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Gaza – Non in mio nome


Gaza – Non in mio nome

Non sarà in mio nome
che i gelsi reclineranno la testa
Non in mio nome
i rami dei salici penderanno
nei giardini spezzati delle case
Non in mio nome
le strade si riempiranno di pioppi
e la scritta: fate silenzio.

Non sarà in mio nome
che si griderà vittoria
Non in mio nome
si vendicherà una sconfitta
che io non ho cercato
Non in mio nome
una bandiera sventolerà sulle teste
di chi non la vuol vedere.

Non saranno in mio nome
le scie di cielo verde la notte
Non in mio nome
il fumo e i calcinacci
levarsi come incenso sulla strada
staccarsi dai palazzi.

Non saranno in mio nome
i padri fucilati
i figli coi fucili
e i ventri delle madri rattrappiti.

Altre Voci: Gino Di Costanzo

Gino Di Costanzo è una di quelle penne che, più che scrivere tante belle parole, si impone a chi ha la fortuna di leggere ciò che scrive. Gino Di Costanzo non è uno di quelli che impiegano un romanzo e centinaia di pagine di finta e retorica sofferenza per poi fare “il salto” che riscatti lo scrittore e ripaghi il favore di chi abbia scelto di leggerlo per questo. Gino Di Costanzo ti fa cadere senza tenderti la mano, senza buoni consigli non richiesti. Per gli amanti del precipizio, è l’esperienza più vicina al vuoto assoluto. Una sensazione bellissima.


Raramente mi allontano dalla tana separato da me scollato non dissociato mai abbastanza famelico per società di disuguali né smanioso di potere mi difendo dalla seduzione incompleta di valori a me alieni parte di me inscena silenziosa protesta sabota boicotta intralcia rifiuta ed io oscillo tra sconosciuto spirito pratico e pratica dello spirito è sempre essere o non essere chissà se mio padre m’ha riconosciuto fugace visita la sera che morì solo in ospedale so ridere quasi come un tempo quando piangevo di più mai geniale media intelligenza quanto basta per soffrire mi consegnai inutilmente al vizio del fumo che non mi volle e all’alcool che ancora mi tenta delle elementari mia prima prigione ricordo una grande finestra un cielo grigio al di là ed il mio primo amore i profilattici mi uccidono il mio limbo è tascabile e gira con me non mi ricatteranno se non avrò famiglia non desidero il desiderio dei soldi che inseguo arrivo ancora a fine mese piccolo e borghese il vero fallimento voglio stirare muscoli e tendini correvo come il vento col vento sulla faccia nell’acqua sono acqua che fare se la mia presenza a volte mi disturba e dormo male c’è gente che non ha da mangiare l’integrità mi zavorra mi dovrei arrabbiare non ascolto i piagnistei se sono miei non mi lascio una carezza giocoliere monco vedetta strabica baro galantuomo viaggiatore immobile quale tormento abbraccerò alla fine mi avrai tu poesia? non ho finito adesso vado senza molta convinzione…


A tavola

Non mi ero ancora seduto a tavola, che mio padre mi chiese di stappare la bottiglia di vino. Da tempo non compiva più operazioni come quelle, si era arreso. Le sue mani non sopportavano più l’umiliazione di certi piccoli fallimenti, gli anni che lo assediavano avevano fatto breccia nella sua volontà.

Mi bastò un’occhiata per capire che era una bottiglia di vino di scarsa qualità, di quelle col tappo a vite in lega metallica, ma nascosto dalla stessa capsula che sigilla i sugheri di vini ben più raffinati. Senza esitare afferrai saldamente il collo della bottiglia con la mano destra, poi ne strinsi l’apice tra il pollice e l’indice della sinistra svitando vigorosamente il tappo e strappando contemporaneamente l’ingannevole sigillatura che lo avvolgeva. Fingendo di sorseggiare il suo brodo, mio padre aveva osservato attentamente e con sconsolata ammirazione le mie mani, che deridevano la sua vecchiaia.