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(di Giovanni Giovannetti su Il Primo Amore)

Dopo la morte violenta di Pier Paolo Pasolini la notte tra il 1° e il 2 novembre 1975, si scopre che parte di un capitolo di Petrolio (Lampi sull’Eni) è sparito. Il romanzo – preannunciato di 2000 pagine e destinato a rimanere incompiuto – parla dell’Eni (che Pasolini considera «un topos del potere») e della morte di Enrico Mattei. La profezia di Petrolio, l’inquietante intreccio tra politica criminalità e affari che lì si racconta, sarà chiaro solo molti anni dopo, così come la strategia delle stragi fasciste e di Stato che passa, anche terminologicamente, dagli articoli al romanzo: «Il romanzo delle stragi» (14 novembre 1974: «Io so…»).
Indagando sulla morte del presidente dell’Eni, un coraggioso giudice pavese – Vincenzo Calia – ha constatato la lucidità dello scrittore “corsaro” nel ricostruire in quel libro il degrado e la mostruosità italiana  e ha identificato il burattinaio principale in Eugenio Cefis, affarista e “liberista” tanto quanto Enrico Mattei era utopista e “statalista”. Pasolini non è stato ucciso da un ragazzo di vita, poiché omosessuale, bensì da sicari prezzolati dai poteri, occulti o meno, in quanto oppositore a conoscenza di verità scottanti.
Calia legge Petrolio, un titolo irresistibile per il magistrato, immerso nell’indagine sulla morte del presidente dell’Eni. Fatica però a reperire Questo è Cefis. L’altra faccia dell’onorato presidente di Giorgio Steimetz (pseudonimo di Corrado Ragozzino): un libro pubblicato nel 1972 e subito sparito. Sparito anche dalla Biblioteca nazionale di Firenze e di Roma. Il magistrato pavese non sa che una fotocopia di Questo è Cefis si può trovare al Gabinetto Viesseux di Firenze, tra le carte di Pasolini.
Ma la fortuna incontra Calia e così Calia incontra il libro, una domenica pomeriggio, su una bancarella in piazza della Vittoria a Pavia. Il magistrato può finalmente cogliere – ed è il primo a farlo – analogie e simmetrie tra il testo di Steimetz / Ragozzino e il romanzo incompiuto di Pasolini.
Di questo e di molto altro ancora si parla ne Il Petrolio delle stragi di Gianni D’Elia, un saggio-inchiesta pubblicato nel 2006 dalle edizioni Effigie, ora ripreso da Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza in Profondo nero (Chiarelettere, 2009), lo stesso titolo dato a uno dei capitoli dell’inchiesta di D’Elia, che i due autori correttamente indicano tra le principali fonti d’ispirazione del loro lavoro.
Il Petrolio delle stragi doveva uscire come postilla a L’eresia di Pasolini, dello stesso D’Elia, pubblicato con notevole successo nel 2005: un approfondimento monografico, dopo lo scalpore suscitato dalle poche righe sulla morte di Pasolini pubblicate nel primo libro; un modo per non disperdere le tante informazioni – anche informali – raccolte nel frattempo. Se ne ricava un ricco pamphlet, che ora – insieme a Profondo nero, al dossier di Carlo Lucarelli e Gianni Borgna su “Micromega” n. 6/2005  e alle firme per la riapertura del processo raccolte dalla rivista “Il primo amore” – forse porterà ad una nuova più approfondita indagine sulla morte del grande regista, poeta e polemista friulano.
Un ragazzo di 17 anni, Pino Pelosi, si è autoaccusato dell’omicidio. Recentemente Pelosi ha ammesso che quel giorno non era solo con Pasolini, che altri avevano partecipato al pestaggio: «Erano in tre, sbucarono dal buio. Mi dissero tu fatti i cazzi tuoi e iniziò il massacro. Io gridavo, lui gridava… Avranno avuto 45, 46 anni, gli gridavano “sporco comunista”, “fetuso”». Insomma, fu un agguato e forse Pelosi era solo un’esca. Chi sono i veri assassini? Quali i mandanti? forse sono gli stessi che hanno armato la mano degli assassini di Mattei e Mauro De Mauro.
La “strategia della tensione” non vuole destabilizzare; al contrario vuole consolidare un sistema di potere stragista piduista e mafioso (lo stesso che nel 1962 ha eliminato Mattei, nel 1968 De Mauro e nel 1971 Pietro Scaglione) in movimento dalle bombe degli anni Settanta alla presa del potere con altri mezzi dei nostri giorni. La chiave di lettura di questo criminale asse politico-economico tentacolare sta tutta in Petrolio, il profetico romanzo-verità, incompiuto e mutilato, di Pier Paolo Pasolini che viene massacrato non dal reo sconfesso Pino Pelosi, ma da «tre siciliani»; nel frattempo altri provvedono a sottrarre da Petrolio il capitolo Lampi sull’Eni, «che dall’omicidio ipotizzato di Mattei guida al regime di Eugenio Cefis, ai “fondi neri”, alle stragi dal 1969 al 1980, e ora sappiamo fino a Tangentopoli, all’Enimont, alla madre di tutte le tangenti. Troya è Cefis, nel romanzo, dal passato antifascista macchiato, e dunque ricattabile» (D’Elia, L’eresia di Pasolini, p. 98).
Lo «Stato nello Stato» e cioè l’antistato di Eugenio Cefis, Licio Gelli e Umberto Ortolani consegna infine il testimone alla monocrazia mediatica dell’affiliato Silvio Berlusconi (tessera P2 n. 1816), che il 18 gennaio 1994 insieme a Marcello Dell’Utri (membro dell’Opus Dei e amico di Gaetano Cinà, esponente della famiglia mafiosa dei Malaspina, vicina al boss Stefano Bontade) fonda Forza Italia.
A sinistra il Pci sa, ma sta a guardare: il «partito dalle mani pulite» rivendica la sua diversità antropologica mentre il suo “doppio” partecipa come tutti al banchetto Enimont, amministra le clientele, soffoca i movimenti e ogni altro embrione di nuove culture politiche libertarie. È la palestra alla quale si forma buona parte della classe dirigente immortale e spesso immorale che oggi guida il Partito democratico.


Mi chiedo se sia il caso di interpretare la dichiarazione di Dell’Utri come un messaggio.

( di Carla Benedetti su Il Primo Amore)

Il mercato dell’arte e il mercato del libro. Due circuiti paralleli, che di rado vengono osservati assieme. Proviamo a farlo – e chissà che il confronto non riservi qualche sorpresa.

Prima parte

In comune i due mercati hanno la cosa più importante: mettono entrambi in circolazione dei “beni culturali” che si suppone rivestano un grande valore per la collettività. Perciò da entrambe le parti c’è chi teme che la valenza economica, che è tipicamente quantitativa, possa avere la meglio sulle “qualità” che da sempre sono associate all’arte e alla letteratura: bellezza, vigore, esemplarità, complessità, capacità di prefigurare l’ignoto, radicalità conoscitiva e inventiva. E’ una preoccupazione fondata? Certo non è meno legittima di quella che si nutre per la privatizzazione dell’acqua. Eppure è stata spesso liquidata come moralistica.

Ma evitare il moralismo si può. Basta non ragionare con categorie astratte o troppo generiche. Il mercato è una di queste. Occorre scendere nel concreto. Che tipo di mercato? Con quale target? A quali meccanismi ha dato origine? Con quali effetti? Proviamo.

Di massa /d’élite

A prima vista tra i due circuiti risaltano più le differenze che le analogie. Per esempio questa, che è cruciale: i libri sono destinati a parecchie migliaia o milioni di lettori mentre le opere d’arte contemporanea a pochi ricchissimi collezionisti, o a musei. E’ la natura stessa del “bene” a dettare questa diversità di target. Da un lato si vendono le “copie” illimitate di un libro, dall’altra un feticcio, cioè l’opera in esemplare unico o in tiratura limitata.

E infatti il collezionista, nella cui figura Walter Benjamin vedeva riaffiorare i tratti arcaici del “servo di un feticcio”, è oggi il pilastro del mercato internazionale dell’arte contemporanea. Dai dati riportati in due libri recenti, l’avvincente inchiesta Il giro del mondo dell’arte in sette giorni di Sarah Thornton (Feltrinelli, pp. 322, E 13,50), scritto però prima della crisi, e Lo squalo da 12 milioni di dollari di Donald Thompson (Mondadori, pp. 370, E 18) si ricava che negli ultimi anni il numero di persone che non solo acquista ma ammassa enormi quantità di opere d’arte contemporanea è passato da alcune centinaia ad alcune migliaia. Nel 2007 Christie’s ha venduto 793 opere con quotazioni superiori al milione di dollari. Ma per quanto in crescita strepitosa, la ristretta cerchia di magnati (mecenati, nuovi miliardari o investitori) a cui si rivolge il mercato dell’arte, resta infinitamente più piccola dello sterminato pubblico dei lettori.

Si è così creata una singolare dissimmetria, quasi una spartizione di campo: alla letteratura (e affini) il mercato culturale di massa, all’arte il mercato culturale d’élite. In entrambi i casi la logica che si è imposta è la stessa: un’opera vale se c’è qualcuno che desidera acquistarla. Solo che nell’arte quel qualcuno è un’élite, nella letteratura è una massa. Questo ha avuto qualche effetto sulla produzione e la circolazione di arte e di letteratura? Certamente lo ha avuto sulle rispettive “ideologie” artistiche che oggi dominano i due campi, e che sono infatti diametralmente opposte. Mentre la letteratura si è attestata da tempo sul valore del “popolare” (ciò che piace a molti vale di più di ciò che piace a pochi), la sfera dell’arte non può fare a meno di criteri di eccellenza e di esclusione (non a caso Tom Wolfe l’ha ribattezzata “statusfera”).

Non c’è quindi bisogno di scomodare vieti concetti di sociologia dell’arte per capire quanto la differenziazione di mercato abbia potuto influire su questa strana divaricazione che, forse per la prima volta, separa due campi contigui della cultura di una stessa epoca. In passato arte e letteratura hanno condiviso battaglie e “climi” culturali comuni – si pensi ai futuristi, ai surrealisti, ma anche al Rinascimento o al romanticismo. Oggi le rispettive logiche di mercato tendono a spingerle verso due opposte assiologie: elitaria l’una, democraticistica l’altra. Chissà se oggi scrittori e artisti potrebbero ancora sedere l’uno accanto all’altro in un ritratto collettivo, come Baudelaire e Delacroix nel celebre quadro di Henri Fantin-Latour.

Letteratura e arte sono oggi più distanti, ma come due palle da bowling vicine schizzate in direzioni opposte sotto l’urto di una terza e unica palla. La forza  che le ha separate è una.E infatti, nonostante la divaricazione, tra i due campi si notano meccanismi comuni. Vediamoli.

Numeri e numeri

La gloria della quantità si celebra nei due circuiti in forme diverse ma analoghe.

Nel mercato dell’arte non ci sono classifiche di vendita come per i libri. Però ci sono le quotazioni degli artisti. In entrambi i casi cifre, che vengono esibite in vari modi. E’ impossibile ormai non sapere se un libro ha venduto bene o no: giornali, librerie, fascette sulla copertina, persino i discorsi delle pagine culturali ci sbattono continuamente in faccia la forza quantitativa di un titolo. Dall’altra parte ci sono i prezzi a cui vengono vendute le opere, a cui i media danno molto rilievo soprattutto quando raggiungono cifre astronomiche. Questa esibizione quantitativa, per quanto ci sia diventata familiare, e quindi ci sembri ovvia e non problematica, non esiste da sempre. In tutti e due i casi il fenomeno è relativamente recente.

Un tempo le classifiche di vendita dei libri non erano di dominio pubblico. E nemmeno le quotazioni di mercato delle opere contemporanee. Fino alla fine degli anni ’50 queste cifre non venivano sbandierate. Di un artista come Picasso si conosceva la fama ma non il cartellino del prezzo. Invece gli artisti di oggi finiscono sulle pagine dei quotidiani internazionali proprio per le loro quotazioni stratosferiche. Siamo quindi di fronte a due casi di esibizione e di valorizzazione della quantità che hanno fatto la loro comparsa parallelamente nei due circuiti per effetto della massiccia penetrazione di uno stesso meccanismo di mercato.

E infatti anche la loro “funzione” appare simile. Sia le classifiche dei libri più venduti sia l’alto valore di mercato di un’opera hanno il potere magico di far crescere ciò che misurano. Il bestseller dichiarato attira nuovi lettori. L’alta quotazione di un’opera fa accrescere le quotazioni di altre opere dello stesso artista. Tanto che a volte quel reagente prodigioso viene ingigantito ad arte. Non è infrequente nel mondo dell’arte che il prezzo dichiarato di un’opera sia superiore a quello reale. Dello “squalo” di Damien Hirst ad esempio si è detto che aveva ricevuto un’offerta di 12 milioni di dollari mentre la cifra reale era di 8. E anche gli editori, che hanno iniziato a far pubblicità ai libri indicando la quantità di copie che quel titolo ha venduto, quasi sempre ne triplicano o quintuplicano il numero

Il giro del mondo dell’arte in sette giorni è un reportage prezioso, a metà tra l’inchiesta e il racconto etnografico, frutto del lavoro di anni. La Thornton non è un’economista, come Thompson. Non è nemmeno un critico d’arte di professione, ma una giornalista d’inchiesta che è riuscita a penetrare nei meandri del circuito inventandosi una collaborazione con una rivista di settore. Ha potuto così intervistare molte figure e osservare “dall’interno” sette contesti significativi: un’asta di Christie’s a New york, il leggendario seminario per artisti del California Institute of the Arts a Los Angeles, la fiera d’arte di Basilea, il prestigioso premio Turner, la redazione della rivista “Art Forum”, lo studio del quotatissimo Takashi Murakami e infine la Biennale di Venezia. Il racconto è fatto con l’occhio di un antropologo, attento a tutti i particolari, ritualità, credenze, movimenti di denaro, dinamiche che determinano la circolazione delle opere, fattori che attraggono l’interesse dei venditori, dei collezionisti e della critica. Magari ci fosse l’analogo per il circuito del libro!

Gli intermediari

Un altro fenomeno comune è che sia nell’arte sia nel circuito del libro cresce e si rafforza la catena dei “mediatori”.

Nell’arte il fenomeno è macroscopico, e con giri di denaro molto più alti, tanto da rivelarsi in modo chiarissimo, quasi didascalicamente enfatizzato. Oltre all’artista si contano altre sei figure: non solo collezionisti, galleristi, curatori e critici, che esistono da lungo tempo, ma anche nuovi intermediari, detti di “secondo livello”, come gli esperti delle case d’asta e i consulenti dei collezionisti (o degli speculatori finanziari che investono in opere d’arte).

Ma anche nella letteratura l’ispessirsi della rete di intermediari è abbastanza evidente. Un tempo tra lo scrittore e il pubblico c’erano solo l’editore e il critico. Oggi sono sorte nuove figure professionalizzate e interconnesse: i cosiddetti “editor”, le agenzie letterarie (che spesso svolgono anche lavoro di editing, prendendosi carico dell’intero percorso del libro, fin dalla sua ideazione, lavorando accanto allo scrittore) e i curatori di antologie, figura meno nuova e meno importante che nell’arte, ma altrettanto in crescita, dovuta all’insolito boom che ha avuto di recente questo genere librario (in particolare antologie di esordienti e antologie a tema).

Perché aumentano e si rafforzano queste figure? Un consulente d’arte, Philippe Ségalot, che vanta tra i suoi clienti anche Froncois Pinault, grande collezionista e proprietario della casa d’aste Cristie’s, intervistato dalla Thornton, dice: “L’artista continua a essere un punto di riferimento essenziale, ma anche gli intermediari svolgono un ruolo importante per accrescere il valore di un’opera”. La sua affermazione corrisponde a verità. L’importanza degli intermediari aumenta proprio perché riescono ad accrescere il valore quantitativo di un’opera o di un libro.

In che modo? E’ abbastanza semplice. Se un gallerista di prestigio decide di rappresentare un artista, questo già produce valore. Ad esempio Larry Gagosian, il mercante d’arte più popolare del mondo, fa aumentare del 50% i prezzi di un artista non appena accetta di rappresentarlo. Il gallerista poi, con la sua influenza e i suoi rapporti, riesce a far partecipare l’artista a una mostra diretta da un curatore importante, o in un luogo prestigioso, ne esce un catalogo, un premio, una recensione, una visibilità mediatica ecc.

Fatte le dovute differenze, non è molto diverso da quel che accade per il libro: l’analogo del gallerista in campo letterario sarebbe l’ agente, quanto alla funzione (rappresentare lo scrittore) però il prestigio qui è legato soprattutto all’editore, presso cui l’agente riesce a far pubblicare il libro; ne seguono recensioni, premi, visibilità mediatica ecc.

Ma una cosa invece succede solo nell’arte, ed è davvero sorprendente. Qui persino il compratore contribuisce, con il suo stesso acquisto, a far crescere il valore dell’opera. Ad esempio, qualsiasi opera acquistata da Pinault  riceve un valore aggiunto per il prestigio del nuovo proprietario.  A differenza di quello che avviene nel circuito del libro, dove gli acquirenti rimangono anonimi o intercambiabili (qui l’importante è che siano molti) nel mondo dell’arte la carriera di un artista può essere favorita, o al contrario compromessa, proprio da chi entra in possesso delle sue opere. I collezionisti autorevoli conferiscono valore a un artista (oppure glielo tolgono, svendendolo – anche questo capita). Perciò i galleristi li selezionano accuratamente. Non vendono mai un’opera al primo venuto, che magari offre di più, ma scelgono il più prestigioso. Si parla di lunghi corteggiamenti imposti dai galleristi ai loro acquirenti. Atteggiamento “antidemocratico”, lamentato da molti, che infatti ricorrono alle aste, che consentono di aggirare questi privilegi gerarchici.

Thompson, a differenza della Thornton,  si concentra invece sul potere del “branding”, che vale per ogni tipo di mercato e oggi anche per le opere d’arte. E’ un’altra verità generica. Non è proprio la stessa cosa se ad accrescere il valore di un’opera è il nome dell’artista, del gallerista o del collezionista. In quale altro mercato succede che a fare marchio sia il compratore del prodotto?

(parte 1/3 – Continua)

e “qualità” che da sempre sono associate all’arte e alla letteratura: bellezza, vigore, esemplarità, complessità, capacità di prefigurare l’ignoto, radicalità conoscitiva e inventiva. E’ una preoccupazione fondata? Certo non è meno legittima di quella che si nutre per la privatizzazione dell’acqua. Eppure è stata spesso liquidata come moralistica.

Ma evitare il moralismo si può. Basta non ragionare con categorie astratte o troppo generiche. Il mercato è una di queste. Occorre scendere nel concreto. Che tipo di mercato? Con quale target? A quali meccanismi ha dato origine? Con quali effetti? Proviamo.

Di massa /d’élite

A prima vista tra i due circuiti risaltano più le differenze che le analogie. Per esempio questa, che è cruciale: i libri sono destinati a parecchie migliaia o milioni di lettori mentre le opere d’arte contemporanea a pochi ricchissimi collezionisti, o a musei. E’ la natura stessa del “bene” a dettare questa diversità di target. Da un lato si vendono le “copie” illimitate di un libro, dall’altra un feticcio, cioè l’opera in esemplare unico o in tiratura limitata.

E infatti il collezionista, nella cui figura Walter Benjamin vedeva riaffiorare i tratti arcaici del “servo di un feticcio”, è oggi il pilastro del mercato internazionale dell’arte contemporanea. Dai dati riportati in due libri recenti, l’avvincente inchiesta Il giro del mondo dell’arte in sette giorni di Sarah Thornton (Feltrinelli, pp. 322, E 13,50), scritto però prima della crisi, e Lo squalo da 12 milioni di dollari di Donald Thompson (Mondadori, pp. 370, E 18) si ricava che negli ultimi anni il numero di persone che non solo acquista ma ammassa enormi quantità di opere d’arte contemporanea è passato da alcune centinaia ad alcune migliaia. Nel 2007 Christie’s ha venduto 793 opere con quotazioni superiori al milione di dollari. Ma per quanto in crescita strepitosa, la ristretta cerchia di magnati (mecenati, nuovi miliardari o investitori) a cui si rivolge il mercato dell’arte, resta infinitamente più piccola dello sterminato pubblico dei lettori.

Si è così creata una singolare dissimmetria, quasi una spartizione di campo: alla letteratura (e affini) il mercato culturale di massa, all’arte il mercato culturale d’élite. In entrambi i casi la logica che si è imposta è la stessa: un’opera vale se c’è qualcuno che desidera acquistarla. Solo che nell’arte quel qualcuno è un’élite, nella letteratura è una massa. Questo ha avuto qualche effetto sulla produzione e la circolazione di arte e di letteratura? Certamente lo ha avuto sulle rispettive “ideologie” artistiche che oggi dominano i due campi, e che sono infatti diametralmente opposte. Mentre la letteratura si è attestata da tempo sul valore del “popolare” (ciò che piace a molti vale di più di ciò che piace a pochi), la sfera dell’arte non può fare a meno di criteri di eccellenza e di esclusione (non a caso Tom Wolfe l’ha ribattezzata “statusfera”).

Non c’è quindi bisogno di scomodare vieti concetti di sociologia dell’arte per capire quanto la differenziazione di mercato abbia potuto influire su questa strana divaricazione che, forse per la prima volta, separa due campi contigui della cultura di una stessa epoca. In passato arte e letteratura hanno condiviso battaglie e “climi” culturali comuni – si pensi ai futuristi, ai surrealisti, ma anche al Rinascimento o al romanticismo. Oggi le rispettive logiche di mercato tendono a spingerle verso due opposte assiologie: elitaria l’una, democraticistica l’altra. Chissà se oggi scrittori e artisti potrebbero ancora sedere l’uno accanto all’altro in un ritratto collettivo, come Baudelaire e Delacroix nel celebre quadro di Henri Fantin-Latour.

Letteratura e arte sono oggi più distanti, ma come due palle da bowling vicine schizzate in direzioni opposte sotto l’urto di una terza e unica palla. La forza  che le ha separate è una.E infatti, nonostante la divaricazione, tra i due campi si notano meccanismi comuni. Vediamoli.

Numeri e numeri

La gloria della quantità si celebra nei due circuiti in forme diverse ma analoghe.

Nel mercato dell’arte non ci sono classifiche di vendita come per i libri. Però ci sono le quotazioni degli artisti. In entrambi i casi cifre, che vengono esibite in vari modi. E’ impossibile ormai non sapere se un libro ha venduto bene o no: giornali, librerie, fascette sulla copertina, persino i discorsi delle pagine culturali ci sbattono continuamente in faccia la forza quantitativa di un titolo. Dall’altra parte ci sono i prezzi a cui vengono vendute le opere, a cui i media danno molto rilievo soprattutto quando raggiungono cifre astronomiche. Questa esibizione quantitativa, per quanto ci sia diventata familiare, e quindi ci sembri ovvia e non problematica, non esiste da sempre. In tutti e due i casi il fenomeno è relativamente recente.

Un tempo le classifiche di vendita dei libri non erano di dominio pubblico. E nemmeno le quotazioni di mercato delle opere contemporanee. Fino alla fine degli anni ’50 queste cifre non venivano sbandierate. Di un artista come Picasso si conosceva la fama ma non il cartellino del prezzo. Invece gli artisti di oggi finiscono sulle pagine dei quotidiani internazionali proprio per le loro quotazioni stratosferiche. Siamo quindi di fronte a due casi di esibizione e di valorizzazione della quantità che hanno fatto la loro comparsa parallelamente nei due circuiti per effetto della massiccia penetrazione di uno stesso meccanismo di mercato.

E infatti anche la loro “funzione” appare simile. Sia le classifiche dei libri più venduti sia l’alto valore di mercato di un’opera hanno il potere magico di far crescere ciò che misurano. Il bestseller dichiarato attira nuovi lettori. L’alta quotazione di un’opera fa accrescere le quotazioni di altre opere dello stesso artista. Tanto che a volte quel reagente prodigioso viene ingigantito ad arte. Non è infrequente nel mondo dell’arte che il prezzo dichiarato di un’opera sia superiore a quello reale. Dello “squalo” di Damien Hirst ad esempio si è detto che aveva ricevuto un’offerta di 12 milioni di dollari mentre la cifra reale era di 8. E anche gli editori, che hanno iniziato a far pubblicità ai libri indicando la quantità di copie che quel titolo ha venduto, quasi sempre ne triplicano o quintuplicano il numero

Il giro del mondo dell’arte in sette giorni è un reportage prezioso, a metà tra l’inchiesta e il racconto etnografico, frutto del lavoro di anni. La Thornton non è un’economista, come Thompson. Non è nemmeno un critico d’arte di professione, ma una giornalista d’inchiesta che è riuscita a penetrare nei meandri del circuito inventandosi una collaborazione con una rivista di settore. Ha potuto così intervistare molte figure e osservare “dall’interno” sette contesti significativi: un’asta di Christie’s a New york, il leggendario seminario per artisti del California Institute of the Arts a Los Angeles, la fiera d’arte di Basilea, il prestigioso premio Turner, la redazione della rivista “Art Forum”, lo studio del quotatissimo Takashi Murakami e infine la Biennale di Venezia. Il racconto è fatto con l’occhio di un antropologo, attento a tutti i particolari, ritualità, credenze, movimenti di denaro, dinamiche che determinano la circolazione delle opere, fattori che attraggono l’interesse dei venditori, dei collezionisti e della critica. Magari ci fosse l’analogo per il circuito del libro!

Gli intermediari

Un altro fenomeno comune è che sia nell’arte sia nel circuito del libro cresce e si rafforza la catena dei “mediatori”.

Nell’arte il fenomeno è macroscopico, e con giri di denaro molto più alti, tanto da rivelarsi in modo chiarissimo, quasi didascalicamente enfatizzato. Oltre all’artista si contano altre sei figure: non solo collezionisti, galleristi, curatori e critici, che esistono da lungo tempo, ma anche nuovi intermediari, detti di “secondo livello”, come gli esperti delle case d’asta e i consulenti dei collezionisti (o degli speculatori finanziari che investono in opere d’arte).

Ma anche nella letteratura l’ispessirsi della rete di intermediari è abbastanza evidente. Un tempo tra lo scrittore e il pubblico c’erano solo l’editore e il critico. Oggi sono sorte nuove figure professionalizzate e interconnesse: i cosiddetti “editor”, le agenzie letterarie (che spesso svolgono anche lavoro di editing, prendendosi carico dell’intero percorso del libro, fin dalla sua ideazione, lavorando accanto allo scrittore) e i curatori di antologie, figura meno nuova e meno importante che nell’arte, ma altrettanto in crescita, dovuta all’insolito boom che ha avuto di recente questo genere librario (in particolare antologie di esordienti e antologie a tema).

Perché aumentano e si rafforzano queste figure? Un consulente d’arte, Philippe Ségalot, che vanta tra i suoi clienti anche Froncois Pinault, grande collezionista e proprietario della casa d’aste Cristie’s, intervistato dalla Thornton, dice: “L’artista continua a essere un punto di riferimento essenziale, ma anche gli intermediari svolgono un ruolo importante per accrescere il valore di un’opera”. La sua affermazione corrisponde a verità. L’importanza degli intermediari aumenta proprio perché riescono ad accrescere il valore quantitativo di un’opera o di un libro.

In che modo? E’ abbastanza semplice. Se un gallerista di prestigio decide di rappresentare un artista, questo già produce valore. Ad esempio Larry Gagosian, il mercante d’arte più popolare del mondo, fa aumentare del 50% i prezzi di un artista non appena accetta di rappresentarlo. Il gallerista poi, con la sua influenza e i suoi rapporti, riesce a far partecipare l’artista a una mostra diretta da un curatore importante, o in un luogo prestigioso, ne esce un catalogo, un premio, una recensione, una visibilità mediatica ecc.

Fatte le dovute differenze, non è molto diverso da quel che accade per il libro: l’analogo del gallerista in campo letterario sarebbe l’ agente, quanto alla funzione (rappresentare lo scrittore) però il prestigio qui è legato soprattutto all’editore, presso cui l’agente riesce a far pubblicare il libro; ne seguono recensioni, premi, visibilità mediatica ecc.

Ma una cosa invece succede solo nell’arte, ed è davvero davvero sorprendente. Qui persino il compratore contribuisce, con il suo stesso acquisto, a far crescere il valore dell’opera. Ad esempio, qualsiasi opera acquistata da Pinault  riceve un valore aggiunto per il prestigio del nuovo proprietario.  A differenza di quello che avviene nel circuito del libro, dove gli acquirenti rimangono anonimi o intercambiabili (qui l’importante è che siano molti) nel mondo dell’arte la carriera di un artista può essere favorita, o al contrario compromessa, proprio da chi entra in possesso delle sue opere. I collezionisti autorevoli conferiscono valore a un artista (oppure glielo tolgono, svendendolo – anche questo capita). Perciò i galleristi li selezionano accuratamente. Non vendono mai un’opera al primo venuto, che magari offre di più, ma scelgono il più prestigioso. Si parla di lunghi corteggiamenti imposti dai galleristi ai loro acquirenti. Atteggiamento “antidemocratico”, lamentato da molti, che infatti ricorrono alle aste, che consentono di aggirare questi privilegi gerarchici.

Thompson, a differenza della Thornton,  si concentra invece sul potere del “branding”, che vale per ogni tipo di mercato e oggi anche per le opere d’arte. E’ un’altra verità generica. Non è proprio la stessa cosa se ad accrescere il valore di un’opera è il nome dell’artista, del gallerista o del collezionista. In quale altro mercato succede che a fare marchio sia il compratore del prodotto?

(leggi la seconda e la terza parte dell’articolo)