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Giochiamo alla guerra?

Secondo i dati di Peace Reporter, in questo momento sul nostro pianeta sono in corso 25 conflitti che ogni giorno causano migliaia di feriti e di morti. E non è difficile prevedere che nel futuro la situazione possa peggiorare, vista l’attuale instabilità geopolitica di un mondo che ha deciso di globalizzarsi senza essersi preparato prima. A farla da padrona sarà, come sempre accade, la selezione “naturale”, ovvero: a vincere saranno le nazioni più forti e che meglio sapranno rispondere alle esigenze che man mano si proporranno.

Ma più che selezione naturale, sarebbe meglio se si parlasse di selezione tecnologica: la inchiesta di Current sugli avanzamenti tecnici e tecnologici del settore delle armi fa riflettere – e parecchio – sulle prospettive che potrebbero delinearsi a medio e lungo termine nel campo della guerra. Gli Stati Uniti, il Paese la cui spesa militare secondo la NATO ammontava a 575 miliardi di dollari nel 2008, sono in fermento dal punto di vista della progettazione e dei finanziamenti di nuove strumentazioni di guerra: robot killer, velivoli spia e aerei letali pilotati a distanza. E, mentre in Venezuela vengono vietati i video games troppo violenti o che riproducono scene di guerra, negli USA gli stessi vengono adottati dal Governo per reclutare nuove leve.

Così come stanno le cose, loscenario che si prospetta è spaventoso: la riduzione a livello impiegatizio di personale dell’esercito che il mattino, dopo aver fatto una colazione abbondante e aver accompagnato i bambini a scuola, si recano negli uffici del Nevada per pilotare un aereo che ucciderà centinaia di persone in Afghanistan. Tutto in tempo per la pausa pranzo. Una disumanizzazione di un atto già di per se disumano, come quello di uccidere un proprio simile semplicemente rispondendo ad un ordine. Un automatizzazione di azioni che, se non alla estinzione della razza umana, sicuramente porterà alla estinzione della umanità in coloro che sopravviveranno.

Ma nel XXI secolo gli attacchi hanno una natura anche completamente virtuale che si chiama hackeraggio: pirati informatici il cui obiettivo è mettere in ginocchio un Paese (necessariamente informatizzato) colpendone le infrastrutture critiche come i servizi energetici o i servizi idrici o ancora i servizi di comunicazione e provocando disordine e paura. A spiegare i pericoli che si corrono in una società informatizzata c’è uno dei massimi esperti di Cyberwarfare, Raoul Chiesa: un ex hacker che nel 1995, appena ventunenne, riuscì a penetrare nel sistema informatico della Banca d’Italia , fino a che, una mattina di quello stesso anno , la sezione centrale operativa della Polizia di Stato, su indicazione dell’FBI che gli dava la caccia da tre anni, irrompe a casa sua e lo arresta. Oggi Raoul Chiesa si occupa professionalmente di cyber crime e di sicurezza informatica ad alto livello, collaborando in progetti nazionali ed internazionali con l’UNICRI e ci ha rivelato che ogni giorno il mondo è tenuto sotto attacco dagli hacker in una guerra segreta. Secondo quanto afferma Chiesa, in media dopo soli tre minuti dall’accesso di un pc alla rete internet c’è il rischio di hackeraggio e dopo soli cinque si rischia di diventare un pc zoombie, ovvero un ignaro supporto ad un hacker in qualche parte del mondo.

Non vi sono solo risvolti negativi all’utilizzo della tecnologia nell’ambito della difesa e della sicurezza. Svariati sono i contesti in cui un robot o una applicazione tecnologica risulta di enorme aiuto all’uomo, come il visore ATOS utilizzato dalla Guardia di Finanza per la sicurezza in mare o i robot utilizzati dagli artificieri.

Come sempre la efficienza sta nello strumento, la saggezza nelle mani di chi lo usa.

All’iniziativa del Corriere della Sera per l’aiuto alle famiglie dei militari uccisi in Afghanistan io doco : NO!

Prima che qualcuno possa iniziare a lanciare accuse di “cinismo spietato da poltrona di casa”, inizio con il dire – e non per dovere di retorica – che sono profondamente dispiaciuto per la perdita subita dalle famiglie dei militari vittime dell’attentato in Afghanistan.

Ma, ad essere del tutto sincero, la profondità del mio dispiacere è piuttosto distante dall’aver toccato il fondo. Erano militari, anche se vengono definiti “vittime”. Erano in guerra, anche se molti si sforzano di chiamarla “missione di pace”. Soprattutto, erano consapevoli di ciò che il loro mestiere comporta e consapevoli del luogo in cui lo stavano svolgendo.

Di più: non erano obbligati a farlo, tranne che dalla loro libera scelta, visto che non è più un obbligo civile quello di essere un militare. Molti dei soldati delle Grandi Guerre, quelli si che possono essere considerati vittime, perché estirpati dal lavoro della loro terra contro la loro volontà per andare a combattere con un nemico sconosciuto, finendo sepolti dalle macerie delle loro stesse frontiere. Ma i nostri soldati in Afghanistan, in Iraq, in Kosovo, in Libano, che guadagnano dai 1.200 ai 6.000 euro più una media di 130 euro diari per le missioni estere, che liberamente scelgono la vita militare e le conseguenze – suppongo – che essa comporta, non possono essere, a mio avviso, considerati vittime, tranne che di loro stessi e delle loro scelte. Nessuno li ha obbligati né vi erano questioni di “Bandiera” o di “difesa della Patria“.

Detto questo, non posso accettare con un benvenuto l’iniziativa del Corriere della Sera per l’aiuto alle loro famiglie per tre ragioni fondamentali.

Da un punto di vista logico, sarebbe come se Rossi morisse in un incidente in moto e mi venisse chiesto di fare un’offerta per la sua famiglia: non avrebbe molto senso. (Lasciate stare la quantità di denaro che Rossi guadagna, visto che è un paragone puramente logico).

Da un punto di vista delle responsabilità, in questi casi dovrebbe essere lo Stato a fungere da fonte di sostentamento dei suoi servitori: dovrebbe essere una voce che i responsabili del conteggio del Ministero della Difesa dovrebbero ricordarsi di inserire all’interno della lunga lista delleloro spese. Non capisco perché questa responsabilità, che non è mia, dovrebbe ricadere su di me, per di più sotto le sembianze della più becera richiesta caritatevole. Siamo ridotti così male che anche le Istituzioni stanno iniziando a mendicare. (Secondo le ultime normative a riguardo, dovrebbero essere multati. Ma lasciamo passare).

Da un punto di vista civile, non verserò un solo centesimo per la causa, dato che non era (e non è) mio volere di cittadino italiano la presenza militare della mia Nazione in Afghanistan. Qualcuno mi ha chiesto se ero d’accordo con questa “missione di pace” che occupa di fatto un territorio straniero? Qualcuno mi ha chiesto se ero d’accordo con l’ultima moda dell’esportazione coatta della democrazia in Paesi che farebbero meglio senza? Qualcuno mi ha spiegato perché diavolo siamo laggiù e a fare che? No. Però ora mi chiedono di fare un’offerta alle povere vittime per poter continuare la loro partita globale di Risk, evitando che qualcuno si incazzi sul serio e butti all’aria le carte. Bè, no grazie.

La vita di un uomo non vale i 1.200 euro al mese che guadagna, non vale 130 euro al giorno di trasferta e non vale nemmeno i miei 10, 100, 1000… euro di offerta. La vita di un uomo vale (se vale) il modo in cui viene utilizzata, vale le sue scelte, le sue azioni e la responsabilità delle conseguenze. Spero che le famiglie dei soldati caduti in Afghanistan abbiano capito questo e insegnino ai loro figli (se ve ne sono) che la vita di un uomo non vale una partita a Risk. Così, in futuro, avremo meno soldati caduti per cause sconosciute.

Shopping-Killers: gli assassini della Domenica. Come una giornata in un centro commerciale contribuisce allo sterminio di massa.

Siamo tutti, nel nostro piccolo, degli assassini.

Quella che sembra un’affermazione “forte”, magari provocatoria, è in realtà la triste constatazione di un dato di fatto, a cui si può giungere facilmente attraverso un semplice ragionamento logico di causa-effetto. Ad impedire ad un discorso come questo – che definirei lapalissiano – di far parte del cosiddetto senso comune contribuiscono varie ragioni. Tra le principali vi sono la complessità del sistema costituito in cui ci ritroviamo a vivere, la mancanza di informazioni utili a farci comprendere i nessi di causa-effetto che si instaurano tra eventi che sembrano non avere assolutamente nulla in comune e la mancanza di consapevolezza delle conseguenze prodotte dalle azioni di ciascuno di noi. Quest’ultima motivazione, a mio avviso la più importante, è dovuta a due ragioni principali: la mancanza di tempo per acquisire le informazioni necessarie alla costruzione di tale consapevolezza, ed il sentirsi di ognuno come un mero ingranaggio di un meccanismo oscuro e a tratti incomprensibile, su cui non v’è possibilità d’azione. Come dire che ognuno di noi vive pensando, più o meno consapevolmente, di essere un bullone, una vite, un pezzo di metallo senza sapere che andrà a far parte, assieme ad altri pezzi, di una macchina infernale perfettamente funzionante.

Il sito Come Don Chisciotte riporta la traduzione di un interessante articolo d’opinione che titola “La soluzione finale: come funziona lo sterminio militare di massa della popolazione eccedente” (qui la fonte originale in spagnolo). Chi lo firma è Manuel Freytas, giornalista, analista investigativo, specialista di intelligence e comunicazione strategica. Freytas è uno degli autori più diffusi e referenziati del Web. In questo articolo, che non mira alla diffusione di assurde teorie o strambe dietrologie, viene spiegato come la guerra sia in realtà un meccanismo necessario e procurato piuttosto che il frutto di azioni diplomatiche incapaci di equilibrare i rapporti di potere fra le varie Nazioni.

Come dovrebbe essere a tutti noto, la guerra è lo strumento principale attraverso il quale ogni Stato cerca di ottenere la supremazia su tutti gli altri. Supremazia che arriva non dalla mera annessione territoriale di altre Nazioni, bensì dalla gestione delle risorse che tali territori naturalmente possiedono, in primis il petrolio, il gas e l’acciaio. Con il tempo, l’esperienza storica delle due Guerre Mondiali ha portato ad una evoluzione dei rapporti e dei regolamenti internazionali tra i vari Paesi e dei nuovi equilibri economici e geopolitici, senza che la lotta per la supremazia come scopo di ogni singola Nazione fosse cancellata. Di conseguenza, il meccanismo di imposizione del potere è andato modificandosi passando da una manifestazione esplicita di una singola potenza sulle altre con l’imposizione e la conquista (Impero Romano o, più recentemente, il fenomeno del colonialismo), ad una più subdola forma di pesante influenza politico-economica di una singola potenza su altri Stati (vedi, ad esempio, la politica neocoloniale degli Stati Uniti portata avanti a colpi di esportazione della democrazia e di “aiuti” economici).

Ma in un sistema fagocita come quello Capitalista,  la guerra non è solo una questione di rapporti di potere e appropriazione di risorse. Essa è anche un modo per distruggere ciò che poi possa essere ricostruito (vedi ad esempio tutte le imprese di “ricostruzione” fatta con gli “aiuti” dei Paesi occidentali che stanno ricostruendo ciò che esse stesse hanno distrutto in Iraq). Un modo pratico e fruttuoso per rispondere alle esigenze del sistema capitalista: produzione e profitto in continua crescita, pena la morte (economica) del sistema.

C’è un’altra importante funzione della guerra: l’eliminazione (apparentemente involontaria) di quella massa di popolazione definita come “eccedente“. La popolazione eccedente definisce quelle

“masse espulse dal circuito del consumo come conseguenza della dinamica di concentrazione della ricchezza in poche mani. Queste masse che si moltiplicano alle periferie di Asia, Africa ed America Latina, non riuniscono gli standard minimi del consumo (sopravvivenza minima), che è la struttura centrale del sistema che genera profitti e nuovi cicli di concentrazione di attività imprenditoriali e fortune personali.

Inoltre, queste stesse masse estromesse del circuito del consumo, implicano (per dare una facciata “compassionevole” al sistema) l’esigenza di una struttura “assistenziale” composta dall’ONU e dalle organizzazioni internazionali, che rappresentano un “passivo indesiderabile” nei bilanci di governi ed imprese multinazionali a scala globale”.

In altre parole, in accordo al principio secondo il quale “il profitto deve necessariamente eccedere i costi”, considerare tali masse eccedenti come nuovi e insaturi mercati potenziali ha un costo maggiore che abbandonarle a loro stesse. Tale costo si abbassa ulteriormente se questo “passivo indesiderabile” viene eliminato. A questo bisogna aggiungere una ulteriore osservazione, che gli economisti ed i politici sembrano dimenticare o non conoscere affatto: la limitatezza delle risorse del pianeta. Supponendo, infatti, di voler portare il sistema produttivo e di sviluppo occidentali in tutto il mondo, la cosa non risulterebbe fattibile a lungo termine perché le risorse attuali del pianeta non sono sufficienti a sostenere i ritmi di produzione e consumo attuali estesi a 6.5 miliardi di persone. Il mondo terminerebbe nel giro di qualche decennio. Per questo motivo ci ritroviamo ad avere luoghi “economici” e “sociali”, per quanto possano sembrare reali, come  “il terzo mondo”, le favelas dell’America Latina, le classi povere presenti in ogni società.

Dicevamo, dunque, che il numero di persone attualmente presenti sulla Terra eccede quello idealmente sostenibile dal sistema (fino ad ora) più forte, che è quello capitalistico. Questa non è una cosa di cui ci si è accorti solo recentemente. Già nel 1798, Malthus pubblicò un testo intitolato Saggio sul principio della popolazione e i suoi effetti sullo sviluppo futuro della società, in cui sostenne che, poiché la popolazione tende a crescere in progressione geometrica, mentre la disponibilità di alimenti e di risorse crescono invece in progressione aritmetica, l’incremento demografico avrebbe condotto ad una penuria di generi di sussistenza per giungere all’arresto dello sviluppo economico. In aggiunta, Malthus introdusse il concetto di salario di sussistenza, cioè il limite inferiore massimo del salario necessario per soddisfare le esigenze ritenute fondamentali. Secondo Malthus, fino al salario di sussistenza non ci si sposa, né si fanno figli: se esiste un sussidio che incrementa tale livello minimo accettabile di reddito disponibile delle famiglie, oltre un livello di mera sussistenza, i poveri tenderanno a procreare, facendo sì che aumenti la forza lavoro e quindi l’offerta di lavoro, portando quindi a una ulteriore diminuzione dei salari. Al contrario, se si fa in modo che il livello di vita scenda sotto lo standard di vita ritenuto accettabile, i poveri smettono di fare figli e il salario tenderà a salire da solo.  Ecco anche introdotta, ante litteram, una definizione della contemporanea società milleurista.

“Visto che il sistema dominante produce solo per chi possa pagare per beni e servizi, esso porta ad escludere questa massa dal circuito del consumo (dovuto alla dinamica che accentra la ricchezza in poche mani) e di questa “eccedenza” del sistema capitalista solo una ridotta quantità (la massa che si reintegrata) genera guadagno alle grandi imprese e banche multinazionali che controllano tutti i livelli del mercato e della produzione mondiale”.

Il risultato di tutto ciò si traduce in un avvertimento:

“Libano, Iraq, Gaza, Afghanistan, Pakistan, Sudan, Somalia e Sri Lanka, e altri (al margine degli obiettivi geopolitici e militari che rappresentano nella scacchiera internazionale della guerra intercapitalista per l’appropriazione del petrolio e delle risorse strategiche) sono teatri sperimentali di sterminio militare in massa della “popolazione eccedente” attuata dietro la maschera operativa della “guerra” contro il terrorismo”.

 

 

Ora, mettendo un attimo da parte i massimi sistemi, se si tiene in considerazione il discorso fatto fin’ora e lo si ridimensiona alla vita del singolo, si capisce come le responsabilità di ogni individuo rispetto a ciò che nel mondo accade siano di enorme portata. Il classico battito d’ali di una farfalla a Tokyo che procura un tifone a San Francisco.

Ecco come una famigliola felice, che va trascorrere una uggiosa domenica in un centro commerciale, si trasforma inevitabilmente in un gruppo (il più delle volte inconsapevole) di assassini. Perché non si è consapevoli (o interessati) del fatto che: quando si acquista una playstation si sta indirettamente finanziando la guerra in Darfur; quando si fa la raccolta punti delle varie compagnie petrolifere si partecipa ad un processo di Brand fidelity delle maggiori responsabili dei disordini in sud Africa e del bacino mediterraneo; quando si comprano indumenti Made in China o simili a buon prezzo si sta contribuendo allo sfruttamento di migliaia di persone, spesso minori, tenute a lavorare in condizioni disumane, e così via. La cosa incredibile è che gli stessi che giocano alla playstation firmano le petizioni di Amnesty International; quelli della raccolta punti sono pacifisti e hanno manifestato contro la guerra in Iraq; quelli dei jeans a prezzo di mercato sono sostenitori dei diritti dei minori. Insomma, siamo tutti rappresentanti del primo caso di convivenza pacifica e non conflittiva di milioni di Dottor Jekyll e Mr Hyde.

Come si può fermare tutto questo? È chiaro che nessuno, dall’oggi al domani, può decidere di smettere di vestirsi e fare il pieno alla propria auto. Ed è forse proprio questo che fa in modo che lo stato attuale delle cose venga perpetrato: il rassegnato beneplacito della popolazione che sente – a torto – di non poter far nulla,  e l’imbarazzante impunità internazionale che nasconde o giustifica con menzogne lo sterminio militare in massa della “popolazione eccedente”, compiuta ora dall’una ora dall’altra potenza.

Freytas propone come soluzione quella di

“circondare con scudi umani le ambasciate d’Israele, degli USA e d’Europa nel mondo, bloccare imprese e banche multinazionali in tutto il mondo, ostacolare, boicottare, paralizzare il funzionamento del sistema capitalista su scala mondiale”

perchè, aggiunge,

Se il sistema capitalista si paralizza, ci sarà un momento in cui si fermeranno, per mancanza di risorse e di provviste, i suoi carri armati, navi, aeroplani, sottomarini, soldati e basi militari. Si tratta di applicare su scala globale l’arma che fino ad ora nessuno ha utilizzato contro il sistema capitalista: Il fattore umano”.

L’idea non sembra cattiva, come tante altre che sono state proposte. Ritengo però che, perché una buona idea possa essere realizzata, ci sia bisogno di una maggioranza di popolazione convinta che quella sia una buona idea e, soprattutto, che sia convinta che una soluzione, esista, che il modo in cui vive non è l’unico possibile. E questa mi sembra la cosa più complicata.

Il sentimento di frustrazione che il sapere tutto ciò mi procura è infinitamente più grande di quanto io riesca a sopportare ed accettare. La situazione in cui ogni individuo si ritrova a vivere somiglia ogni giorno che passa ad un contrappasso dantesco. Segno, forse, che siamo tutti già all’Inferno.

La recluta


Nuove braccia raccoglieranno
altre braccia dal suolo sporco
e teste di bambini rotoleranno
sparse in terra senza corpo
come vecchie bambole rotte.

Nuove braccia sopravvissute
al tempo raccatteranno pezzi
di uomo nelle borgate mute
ammassandoli in avvezzi
piccoli mucchi di morte.

Nuove braccia si laveranno
del sangue di chi raccolsero
e verso il cielo leveranno
la preghiera per chi persero
e la vendetta imbraccerà il fucile.

Le lacrime offuscheranno
la mira sorda alle urla
del dolore e dell’affanno
di chi inerme strilla
e delle madri che piangono.

Quante vite vale una Playstation?


No, non è una recensione sull’ultimo videogame della rinomata console. È la domanda (paradigmatica e senza alcuna intenzione di stigmatizzare il prodotto menzionato più di quanto farei con molti altri) che mi sono posto dopo aver letto degli articoli di Tommaso Della Longa e Giampaolo Musumeci sull’Africa, pubblicato nell’ultimo numero de La Voce del Ribelle. L’articolo inizia così:

Muzungu! Muzungu!“. È sempre così. Appena la nostra jeep entra in un villaggio o in un campo sfollati il grido è sempre lo stesso: “Bianco! Bianco!“. Frotte di bambini che chiedono acqua,  caramelle o matite. Donne che si avvicinano per avere qualche franco congolese o qualcosa da mangiare. Oppure militari governativi, che esigono dollari e sigarette, al posto dei passaporti. Benvenuti nella Repubblica Democratica del Congo“.

L’Africa: questo grande continente nero; nero come la pelle di chi su di esso vive e muore, nero come il legno dell’ebano che su di esso cresce e offre l’ombra ai diamanti, nero come il lutto dei bambini per i loro padri o delle mamme per i loro figli. Un continente su cui sembra sia caduto un velo – anch’esso nero – che lo nasconde impedendo di parlarne. Oppure, come dicono i giornalisti che sono riusciti fortunatamente a rimpatriare interi come prima, ma sicuramente non uguali a quando sono partiti, l’Africa è

“un Paese insanguinato dalle lotte intestine, sotto gli occhi di un Occidente che lascia fare, consapevole che il caos agevola lo sfruttamento”

e che si pulisce la coscienza inviando aiuti a pioggia (quella in Congo è tra le missioni più costose delle Nazioni Unite) e caschi blu che dovrebbero contribuire a garantire l’ordine sociale, ma che

“restano defilati. Se avviene un massacro a 300 metri dalla base delle truppe Onu, nessuno interviene”.

A questo punto vi starete chiedendo cosa c’entri in tutto questo la Playstation. Gli inviati del Ribelle ci fanno sapere che la famosa console, così come molti dei microtelefoni cellulari e dell’attrezzatura hi-tech che riempiono le nostre case e gli scaffali dei nostri mega-store, è stata costruita con il coltan, un materiale di cui il Congo è ricco, assieme ad uranio e molti altri minerali preziosi. Unite questo alla presenza delle grandi corporazioni anglo-americane da un lato e di Pechino dall’altro e il gioco (o meglio: la guerra) è fatto. Per non parlare dei contrasti interni endemici di questa terra, molto ben descritti dagli autori dell’articolo, che rendono tutto ancora più semplice – per noi, ovviamente. Ciò che sorprende è che i principali canali d’informazione non accennano minimamente a quanto in Congo accade e soprattutto al perchè. Addirittura all’interno della blogosfera gli articoli più recenti risalgono ad un anno fa, mentre le fonti ufficiali o quelle più attendibili ne hanno parlato l’ultima volta molto prima. Forse perchè, come dicono anche i reporter, sarebbe un duro colpo per la coscienza collettiva occidentale; o forse perchè sarebbe un affronto troppo grande per la “società civile” che le multinazionali (principalmente Nokia, Sony ed Eriksson) continuino con la loro attività di estrazione del minerale nonostante tutto. Dovrebbero fermarsi, e l’economia poi non gira.

Questa è la situazione che fa da sfondo al “racconto” di Tommaso Della Longa e Giampaolo Musumeci su quanto sta succedendo in questa area del mondo dimenticata da tutti, le cui notizie non provocano che un “grido al disastro umanitario” di tanto in tanto, che dura il tempo di un atto di dolore o di una candela della pace e poi tutti a casa a giocare alla Playstation. Perché, in fondo, si sa: l’Africa è il Terzo Mondo e lì funziona così da quando se ne ha memoria.

Per leggere l’intero servizio, vai su www.ilribelle.com e abbonati.


No, non è una recensione sull’ultimo videogame della rinomata console. È la domanda (paradigmatica e senza alcuna intenzione di stigmatizzare il prodotto menzionato più di quanto farei con molti altri) che mi sono posto dopo aver letto degli articoli di Tommaso Della Longa e Giampaolo Musumeci sull’Africa, pubblicato nell’ultimo numero de La Voce del Ribelle. L’articolo inizia così:

Muzungu! Muzungu!“. È sempre così. Appena la nostra jeep entra in un villaggio o in un campo sfollati il grido è sempre lo stesso: “Bianco! Bianco!“. Frotte di bambini che chiedono acqua,  caramelle o matite. Donne che si avvicinano per avere qualche franco congolese o qualcosa da mangiare. Oppure militari governativi, che esigono dollari e sigarette, al posto dei passaporti. Benvenuti nella Repubblica Democratica del Congo“.

L’Africa: questo grande continente nero; nero come la pelle di chi su di esso vive e muore, nero come il legno dell’ebano che su di esso cresce e offre l’ombra ai diamanti, nero come il lutto dei bambini per i loro padri o delle mamme per i loro figli. Un continente su cui sembra sia caduto un velo – anch’esso nero – che lo nasconde impedendo di parlarne. Oppure, come dicono i giornalisti che sono riusciti fortunatamente a rimpatriare interi come prima, ma sicuramente non uguali a quando sono partiti, l’Africa è

“un Paese insanguinato dalle lotte intestine, sotto gli occhi di un Occidente che lascia fare, consapevole che il caos agevola lo sfruttamento”

e che si pulisce la coscienza inviando aiuti a pioggia (quella in Congo è tra le missioni più costose delle Nazioni Unite) e caschi blu che dovrebbero contribuire a garantire l’ordine sociale, ma che

“restano defilati. Se avviene un massacro a 300 metri dalla base delle truppe Onu, nessuno interviene”.

A questo punto vi starete chiedendo cosa c’entri in tutto questo la Playstation. Gli inviati del Ribelle ci fanno sapere che la famosa console, così come molti dei microtelefoni cellulari e dell’attrezzatura hi-tech che riempiono le nostre case e gli scaffali dei nostri mega-store, è stata costruita con il coltan, un materiale di cui il Congo è ricco, assieme ad uranio e molti altri minerali preziosi. Unite questo alla presenza delle grandi corporazioni anglo-americane da un lato e di Pechino dall’altro e il gioco (o meglio: la guerra) è fatto. Per non parlare dei contrasti interni endemici di questa terra, molto ben descritti dagli autori dell’articolo, che rendono tutto ancora più semplice – per noi, ovviamente. Ciò che sorprende è che i principali canali d’informazione non accennano minimamente a quanto in Congo accade e soprattutto al perchè. Addirittura all’interno della blogosfera gli articoli più recenti risalgono ad un anno fa, mentre le fonti ufficiali o quelle più attendibili ne hanno parlato l’ultima volta molto prima. Forse perchè, come dicono anche i reporter, sarebbe un duro colpo per la coscienza collettiva occidentale; o forse perchè sarebbe un affronto troppo grande per la “società civile” che le multinazionali (principalmente Nokia, Sony ed Eriksson) continuino con la loro attività di estrazione del minerale nonostante tutto. Dovrebbero fermarsi, e l’economia poi non gira.

Questa è la situazione che fa da sfondo al “racconto” di Tommaso Della Longa e Giampaolo Musumeci su quanto sta succedendo in questa area del mondo dimenticata da tutti, le cui notizie non provocano che un “grido al disastro umanitario” di tanto in tanto, che dura il tempo di un atto di dolore o di una candela della pace e poi tutti a casa a giocare alla Playstation. Perché, in fondo, si sa: l’Africa è il Terzo Mondo e lì funziona così da quando se ne ha memoria.

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Muzungu! Muzungu!“. È sempre così. Appena la nostra jeep entra in un villaggio o in un campo sfollati il grido è sempre lo stesso: “Bianco! Bianco!“. Frotte di bambini che chiedono acqua,  caramelle o matite. Donne che si avvicinano per avere qualche franco congolese o qualcosa da mangiare. Oppure militari governativi, che esigono dollari e sigarette, al posto dei passaporti. Benvenuti nella Repubblica Democratica del Congo“.

L’Africa: questo grande continente nero; nero come la pelle di chi su di esso vive e muore, nero come il legno dell’ebano che su di esso cresce e offre l’ombra ai diamanti, nero come il lutto dei bambini per i loro padri o delle mamme per i loro figli. Un continente su cui sembra sia caduto un velo – anch’esso nero – che lo nasconde impedendo di parlarne. Oppure, come dicono i giornalisti che sono riusciti fortunatamente a rimpatriare interi come prima, ma sicuramente non uguali a quando sono partiti, l’Africa è

“un Paese insanguinato dalle lotte intestine, sotto gli occhi di un Occidente che lascia fare, consapevole che il caos agevola lo sfruttamento”

e che si pulisce la coscienza inviando aiuti a pioggia (quella in Congo è tra le missioni più costose delle Nazioni Unite) e caschi blu che dovrebbero contribuire a garantire l’ordine sociale, ma che

“restano defilati. Se avviene un massacro a 300 metri dalla base delle truppe Onu, nessuno interviene”.

A questo punto vi starete chiedendo cosa c’entri in tutto questo la Playstation. Gli inviati del Ribelle ci fanno sapere che la famosa console, così come molti dei microtelefoni cellulari e dell’attrezzatura hi-tech che riempiono le nostre case e gli scaffali dei nostri mega-store, è stata costruita con il coltan, un materiale di cui il Congo è ricco, assieme ad uranio e molti altri minerali preziosi. Unite questo alla presenza delle grandi corporazioni anglo-americane da un lato e di Pechino dall’altro e il gioco (o meglio: la guerra) è fatto. Per non parlare dei contrasti interni endemici di questa terra, molto ben descritti dagli autori dell’articolo, che rendono tutto ancora più semplice – per noi, ovviamente. Ciò che sorprende è che i principali canali d’informazione non accennano minimamente a quanto in Congo accade e soprattutto al perchè. Addirittura all’interno della blogosfera gli articoli più recenti risalgono ad un anno fa, mentre le fonti ufficiali o quelle più attendibili ne hanno parlato l’ultima volta molto prima. Forse perchè, come dicono anche i reporter, sarebbe un duro colpo per la coscienza collettiva occidentale; o forse perchè sarebbe un affronto troppo grande per la “società civile” che le multinazionali (principalmente Nokia, Sony ed Eriksson) continuino con la loro attività di estrazione del minerale nonostante tutto. Dovrebbero fermarsi, e l’economia poi non gira.

Questa è la situazione che fa da sfondo al “racconto” di Tommaso Della Longa e Giampaolo Musumeci su quanto sta succedendo in questa area del mondo dimenticata da tutti, le cui notizie non provocano che un “grido al disastro umanitario” di tanto in tanto, che dura il tempo di un atto di dolore o di una candela della pace e poi tutti a casa a giocare alla Playstation. Perché, in fondo, si sa: l’Africa è il Terzo Mondo e lì funziona così da quando se ne ha memoria.

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