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Il Caso Mattei – La morte di un italiano diverso (Francesco Rosi, 1972)

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Il presente filmato è da intendersi a scopo educativo e senza fini di lucro.


Era inevitabile che il genio di Francesco Rosi, uno dei registi più impregnati di attivismo politico e sociale del ’900 italiano, non si occupasse cinematograficamente della morte del molto discusso Presidente dell’ENI, Enrico Mattei.

Girato con una commistione di generi, mescolando l’approccio della cronaca e dell’inchiesta alle tecniche della ricostruzione documentaristica in un articolato montaggio narrativo, Il caso Mattei racchiude in ogni fotogramma il principio primo del realismo del “cogliere la realtà nel momento in cui si compie”, e rappresenta l’idea stessa di cinema che il regista Rosi insegue. Lo stesso Rosi sostenne che “Il cinema serve anche a testimoniare la realtà del proprio Paese, a stimolare dubbi nella gente. Questo è il cinema che ho fatto, nel quale credo, che voglio continuare a fare e che spero che molti giovani facciano”.

Erano passati meno di dieci anni dalla morte del Presidente dell’ENI Enrico Mattei avvenuta nel 1962, e i dubbi sulla sua morte – nonostante l’inchiesta fosse stata frettolosamente archiviata come incidente aereo – erano ancora molti. Per questo, Rosi intreccia le informazioni provenienti dalle diverse fonti all’epoca disponibili (è il 1970), accostando tra loro i diversi punti di vista, evitando di portare avanti esclusivamente la tesi dell’attentato (scartata da subito dai magistrati), senza però escluderla del tutto. Per fare ciò non rinunciò ad intervenire direttamente per porre quesiti e sollecitare risposte, rappresentando se stesso davanti le cineprese.

Forse anche perchè si sentì chiamato in causa personalmente a seguito della sparizione di De Mauro. Negli ultimi giorni del Luglio del 1970, infatti, il regista contattò il giornalista Mauro De Mauro per proporgli di ricostruire le ultime ore di vita di Mattei a Gagliano, in Sicilia. De Mauro accettò la proposta ed iniziò immediatamente le sue ricerche. Andò a Gagliano dove grazie al sig. Puleo, gestore del locale cinema, riuscì a procurarsi il nastro con l’ultimo discorso fatto dal presidente dell’Eni. Quindi iniziò ad avere i primi contatti con alcuni personaggi del posto, soprattutto due: Graziano Verzotto, uomo politico e amministratore dell’Ente Minerario Siciliano, da molti indicato come molto vicino alla cosca mafiosa di Giuseppe Di Cristina; e Vito Guarrasi, personaggio molto ambiguo vicino a tanto ad Amintore Fanfani quanto ai Servizi Segreti Americani. Poi, il 16 settembre del 1970, a pochi giorni dall’incontro con Guarrasi, il giornalista De Mauro scompare nel nulla, sequestrato sotto casa sua in viale delle Magnolie a Palermo, e di lui non se ne saprà più nulla.

Il caso Mattei, sia per lo spessore politico, economico ed internazionale del personaggio che per le condizioni della sua morte ed i suoi rapporti con molti personaggi oscuri ed ambigui, è un giallo politico necessariamente non convenzionale e decisamente al di fuori dei canoni classici del mistero, della vittima, del colpevole, dell’eroe e, soprattutto, del caso  risolto. Il caso Mattei è sicuramente un mistero, la cui soluzione, però, resta imbrigliata negli intrecci narrativi della pellicola che corrispondono, purtroppo, alla realtà. La vittima c’è, anche più di una, e questa è la unica certezza in tutta questa storia. Anche i colpevoli ci sono, ma restano nell’ombra e senza nome. Tranne uno: la vittima stessa. Si, perchè ne Il caso Mattei, la vittima non è l’eroe, figura decisamente rinchiusa negli armadi delle vecchie figure retoriche. Nel film, Mattei – imterpretato magistralmente da Gian Maria Volontè – è una figura altrettanto ambigua come le personalità di cui si circonda.

La struttura del film, con una composizione narrativa a mosaico e un ritmo serrato del racconto, rappresenta chiaramente tutto ciò, vagliando di volta in volta le diverse ipotesi sulla morte di Mattei, senza però avvalorarne alcuna. Non si traggono conclusioni guardando questa pellicola di Rosi, ma solo spunti di riflessioni; non si ottengono risposte, ma solo nuovi quesiti. A proposito de Il Caso Mattei, Rosi disse: “Il mio film tende solo a capire perché il delitto è stato possibile, se di delitto si è trattato. Non mira affatto a sciogliere il mistero della fine di Mattei. Poi, vorrebbe ripercorrere le varie fasi di un “creatore di lavoro” che sente le necessità di una rottura in un’Italia in mano alla destra economica. Voglio citare una frase detta da Moravia: “In sostanza, per capire la morte di Mattei pensiamo che bisogna risalire alla situazione storica dell’Italia e arrischiare l’ipotesi che Mattei sia stato assassinato non tanto perché dava fastidio quanto perché non aveva alle spalle una borghesia e una cultura egemoniche, come i suoi avversari. Cioè perché era stato costretto a condurre la sua lotta da solo e quasi in maniera privata”.

“Nella azione del film ha giocato molto il fatto che io sia partito dagli ultimi tempi di Mattei, andando poi a ritroso, perché questo mi ha permesso non solo di fare biografia ma anche storia, di ripercorrere le tappe di una storia italiana, economica, politica, sociale. Con al centro un personaggio come Mattei che anche un po’ misterioso da definire, e che certamente ha avuto molti meriti e molte ambiguità, quando da servitore dello stato, come lui diceva, ha cominciato a diventare un padrone dello stato”. Le rotture improvvise del filo conduttore della storia che va continuamente avanti e indietro nel tempo, le accelerazioni, gli inserti documentari, le divagazioni sulla vita del primo presidente dell’Eni, fanno del Caso Mattei uno dei migliori film-inchiesta del cinema italiano, “di un genere abbastanza nuovo , mi pare, rispetto a quello che si è fatto di solito nel cinema” (Francesco Rosi).

Presentato in concorso al 25° Festival di Cannes, ha vinto il Grand Prix per il miglior film.


Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto – Le nevrosi del Potere e i limiti della Giustizia


Si potrebbe tranquillamente riassumere tutto con l’ultima scena. Si potrebbe davvero vedere l’ultima scena del settimo capolavoro di Elio Petri e lasciare che il film svolga la sua matassa, le sue scene, nella nostra testa. Non ho dubbi sul fatto che, a parte sfumature e particolari, verrebbe fuori la stessa cosa. Con questo non voglio sminuire la genialità del regista, né tantomeno intendo ridurne la indubitabile originalità a ‘luogo comune’. Voglio solo dire che “Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto” è il film con la scena perfetta dentro, quella scena talmente perfetta che basterebbe da sola a rendere questo film memorabile.

Una sola frase: “il funzionario dell’autorità, qualunque impressione faccia su di noi, è sevo della legge, quindi appartiene alla legge e sfugge al giudizio umano”, ed un uomo con gli occhi da pazzo che si inchina di fronte al volere contro il suo volere. Il livello simbolico di questa pellicola è incredibile e, allo stesso tempo, straordinariamente accessibile. L’atmosfera grottesca e irreale dei luoghi, la paradossale verosimiglianza degli eventi, la schizofrenia dei personaggi: tutto ciò non disturba affatto, non disorienta perché il tono narrativo con cui viene raccontato non si nasconde dietro elucubrazioni macchinose che si sbracciano profferendo possibili interpretazioni. È tutto talmente scarno, lineare, essenziale, che sembra quasi sia più vero della realtà che cerca di rappresentare, e che spesso non si offre così tanto generosamente all’esercizio della comprensione.

Eppure, nonostante la sua accessibilità e semplicità, in queste scene la realtà trascende sé stessa, fotogramma dopo fotogramma, perché cause e conseguenze coincidono, condividendo il medesimo scatto. Ciò che in altri modi potrebbe definirsi Storia, nel suo significato di visione compatta e completa degli eventi.

Nelle strade bianche e silenziose, nelle innumerevoli espressioni di un meraviglioso e teatrale Gian Maria Volontè che potrebbero essere di un pazzo o di un bambino viziato, nel seducente sadomasochismo psicologico di Augusta Terzi (stupendamente interpretata da Florinda Bolkan), nelle occhiaie flaccide di Panunzio, nella testa sempre troppo alta di Antonio Pace: in tutto, in ogni singolo particolare v’è un perfetto bilanciarsi di rapporti di forze reali e trascendenti che accompagnano lo spettatore fino alla conclusione che non potrà rifiutare, perché frutto della sua propria interpretazione, del suo personale ragionamento.

Nella pellicola vi è un discorso ed un meta discorso: tutto rappresenta ciò che è, mentre simbolizza ciò da cui origina, senza celare nulla. Si parla di potere e di Potere, di giustizia e di Giustizia, di uomini e di Uomini con le stesse facce, gli stessi personaggi, le stesse parole che sono quelli e inevitabilmente anche altro. La pellicola di Petri racconta come il Potere esercitato dagli uomini diventi potere, come la Giustizia praticata dagli uomini sia solo giustizia, come gli Uomini che non compaiono nelle scene siano quelli che noi sappiamo non compariranno, ma li conosciamo perché sappiamo come un Uomo debba esercitare il Potere e la Giustizia per non essere solo un uomo.

Tutto il film è incentrato sulle relazioni tra Potere, Giustizia e Uomini, piuttosto che focalizzarsi su di essi cercando di rappresentarli, di definirli in un tentativo che il Regista sa perfettamente esser vano e forse anche controproducente. Piuttosto si concentra, come solo una mente invidiabilmente lucida può fare, sui rapporti che tra questi tre fattori sussistono, e su come essi, intrecciandosi e agendo l’uno con o contro l’altro, producano una catena di nuovi fattori sempre più distanti dagli originali e sempre più vicini ai personaggi che li esercitano. C’è il potere decisionale, di controllo, di calcolo e di previsione del Capo dell’ufficio politico (Volontè) che, attraverso la sottomissione dell’altro, mira a raggiungere l’autorevolezza attraverso l’esercizio dell’autorità. C’è il potere sensuale, voluttuoso, vizioso e sessuale di Augusta Terzi (Florinda Bolkan) che, attraverso la provocazione fisica del corpo e quella perversa della mente, cerca continuamente l’espiazione che giustifichi la sua esistenza ed il suo essere così, attraverso un subdolo rapporto di scambio psicologico con la sua preda del tipo “mi lascio usare per usare, mi lascio sottomettere per sottomettere…”. Poi c’è Panunzio, che il potere non lo ha ma vuole farne parte ed esercita il suo personale potere, la volontà, per sottomettersi ad esso e, appoggiandolo, esserne incluso.

Ovviamente, Petri non poteva mancare di inserire una qualche figura o elemento che andasse contro il potere. Con la stessa lucida consapevolezza ed originale interpretazione della realtà, il Regista fa osservare come un elemento che vada contro il potere diventi esso stesso potere che, con pari forza e metodi similmente poco “ortodossi”, cerca di imporsi. La scena dell’interrogatorio di Antonio Pace è tra le più belle e cariche di significato del film: un ragazzetto anarchico che, in un impercettibile e improvviso scambio di posizioni, urla al suo interrogatore in lacrime “ti tengo in pugno”. La realtà è quella che è e il suo contrario, ciò che accade ma anche ciò che potrebbe accadere.

In questi tempi in cui la giustizia sembra soffrire di crisi d’identità, in cui il potere sembra essere diventato un causa aleatoria a cui attribuire concrete conseguenze, in cui l’uomo singolo cerca di imporre la propria individualità con la migliore imitazione della massa, non ci farebbe male rivedere più spesso capolavori cinematografici che ci rammentino iconograficamente le nostre responsabilità e possibilità.

Perché tutto ciò che è lo abbiamo deciso noi che fosse, perché credo che qualsiasi funzionario dell’autorità, servo o meno della legge, non sfugge affatto al giudizio degli Uomini, così come non vi sfugge la legge stessa, che degli uomini è prodotto.