Archives for posts with tag: Filosofia

Occidente. Lo Transparente y lo Siniestro, in Trama&Fondo, nº 4, Madrid, 1998. (ps. 7/32).

Autore: Jesús González Requena

Traduzione a cura di Luigi Bosco

 

 

Riflettere su alcuni discorsi che configurano il nostro presente: questo è il compito che qui ci proponiamo.

Ci occuperemo, dunque, del Discorso Cibernetico e del Discorso Artistico. Quest’ultimo nell’accezione di discorso della rappresentazione; il primo come sintesi della convergenza tra discorso economico e discorso scientifico. Lo faremo non tanto con l’intenzione di stabilire le loro differenze, quanto con quella di evidenziare i loro punti in comune. D’altronde, sono questi ultimi che possono dirci qualcosa sulla nostra contemporaneità. Ad ogni modo, saranno necessarie alcune considerazioni preliminari.

Dinanzi il discorso: due prospettive

I discorsi possono essere affrontati partendo da due prospettive. La prima, immanente, attiene allo studio di modelli sintattici, logici e grammaticali che li generano, e a ciò che, al loro interno, possono configurare. In altre parole, alle strutture di cui il discorso si fa portavoce e che configura in quanto spazio di una certa produttività semiotica. Questa è la prospettiva dell’analisi che proclama la scientificità che la sua immanenza – secondo l’accezione saussuriana – le concede.

La seconda prospettiva è quella della interpretazione. Questa può essere enigmatica – lo è stata molte volte – , ma può anche allinearsi ai parametri della razionalità della scienza occidentale e, di conseguenza, esercitare quei criteri di controllo che le concedono uno statuto scientifico. Dovrà, in ogni caso, orientarsi in relazione alla filosofia, attraverso la quale oltrepassare i limiti che la prospettiva analitica impone, anche quando questa lavori – e deve farlo per allontanarsi dalla enigmaticità – con i procedimenti di analisi che configura. Diciamolo en passant: la distanza che separa la interpretazione razionalista da quella enigmatica è la stessa che tracció l’inevitabile disaccordo tra Freud e Jung, tra Marx e Proudhon e, più generalmente, tra filosofia e mitologia.

Conoscendo i procedimenti dell’analisi immanente, la interpretazione razionalista non può in qualunque caso limitarsi al suo ambito: non solo analizza, ma legge e, nel farlo, assume l’interrogazione sul soggetto coinvolto in questa lettura. Ed è qui, in questo movimento, che la Filosofia risulta necessariamente chiamata in causa. Di modo che, diciamolo sin da ora, il sapere di cui si fa carico la filosofia è il sapere del Soggetto.

Pages: 1 2

Nel suo amore per la libertà, Socrate si sdegnava d’esser soggetto alla legge della gravità. E pensava che il bene stesse nell’indipendenza dalla gravità. Poiché è questa – pensava – che ci impedisce dal sollevarci fino al sole.–
Essere indipendenti dalla gravità vuol dire non aver peso: e Socrate non si concedette riposo finché non ebbe eliminato da sé ogni peso. – Ma consunta insieme la speranza della libertà e la schiavitù – lo spirito indipendente e la gravità – la necessità della terra e la volontà del sole – né volò al sole – né restò sulla terra; – né fu indipendente né schiavo; né felice né misero; – ma di lui con le mie parole non ho più che dire.

Platone vide questa meravigliosa fine del maestro e si turbò. E poiché egli aveva lo stesso grande amore, pur non essendo d’una sì disperata devozione, si concentrò a meditare. Conveniva trovare un meccanismo * per sollevarsi fino al sole, ma – ingannando la gravità – senza perdere il peso, il corpo, la vita; lungo tempo meditò e inventò il macrocosmo. La parte principale della strana macchina era un grande globo rigido, d’acciaio, che con le sue cure più affettuose per l’alto  Platone aveva riempito d’Assoluto – gli aveva levato l’aria, diciamo noi ora. – Con questo mirabile sistema egli si sarebbe sollevato senza perdere del proprio peso – senza diminuir la propria vita. Read the rest of this entry »

Ci fu un tempo in cui l’uomo si accorse di sé e cominciò ad interrogarsi. Poi venne il giorno in cui iniziò a darsi le risposte sbagliate.

Essere coscienti di sé è un peccato; diventarne schiavi è una colpa.

Non è il cosa, né il come, né il quando, la vera domanda. La vera domanda, il quesito dei quesiti, l’interrogativo supremo è: perché. A chi, infatti, giova sapere il cosa, il come e il quando di qualcosa di cui non si riesce a determinare il perché?

Il giorno in cui l’uomo si accorse di sé si separò dal mondo. Fu in quello stesso istante che, non facendone più parte, perse la capacità di comprenderne la gratuità: e la bellezza divenne irraggiungibile e la verità un chiodo laico a cui appendere gli specchi vuoti.

Condannato è l’uomo, poiché pigramente giace sotto il giogo della ragione, preferendo codardamente la schiavitù della coscienza alla propria epifania. Read the rest of this entry »

(in risposta ad un post di Alessandra Pigliaru su Filosofipercaso)

Se nasciamo da una escrescenza del tempo, ognuno di noi sa cos’è il vuoto.

Quando la dimensione sociale ha assimilato quella individuale, ciò ci ha lasciato capaci di percepirne il sintomo, rendendoci incapaci di risalire alla causa. L’iper-razionalità ci impedisce di arrenderci ad essa.

Il capitalismo è la sublimazione del mondo animale: mangiare per non essere mangiati. Si compra per leggittima difesa. Il sistema ci fagocita e allo stesso tempo ci serve degli strumenti necessari per fagocitarlo: il denaro. Tutto si tiene in piedi in un equilibrismo perfetto e instabile.

Il fagocitare sembra essere l’unico strumento rimasto all’uomo per autodeterminarsi e non essere fagocitato nell’indistinzione. La merce è l’oppio dei popoli, direbbe un Marx del 2010.

Oggi la merce, domani il web, in futuro chissà: tutti strumenti in grado di giustificare noi a noi stessi. Ciò che prima non ci si chiedeva (perché non se ne aveva coscienza) e poi si è giustificato con la religione, oggi lo si giustifica con la merce. Ci spieghiamo il nostro sfruttarci con il nostro acquistarci.

Il capitale umano è una condizione orribile senza valore aggiunto.

Moriremo tutti. Moriremo vuoti.