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Occidente: il trasparente e il sinistro

Occidente. Lo Transparente y lo Siniestro, in Trama&Fondo, nº 4, Madrid, 1998. (ps. 7/32).

Autore: Jesús González Requena

Traduzione a cura di Luigi Bosco

 

 

Riflettere su alcuni discorsi che configurano il nostro presente: questo è il compito che qui ci proponiamo.

Ci occuperemo, dunque, del Discorso Cibernetico e del Discorso Artistico. Quest’ultimo nell’accezione di discorso della rappresentazione; il primo come sintesi della convergenza tra discorso economico e discorso scientifico. Lo faremo non tanto con l’intenzione di stabilire le loro differenze, quanto con quella di evidenziare i loro punti in comune. D’altronde, sono questi ultimi che possono dirci qualcosa sulla nostra contemporaneità. Ad ogni modo, saranno necessarie alcune considerazioni preliminari.

Dinanzi il discorso: due prospettive

I discorsi possono essere affrontati partendo da due prospettive. La prima, immanente, attiene allo studio di modelli sintattici, logici e grammaticali che li generano, e a ciò che, al loro interno, possono configurare. In altre parole, alle strutture di cui il discorso si fa portavoce e che configura in quanto spazio di una certa produttività semiotica. Questa è la prospettiva dell’analisi che proclama la scientificità che la sua immanenza – secondo l’accezione saussuriana – le concede.

La seconda prospettiva è quella della interpretazione. Questa può essere enigmatica – lo è stata molte volte – , ma può anche allinearsi ai parametri della razionalità della scienza occidentale e, di conseguenza, esercitare quei criteri di controllo che le concedono uno statuto scientifico. Dovrà, in ogni caso, orientarsi in relazione alla filosofia, attraverso la quale oltrepassare i limiti che la prospettiva analitica impone, anche quando questa lavori – e deve farlo per allontanarsi dalla enigmaticità – con i procedimenti di analisi che configura. Diciamolo en passant: la distanza che separa la interpretazione razionalista da quella enigmatica è la stessa che tracció l’inevitabile disaccordo tra Freud e Jung, tra Marx e Proudhon e, più generalmente, tra filosofia e mitologia.

Conoscendo i procedimenti dell’analisi immanente, la interpretazione razionalista non può in qualunque caso limitarsi al suo ambito: non solo analizza, ma legge e, nel farlo, assume l’interrogazione sul soggetto coinvolto in questa lettura. Ed è qui, in questo movimento, che la Filosofia risulta necessariamente chiamata in causa. Di modo che, diciamolo sin da ora, il sapere di cui si fa carico la filosofia è il sapere del Soggetto.

Un esempio storico*

Nel suo amore per la libertà, Socrate si sdegnava d’esser soggetto alla legge della gravità. E pensava che il bene stesse nell’indipendenza dalla gravità. Poiché è questa – pensava – che ci impedisce dal sollevarci fino al sole.–
Essere indipendenti dalla gravità vuol dire non aver peso: e Socrate non si concedette riposo finché non ebbe eliminato da sé ogni peso. – Ma consunta insieme la speranza della libertà e la schiavitù – lo spirito indipendente e la gravità – la necessità della terra e la volontà del sole – né volò al sole – né restò sulla terra; – né fu indipendente né schiavo; né felice né misero; – ma di lui con le mie parole non ho più che dire.

Platone vide questa meravigliosa fine del maestro e si turbò. E poiché egli aveva lo stesso grande amore, pur non essendo d’una sì disperata devozione, si concentrò a meditare. Conveniva trovare un meccanismo * per sollevarsi fino al sole, ma – ingannando la gravità – senza perdere il peso, il corpo, la vita; lungo tempo meditò e inventò il macrocosmo. La parte principale della strana macchina era un grande globo rigido, d’acciaio, che con le sue cure più affettuose per l’alto  Platone aveva riempito d’Assoluto – gli aveva levato l’aria, diciamo noi ora. – Con questo mirabile sistema egli si sarebbe sollevato senza perdere del proprio peso – senza diminuir la propria vita.

La partenza fu lieta d’ardite speranze; e l’areostato si sollevò rapidamente dai bassi strati dell’atmosfera.
“Vedete come noi saliamo per la sola volontà dell’assoluto» esclamava Platone ai suoi discepoli ch’erano con lui, e accennava al globo scintillante che li trascinava nella sua rapida salita. «È per sua virtù che noi andiamo verso il sole dove la gravità non domina più, e dai legami di questa, via via ci liberiamo”.
( – Veramente noi diciamo ora che la causa della salita dell’areostato non è «il suo voler salire bensì la caduta dell’aria più pesante di lui. – ) Ma Platone esultava per l’ebbrezza dell’esaltarsi e accennando al globo pieno d’assoluto esclamava: «mirate l’anima nostra!”.
E i discepoli che non capivano ma sentivano le vertigini e la nausea della salita, guardavano sbigottiti il maestro, e il globo, e la terra che fuggiva sempre di sotto. –
Quando giunsero ai limiti dell’atmosfera però l’areostato diminuì la sua velocità, ondeggiò e si fermò del tutto, equilibrato nel mare d’aria. Fuori dell’atmosfera non si va – bisognerà accontentarsi di galleggiare. E le speranze? e il sole? e l’indipendenza? I discepoli guardarono il maestro con muta richiesta. –
Allora Platone guardò al basso ed ecco gli si spalancò la magnificente visione di tutto il tempo e di tutto l’essere (Platone, Repubblica, 486 a.) ed egli si compiacque e disse ai suoi discepoli ch’erano con lui: «Ecco che noi siamo in alto; vedete giù le cose del basso mondo, esse sono in basso perché sono pesanti, perché hanno il peso, noi invece» e accennò al globo che galleggiava immobile sulle loro teste «noi invece abbiamo ‘la leggerezza’, noi siamo qui soltanto perché abbiamo ‘la leggerezza’”. I suoi discepoli anch’essi si curvarono sul parapetto, ma lo sgomento del vuoto li vinse così che ritiratisi vicini a venir meno, non ardirono più di sollevarsi dal fondo della navicella. «Noi» seguitò a dire il maestro «in quanto siamo qui partecipiamo anche noi della leggerezza ed ognuno di noi ha ‘ la leggerezza’, abbiamo corpo e peso ma secondo ‘la leggerezza’”. «Maestro» disse uno dei discepoli riavutosi un po’ dal peso dello sgomento e dello stupore, – «maestro, com’è fatta la leggerezza?”.

“La ‘leggerezza’» prese a dire Platone contemplando il mirabile spettacolo delle cose, che al suo sguardo più forte erano chiare come se fossero state vicine «la ‘leggerezza’ contiene tutte le cose; non come sono col loro peso nel mondo basso, ma senza peso; e come il peso appartiene al corpo, alla leggerezza appartiene ‘l’incorporeo’; e se al corpo appartiene l’estensione, la forma, il colore, tutto ciò in cui gli uomini in terra sono implicati, alla leggerezza appartiene l’inestenso, l’informe, l’incolore, lo spirituale. Colla sola contemplazione della leggerezza, noi che abbiamo la leggerezza, vediamo e possediamo tutte le cose non come appariscono in terra ma come sono nel regno del sole”.
– I discepoli ascoltavano in silenzio, con l’occhio intento all’abbagliante splendore dell’acciaio, e nessuno voleva confessare di non vedere niente; ma di tratto in tratto incitavano il maestro a dir di più. Ed egli allora parlò delle maraviglie occulte agli altri e che il suo sguardo acuto discerneva, apparendogli le cose sulla superficie della terra per la profondità vertiginosa in vari e nuovi e mirabili modi aggruppate. Queste nuove creature egli chiamava idee e diceva di loro ch’esse erano tutte chiuse nella «leggerezza”, – e che ognuno poteva vederle. – I discepoli che nulla vedevano s’abbandonavano alla suggestione delle sue visioni. E se la terra di notte s’oscurasse, se le nubi gli togliessero di vedere, se i suoi occhi si stancassero, ma egli nel suo trasporto seguitava pur sempre a narrare cavando dalla memoria le più riposte imagini e, a bizzarre fantasie congiungendole, sé e gli altri nutriva di parole.

Ma passavano i giorni, i mesi, gli anni – la vita non mutava – e speranza non c’era di mutamento. Gli abitanti della leggerezza e Platone stesso invecchiavano: infatti il regno del sole era lontano e lo splendore riflesso della macchina piena d’assoluto – come non dava né la gioia né la pace né la libertà così non dava l’eterna giovinezza. I discepoli nella mancanza d’ogni via di salvezza, d’ogni attività cui fossero stati sufficienti – s’erano abbrutiti in un oscuro torpore disperato. Ma un giorno – uno di loro più ardito e meno riverente avendo osservato che il maestro parlando aveva gli occhi sempre fissi alla terra lontana, si curvò ancora sul parapetto e vide il vuoto; sforzò il suo sguardo in ogni maniera per discernere qualche cosa ma non vide altro che, come una nebbia lontana, il luccicare delle acque alternato colle masse oscure della terra; e ciò non aveva la più lontana somiglianza con quello che il maestro descriveva. Ma non era egli persona da dissolversi per la paura del vuoto come gli altri compagni. La paura si maturava in lui in piani determinati e nell’effettuazione di questi spiegava una irresistibile alacrità. D’altronde male soffrì nel suo cuore geloso d’essere cieco là dove il maestro vedeva chiaramente, e fermò fra sé il proponimento di trovare un modo per poter tornar sulla terra. Da quel giorno egli si mise a studiare con ogni attenzione la macchina geniale che li aveva sollevati, e con abili domande ottenendo dal maestro le informazioni necessarie, in breve si ebbe acquistata una conoscenza minuziosa di tutti gli ingegni.

Allora fattosi innanzi così parlò al vecchio Platone:
“Maestro, tu dici che noi abbiamo la leggerezza?”.
“Altrimenti almeno non saremmo invero qui su” disse Platone.
“E noi siamo leggeri per la presenza della leggerez-za?”.
“Certamente”.
“E ogni cosa in quanto è leggera è tale per la presenza della leggerezza?”.
“Senza dubbio”.
“E all’inverso la leggerezza è tale da poter render leggera ogni cosa per la sua presenza”.
“Allo stesso modo”.
“Maestro, perché non potremmo noi prendere un po’ dell’aria che è qui attorno e metterla nella leggerezza? secondo il discorso su cui ora ci siamo accordati, essa perderebbe la sua natura di pesante e parteciperebbe anch’essa della leggerezza”. E tacque. – Platone lo guardò a lungo negli occhi miopi coi suoi occhi che vedevano lontano, e vide ch’egli lo tradiva. Ma il giovine discepolo conosceva il meccanismo, e ragionava diritto e Platone non poteva sottrarsi alla conclusione. D’altronde egli conobbe quanto e dove egli stesso aveva errato – né poteva egli ormai vecchio negar la vita al giovane discepolo. –
Egli chinò tristemente il capo e disse al giovane: «Va bene, fallo!”. Il discepolo s’affaccendava intorno alla valvola, e Platone seguiva melanconicamente i suoi movimenti. Ma d’altronde anche per lui l’altezza vertiginosa, l’aria irrespirabile – la mancanza di tutte le care cose della vita, e del commercio degli uomini – l’immobilità di tutte le cose nel giro dei giorni e delle notti – aveva un sinistro senso di vuoto cui le sue parole non riescivano a riempire – e che non era molto dissimile dalla paura.
Sicché quando l’aria cominciò a fischiare penetrando impetuosamente nel globo e svegliò i poveri discepoli dal loro torpore, anche Platone si sentì allargare il vecchio cuore mentre la sua asciuttezza s’inumidiva di desideri lontani.
L’areostato scendeva, i discepoli erano tornati alla vita. «Scendiamo!» «Scendiamo!» altro non potevano pronunciare e questa parola non si saziavano di ripetere che antecipava loro la gioia della quale avevano ormai disperato, la gioia d’aver la terra sicura sotto i piedi, d’esser per sempre fuori, salvi da quella terribile, vertiginosa solitudine.

E mentre Platone suo malgrado era assorto a osservar come l’aria penetrava nel globo, animati dal cambiamento e dalle nuove speranze e resi più curiosi dalla varietà delle cose ch’essi incominciavano a intravvedere ora sulla superficie della terra, gli si strinsero intorno e con maggior insistenza lo richiesero che parlasse ancora.
E Platone e per l’amore dei vecchi a novellare e per l’abitudine in lunghi anni contratta, continuò a descrivere ciò che gli si svolgeva sotto lo sguardo. Ma come ormai c’era l’aria terrestre nell’involucro rigido dell’areostato, come ormai la vista era più bassa, così i suoi discorsi non riuscirono più puri e convenienti a ciò ch’egli avreva sempre insegnato. Ma il più vicino e il più lontano, e l’orizzonte più ristretto e sempre vario, e le varie prospettive delle stesse cose lo preoccupavano. – Del resto poco abituato – all’aria più grave ben presto egli morì.

– Intanto la terra s’avvicinava, e gli sguardi dei discepoli ardevano d’impazienza. Con autorità naturale il traditore prese il posto del maestro e con gli stessi modi di lui, come quello che conosceva a fondo il meccanismo, cominciò a parlare per quanto nulla vedesse di distinto, ma per la pratica presa e parlando più del modo come il meccanismo funzionava e del comportamento dell’aria nella leggerezza che di ciò che appariva alla vista. – Quando giunsero in terra egli comincio a introdurre l’una cosa e l’altra nel globo e predicò di tutte la «leggerezza”, poi cominciò a osservarle nelle loro vicendevoli relazioni e poiché era fra loro e non sopra loro, andando da una in l’altra col suo meccanismo, cominciò a teorizzare su tutto l’essere. Tutta la gente accorreva da lui per prendere la merce che veniva dall’assoluto; egli ch’era uno spirito pratico prendeva la merce ch’era più in voga e che più s’adattava alla vista, al bisogni, ai gusti del pubblico, poi ci metteva su la marca di fabbrica coll’emblema della «leggerezza”. E il pubblico era felice di poter dire che la merce veniva dal cielo e di potersene servire proprio come se fosse stata merce di questa terra.

Quell’uomo era Aristotele.

Il suo sistema, che allora ebbe il più largo seguito, ancora vive fra noi, se pur sotto nuove vesti, in quanti sul terreno positivo la voce delle cose ripetendo quale dai modi vicini e dalle vicine necessità è data, nel nome dell’assoluto sapere la elaborano e s’affaccendano a teorizzar sulle cose. –

1 È per sé stesso chiaro, che come io non pretendo che davvero Platone abbia fatto l’areonauta, così non voglio aver fatto congetture sulle sue relazioni con Aristotele come in fatti avvenissero. Ma certo che gli ultimi dialoghi e specialmente il Parmenide sono animati da uno spirito aristotelico e sembrano un preludio alle categorie e alla metafisica d’Aristotele. Di platonico non hanno più che le frasi fatte del platonismo. Si può dire anche apertamente che non li ha fatti Platone – ma uno che non aveva niente da dire, e s’affannava ad accordare il sistema delle idee con le necessità d’un dire multiforme quale poi s’afferma nelle opere aristoteliche e che si doveva già sentire nell’aria – fosse poi l’autore Platone stesso – ma un Platone vecchio, dimentico di sé, o un qualunque suo discepolo. Il dissolversi del mondo delle idee nella infinita trama delle forme, – del quale questi dialoghi (Parmenide, Sofista, Politico) segnano un punto intermedio rivelatore, – quale avvenne allora nel lavorio filosofico degli idealisti, è una necessità che pur sotto altre apparenze si ripete ogni qual volta degli uomini seguendo materialmente la via d’un uomo migliore, s’affaccendino coi concetti per loro ormai privi di valore.


(La persuasione e la rettorica, Carlo Michelstaedter, Adelphi 1982)

Ho ucciso l’uomo: l’uomo è morto!

Ci fu un tempo in cui l’uomo si accorse di sé e cominciò ad interrogarsi. Poi venne il giorno in cui iniziò a darsi le risposte sbagliate.

Essere coscienti di sé è un peccato; diventarne schiavi è una colpa.

Non è il cosa, né il come, né il quando, la vera domanda. La vera domanda, il quesito dei quesiti, l’interrogativo supremo è: perché. A chi, infatti, giova sapere il cosa, il come e il quando di qualcosa di cui non si riesce a determinare il perché?

Il giorno in cui l’uomo si accorse di sé si separò dal mondo. Fu in quello stesso istante che, non facendone più parte, perse la capacità di comprenderne la gratuità: e la bellezza divenne irraggiungibile e la verità un chiodo laico a cui appendere gli specchi vuoti.

Condannato è l’uomo, poiché pigramente giace sotto il giogo della ragione, preferendo codardamente la schiavitù della coscienza alla propria epifania.

Incapaci come siamo di testimoniarci, non ci rimane che giustificarci la vita a misura di ragione. Chi, infatti, tra coloro ancora dotati della perversione del senno, è in grado di abbandonarsi con naturalezza all’idea che l’essere sia inutile e, al tempo stesso, sopravvivere ad essa? Chi è colui in grado di testimoniare a se stesso, con il semplice atto di vivere, di essere nient’altro che il dispiegamento dell’essere in una delle sue infinite e gratuite forme senza per questo precipitare perduto nel baratro della sua stessa “gettatezza”?

Una “gettatezza” heideggeriana che possiede tutte le accezioni del rifiuto, dello scarto, dell’escremento, dell’avanzo. Poiché questo è tutto ciò che siamo al di fuori di ogni metafora; poiché tutto quanto dio o la metafisica ci hanno attribuito appartiene in realtà all’essere, mentre noi e tutto ciò che vi è fuori di noi non siamo che entità, prodotti, artefatti dell’agire dell’essere. E, poiché l’ente è il rifiuto dell’essere così come la vita è lo scarto della Natura, non è nel prodotto, nello scarto che mai si potrà intravedere un barlume di bellezza o di verità e neppure nell’essere in sé, ma è piuttosto nella gratuità dell’atto dell’essere che esse sono esistite.

Il più appassito dei papaveri è di gran lunga superiore al migliore degli uomini, poiché esso è in grado di testimoniare che ci fu un tempo anteriore a tutti i tempi in cui la bellezza, del cui sudore esso ora è prova il tempo che gli è dovuto, fu in una unica inintelligibile eternità al di fuori di ogni tempo.

L’uomo, invece, possiede lo svantaggio di una coscienza che gli chiede spiegazioni di tanta sfacciata e irragionevole testimonianza senza riuscire a venirne a capo. Fu così che l’uomo ebbe bisogno di Dio e dell’immortalità dell’anima, poiché accettare di essere uno scarto della gratuità della bellezza lo avrebbe condotto alla follia molto più rapidamente di quanto il senno non stia facendo ragionevolmente con più calma.

Poi venne un giorno in cui un uomo con una lanterna che cercava dio, non riuscendo a trovarlo, disse alla piazza che dio era morto: ancora oggi è possibile osservarne le esequie esalare il loro ultimo convulso respiro tra un giubileo, un sermone ed un bonifico bancario. Poi venne un giorno in cui qualcuno disse che se dio è morto, allora tutto è permesso. Ma non venne capito e la sua ingenuità, superiore in questa occasione alla sua intelligenza, gli fece dimenticare che morto Dio era rimasto l’uomo.

Sotto il piede dell’uomo agonizza il petto di Dio, mentre nella sua mano la lampada a metafisica non fa che luce al di qua del paralume.

È giunta l’ora di far morire l’uomo.

L’uomo è morto! L’uomo è morto! Spargete la voce, ditelo nelle piazze: l’uomo è morto!

Tutto finalmente sarà permesso, eccetto l’uomo.

(su Filosofipercaso)

La merce, il desiderio

 

(in risposta ad un post di Alessandra Pigliaru su Filosofipercaso)

Se nasciamo da una escrescenza del tempo, ognuno di noi sa cos’è il vuoto.

Quando la dimensione sociale ha assimilato quella individuale, ciò ci ha lasciato capaci di percepirne il sintomo, rendendoci incapaci di risalire alla causa. L’iper-razionalità ci impedisce di arrenderci ad essa.

Il capitalismo è la sublimazione del mondo animale: mangiare per non essere mangiati. Si compra per leggittima difesa. Il sistema ci fagocita e allo stesso tempo ci serve degli strumenti necessari per fagocitarlo: il denaro. Tutto si tiene in piedi in un equilibrismo perfetto e instabile.

Il fagocitare sembra essere l’unico strumento rimasto all’uomo per autodeterminarsi e non essere fagocitato nell’indistinzione. La merce è l’oppio dei popoli, direbbe un Marx del 2010.

Oggi la merce, domani il web, in futuro chissà: tutti strumenti in grado di giustificare noi a noi stessi. Ciò che prima non ci si chiedeva (perché non se ne aveva coscienza) e poi si è giustificato con la religione, oggi lo si giustifica con la merce. Ci spieghiamo il nostro sfruttarci con il nostro acquistarci.

Il capitale umano è una condizione orribile senza valore aggiunto.

Moriremo tutti. Moriremo vuoti.

Ripensare l’Uomo

(di Luigi Bosco su Filosofipercaso)

Tutta colpa del pollice opponibile

Il giorno che l’uomo si toccò il mignolo col pollice, tutto cambiò. Afferrare, trattenere, modellare, manipolare significarono una cosa sola: controllo.

Di migliaia d’anni in migliaia d’anni l’uomo, attraverso l’esercizio del controllo, passò dal sentirsi un elemento del tutto al vedere il tutto come insieme di elementi a sua disposizione. Iniziò a modificare il corso naturale degli eventi attraverso l’utilizzo dei suoi artifici sempre più “ingombranti” e il mondo divenne una sua appendice: nacque la scienza, la tecnica e la tecnologia. L’esigenza di comunicare spinse l’uomo a costruirsi un sistema fatto di simboli e significati attraverso cui scambiare messaggi e informazione: nacque il linguaggio, in tutte le sue accezioni.

La maggiore facilità con cui l’uomo riuscì a mantenersi in vita generò un “disavanzo” di tempo che egli iniziò a dedicare all’esercizio del pensiero. Con il pensiero, l’uomo passò dall’essere un “ente posto in” al sentirsi una “identità posta su” un sistema di esistenze. Fu così che l’uomo trovò se stesso perdendo la testa.

Allora iniziò il mondo così come lo conosciamo. L’uomo, attraverso l’esercizio del controllo, conobbe il potere della proiezione degli eventi: nacquero lo spazio e il tempo. Passò dal sopravvivere al vivere, al vivere meglio, al vivere sempre meglio: nacque il progresso, e il presente sostò all’ombra del futuro, e il passato fu un baule pieno di ricordi da dimenticare, da rimestare con la svogliata nostalgia di quella parte di se stessi che si è appena perduta mentre si stava guardando avanti.

Fu così che l’uomo iniziò ad antropomorficizzare la realtà: impegnato com’era a vivere, dimenticò la morte, mentre il presente si deformava in una orribile smorfia schiacciato dal peso di un futuro – tempo infinito e inesistente – che avrebbe avuto il compito di farlo sorridere, un giorno.

L’evoluzione del pensiero dell’uomo andò di pari passo con quella della sua cono-scienza: quanto più la realtà veniva identificata, tanto più il pensiero astraeva da essa, fino a spingersi oltre i confini dell’ignoto, allargando sempre più il tessuto della trascendenza.

Tanti furono i “mondi” prima esplorati e poi partoriti dalla mente dell’uomo: la Scienza e la Filosofia, Dio e la religione, la Natura e la Tecnica. Ma tutte queste esplorazioni e questi parti nacquero dai due più grandi aborti del genere umano, che tutt’ora sopravvivono al grembo che li accolse: l’Identità e la Libertà.


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L’identità

Ogni esistenza si differenzia non in termini quantitativi, né in termini qualitativi. Piuttosto, la differenza è in termini di presenza a se stessa. Una pietra non esiste né più né meno che un gatto. Un albero non esiste né meglio né peggio di un uomo. Ciò che fa la differenza è quello che viene comunemente definito come coscienza. Meglio ancora se si parla di coscienza di coscienza, ovvero la capacità di una esistenza di essere presente a se stessa. La coscienza di coscienza, nei termini in cui a noi è conosciuta, è una caratteristica precipua dell’essere umano. Lasciamo, quindi, stare pietre alberi e gatti.

Come dicevamo, l’uomo non è solo cosciente, ma è anche cosciente di essere cosciente. Questo determina i confini di quella che noi conosciamo come Identità, che ci regala la nostra unità separandoci da tutto il resto. Tale “separazione” produce uno scarto tra l’uomo e il mondo. Tale scarto è il TEMPO. Ora, mentre un animale semplicemente cosciente si sentirà una parte-del-tutto e si preoccuperà di salvaguardare la “porzione” di presenza che gli è stata riservata, un uomo cosciente della sua coscienza si sentirà una parte-nel-tutto e andrà oltre la sua presenza. Egli procurerà di conservare la sua PERMANENZA, costruendosi convenzionalmente un-posto-nel-mondo. In questo senso, l’uomo vive come vivrebbe un dio che non sappia cosa fare di se stesso: non riconoscendo la sua funzione-col-mondo, si affanna a cercare una possibile funzione-nel-mondo. Come fa tutto ciò? Con l’affermazione della sua propria identità, ovvero di quella stessa funzione da cui tutto è partito, da quel muro che lo ha separato da tutto il resto illudendolo con la sensazione di essere parte di se stesso.

La principale e peggiore caratteristica dell’identità è il suo bisogno di coerenza, capace di trasformare l’uomo in un animale che si prenda troppo sul serio. Tale coerenza viene raggiunta e mantenuta attraverso la reiterazione di una serie di comportamenti e la ragione che li giustifica logicamente. La possibilità del cambiamento viene in tal modo ristretta, se non del tutto preclusa, a favore dell’autoconservazione della propria identità. Rimaniamo così immobili, impossibilitati nel muoverci dal nostro titanismo, a cui la nostra identità ci soggioga.

Ma siamo davvero noi a scegliere chi siamo?


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La libertà

Credo di non sbagliare se affermo che la più grande libertà di una qualsiasi esistenza è la libertà di essere. Però, io non posso scegliere di esistere o meno, semplicemente: esisto. Credo che su questo si possa essere tutti d’accordo. La domanda è: il fatto di non poter scegliere di esistere non pregiudica già di per sé l’esercizio ed il concetto stesso di libertà? Non è l’essere già “schiavo” della sua stessa esistenza? Non è la libertà di un uomo inteso in tal senso simile a quella di uno schiavo che può scegliere se farsi piacere o no stare al servizio del suo padrone?

L’uomo non è libero perché esiste senza sceglierlo, così come l’Essere non è libero perché esiste senza sceglierlo. Potrei anche affermare che, in questo senso, la libertà stessa non solo non esiste ma non è libera.

Da un punto di vista puramente logico, la libertà presuppone una scelta e degli oggetti di scelta. L’atto della scelta presuppone che esista qualcuno/qualcosa che scelga tali oggetti di scelta che, a loro volta, devono esistere (concretamente o idealmente nella mente di chi sceglie). Tutto quanto ruota attorno alla libertà prevede un’esistenza che sceglie. Ora, un’esistenza può compiere potenzialmente qualunque scelta tranne quella di esistere, poichè qualcosa che non esiste non può scegliere. E, però, allo stesso tempo è proprio ciò che non esiste ad essere a tutti gli effetti libero. Quindi, non credo di sbagliarmi se dico che la libertà non esiste, oppure che la libertà è non esistere. O, ancora meglio, che la libertà è non sapere di esistere, annullarsi in quel Nulla che altro non è se non il Tutto senza coscienza.

Nemmeno posso scegliere di perpetrare la mia esistenza, poiché presto o tardi sopraggiunge la morte. A questo punto, quella che potremmo definire in termini trascendentali (a me poco congeniali) come Libertà Assoluta è concettualmente un equivoco che andrebbe abbandonato per concentrarsi su un altro tipo di libertà più “contingente”. L’unica libertà di cui possiamo parlare è tutta “umana” e altro non è se non il risultato di un incrocio di circostanze ed eventi passati, presenti e futuri che determinano una particolare condizione. In maniera più ampia, tale processo potrebbe essere identificato con la Storia. Ciò che noi crediamo siano nostre scelte, frutto del nostro libero arbitrio, altro non sono che il susseguirsi di cause ed effetti determinati da fattori esterni e da fattori interni a loro volta influenzati dai primi. Le nostre sono scelte che sicuramente prevedono una nostra responsabilità, senza per questo lasciare spazio ad alcuna libertà. Se vi è una libertà, questa è la libertà di azione, la quale non è in grado di determinare assolutamente la direzione di tale azione.

Generalmente, l’uomo quotidiano non è cosciente (o fa finta di non esserlo) di questa mancanza di libertà e della assurda inutilità del suo esistere fine a se stesso e si ostina a porsi degli scopi e degli obiettivi, si lascia tediare dal pensiero dell’avvenire, giustifica i suoi comportamenti ed agisce di conseguenza. Si crogiuola nel trascendente, si nutre di speranza, sempre accondiscendente all’Etica che si è costruito.


Ripensare l’Uomo

Mi chiedo se non sia giunto il momento di ripensare l’Uomo, ridimensionando concetti quali “identità”, “”, “uomo”, “Bene”, “Male”, “Trascendente”, “Oltre”, per poter finalmente vivere non con un atteggiamento fattivo, bensì con un sentimento partecipativo di un processo che ci trascende fintanto che esistiamo e che ci concerne quando ormai non siamo più; senza più quell’insensata esigenza di costruirci una trascendenza della contingenza in un disperato tentativo di conservare la nostra identità anche quando non sapremmo più cosa farcene. Forse, in questo modo, esistere potrebbe assumere altri significati, le scelte altre direzioni, i fini altri pesi, le attività altri aspetti, le priorità altri valori. Forse, ci sarebbe ancora la possibilità di capire che smettere di esistere può significare tornare a far parte di quel tutto che si è vissuto senza poter farne parte e, chissà, l’uomo potrà finalmente anche imparare a morire.

Nell’attesa che ciò accada, mi consolo con l’arte, l’unica a saper meglio rappresentare la nostalgia di quell’assurdo a cui fingiamo di non appartenere.


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Per chiunque voglia partecipare, la discussione è aperta sul sito che ospita l’articolo – Filosofipercaso. Ogni parere, appunto o obiezione sarnno benvenuti.