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Posts Tagged: Giulio Tremonti


26
Jan 10

Il mio nome è Bond, Tremonti’s Bond

Una nuova perla di finanza creativa sta per attaccare le tasche degli ignari cittadini. Apprendo dalle colonne de La Voce Del Ribelle (dovreste abbonarvi se volete sapere cosa succede al di fuori della casa del Grande Fratello) che il Ministro dell’Economia Giulio Tremonti sta pensando a emettere bond di durata quinquennale; in dollari però.

Ora, la domanda che sorgerebbe spontanea anche agli affetti da discalculia cronica è: perchè diavolo dovrei investire i miei dannati spiccioli nel profondo-senza-fondo pozzo del debito pubblico italiano, perdipiù in dollari con le condizioni economiche in cui gli Stati Uniti versano?

Valerio Lo Monaco, direttore del giornale e autore dell’articolo fonte di ispirazione, ovviamente grida allo scandalo, denunciando quella che è a tutti gli effetti una truffa ai danni dell’italiano medio che ha sempre visto nei Titoli di Stato (BOT, CCT, cambiali, sub-prime made in Italy o come vi pare) una forma di investimento sicuro. Così più non sarebbe, se l’ideona del nostro (?) Ministro diventasse realtà.

Facciamo un esempio (che prendo come spunto dall’articolo di Lo Monaco): io investo 100 euro in titoli di stato oggi. Questi 100 euro vengono convertiti in dollari e, al cambio attuale, ciò significa che oltreoceano i miei 100 euro investiti valgono 140 dollari (facciamo conti pari, per semplificare). Fra cinque anni vado a riprendere i miei 100 euro diventati 140 dollari col cambio, diventati a loro volta 145 dollari con un tasso d’interesse ipotizzato al 3%. Bene! Bravo! Fico! Quattro dollari guadagnati in cinque anni su 140 investiti senza fare nulla. Un affarone. Però c’è un problema: se li vuoi usare per comprarti l’ultimo televisore al plasma nel MediaMarket sotto casa tua devi riconvertirli in euro. Ed è proprio quando andrai in banca a riconvertire i tuoi 145 dollari che la tua felicità verrà impunemente assassinata, riempiendo di spruzzi di sangue l’ignaro cassiere all’altro capo dello sportello. Infatti: viste le condizioni in cui versa l’economia americana; la spregiudicata introduzione nel mercato di carta moneta che contribuisce ad inflazionare la valuta stessa; la Cina che cerca di sbarazzarsi del debito pubblico americano in ogni modo; l’ombra dell’abbandono del dollaro come moneta di scambio internazionale (soprattutto per la compravendita del petrolio), tutto questo non sembra affatto incoraggiare un investimento sul dollaro, le cui previsioni risultano essere di sicura perdita. Se siamo d’accordo su questo e ritorniamo ai nostri 145 dollari, fra cinque anni non è rischioso ipotizzare un cambio in perdita.

Così, se all’inizio del nostro investimento un euro valeva 1,4 dollari e 100 euro di titoli valevano 140 dollari, dopo cinque anni ed un euro scambiato per 1,7 dollari i nostri 145 dollari diventano 85 euro. Cioè 15 euro in meno dei 100 investiti, nonostante un guadagno netto del 3% di interessi. Magie della finanza.

Dopo aver letto l’articolo ed aver inteso l’antifona, mi sono chiesto per quale razza di motivo Tremonti abbia tanta voglia di fare gli interessi delle nazioni altrui. Ma, esclusi eventuali interessi privati di cui al momento non sono a conoscenza, un motivo per questa mossa finanziaria credo di averlo intuito. Abbiamo detto che investendo in titoli di stato in valuta americana si potrebbe potenzialmente perdere il 15% del valore investito dopo cinque anni (15 euro su 100). Tale perdita del singolo investitore, però, diventa un guadagno per lo Stato italiano. Infatti, se ci togliamo i panni di colui che deve avere (investitore in titoli di stato) e ci mettiamo in quelli di chi deve dare (lo Stato), una sottile e lieve aura di pace e serenità viene a sollazzarci il cuore.

Come perchè? Ma è chiaro, no? Se cinque anni fa ho venduto un debito di 100 euro con la promessa di ripagarlo dopo cinque anni con gli interessi e mi ritrovo a pagare una cifra inferiore rispetto a quella venduta significa che il mio debito è diminuito senza che io facessi il minimo sforzo! Detto in altre parole: supponiamo che oggi il debito pubblico dell’Italia ammonti a 200 euro complessivi (magari!). Supponiamo che grazie ai Tremonti’s bonds, lo stato riesca a convertire 100 di questi 200 euro di debito in dollari, con un cambio dollaro/euro a 1.4. In questo modo, il nostro debito pubblico totale di 200 euro si trasforma in un debito di 100 euro + 71,4 dollari. Ora supponiamo che tra 5 anni 1 euro varrà 1.7 dollari (il dollaro svaluta). Il nostro debito nazionale iniziale di 100 euro + 71,4 dollari diventa, interessi al 3% inclusi, di 100 euro + 73,5 dollari. Se riconvertiamo in euro la porzione di debito pubblico in dollari, otterremo un totale di 100 euro + 43,3 euro. Cioè 143,3 euro. Ossia 56,7 euro in meno rispetto al debito pubblico venduto cinque anni fa! Una perdita del 28% rispetto al debito iniziale, nonostante il pagamento degli interessi! Incredibile, vero?

In altre parole, mentre chi investirà nei titoli di stato in dollari punterà sulla rivalutazione della moneta americana, lo Stato che vende il suo debito in dollari punterà su una svalutazione di questa, in barba alle perdite economiche dei singoli cittadini. Perchè qualunque sarà la perdita del cittadino, la stessa corrisponderà ad un guadagno dello Stato rispetto al suo debito pubblico. E, magari, avremo allo stesso tempo fatto un favore agli amici americani (che ci tengono per le palle sin dalla 2 guerra mondiale) ed anche a chi investirà ingenti somme nei titoli di stato per poi sfruttarli in dollari e non in euro. Questa sì che è economia creativo-preveggente.



27
Nov 09

Economia, impresa ed occupazione in tempo di crisi – Annozero, con Michele Santoro

Annozero - L'avaro












Economia, impresa, occupazione ed evasione fiscale in tempo della crisi. In studio discutono il neo Segretario del PD  Pierluigi Bersani ed il Ministro dell’Economia Giulio Tremonti. Come sempre, la rubrica di Marco Travaglio su evasione fiscale e imprese off-shore a metà trasmissione. Da vedere.



28
Sep 09

Lo scudo fiscale e il tallone di Achille

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Dopo il fulmine di Pegasus e i pugni rotanti di Goldrake, arriva lo scudo fiscale (l’ennesimo) di Tremonti. Il povero ministro, costretto dalla piega che hanno preso gli eventi (e le curve degli andamenti economici del Paese) a causa dell’ultima crisi, ha dovuto mettere da parte i suoi principi morali (egli stesso denunciò l’immoralità dei condoni e degli scudi fiscali) per il bene della Patria, richiamando i capitali sparsi nei vari paradisi fiscali in un altro brand new tutto made in Italy.

Ora, tolti quelli che lo scudo fiscale lo appoggiano perchè lo hanno scritto sotto forma di legge, quelli che lo appoggiano perchè fanno parte della coalizione di governo che lo promuove, quelli che lo appoggiano perchè la coalizione di governo l’hanno votata e quelli che lo appoggiano perchè ne trarranno tutti i vantaggi, restano tutti gli altri.

Ma chi sono tutti gli altri?

Tutti gli altri sono gli italiani che non hanno la minima idea di cosa sia lo scudo fiscale perchè si è evitato attentamente di parlargliene e quelli che invece lo conoscono e per questo non lo approvano. Per rendere le cose più semplici, mettiamo pure da parte: le questioni sulla dubbia moralità intrinseca di un atto che, se firmato, rappresenterà l’istituzionalizzazione della frode fiscale (ma cosa aspettarsi da chi ha depenalizzato il reato di falso in bilancio?); le questioni sulla eticità di una legge che premierebbe di fatto chi le tasse non sa cosa siano, a dispetto di una enorme fetta di cittadini che invece le tasse le ha sempre pagate nonostante gli scarsi servizi ricevuti in cambio; l’opinione internazionale (già scarsina) che l’Italia potrebbe contribuire a peggiorare ulteriormente varando la legge dell’evasor prodigo; le ricadute sociali che una legge criminogena come questa comporterebbe a breve ma soprattutto a lungo periodo.

Scartate tutte le precedenti ragioni, già di per sè sufficienti a giustificare l’abolizione dello scudo fiscale, passiamo ai due principali motivi per cui lo scudo fiscale diventa un abominio.

La prima ragione, di fronte la quale lo scudo fiscale rappresenta un aborto della ragione, riguarda l’Italia nelle vesti di patria delle associazioni a delinquere tra le più sviluppate al mondo, principalmente Mafia e ‘Ndrangheta. Lo scudo fiscale, oltre a prevedere solo un misero 5% di recupero dello Stato sul capitale ingressato, prevede l’anonimato dei possessori di tale capitale. Questo, per ovvie ragioni,  rischia di far diventare l’Italia una gran lavatrice di denaro sporco senza neanche un gran guadagno. Chissà, forse ultimamente il “papello” ha subito delle repentine modifiche al punto “economia nazionale”: noi vi riportiamo i soldi e li facciamo girare investendoli, voi non ci rompete le palle.

La seconda ragione, per cui lo scudo fiscale rappresenta l’ennesima offesa dell’intelligenza degli italiani e l‘ennesimo abuso della loro fiducia, è Berlusconi. Ora, non è che ci si sforza in tutti i modi di tirarlo in ballo, ma non è certo colpa di nessuno se lui ha sempre qualcosa a che vedere con le faccende più sporche di questa impoverita Nazione. Nel momento in cui Tremonti, che fa parte del Governo Berlusconi, proclama la necessità di uno scudo fiscale per ragioni non meglio identificate, non bisognerebbe dimenticare che Berlusconi è uno di quelli che potrebbe trarne giovamento. Il Premier, infatti, non solo possiede fondi esteri in cui sono depositati enormi quantità di capitale evaso e di dubbie origini, ma ha anche a suo carico accuse di falso in bilancio (per cui si è già prodigato a decurtarne la pena) pesantissime. Chissà, forse anche lui, intenerito dalle condizioni dell’economia italiana, vuole apportare il suo contributo. Possibilmente senza rimetterci e magari avendo la possibilità di riaggiustare un pochino i conti prima che il suo mandato scada. E con esso il Lodo Alfano.

Considerate queste e molte altre cose, sembra proprio che questo ultimo scudo fiscale giunga appena in tempo per proteggere il tallone del nostro Achille.

FIRMA LA PETIZIONE CONTRO LO SCUDO FISCALE QUI


21
Sep 09

Bersani, dì qualcosa di Sinistra! Ah, no. Quello era D’Alema…

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Durante la prima puntata di Ballarò, alla domanda di Tremonti: “che differenza c’è tra te e Franceschini”, Bersani tergiversa nel peggiore dei modi, imbastendo un discorso degno della più becera retorica politichese, glissando vergognosamente e palesemente la domanda del rivale, incapace (o impossibilitato) nel dare una risposta.

Grazie Bersani, ora gli elettori di sinistra hanno le idee più chiare.