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Valzer con Bashir – La guerra vista dai soldati

Valzer con Bashirfilm apprezzatissimo dalla critica e vincitore del Golden Globe 2009 come miglior film straniero, oltre ad altri numerosi premi – possiede molte caratteristiche che lo rendono un prezioso documento del cinema documentaristico contemporaneo, unico nel suo genere.

La caratteristica principale di questo film-documentario non risiede nel contrasto prodotto dall’utilizzo della tecnica d’animazione per raccontare una storia delicata come la guerra israelo-palestinese, che pure contribuisce a renderlo unico nel suo genere. Nè il suo successo si deve alla cronica attualità dell’argomento trattato.

L’originalità di Ari Folman , a mio avviso legata più alla sensibilità dell’uomo che racconta qualcosa che ha vissuto piuttosto che all’interpretazione del genio, risiede nel punto di vista utilizzato per raccontare la drammaticità dei conflitti in Libano e del massacro di Sabra e Shatila nei primi anni ’80. Valzer con Bashir è, infatti, un film sulla guerra le cui scene ci arrivano dagli occhi di chi la guerra la fa, mentre chi la subisce resta “in secondo piano” a fare da sfondo allo scenario bellico. Qualcuno potrebbe dire che di film girati dal punto di vista di chi imbraccia il fucile ce ne sono stati molti. Ed avrebbe ragione. Le affinità, i tempi narrativi ed i rimandi di Valzer con Bashir ad Apocalypse Now, per esempio,  sono numerosi. L’aspetto surreale, a tratti onirico e trasmesso attraverso la forma del fumeto, ne è un esempio.

A differenza del capolavoro cinematografico di Francis Ford Coppola, la pellicola animata di Folman trasforma il tema della guerra in un luogo di indagine sull’individuo, sull’Uomo. Nel film dell’israeliano, arruolato nell’esercito durante quegli stessi anni di guerra da lui successivamente raccontati, non ci sono buoni e cattivi, non si definiscono prototipi o stereotipi, non si delinea una morale, non si determina il giusto e l’ingiusto, non compaiono eroi attraverso cui la crudeltà dell’uomo nella guerra possa essere sublimata nè dèmoni attraverso cui possa essere giustificata, non si parla di vincitori e vinti. Vige l’assoluta assenza di qualsiasi attegiamento retorico.

Nella guerra raccontata da Folman si vedono principalmente uomini: uomini normali, quotidiani, quasi scontati; uomini che hanno una vita, hanno abitudini, hanno sogni ed hanno incubi; uomini che hanno amici con cui si vedono ad un bar e si raccontano. Uomini che hanno un passato che condividono, ma anche uno che non ricordano. Ed è proprio da questo passato dimenticato, da queste “amnesie dissociative”, che il film sviluppa la sua trama, in cui il protagonista cerca di ricostruire il propio passato obliato con la diffideza e il distacco di chi rammenta ricordi che non gli appartengono.

Lo stesso distacco caratterizza il tono predomiante del film, che è insieme piatto, freddo, vuoto, in palese contrasto con il tema trattato che vedrebbe più adatto un atteggiamento di coinvolgimento, appassionato. Ma piatte e fredde e vuote erano le menti dei militari mentre combattevano contro fantasmi sconosciuti, anch’essi come fantasmi, senza una precisa ragione, uccidendo centinaia di persone macchinalmente e, altrettanto macchinalmente, affiancandone i corpi senza vita sul selciato di una strada.

Tutto avviene entro la più completa normalità: i giri di perlustrazione sui carri armati, le irrazionali raffiche di mitra dettate dalla paura, il carico e lo scarico dei cadaveri raccattati per strada. Tutto rientra nell’ordinarietà della guerra. L’ordinarietà della guerra…

Folman ci accompagna, dunque, lungo il percorso attravero il quale ci svela che la guerra non è semplicemente qualcosa che accade, contro cui e per cui non ci resta che combattere. Dietro la guerra v’è l’uomo, con le sue azioni, le sue paure, le sue crudeltà e la sua mente, che giustifica ciò di cui è testimone ed artefice per non impazzire, attraverso meccanismi psicologici inconsci che modificano la percezione della realtà ed il suo ricordo.

“In guerra è normale che gli uomini commettano atrocità su altri uomini”

Il regista sottolinea per tutta la durata della pellicola l’importanza della memoria: quella storica, collettiva, che si sovrappone ed influenza quella individuale e, viceversa, quella individuale che contribuisce a costruire quella storica, che determina quella collettiva, tramandandola di generazione in generazione. Il rischio è che i ricordi, le memorie, si sovrappongano tra loro, costruendo nuovi ricordi di cui non si può essere più sicuri, a distanza di tempo, di quanto vi sia di reale e quanto di immaginato.

“La memoria è un meccanismo dinamico”.

L’importanza che il regista attribuisce alla Storia ed alla necessità di conoscerla, ricordarla e condividerla, per non incorrere in errate interpretazioni e sovrapposizioni, è palese.

“Più notizie riesci ad acquisire, più ti avvicinerai alla verità”.

Nel continuo passare dal generale al particolare, dal collettivo al singolo, dal gruppo all’individuale, non sono solo la memoria storica ed il ricordo del singolo ad essere analizzati. Il protagonista di Valzer con Bashir si interroga anche sulle responsabilità: a partire dai cerchi, dalla struttura piramidale dell’esercito, scende pian piano fino al singolo militare chiedendosi come sia stato possibile che nessuno si sia accorto di ciò che stava accadendo. Si interroga sul come nessuno abbia fatto nulla per impedirlo, nonostante tutti avessero una parte nel “disegno” ed contribuirono affinchè esso si adempisse.

Ecco dunque che si rivela il fulcro del film dell’israelita: la responsabilità del singolo rispetto al disegno generale entro il quale si ritrova a vivere, ad esistere e ad agire. Il senso di colpa, dapprima annullato dalla censura psicologica dei ricordi spiacevoli in accordo al proprio sentimento di identità, emerge in tutta la sua potenza fino ad allora latente. L’aspetto tecnico della guerra, fatto di organizzazione a strati, a passaggi, un pò “fordista”, dove ognuno ha un compito fine a se stesso e non sa quali conseguenze tale compito porterà, rappresenta qui la critica maggiore alla guerra, che risulta così tra le azioni più insensate che l’essere umano possa compiere.

L’unica critica che mi sento di muovere a questa meravigliosa pellicola è relativa proprio a quest’ultimo passaggio. Quando il protagonista si domanda delle responsabilità dell’accaduto, il suo amico/terapeuta gli offre una “spiegazione” che giustifica le azioni compiute dal protagonista durante la guerra in Libano, assolvendolo dal senso di colpa che lo aveva invaso. in tal modo si assiste ad un regresso, invece che ad un progresso, dell’evoluzione del discorso in atto: si ritorna a vedere la guerra come qualcosa che non ci appartiene, che ci capita, anzichè come a qualcosa che noi provochiamo, facciamo, conduciamo, agiamo e determiniamo con le nostre scelte individuali.

Ogni singolo uomo, entro i limiti delle sue azioni individuali, è responsabile delle conseguenze che produce all’interno della collettività. Si è colpevoli anche se si spara solo ai cani, anche se si lanciano i razzi al fosforo senza ammazzare nessuno. Si è colpevoli anche se non si fa la guerra e la si giustifica col silenzio, stando a casa seduti sulla poltrona ad osservare le immagini degli inviati speciali.

Perchè se la guerra non è colpa di chi la fa, di chi la decide, e anche di chi spara e di chi la accetta passivamente, allora vi prego di dirmi di chi è.

La recluta


Nuove braccia raccoglieranno
altre braccia dal suolo sporco
e teste di bambini rotoleranno
sparse in terra senza corpo
come vecchie bambole rotte.

Nuove braccia sopravvissute
al tempo raccatteranno pezzi
di uomo nelle borgate mute
ammassandoli in avvezzi
piccoli mucchi di morte.

Nuove braccia si laveranno
del sangue di chi raccolsero
e verso il cielo leveranno
la preghiera per chi persero
e la vendetta imbraccerà il fucile.

Le lacrime offuscheranno
la mira sorda alle urla
del dolore e dell’affanno
di chi inerme strilla
e delle madri che piangono.