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‘Put People First’ – Demo against the G20. London, 28 March 2009‘Put People First’ – Manifestaciòn contra el G20. Londres, 28 Marzo 2009‘Put People First’ – Manifestazione contro il G20. Londra, 28 Marzo 2009

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Ieri (28 c.m.) Londra era diversa.

Certo: le strade, i palazzi, i negozi, gli Starbucks e i Caffè Nero erano sempre lì, come tutti i giorni. Anche l’orribile London Eye era lì, adagiato sulla sponda del Tamigi come un’enorme ruota di un mulino a vento che non c’è. Dev’essere perchè non ci sono Don Chisciotte in questa città, avrei pensato fino a ieri l’altro. Fortunatamente, ho dovuto ricredermi.

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Sembra che siano scesi a manifestare 35,000 persone, circa tre volte quelle previste dalle associazioni organizzatrici della protesta. Put People First è un movimento nato recentemente che comprende differenti associazioni come Trade Unions e ONG a cui si sono unite associazioni ambientaliste e movimenti politici. Certo, 35,000 persone non è un gran numero, considerando che la crisi economica che ci ha investiti coinvolge un numero di persone a sei zeri e, a quanto pare, destinato ad aumentare. Sarebbe stato bello vederle tutte lì, queste persone, almeno per trasformare i numeri delle statistiche (che in questo Paese non mancano mai) in dati di fatto tangibili, visibili e, soprattutto, udibili.

La manifestazione è iniziata all’urlo di “One solution: Revolution”, non armata – si intende, partendo da Temple e sfilando per il centro della città fino ad Hyde Park, a testimonianza di un bisogno sociale (che si spera diventi presto forza sociale) di cambiare le cose: “Whose the streets? Our streets. Whose the City? Our City. Whose the World? Our World” è il mottetto che mi è piaciuto di più, insieme a “The rich, the rich, we’ve got to get rid of the rich” e “Unemployment and inflaction aren’t caused by immigration. Bullshit, get off it: the enemy is profit”.

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D’altronde, il nome stesso della manifestazione dice tutto: Put People First. Ed è questo ciò che si è chiesto nelle 3 ore di tranquilla e pacifica passeggiata: mettere prima di tutto le persone, ovvero coloro senza cui nulla potrebbe esistere. Non so quanti bancari ci fossero a sfilare. Non credo siano stati molti i banchieri a farlo. E di esponenti del governo e dell’opposizione: nemmeno l’ombra. Ma va bene comunque così, visto che hanno iniziato da tempo a raschiare sul fondo delle tasche dei cittadini, senza che nessuno di questi reagisse, per salvare banche come la Royal Bank of Scotland, il cui ex dirigente – Mr. Goodwin – ha riempito fino a qualche tempo fa le pagine di tutti i giornali del Regno Unito per aver sfacciatamente richiesto il suo bonus di circa £700,000, ma sempre con l’applombe ed il fair play tipicamente Inglesi. Chissà, forse nella speranza che nessuno si sarebbe messo lì a calcolare il risultato di 2bn di sterline meno le sue 700,ooo. E, a quanto pare, ha avuto quasi ragione, visto che solo uno sparuto gruppetto di irriducibili (o irriducibilmente incazzati) si è appostato davanti casa sua per qualche giorno, attirando i giornalisti come il miele con le api.

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Fatto sta che c’è stato il silenzio più assoluto riguardo l’ideona di salvare i banchieri con i soldi pubblici. Alla fine, ogni mondo è Paese: quante dimostrazioni ci sono state in Italia quando si è deciso di salvare l’Alitalia nel modo in cui è stata salvata? Quati si sono opposti alla scelta del governo di salvare imprese come Fiat (dove abbiamo perso i conti ormai), Merloni e tantissime altre aziende e imprenditori “sull’orlo del fallimento”? Nessuno. Non si è visto nessuno, a parte qualche timido mugolio lamentoso la mattina, al bar, di fronte la prima tazzina di caffè.

Sembriamo tutti ipnotizzati, intorpiditi, intontiti. La realtà, invece, è che siamo assuefatti. Assuefatti a questo sitema di cose, alle finte libere regole del mercato che ripagano il nostro produci-consuma-crepa con false libertà, di cui tanto ci pregiamo ma che non usiamo, perchè non ne abbiamo tempo e perchè, fondamentalmente, non esistono. Assuefatti allo status quo, incapaci di meravigliarci di fronte a stipendi a nove zeri di bancarottieri fraudolenti e agli accattoni nelle strade, vedendole come normalità di cui abbiamo bisogno per orientarci nella realtà, per sapere di essere svegli. Inebititi da uno stile di vita che non è nostro, e che tuttavia ci appartiene. O meglio: noi apparteniamo ad esso, lasciamo che esso ci possegga, ci acquisti e faccia di noi ciò per cui ci siamo lasciati comprare, fino a che l’usura non lo spingerà a riporci in un angolino ed a guardare i nostri figli.

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Alla fine è in tale sistema che nasciamo ed in esso viviamo, imparando a farlo nostro, ad amarlo. Diventa parte di noi fino a sostituirne dei pezzi, fino a costituirne dei pezzi, fino a costituire noi stessi. Fino a fare in modo che in esso ci si identifichi e, dunque, sia impossibile attaccarlo, rinnegarlo, chè sarebbe come attaccare la propria idetità, il proprio Io. E allora ci si prodiga per esso, lo si difende e lo si protegge, come si farebbe con un genitore “cattivo”, che non si sceglie ma che nemmeno si può fare a meno di “amare”. Allora lo si giustifica, dicendo che nessuno è perfetto, che ha i suoi difetti ma ha anche i suoi pregi, che non ancora se n’è visto uno migliore, quindi ci si accontenta di ciò che si ha. E gli economisti hanno ragione a dire che “bisogna spingere il consumo per supportare la produzione”. Non importa se per questo vadano fatti sforzi, ci si debba impegnare in rinunce, ci si costringa a vivere un quarto d’ora al giorno, si lascino crescere i propri figli a degli estranei. Nonostante tutto, queste son cose che vanno fatte, per mandare avanti il sistema, perchè questa è la vita. E se non lo si fa si è igrati. E bisogna stare attenti ad essere ingrati col Sistema, questo genitore un po’ Dio, che ci ha dato la vita, l’identità, e che allo stesso modo può togliercela se distrutto.

Questa mattina Londra era uguale a se stessa. Come tutti i giorni. Però ci son stati dei giorni in cui è stata diversa. Io c’ero. E cerco di farmelo bastare.