passo dell’esistenzialismo è di mettere ogni uomo in possesso di quello che egli è e di far cadere su di lui la responsabilità della sua esistenza. E, quando diciamo che l’uomo è responsabile di se stesso, non intendiamo che l’uomo sia responsabile della sua stretta individualità, ma che egli è responsabile di tutti gli uomini […] Quando diciamo che l’uomo si sceglie, intendiamo che ciascuno di noi si sceglie, ma, con questo, vogliamo anche dire che ciascuno di noi scegliendosi, sceglie per tutti gli uomini. Infatti, non c’è uno solo dei nostri atti che, creando l’uomo che vogliamo essere, non crei nello stesso tempo una immagine dell’uomo quale noi giudichiamo debba essere.”

La tesi sostenuta nel saggio di Silvia Rosa corrisponde, dunque, ad uno dei più importanti principi dell’esistenzialismo sartriano. Entrambi i pensieri sono accomunati da due concetti: la predominanza dell’essere sul nulla e la necessità del “salto”. Il secondo è necessario affinché possa determinarsi il primo. Sempre Silvia Rosa scrive

“Questo lavoro continuo di affermazione/giustificazione di sé inizia con un sì all’Essere che è slancio d’Amore: il burrone non si salta con lunga riflessione, ma con un gesto di ragionevole follia, che spinge ad andare avanti, a proseguire nel viaggio, il quale diventa, pertanto, (in)finito cammino di redenzione dell’Essere.”

Ovvero un’assolutizzazione dell’hic et nunc, la conclusione che giustifica la premessa. Di contro, Camus afferma che “il salto non rappresenta un estremo pericolo […] Il pericolo, al contrario, è nell’istante sottile che precede il salto. Sapersi mantenere su questa cresta vertiginosa, ecco l’onestà: il resto pe sotterfugio”, un rifuggire la propria condizione esistenziale di essere uomini.

La cresta vertiginosa è la soglia della coscienza a cui è venuto a bussare l’assurdo, scaturito dal “paragone fra uno stato di fatto e una certa realtà, fra un’azione e il mondo che la supera […] un divorzio che non consiste nell’uno o nell’altro degli elementi comparati, ma nasce dal loro confronto (maieutica, nda)”.

In quest’ottica, se vi è una educazione auspicabile, questa è quella che insegna  l’umanità dell’uomo piuttosto che quella che indottrina l’uomo all’umanesimo. Di conseguenza, l’arte e la poesia diventano luoghi dove sperimentare il possibile umano e non percorsi da intraprendere per raggiungere l’Uomo Asoluto. Personalmente, provo repulsione per l’approccio antropocentrico dell’uomo all’uomo (educazione): esso inibisce l’idividuo che cerchi di sperimentare le sue possibilità, offrendogli in cambio la frustrazione di un credo che gli suggerisce di aspirare a qualcosa che mai potrà sperimentare. Come suggerisce Camus: “bisogna immaginare Sisifo felice”.

Luigi Bosco

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