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(di Giovanni Campi su La dimora del tempo sospeso)

 

per specchi speculando trovo corde
tese e sottese come precordiali
ricordi di cordoni ombelicali
il nodo stretto e costretto discorde

 

dono di vita di morte diventa
o di morte in vece di vita dono
concorde il nodo s’inventa perdono
e l’imaginario l’imago tenta

irriflesso il se vede l’es riflesso
in sé né di qua né di là ma proprio
in quel punto dello spunto ove flesso

tocca ed è toccato espunto improprio
secante la linea curva esemplare
vizio finalmente detto esemplare

*

né testo né testa resta del resto
o rapporto indice di relativo
a che inciso su rifratto da privo
e privato non che soffre di questo

anzi s’offre per quel che è questo che sia
o se e pure per cosa che ha chi che abbia
o se ancora una volta ancora rabbia
d’una volta senza volta né poesia

in vece questa volta c’è una volta
c’era una volta come dire in fine
a capo pagina volta rivolta

a chi flesso o fratto devia dal fine
la fine di cosa non ha inizio o se
e di chi inizio inizia ad essere ed è

*

di nota ignota di musica muta
la grazia o le grazie leggere muse
lettere vocate al sono che inuse
sono consonante al dissono acuta

mente ottusa vocale che è chiave
di volta la volta che pare che apra
la chiusa in chiosa di cosa sossopra
a chi che pare che chiuda la grave

aperta di volta in volta ancora
una volta e poi nessuna più o meno
il numero che è il nome del pieno

vuoto di tutto ma giunto l’ignora
congiunto a nulla se pieno di vuoto
raggio della ruota del destino ruoto

*

e voca e invoca vocale muta
di verbo qual sia quel che è questa volta
aperta mente grave capovolta
musica mente chiusa nota acuta

accento senza accento simillimo
di segno ma senza senso disegno
figura di senso ma senza segno
parte di parti è l’uno di plurimo

che sia ancora d’allora e d’ora
e di poi lo stesso plurimo d’uno
diverso sì ma senza verso alcuno

non d’estro né sinistro qual Ora
dèa prima sesta tessa tonda trama
quadra linea curva chi cosa chiama

*

di storie senza storia alcuna né re
né regni sì ben sapendo soltanto
il non che sia fola capriccio canto
muto speculo velo velato a sé

svelo d’incanto qual segno disegno
tale tratto ritratto a tutto tondo
colui colei tesso di steso mondo
disteso in estremo distinto regno

di sesto di sé dissesto se a stento
tela di tela di ragna chi amata
cosa manifesta mente velata

svelata mente occulta cosa tento
chi amando verbo di nome universo
copia verso impresso esemplare inverso

*

diverso verso raggio in finito uno
qual somma tratta detratta minima
differenza aggiunta tal che plurima
singolare disgiunta da nessuno

riverso infinita se dividendo
multiplo chi cosa piena di tanto
vuota copia poco esemplare quanto
questa di quel che l’è parso minuendo

vice versa in verso converso addendo
quella di questo oltre modo misura
cosa chi colmo di poco figura

esemplare vuota copia crescendo
tanto di qua quanto di là principio
finito in infinito participio

*

essendo in medio non esser finita
come dire né participio essente
o stato di grazia presente
passata disgrazia porre infinita

essere somma sottratta di male
dire bene detta image d’imago
copia speculare esemplare vago
di cosa chi o cosa di chi ora tale

ora quale ora mai sempre riaffiora
nota di sé a sé nota se consono
sono d’io che son chi o cosa dissono

sono di te dio che sei non disfiora
sì bene dire male image vuota
muta nulla creando giro di ruota

*

fin ché chi o cosa sia tutto finito
una volta per sempre ora mai dire
chi volto rivolto a cosa ridire
ancora una volta muta infinito

speculo image vaga speculare
copia in scala di grado in grado copia
figura chi figura cornea copia
esemplare l’oculo mio esemplare

visto detto miope vista minima
mina massima sistema la pigra
cifra cosa capovolta denigra

formato bianco che nero elimina
nero su bianco giù per l’asse come
dire di vita è dare vita al nome

*

quali siam noi o quali son sono e quanti
coloro d’oro colui cosa amando
chi mente porta da dove chi amando
cosa porta mente a dove davanti

l’un l’altro o dietro è lo stesso se stesso
capo volto uguale e di verso giunto
estro riflesso nel punto congiunto
in verso se flesso o sé fratto adesso

irriflesso inverso vede presente
diverso speculo infinito infinito
speculare passato se finito

finito sé passato assenza assente
in contro verso per verso memorie
appunto di note che si fan storie

*

di memorie di storie senza storia
tesa è la corda dal tocco sottesa
di punta nel punto toccata illesa
ferita o lacuna riempita gloria

di vita anzi che non di morte incontro
di morte non che di vita qual dono
senza dono perdono se perdono
non c’è l’insieme ma insieme di contro

canto son sono le corde d’accordo
di note qual note che sian o ignote
imagi di lune e lunule vuote

o plene e plenissime nel ricordo
di chi era colui e di cosa colei
ora che son chi sono e cosa che sei

*

che appare apparente ma che dispare
altero punto oltre modo punto minimo
simillimo apparente qual massimo
posto supposto in punto di che pare

tocco e toccato d’acuto e d’acuzie
di volta in volta nei cieli le volte
o dei è dir lo stesso se colte
o incolte forma di dee minuzie

minute o d’idee speculare copia
di copia speculare in tra nebula
e nebula di gravida lunula

e di grave toccata e tocca propria
d’impropria grazia essendo tale d’astro
la disgrazia quale pure il disastro

*

più spesso tale quale meno spesso
l’un l’altro moto immoto e sì e no muove
movendo principio di fine e nove
e nove se adesso è dire lo stesso

dire speculo speculare o copia
copia d’idea di dea cornea impropria
mente propria ora che Ora ad esso propria
mente impropria cornea copia di copia

o speculare di speculo e nome
e nume e numero imagi d’imago
fuoco d’ali e l’angolo più o men vago

vagando e le punte sue in punto come
unite unendo l’arco di principio
fine in fine essente che è participio

 



Enzo Campi - L’immane inane. Dello speculo e dei simulacri.
(Uno sguardo su “Speculo imaginario” di Giovanni Campi)


irriflesso il se vede l’es riflesso
in sé né di qua né di là ma proprio
in quel punto dello spunto ove, flesso,

tocca ed è toccato espunto improprio
secante la linea curva esemplare
vizio finalmente detto esemplare

Il detto esemplare è il detto poetico, il diktat che si fa suono (tocco, rintocco, colpo). Il detto diviene esemplare nel suo dettarsi, ma anche nel suo toccare-toccarsi. Se è vero che bisogna partire sempre dall’inizio (per quanto l’inizio qui si riannodi alla fine, sembra quasi che provenga dalla fine), bisogna dire che il cominciamento è qui emblematico e, per così dire, irriducibile.
Si rende doppiamente irriducibile da un lato, nel mettere in comunicazione il penultimo verso della premessa [“secante la linea curva esemplare” (come a dire: un inizio già finito in sé)] al penultimo verso dell’ultimo speculo [”unite unendo l’arco di principio” (come a dire: una fine, impossibilitata a finirsi e condannata al ri-cominciamento)], e dall’altro lato instaurando la catena dei significanti lungo la quale imbastire il transito poetico. Una catena necessariamente discontinua, si potrebbe dire claudicante (per quanto fluida e armoniosa) e strozzata (per quanto espulsa in puri suoni allitterativi e paronomastici), riflessa e rifratta in deterritorializzazioni speculative di corpi, tempi e luoghi.
In primis dunque i corpi ove soppesare il proprio toccarsi, ove testare il proprio tastarsi, ma anche i corpi in cui ricevere il colpo, ove farsi toccare e soppesare. A seguire i tempi, immoti eppur vivi e pulsanti, tempi innumeri in cui vanificare l’ora e il “prima d’ora”, ovvero: l’immediato in cui speculare e il «pre», l’anteriorità a partire dalla quale si costituisce la speculazione. E infine i luoghi in cui mettere in posa i vari e svariati simulacri attraverso i quali entriamo in contatto con la nostra alterità. Luoghi da significare attraverso un processo di riempimento e tracimazione, ma anche da svuotare, quasi da azzerare

arco volta valva e limen cui tende
supero o infero che sia il numero
del vago imago imaginario zero

Le toucher innanzitutto, nel doppio tocco (toccare-toccarsi) e nel rintocco (risonanza in sé e fuori di sé). Entrambi, sia il tocco (il verso) che il rintocco (l’eco nella quale si dissolve-risolve il verso), sono a poco a poco audìti e conclamati perché provengono da quell’inconosciuto che è in noi innato. Suggestionando, si potrebbe dire che l’innato sia la tendenza al poetico e che questo poetico si possa costituire solo a partire da un’effrazione nell’inconosciuto. In quest’ottica l’inconosciuto è il poematico che rende possibile l’esistenza del poetico.
Il problema, se ce n’è, viene a galla (o affonda) quando poematico e poetico non si limitano alla sola co-abitazione, ma cercano di fondersi l’uno nell’altro per fomentare un processo di disconoscimento, per generare il passaggio-non passaggio di un’indecidibilità di fondo. Quest’indecidibilità – essenzialmente aporetica – permette di non sbilanciarsi in maniera definitiva ne verso l’uno né verso l’altro, né verso lo speculo né verso il simulacro.

In prima istanza lo speculo restituisce lo sguardo, nelle sue innumerevoli accezioni: guardo, vengo guardato, mi offro allo sguardo, mi sottraggo allo sguardo, cerco con lo sguardo, mi cerco con lo sguardo, ecc.
In seconda istanza lo speculo restituisce il colpo. Qual è il colpo che qui si vagheggia? È presto detto (per l’appunto dettato): la risonanza. Qualsiasi speculo degno di quest’appellativo e di identificarsi in siffatta marca deve connotarsi non solo nella restituzione dell’uguale, ma anche nell’amplificazione della differenza in cui decodificare e vanificare l’uguale, quella differenza che può permettere l’entrata in campo dell’ennesimo processo aporetico: la coesistenza del riconoscimento e del disconoscimento.
Una delle questioni (in)naturalmente, volutamente e lucidamente irrisolte che caratterizzano l’andirivieni linguistico del poema concerne la dicotomia complementare tra il non tanto e il quanto. Non tanto dell’uno e quanto basta del molteplice, non tanto dell’uguale e quanto basta del diverso, non tanto della ripetizione e quanto basta della differenza.

Tutto ciò che opera per simulacri al lavoro (messi in opera) conosce i procedimenti che permettono al linguaggio di danzare su quella linea (“di nuovo arco ratto forse dal forse”) che mette in comunicazione

il medio tocca toccato è in giro
tondo come corda che concorde uno
a uno unisce o che discorde due a uno
pur unisce quel che miro e rimiro

il supplemento e la detrazione: non tanto del troppo e quanto basta del poco. Supplemento come protesi e amplificazione. Detrazione come innesto e mise en abîme.
Se la protesi è la copia copiosa di se stesso

secondo l’io discende ma risale
espresso esemplare di copia impresso
in punto d’estro sinistro complesso
qui l’inespresso che l’un l’altro vale

l’innesto è l’auto-disseminazione

insemina com’è chi pare o appare
come se da sé la mina minima
aggetta a ciò che miniata traspare

Ed è proprio a partire da questo processo – che nessuno si sognerebbe di ridurre ad un mero processo linguistico – che comincia a prendere vita e forma l’indagine speculativa, ovvero il percorso in cui vanificare quello sguardo e quel colpo che hanno aperto le danze e che, in verità, saranno destinati anche a chiuderle. La chiusura, in questo poema, è l’inevitabilità della ri-partenza. L’abbiamo già accennato, quello che qui conta è anche il principio ellittico che avviluppa la scrittura, quella sorta di cerchio smussato, de-formato e de-normato in cui tracciare l’apologia sia del transito che di quell’aporia che ci permette il riconoscimento attraverso il disconoscimento.
E tra la “fine in fine essente” e l’arco ellittico del principio (apparentemente assente) si snoda il percorso da compiere, per meglio sostanziarsi e/o per meglio vanificarsi. Percorso di memorie fugate e trafugate, di “storie senza storia”, di statue, scheletri, totem, feticci, insomma (e in soma): tutta la serie dei simulacri in cui conclamare lo speculo.

Quello che a noi preme è evidenziare come la poetica (e la poematicità) campiana si situi – blanchotianamente – «entre-deux», in un luogo sempre da situare, in un aver-luogo sempre da differire. Questo luogo, che possiamo definire transitante e risonante, si alloca (senza risiedere) proprio tra lo speculo e l’imagine, tra il velamento e lo svelamento, tra la copia e il simulacro. Qui quello che abbiamo definito come inconosciuto poematico (e che rende possibile l’accesso al poetico) risponde proprio ai dettami blanchotiani: “L’inconnu ne sera pas révélé, mais indiqué”.
Questo procedimento ci indica le strade da battere ma non si sogna nemmeno lontanamente di dire “questa è la strada giusta”. Nello svelarsi ci si vela, nel disegnare il gesto ci si sottrae ad esso.

La serialità di cui questo poema si fa portavoce si snoda attraverso un raro – e oramai desueto – processo di mera matematica rimatica e allitterativa, una matematica poematica volta allo speculo, là dove ciò che viene letteralmente sottoposto o, se preferite, sottoscritto all’indagine speculativa è proprio il linguaggio. Linguaggio speculare e speculativo, riflesso ma anche deformato (e denormato) nei vari punti di fuga e negli svariati punti di inabissamento. Perché ad ogni fuga verso il fuori corrisponde – per converso – un’invaginazione, un andare all’interno, un condursi al fondo. Qui il «converso», se da un lato ci apre la porta che conduce all’alterità, dall’altro lato – nutrendosi della sua stessa desinenza – ci fa capire che la disseminazione si dà e accade «verso a verso», in un processo di stampo paratassico ove le singole frasi e parole sembrano snodarsi in una disposizione armoniosa e consecutiva.

Parafrasando il titolo, non quello dell’opera ma quello che abbiamo inteso dare a questo nostro excursus effrattivo, si potrebbe dire che abbiamo qui almeno due grandi serie: quella crescente dell’immane e quella decrescente dell’inane. Entrambe sono sottoposte alle coercizioni dei simulacri che le costituiscono e dell’indagine speculativa dettata dalla restituzione-amplificazione dell’imagine. Se l’imagine mette in gioco lo sguardo immane in cui amplificare la mancanza, il simulacro mette in gioco il colpo, il colpo inane in cui rendere apologetica una sorta di ricerca dell’inutile, una necessaria e urgente pulsione alla vacuità. Ma, sulla falsariga del toccare-essere toccato, il colpo, cosiddetto semplice, diviene il doppio colpo da sferrare verso un fuori e da ricevere in sé. L’utilità di siffatta pratica risiede proprio nei doppi movimenti (non tanto dell’uno e quanto basta del molteplice):

dire tra l’uno e l’altro se rifratto
devia se stesso adesso compreso
compresso l’inespresso ma incompreso
prima l’espresso sfatto e poi sì fatto

da farsi non ora scritto mai visto
sempre per sempre se vocare il suono
o suonar la voce singolo io sono

plurale noi dato concetto misto
di quel mio che pare nostro memoria
di questa in vece non intesa storia

L’utilità dell’inutile risiede in quel “concetto misto” che è riconducibile al concetto del “neutro” blanchotiano, quel neutro che può esistere solo se contaminato in sé da un doppio movimento, che non può ridursi all’unica accezione. E quel “plurale noi dato” è il simulacro che mette in discussione il “singolo io sono”, che sferra il colpo dell’alterità: dallo speculo all’imagine e viceversa.

(Enzo Campi – Reggio Emilia – Febbraio 2010)




Natalia Castaldi interpreta “Speculo imaginario” di Giovanni Campi

“Il ruolo caratteristico della lingua di fronte al pensiero non è creare un mezzo fisico materiale per l’espressione delle idee, ma servire da intermediario tra pensiero e suono, in condizioni tali che la loro unione sbocchi necessariamente in delimitazioni reciproche di unità.
Nella lingua non si potrebbe isolare né il suono dal pensiero, né il pensiero dal suono.”

Ferdinand de Saussure

L’io riflesso è sdoppiamento/risposta (cit. Enzo) “aporetico/a” di sé, soggetto attivo che nell’atto dello specĕre si con-cede lasciandosi ri-generare otticamente in alter ego “appiattito”, de/formato “qualitativamente” in (pluri)unidimensionale effige.

Se è vero che la dimensione restituita appare “finita”, circoscritta e limitata, quale sunto imaginis et formae, è altrettanto vero che essa presenterà ogni volta una diversa qualità imaginis et formae sì circoscritta e limitata, eppure diseguale a se stessa, porzione di uno spazio, effetto-risultato ottico.

Specchio – spécio – guardare – specĕre …

Se mi specchio mi spécio e se mi spécio mi specchio, ma attraverso cosa mi spécio e mi specchio? Attraverso l’organo della vista, gli occhi, che sono lo speculo che mi restituisce ciò che vi si riflette, quindi a loro volta organo generante porzioni di spazio, circoscritte e limitate all’ottica ed alla prospettiva.

per specchi speculando trovo corde
tese e sottese come precordiali
ricordi di cordoni ombelicali
il nodo stretto e costretto discorde

Ora qui la parola chiave dell’io è “ri-cordo”, ricordo che è corda che pre-cordialmente lega, annoda, avvin-ce … e seppure co-stretto nella corda del ricordo che l’io stesso riflette, l’io è costretto ad essere dis-corde, una corda scissa, assistendo allo spec-taculo de-forme di un sé che è sé d’Es circoscritto e re-ducto rispetto alla sua stessa origine.

Origine?
La madre? Il padre? O un Es che sia assoluta e comune origine, inizio e fine continua? Parabola di sé o parabola di vita?

dono di vita di morte diventa
o di morte in vece di vita dono
concorde il nodo s’inventa perdono
e l’imaginario l’imago tenta

Cosa diventa “dono” – se invertiamo le sillabe otteniamo un “nodo” – di vita di morte … o di morte in vece di vita … per-dono cui l’imago tenta/aspira?

irriflesso il se vede l’es riflesso
in sé né di qua né di là ma proprio
in quel punto dello spunto ove flesso

Lo speculo per assolvere alla sua azione generatrice di immagini veritiere, occorre che abbia una duplice faccia, la prima quella che comunemente intendiamo ci speculi, deve presentare una superficie piana e limpida come un velo d’acqua, la seconda al contrario deve formare una lamina d’ombra, oscura, che non la lasci attraversare da alcuna luce, restituendo alla superficie il “simulacro” del sé.

tocca ed è toccato espunto improprio
secante la linea curva esemplare
vizio finalmente detto esemplare

Ma se lo speculo non può che restituire l’illusione dell’idea di un Es cercato dal sé e mai interamente restituito se non come “inane” imago, come conciliare l’aporia della “speculazione” al frutto partorito dalla stessa? Là dove la risposta non giunge all’occhio dalla ragione il sé speculandosi si flette e si ripiega in “curva esemplare” partecipandosi e rendendosi attore della conciliatrice μέθεξις.

Come partecipare all’intelligibile se non attraverso l’atto della creazione da sé? Facendo offerta di sé da sé, creando, rendendosi fabbro e poeta, artigiano che forgia, martella e scalpella, metro dopo metro, “colpo” (cit. Enzo) dopo colpo.

Dunque la scelta della forma, quantomeno simile alla perfezione, dentro la quale dar respiro alla dimensione del proprio se-es, nous e logos affinché concilî, compartecipando all’atto creativo in partenogenesi, le domande nelle risposte, seppur intatte nella loro questionante ed irrisolta bellezza, creativa ed umana.

né testo né testa resta del resto
o rapporto indice di relativo
a che inciso su rifratto da privo
e privato non che soffre di questo

anzi s’offre per quel che è questo che sia
o se e pure per cosa che ha chi che abbia
o se ancora una volta ancora rabbia
d’una volta senza volta né poesia

in vece questa volta c’è una volta
c’era una volta come dire in fine
a capo pagina volta rivolta

a chi flesso o fratto devia dal fine
la fine di cosa non ha inizio o se
e di chi inizio inizia ad essere ed è

Ed ecco il sonetto, la ri-creazione della forma che ontologicamente sia pelle della sostanza, suono della parola, ritmo del pensiero, illusione della perfezione nella perfezione consapevole della propria ombra dietro l’apparente luce, compartecipe di un nulla che giustificandosi trova se stesso ed è nel suo stesso ricercarsi e nella sua stessa irrisolta domanda.

di nota ignota di musica muta
la grazia o le grazie leggere muse
lettere vocate al sono che inuse
sono consonante al dissono acuta

mente ottusa vocale che è chiave
di volta la volta che pare che apra
la chiusa in chiosa di cosa sossopra
a chi che pare che chiuda la grave

aperta di volta in volta ancora
una volta e poi nessuna più o meno
il numero che è il nome del pieno

vuoto di tutto ma giunto l’ignora
congiunto a nulla se pieno di vuoto
raggio della ruota del destino ruoto

Dunque, laddove non arrivano ratio e fede, giunge la poesia (che è ratio ed in se stessa fede), dono che annoda dando senso alle origini ed alla corda, a quel’ombelicale cordone che si dipana attraverso il labirinto del ricordo e del mistero, rigenerandosi, ricercandosi, in ogni lineamento che ne faccia riaffiorare la memoria, in cerca di un senso che nella parola dia suono al pensiero con la consolazione della grazia che “elimina / nero su bianco … come /dire di vita è dare vita al nome” , comunque.

fin ché chi o cosa sia tutto finito
una volta per sempre ora mai dire
chi volto rivolto a cosa ridire
ancora una volta muta infinito

speculo image vaga speculare
copia in scala di grado in grado copia
figura chi figura cornea copia
esemplare l’oculo mio esemplare

visto detto miope vista minima
mina massima sistema la pigra
cifra cosa capovolta denigra

formato bianco che nero elimina
nero su bianco giù per l’asse come
dire di vita è dare vita al nome

(di Antonio Scavone su La dimora del tempo sospeso)

Tell me who is my devil, Emilio Merlina (2010)

Lavoro a nero in una ricevitoria del lotto, il principale mi ha messo le mani addosso, ci sono andata a letto, la moglie ci ha scoperti, sono stata licenziata. A casa non trovo di meglio, dopo il divorzio mia madre si è messa con uno scansafatiche, dice che è malato di cuore e non può lavorare, io dico che è un opportunista. Lei non lo ama, lo sopporta, le fa compagnia, le rispondo che “Il marito della parrucchiera” lo hanno già fatto ed era troppo sdolcinato, mi ribatte che non posso capire io che un uomo lo concepisco solo come uno che ti mantiene. Forse ha ragione, è che a ventinove anni suonati, quindi trenta, non ho ancora terra da camminare e cielo da vedere come si dice di solito.  Non ho mai voluto fare qualcosa che mi piacesse davvero perché qualcosa che mi piacesse o che tuttora mi piaccia davvero non c’è mai stata. E se c’è stata era di poco conto.
Mia madre ha cominciato da sciampista, poi manicurista, infine parrucchiera e si mise in proprio a vent’anni, rilevando un salone da barbiere di un suo zio: col tempo e con sacrifici ristrutturò quel salone abbastanza squallido, lo chiamò col suo nome, “Acconciature Caterina”, cominciò a guadagnare, sposò mio padre a ventott’anni, mi ebbe a ventinove, ha divorziato tre anni fa, ora ne ha cinquantanove. Sono figlia unica, un altro figlio le morì di parto e da allora mia madre scoprì che non poteva più avere bambini, si amareggiò in silenzio, in solitudine, tirando avanti come ha sempre fatto: con coraggio e aspettative. Al suo posto mi sarei lasciata andare, se non altro per prendermi una pausa di riflessione ma Caterina la parrucchiera non si perse d’animo: siamo fatte in modo diverso.
Anche il divorzio da suo marito è stato vissuto con naturalezza e praticità, è come quando si perde un treno, è inutile disperarti, devi semplicemente aspettarne un altro. Forse mi sarei comportata anch’io così.
Con mio padre non c’è mai stata una grande intesa: beveva e giocava: il sistema migliore per mandare in rovina un bar al corso: i clienti abituali lo abbandonarono e anche quelli di passaggio passavano oltre, non si fermavano più al “Bar del Corso”. Forse avrei dovuto sposare Gino il barista che in pratica gestiva l’attività di mio padre quando mio padre era ubriaco ma Gino aveva altro per la testa, non certo me, non gli piacevo e non mi ha mai molestata, per lui non esistevo. Difatti, prima che il bar del corso andasse in malora, Gino si licenziò e ora lavora in una pasticceria dalle parti della stazione e si dice che l’abbia pure comprata. Come ci sia riuscito me lo sono sempre chiesto ma senza darmi risposte, forse rubava a mio padre, chissà. Dal canto suo, mio padre ci restò male quando Gino si licenziò e quella fu la sua ultima sbronza: mamma si era già separata e sapemmo che l’avevano ricoverato in una clinica specialistica per disintossicarlo, aveva un fegato così, e ci è rimasto un bel po’ di tempo.
Quando fu dimesso se ne andò a vivere con i fratelli, grossisti di orto-frutta, e fu piazzato in ufficio a rispondere alle telefonate, fare un po’ il guardiano, stare lì come il fantoccio sorridente e innaturale di Mc Donald’s: non beve più ma continua a giocare.
Una famiglia particolare, la mia, senz’altro: quando ci penso mi dico che le cose erano scritte immodificabili da qualche parte, cioè che erano destinate. Sarò passionale ma credo che, in fondo, sia tutta colpa del destino, hai voglia a ribellarti, non ci riesci perché quando tutto è contro di te vuol dire una cosa sola: che il destino non ti vuole, ti ha scaricata, non rientri nei suoi giochi, insomma sei nessuna.
E dire che un pensierino col principale della ricevitoria l’avevo fatto: la moglie ha il diabete e soffre di tiroide, poteva sparire da un momento all’altro e invece è sparito lui: è rimasto scioccato, non si aspettava di essere scoperto.  Avevo pensato di tenermelo un po’, di godermi un po’ la vita, di sera per esempio, bar cinema ristorante, due-tre bottarelle gliel’avrei fatte dare ma almeno potevo pensare con più tranquillità non dico al mio avvenire ma al mio futuro, al mio futuro prossimo. Svanito anche quello, per il momento. Personalmente sono dell’idea che, in certi casi, futuro e presente siano la stessa cosa, falsi o trascurabili. Stavo per vincere la selezione per il “Grande Fratello” ma una tamarra che parlava spagnolo mi ha eliminata: un tizio della produzione s’è preso il numero del mio cellulare, ha detto che mi chiamerà per un altro programma, ho capito qual era l’altro programma ma lui non mi ha chiamata. Se non è destino, questo.
Ora sto qui, con una diecina di ragazze e ragazzi più giovani di me per un’offerta di lavoro nello studio di un commercialista. Ho buone possibilità perché, tutto sommato, un diploma l’ho conseguito in tecnica finanziaria e so sbrigarmela alquanto con le dichiarazioni Iva e quelle dei redditi: solo che mi sembra tutto così assurdo e facile.
Sì, è assurdo perché sarebbe un controsenso con quello che penso sul destino ingrato ed è facile perché, se era scritto così nel grande libro delle opportunità, mi rammarico di non averlo intuìto prima, di non aver preso l’occasione al volo quando si è presentata. Con qualche difficoltà devo ammettere che ne avevo avute di occasioni ma le ho sempre sprecate, e quindi perdute, perché le ritenevo, già allora e stupidamente, troppo facili, troppo semplici, troppo comode. Quando si dice il senno di poi.
Mamma mi ha detto di provare comunque, sempre meglio che starsene a casa alla finestra.
Ho superato la selezione, ma questo lo sapevo già, mi conosco e so quanto valgo e comincio subito a lavorare: il dottor Zaccaria, il commercialista, mi assegna subito alla verifica e alla contabilità delle aliquote Iva, una montagna di dichiarazioni più o meno tutte manipolate, mi fa capire che c’è da sudare ma che “il compenso ne risentirà positivamente”. Quando dicono così significa che sarai pagata come la commessa di un negozio ma che, se ci saprai fare, potresti portare a casa un’ottima paga. È tutto in quel “Se ci saprai fare”: io ci so fare ma da un po’ di tempo a questa parte mi secca molto saperci fare, cioè snaturare la mia indole fatalistica, primeggiare carognescamente sui miei colleghi di lavoro e dare quindi di me la solita immagine della “stronza” che pensa solo a far soldi e sfruttare il meglio di sé per i soldi che riuscirà ad accaparrarsi. Detto questo, non mi meraviglio più di tanto né di me stessa né di quello che gli altri pensano e penseranno di me: devo badare a ricostruirmi, o comunque a non deframmentarmi ancora di più, come diceva un mio ex-fidanzato malato di computer.
L’orario di lavoro è quello di tutti gli uffici, nove-diciassette, dieci minuti per il panino, il salario è quello di una co-cottina, come lo chiamo io, ma in compenso ho una stanza tutta per me con scrivania, telefono, personal e chiavi del bagno. C’è persino una finestra che dà su uno scorcio di mare e questo, devo dire, mi tranquillizza e mi riempie e non perché sia un’illusa persa nei suoi sogni ma perché, semplicemente, rifletto, considero, ordino i pensieri della mia vita, le vetrine dei negozi, la gente alla fermata dell’autobus, quello che càpita.
Oggi, per esempio, ero così profondamente assorta in queste non so come chiamarle che il dottor Zaccaria, entrando all’improvviso nella stanza e pensando che stessi risolvendo una questione di grande complessità, si è scusato e si è ritirato in fretta, come se avesse interrotto l’avvio positivo al superamento di un problema. No, non c’era niente da superare: erano le mie riflessioni senza capo e senza coda che mi avevano fatto assumere quell’atteggiamento così enigmatico e profondo. Guardavo gli oggetti sulla scrivania, il davanzale della finestra, la pianta di ficus, le sedie di similpelle nere, le cassettiere, gli stipi delle pratiche: guardavo e non mi capacitavo di essere in questa stanza, di esserci davvero, con la mia mente e il mio corpo: mi sono sentita un’estranea, questa è la verità.  Ed è una verità che non ti accende.
Poi passa, come tutte le cose che vogliono comunicarti dei significati ma non si capisce mai che senso abbiano o possano avere quelle immagini che si susseguono casualmente o quei pensieri che finiscono subito, appena abbozzati.  Dovrei andare più a fondo, è chiaro, ma non sapendo qual è il fondo, oppure sapendolo fin troppo bene, preferisco restare nell’incertezza, che non mi aiuta ma non mi fa neppure precipitare verso la deriva. Forse “deriva” è esagerato come termine ma per esperienza so che non lo è come prospettiva.
Comunque passa, deve passare e infatti mi risveglio da questa specie di trance e mi dedico ai calcoli delle aliquote, come se non fosse successo niente e niente è successo, poi.
C’è un tale che lavora nella stanza degli archivi, un certo Rosati, un uomo sulla cinquantina, belloccio, dai modi affettati, veste sempre un rigato blu con panciotto: stasera mi ha chiesto se poteva accompagnarmi a casa, mi ha detto che mi aveva subito notata, che le sembravo una persona in gamba: insomma ci ha provato ma l’ho bloccato subito: che stasera avevo altri impegni e lui, per rabbonirmi, mi ha detto di avere “intenzioni serie”… Se “deriva” è esagerato, “intenzioni serie” è antico e ambiguo come termine e come approccio. Non l’ho sentita neanche da mia madre quasi sessantenne questa frase così ampollosa: mi sembra un linguaggio da puttaniere. Le intenzioni serie sono quelle degli annunci matrimoniali ma anche quelle nascondono, come nel mio caso, le “intenzioni vere”, che per presentarsi come tali hanno bisogno di questo giro di parole per dire semplicemente: “Perché non vieni a letto con me?”.
Andare a letto con lui/andarci insieme: c’è una sottile differenza. Col principale della ricevitoria è stato diverso: l’ho voluto, l’ho deciso, inseguendo maldestramente, o come una stupida, un proposito di tranquillità, o di comodità per così dire. Non si sarebbe mai realizzato questo mio progetto, è ovvio, ma mi ero illusa per un po’, mi ero data una scadenza finché, magari, non mi sarei annoiata di avere una storia tanto improponibile. Con l’uomo del panciotto, con Rosati, con le “intenzioni serie” di questo Rosati, mi sono subito tirata fuori da complicazioni e smanie: puoi decidere di essere una donna che piace ma non una donna di piacere.
Sono tornata a casa, ho trovato la cena pronta e un biglietto di mamma che mi avvertiva di essere andata dalla sua amica Adele, malata da tempo.
Il telefono squilla ed è inspiegabilmente Rosati, che si scusa e si aspetta “il mio perdono”. Questo è troppo! Dopo le intenzioni serie, adesso il perdono?! È troppo ed è tipico degli uomini che non accettano un rifiuto. Gli dico che non ho nessuna voglia né di parlargli, né di vederlo, né di perdonarlo. Lui ribatte soltanto “Va bene” e gli sbatto il telefono in faccia.
Sono andata in cucina, ho acceso il televisore e ho cominciato a cenare: petti di pollo impanati e fritti e insalata verde. Risquilla il telefono: no, è il citofono. Stento a crederci: Rosati è qui, sotto casa. Mi ha seguita e mi perseguita: quando ho chiesto chi fosse, ha detto che si sarebbe sentito ancora peggio se non l’avessi perdonato.
– Si può sapere che cosa vuole da me?
– Mi sono innamorato di lei.
– Sì, domani!
E ho riattaccato. Comincio a star male, non trovo le parole e i pensieri per risollevarmi. Ritorno in cucina a finire la cena e mangio con rabbia, come se volessi masticare stizza e disappunto, sorpresa e fastidio. Spengo il televisore e resto in attesa: non so di che, forse di un altro trillo del citofono, o di qualcosa, qualsiasi cosa, che mi proietti… già, dove dovrebbe proiettarmi questa cosa qualsiasi che dovrebbe succedere e che, in parte, è già successa? Alzo la cornetta del citofono e chiedo se stia ancora lì.
– Sì.
– Salga, secondo piano, interno cinque.
E ora? Che faccio, che dico, come mi comporto? E se fosse un maniaco, uno stupratore, un assassino? Ne succedono tante, di queste storie tristi, alla tivvù e sui giornali: dunque, sto per diventare una vittima sprovveduta e compiacente? Sprovveduta lo sono ma il sacrificio vorrei evitarmelo… E sta salendo, gliel’ho permesso: cos’altro dovrò permettergli?
Il campanello dell’ingresso mi scuote: devo decidere. Mi avvicino alla porta con passi felpati, guardo dallo spioncino, lo vedo e gli domando se ha sempre quelle sue intenzioni serie. “Certo, può fidarsi” mi risponde con un breve inchino, apro la porta e lo faccio entrare: è zuppo d’acqua, il suo rigato blu è infeltrito, i suoi capelli luccicano d’argento tanto sono bagnati.
Che strano, pioveva e non me n’ero accorta. Rosati si scusa per essersi presentato così, all’improvviso e malconcio per la pioggia. Si asciuga la fronte e i capelli con un fazzoletto, si dà dei colpi sull’abito per affossare e stemperare le chiazze d’acqua che invece ristagnano e mi dice che, per l’entusiasmo, ha fatto le scale di corsa.
– Entusiasmo per cosa?
– Perché mi ha fatto salire.
Gli ribatto senza pensarci che tra poco tornerà mia madre, tanto per frenare la sua eccitazione, e lui mi risponde con un “Bene” ancora più caloroso, che deve rinfocolare probabilmente la sua dignità e il suo decoro.
– Vuole bere qualcosa, un cognac?
– Magari un poco d’acqua, dopo quella che ho preso.
Lo introduco in salotto, lo invito a sedersi e vado a prendere il bicchiere d’acqua in cucina. Che ci fa un uomo come Rosati, che parla all’antica, che se n’è stato per strada sotto la pioggia, con una donna più giovane di lui di vent’anni? E che ci fa questa donna con un uomo cortese e sfuggente come Rosati?
Quando torno in salotto e dico “Ecco l’acqua” lo trovo smanioso, insofferente, agitato. Gli chiedo cos’abbia e lui si porta una mano al petto, mi prega di scusarlo ancora una volta e di chiamare il 118. “Sono cardiopatico” aggiunge a fatica, massaggiandosi delicatamente il torace e il braccio sinistro. Lascio il bicchiere con l’acqua sul tavolino, chiamo il 118 e dico che c’è un’urgenza, un infarto per un uomo di cinquant’anni. Rosati vorrebbe parlare, forse sminuire e rassicurarmi per quello che mi ha sentito dire ma gli impongo di non fare sforzi inutili e di dirmi, piuttosto, chi devo avvertire. A gesti mi fa capire che vive da solo, non c’è nessuno da avvertire e cava di tasca un biglietto con un numero di telefono, di un secondo Rosati che abita in periferia, un fratello forse, lontano da qui. Poi scivola lentamente sulla poltrona per distendersi sul pavimento e continua a massaggiarsi lentamente il torace e guarda il soffitto, come chi aspetta che qualcosa accada, qualunque cosa, anche il nulla.
Rientra mia madre, compunta perché l’amica è spirata e quando scorge Rosati disteso sul pavimento, più morto che vivo, non riesce a capire, e d’altronde non potrebbe, la ragione di quella visita e la sorte di quel visitatore. Le dico solo che è un collega d’ufficio e che si è sentito male. Le mie parole non la persuadono e neppure l’arrivo degli infermieri e del medico del 118: vediamo Rosati che viene soccorso, gli fanno un’iniezione, lo attaccano ad una flebo, lo sollevano con cautela sulla barella, lo imbragano e lo portano via, dopo avermi chiesto ragguagli e identità dell’infartuato: mi preoccupo di consegnare al medico il biglietto del Rosati che vive lontano dal Rosati che vive da solo e che adesso, deluso e smarrito, trova il modo di mandarmi un saluto con uno sguardo fievole di gratitudine, come un lieve auspicio d’intesa.
Richiudo la porta, ritorno nel salotto e mi seggo davanti a mia madre ma non per spiegarle, semmai per farle intendere che sono stata presa alla sprovvista anche stavolta, che gli avevo dato solo un bicchiere d’acqua e che non aveva fatto in tempo neppure a berlo. Mia madre considera le mie parole come se facessero parte di un’altra storia o di una storia che si ripete sempre uguale, sempre inutilmente uguale. Mi dice che Adele, la sua amica malata, sembrava si fosse ripresa e che se n’è andata nel sonno, senza disturbare, senza soffrire, forse soddisfatta o serena di poter dormire sperdendosi nell’infinito. Poi mi dice che dovrei informarmi in ospedale per sapere di questo mio collega: le rispondo che lo farò ma non ora.
– Domani fanno trentanove anni da quando inaugurai “Acconciature Caterina”. Adele fu l’unica che mi incoraggiò. E mi fece coraggio anche quando mi separai da tuo padre.
– Che vuoi dire con questo?
Mamma fa un gesto come per dire semplicemente “Niente”, perché quando certe sensazioni finiscono non c’è più nulla da provare. D’istinto le contesto questa visione pessimistica di avvenimenti, persone e ricordi ma, in realtà, non saprei e non so cosa opporre. Abbiamo vissuto, stasera, due situazioni simili, che ci hanno viste spettatrici impassibili e passive, che ci fanno e forse ci faranno arrampicare sugli specchi alla ricerca di significati e soluzioni, sperando tuttavia in una via di fuga, una consolazione che possa distrarci infine da emozioni così spezzettate, così incerte.
Mamma coglie il senso delle mie riflessioni frammentarie e mi chiede se ho cenato. Annuisco ed evito di guardarla: so già cosa mi direbbero i suoi occhi, cosa mi trasmetterebbero: quel rimprovero debole e accorato sulla vita che ho sempre condotto, sulle opportunità che mi sono lasciata scappare, sulle scelte incompiute della mia inconcludente voglia di vivere. Una cosa non va con un’altra cosa, sia pure simile, come un myosotis non va con una rosa, anche se sono fiori: ma questi sono argomenti che mamma conosce bene, che ha praticato da sempre e che non riuscirò mai a farglieli accettare. Dopo tutto, le mie sono peregrinazioni gratuite e casuali, come quando fisso lo sguardo sugli oggetti, le persone, i colori e non ne tiro fuori niente che sia, poi, interessante e stimolante. Mi soffermo a guardare, a cogliere dal di fuori ciò che vedo e credo di far mio o di essere una parte positiva di quello che, purtroppo, non vado mai costruendo. Tanto per darmi un tono e per mostrare un abbozzo di riscatto, le chiedo dove si sia cacciato Roberto, il suo compagno di solitudine.
– È andato alle corse dei cavalli.
– A scommettere con i tuoi soldi, immagino.
– A scommettere con i miei soldi.
– E quando finiranno questi soldi che gli dài?
– Quando finirò di darglieli.
Lapidaria, laconica, caustica: siamo madre e figlia, no? Io passo per cinica e sconclusionata, lei è di fatto pratica e propositiva ma usiamo tutt’e due lo stesso distacco quando si tratta di interpretare la realtà e di reggerne il peso, solo che io appaio arida e senza slanci e lei viene sempre giudicata acuta e passionale.
Forse non è una questione di apparenza, forse la mia non è una maschera di comodo, forse sul serio lascio le cose sospese e pretendo poi di ricompattarle con la volontà che, oltre tutto, mi manca. Rosati stava per morire, una mezz’ora fa, e non ho fatto niente di meglio che chiamare l’ambulanza: l’avrò salvato probabilmente ma è stato lui a imbeccarmi, a dirmi cosa fare. Che cosa mi aspettavo? Di vederlo morire sotto i miei occhi? Adele, almeno, se n’è andata nel sonno e mamma non ha avuto il tempo e il modo di piangere l’amica ormai morta, ma io, che non avevo motivo di commuovermi per uno sconosciuto, l’avrei lasciato al suo destino come quando si lascia passare un autobus troppo affollato?
Mi contraddico e vorrei non farlo, mi pongo domande e non voglio trovare risposte, mi sento come quel famoso bicchiere che scatena speranza o smarrimento nel ritenerlo mezzo pieno o mezzo vuoto. Come il bicchiere che Rosati ha lasciato, che Rosati non ha bevuto: decido che tocca a me chiudere l’incidente, la circostanza di questa serata piovosa. Prendo il bicchiere e lo porto alle labbra: mamma mi guarda quasi con ammirazione, approvando il mio gesto che per metà è simbolico e per metà è occasionale. Mi osserva con la sagacia irriverente e beffarda che hanno le donne stanche di dover ricominciare sempre daccapo e mi chiede se le farò compagnia in cucina quando si preparerà la sua solita tisana. Le dico di sì e bevo l’acqua dal bicchiere di Rosati.
– Devi informarti in ospedale, per il tuo collega.
– Non ho chiesto quale fosse l’ospedale.
– Prova quello più vicino.
Mamma si alza, prende il bicchiere ormai vuoto e si avvìa in cucina. Cerco sull’elenco telefonico l’ospedale più vicino e mi dico che, in fondo, saprò tutto domani, in ufficio, dal dottor Zaccaria: saperlo adesso non farebbe crescere né il mio interesse né la mia indifferenza.
La vita è sempre più semplice di quel che sembra. Le cose sono sempre più sole e isolate. I sentimenti non hanno sempre bisogno di esprimersi, possono restare nascosti e non farsi scoprire. Avrei potuto dire tante altre parole ma non mi sono venute. Càpita.
Raggiungo mamma in cucina e le faccio compagnia mentre sorseggia la sua tisana. Non ho detto molto stasera. Non ho detto quello che forse Rosati si aspettava da me e non ho detto neppure come mi chiamo.