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Ho voluto aspettare il “botta e risposta” tra Marco Travaglio e Michele Santoro, prima di pubblicare il mio commento al consueto appuntamento del Lunedì di Passaparola.

Per chi non avesse visto la puntata di Annozero dello scorso giovedì, tutto è nato dalla “insolita” reazione di Travaglio ad alcune allusioni e accuse di Porro relative ad una supposta frequentazione del giornalista (sto parlando di Travaglio, ovviamente) di personalità in odor di mafia. Travaglio, sentendosi accusare per l’ennesima volta di questioni a lui estranee, è andato su tutte le furie.

Oltre a coloro che lo conoscono bene (almeno nelle vesti pubbliche), anche Travaglio stesso deve essersi stupefatto dinanzi una sua propria reazione che probabimente non aveva previsto. Così scrive una lettera pubblica a Santoro che a me è parsa una giustificazione assolutamente pertinente del suo comportamento. Giustificazione che cerca le scuse, ma non le offre. E questo, sinceramente, un po’ mi è dispiaciuto.

La risposta di Santoro l’ho letta con estrema attenzione e, a mio avviso, continene insegnamenti molto importanti di un uomo per cui sono molto più importanti i perché che i come. E dalla controrisposta di Travaglio non mi pare si possa evincere che quest’ultimo abbia colto appieno i “messaggi” di Santoro, forse perché troppo concentrato su se stesso e poco sulla “causa” .

Per quanto mi riguarda, personalmente suggerirei a Marco Travaglio di rileggere attentamente la lettera di Santoro, soprattuto la parte in cui dice

“Cavalieri senza macchia e senza paura che vogliono segnare a tutti i costi una differenza dal resto del mondo, che mettono la loro purezza e il senso dell’onore prima della libertà: la legge e le regole prima della libertà, la verità prima della libertà. Mentre leggi e sentenze sono solo lo strumento essenziale per l’ordinato funzionamento della società”.

Caro Marco, il pubblico crede non solo in ciò che può ma anche – e soprattutto – in ciò che vuole. Ad un attacco personale, rispondi dicendo che non è il tema in questione e che per eventuali chiarimenti ti sei già aspresso a riguardo. Poi, chi avrà orecchi per intendere intenderà.

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Il 99% dei media che hanno dato la notizia delle dichiarazioni di Spatuzza (o, per lo meno, che ci hanno provato) hanno gridato allo scandalo. Il direttore più indipendente del mondo del giornalismo (nel senso che volontariamente si rimette alle dipendenze altrui) Feltri, dalle pagine del suo Il Giornale (buono per incartare i totani al mercato del pesce) ha impegnato tutte le sue energie intellettive (non sono sicuro di aver utilizzato il termine esatto) per dare una sua versione lombrosiana e inconfutabile della non colpevolezza di Berlusconi. Il leit motif era: ma un uomo con una faccia così (fotografia con 1000 euro di fard sulla faccia del Premier) può mai aver ordinato l’uccisione dei magistrati nel 1992-1993? Ma un uomo con una faccia così può aver qualcosa a che vedere con questi buzzurri mafiosi con coppola e lupara? Domande retoriche per lettori cerebrolesi che hanno bisogno di qualcuno che risponda al loro posto. Poi c’è stato Sergio Romano che dalle colonne del Corriere della Sera, il giornale così sopra le parti da essere in un’altra dimensione, ha fatto eco alle parole di Feltri senza l’elemento lombrosiano della teoria, limitandosi a dire solo che è impossibile che quanto dichiarato da Spatuzza sia vero. E bravo Romano! Questa si che la accoglierebbero come prova in un eventuale processo che il Presidente del Consiglio farà in modo che non avvenga mai. Ne hanno dette di tutti i colori: un tentativo di confondere le carte in tavola, di depistare, di far cadere il governo. Insomma: dichiarazioni a orologeria. A orologeria? Ma questa gente che si sorprende e grida allo scandalo bisogna che ci faccia capire bene se ci fa o ci è, e soprattutto se vivono nella nostra stessa dimensione spazio-temporale. Perchè se di orologeria si parla, bisogna portare indietro le lancette al 1996 e, più precisamente, alle dichiarazioni di Francesco Di Carlo e il suo racconto dell’incontro avvenuto a Milano nei primi anni ’70 tra Silvio Berlusconi, Marcello DellUtri e Stefano Bontade, allora capomafia. Per chi fosse pigro e non riuscisse per questioni di microcefalia a coordinare così tante informazioni, può fare riferimento a qualcosa di più fresco: la sentenza del 2004 in primo grado che accusa Marcello Dell’Utri di concorso esterno in associazione mafiosa. Tutta questa gente, che riempie le redazioni dei giornali per meriti non meglio specificati, ha abbandonato l’azione del pensare a vantaggio di quella dello scrivere da così tanto tempo che si è diseducata alla prima. Poi, a forza di fare foto ai trans ed ai cazzi eretti in prossimità di labbra botuliniche di turno, devono aver proprio perso il senso della realtà, oltre che la dignità. Se a questo si aggiunge il fatto che, oltre a scrivere eclatanti boiate, se le leggono a vicenda, ecco che il cerchio si chiude. Alla fine, poverini, lo fanno in buona fede, perchè credono davvero in ciò che scrivono e di conseguenza in ciò che leggono. Un cane che si morde la coda, ma che dovrebbe azzannarsi alla gola.