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Si, perché dev’essere di questo che si tratta: senilità. Non riesco a trovare una spiegazione più plausibile alle giustificazioni che il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha offerto ai cittadini per motivare l’ennesima concessione sottoforma di firma al Governo Berlusconi. Ha ragione Antonio Tabucchi quando afferma che nessuno obbliga Napolitano a fungere da garante della Costituzione Italiana presso il quirinale e che, a 80 anni suonati, sarebbe meglio che si ritirasse a vita privata.

È grave che per consentire al “principale partito politico” (e chi lo ha detto?) di partecipare alle elezioni regionali, si faccia un decreto ad-hoc all’ultimo minuto sotto minaccia, contravvenendo ad una legge costituzionale che vieta rigorosamente la possibilità di decretare in ambito elettorale. È grave anche che tale decreto, oltre ad essere ingiusto perché accorso in aiuto solo ora a discapito dei partiti distratti del passato, è ingiusto anche perché include alcune liste e non ne salva altre (in base a quale principio di priorità non ci è dato sapere). Ma la cosa più grave in assoluto è l’ennesimo precedente che tale decreto viene a costituire. Il rischio è che l’operazione interpretativa che oggi vorrebbe reintegrare alcune liste escluse da un difetto di forma (consegna delle stesse oltre i tempi prestabiliti) potrebbe essere utilizzata in futuro per questioni ben più delicate, magari decidendo chi può e chi non può partecipare alla prossima tornata elettorale nazionale.

È l’ennesima dimostrazione del modus operandi del partito del fare (come gli pare): le leggi non sono un limite a-priori, ma una giustificazione a-posteriore dei propri atti. Senza dimenticare il fatto che Mussolini esautorò il Parlamento non con le armi, ma a colpi di leggi.

(di Thomas Pistoia su Via Oberdan)



Intervento audio di Antonio Tabucchi su MicroMega.



“Un’altra legge vergogna. Ritengo responsabile in prima persona Giorgio Napolitano. Per gli esegeti del regime non poteva non firmare. Invece poteva, bastava che volesse. Le leggi razziali nel ’38 non le firmò Mussolini, ma Vittorio Emanuele III. Nelle vere democrazie l’operato del Presidente della Repubblica è sottoposto alle giuste critiche dell’opinione pubblica, ma in Italia non si può, è lesa maestà. Napolitano, questa volta in maniera flagrante, ha rotto i patti con gli italiani. Oggi, con questa legge illegale e totalitaria, quando ci dice che, fra le regole della legge e il dover impedire ai cittadini di votare una lista, lui sceglie di rompere le regole perchè sono una forma, ebbene io rispondo che tutte le leggi che abbiamo sono una forma, anche la Costitituzione è una forma perche è fatta di regole. E se si rompono le regole della Costituzione si rompe la Costituzione. In questo momento storico Napolitano non è garante della mia Costituzione, mi pare si sia fatto garante di Berlusconi. Se Napolitano non capisce che deve prima di tutto difendere la Costituzione con le sue forme, nessuno lo obbliga a stare al Quirinale: è un dovere e questo dovere richiede molta, molta attenzione, perchè ormai in Italia la Costituzione è stata divorata”.

Apprendo, dalle colonne del Corriere della Sera, che Renato Vallanzasca, l’uomo che terrorizzò Milano con i suoi crimini (rapine a mano armata, sequestri e conflitti a fuoco con il morto) ha ottenuto, in base all’art. 21 dell’ordinamento penitenziario, il permesso di riavere una vita dalle 9 alle 19.

Il “bel Renè”, sulla cui vita Michele Placido sta girando un film con Kim Rossi Stuart nei panni del criminale, alla tenera età di 60 anni proverà a condurre una vita normale, nonostante 40 anni di carcere duro, interrotti solo da un paio di evasioni parzialmente riuscite. Chissà ora i moralisti social-democratici! che all’occorrenza dimenticano che la funzione del carcere, più che punitiva, tenta di essere rieducativa. Sempre, in questi casi, Cesare Beccaria è solo un vecchio letterato che nessuno ricorda più e Dei delitti e delle pene diventa un lungo elenco di chise moraliste, unghie incarnite e calli sotto gli alluci.

Ovviamente, la mia non è una apologia del reato. Piuttosto, cerco di ridimensionare la moralità del giudizio con i confini dei dati di fatto. Voci di gran lunga più autorevoli della mia si sono pronunciate nella stessa direzione. Tra queste, quella di Massimo Fini, il quale scrisse ben due lettere per richiedere la grazia di Vallanzesca: una il 29 Settembre 1995, indirizzata all’allora Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro e pubblicata su L’Indipendente; l’altra il 31 dicembre 2009 indirizzata all’attuale Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, pubblicata da Il Fatto Quotidiano.

Fini, che è – a differenza di molti suoi “colleghi” – una persona coerente, già si espresse con “simpatia” nei confronti dell’ex leader della banda della Comasina, la Batteria, in un articolo del lontano Agosto 1987, definendolo un “bandito leale” perché “anche se gangster, è un uomo che si assume le proprie responsabilità in una società di camaleonti dove i più protervi lottizzatori si dichiarano contro la lottizazione, gli assenteisti più spudorati contro l’assenteismo, dove la questione morale viene sbandierata da coloro che fino a ieri rubavano e dove la colpa è sempre del compagno di banco” (Il Conformista, Marsilio Tascabili 2008, pag. 71-73). Vallanzasca è, invece, un uomo che dice “Si, sono stato io”, che ha scarcerato innocenti accusati di colpe che erano le sue, che non cerca di ingraziarsi i giudici con dichiarazioni tanto eclatanti quanto fasulle e che non cerca di conquistare il favore dell’opinione pubblica accusando spudoratamente la magistratura di complottismo, come molti negli ultimi anni hanno imparato a fare.

Vallanzasca è quell’uomo che, il giorno del suo arresto nel ’77, rispose a chi gli chiedeva se si sentisse vittima della società: “Non diciamo cazzate”. Quello stesso uomo che oggi afferma: “Mi chiedete se ho sbagliato? Sarei un cretino se dicessi il contrario” e che ai ragazzi difficili che incontra per volontariato spiega che “non vale affatto la pena mettersi nei guai. Qualcuno mi dice che sono un mito. Rispondo loro che un mito che si fa 40 anni di galera è un mito idiota, e che di miti non devono averne, perché i miti sono pieni di debolezze”.

Forse, più che ai ragazzi, il Vallanzasca dovrebbe dare lezioni di moralità ai loro padri: ai dottor Bruno Tassan Din condannato a quattordici anni e mezzo di reclusione per il crack del Banco Ambrosiano e a piede libero; ai Carlo De Benedetti, condannato a sei anni e mezzo per lo stesso reato incolume da ogni accusa: anzi, all’occasione accusatore dalle pagine dei sui giornali; ai Mokbel dell’alta finanza; ai Silvio Berlusconi prescritti per decreto legge; ai D’Alema facci-sognare seduti in Parlamento.

Come dice bene Fini, Vallanzasca è “un bandito onesto in una società dove, troppe volte, gli onesti sono dei banditi”. E ad una società che risulti tale è difficile sottrarre i capri espiatori.

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La maggioranza sta terminando la messa a punto dell’ultima porcata: la legge del processo morto. Forte del passato appoggio alle precedenti porcate da parte del Presidente della Repubblica, nemmeno si pongono il problema dell’incostituzionalità: sicuramente non incontreranno ostacoli e tutto filerà liscio, prima con la fiducia e poi con la firma di Napolitano, soprattutto dopo la ramanzina di Vespiana memoria che il Premier fece al Capo dello Stato per il risultato negativo che il Lodo Alfano ottenne al giudizio della Commissione Costituzionale.

Se è vero, come sembra che sia, che la legge sul processo breve non incontrerà ostacoli, sarà davvero una svolta nella giustizia italiana: se fin’ora ci si è preoccupati che la legge fosse uguale per tutti, dopo la legge-porcata verrà approvata, bisognerà iniziare ad assicurarsi che la legge non sia uguale per troppi. Una questione che la maggioranza (e non solo, vedi Casini) sta utilizzando come arma ricattatoria. Ormai lo dicono senza timore e peli sulla lingua: se non volete che la stragrande maggioranza dei processi in atto venga mandata a puttane, fate in modo di mandare a puttane solo quelli del Premer (che di puttane se ne intende).

Un timore che preoccupa l’ex Capo dello Stato Carlo Azeglio Ciampi, il quale – dalle colonne di Repubblica – fa sapere che

“Io non do consigli a nessuno, meno che mai a chi mi ha succeduto al Quirinale. Ma il capo dello Stato, tra i suoi poteri, ha quello della promulgazione. Se una legge non va non si firma. E non si deve usare come argomento che giustifica sempre e comunque la promulgazione che tanto, se il Parlamento riapprova la legge respinta la prima volta, il presidente è poi costretto a firmarla. Intanto non si promulghi la legge in prima lettura: la Costituzione prevede espressamente questa prerogativa presidenziale. La si usi: è un modo per lanciare un segnale forte, a chi vuole alterare le regole, al Parlamento e all’opinione pubblica”. Ciampi non nomina Napolitano, ma fa un riferimento implicito a Francesco Saverio Borrelli: “Credo che per chi ha a cuore le istituzioni, oggi, l’unica regola da rispettare sia quella del “quantum potes”: fai ciò che puoi. Detto altrimenti: resisti”.

Insomma, come dire: Napolitano, non firmerai mica anche questa? Ha ragione Berlusconi: maledetti comunisti.

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Quando non vuoi fare qualcosa, dì semplicemente che non puoi per “questioni di ordine costituzionale” e tutto si risolve.

(Giorgio Napolitano docet)