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Anche se in Parlamento ci sono Onorevoli elementi che cercano in ogni modo di fermare l’onda internet, ormai tra le maglie della rete si è impigliata anche la politica italiana. Qualcuno potrebbe pensare che si stia raschiando il fondo, invece è solo il benvenuto inconveniente di un fenomeno socio-antropologico da cui diventa sempre più difficile tenersi a distanza.

Dunque, nonostante Gabriella Carlucci, Roberto Maroni e Vittorio Sgarbi (solo per dirne alcuni), la rete non si ferma. Il Presidente della Repubblica sermona soporiferamente su youtube per il discorso di fine anno, totalizzando ben 40.000 visioni (per tutte le altre la rete ha rifiutato di connettersi: era troppo lento, Lui); il PD fa le primarie con il click, chiedendo agli iscritti se vogliono la Bonino candidata nelle liste della presidenza della regione Lazio; Loretta Napoleoni viene chiamata direttamente da Facebook a dirigere (possibilmente) la regione della capitale; il No-B-Day (ora Popolo Viola) è figlio anch’esso di Faccialibro; Beppe Grillo e il Movimento Liste Civiche 5 Stelle sono un punto di riferimento del network italiano; Marco Travaglio è ormai una figura mitologica: metà archivio delle questure e metà Passaparola (no, di umano non possiede nulla).

Sono molti gli esempi di politica virtuale che, secondo la nostra classe politica, sta infestando la nostra Nazione. Ma di politici che sappiano davvero cosa sia la rete, come funzioni, le sue potenzialità: nemmeno l’ombra. È più facile che il PD conquisti il Veneto alle Regionali che trovare un parlamentare in grado di strutturare un dialogo sulla rete più lungo di 30 secondi. Pensate: da quando Brunetta ha informatizzato la Pubblica Amministrazione, si è avuto un improvviso innalzamento del numero di ricoveri per tunnel carpiale tra i Parlamentari. I loro polsi sono messi a dura prova più dalla scrittura di una mail che dalla praticata attività di pianismo.

L’esigenza di avere un rappresentante politico che sia in grado di discutere di rete, soprattutto dal punto di vista normativo e funzionale, diventa sempre più urgente, visto anche l’uso sempre più massiccio e massivo che si fa di questo strumento, e visti anche gli intenti censori dell’attuale classe politica nei confronti della rete (pura follia, ma ci vorrebbe un altro post).

Così, ancora una volta dalla rete, è partito un appello ai naviganti che propone Claudio Messora (ByoBlu) come referente politico a difesa della libertà d informazione e di espressione nella rete italiana. A proporlo tramite un gruppo facebook e il blogger Enzo Di Frenna, il quale – con una lettera aperta - chiama in causa Claudio Messora come possibile rappresentante della difesa di Internet contro i bavagli e le censure a cui la nostra retrograda classe politica aspira. L’idea in sè, e cioè quella della discesa in campo di un elemento della rete per la rete e scelto dalla rete, mi sembra ottima ed importante. Di Claudio Messora ho una grande stima e la sua presenza sulla rete è una presenza importante.

Mi sorge, però, il dubbio se Claudio sia davvero la persona più “adatta” al ruolo. Con questo non voglio dire che l’autore del 4º blog di informazione italiano possa non essere all’altezza. Semplicemente, cerco di ragionare sulle competenze che una persona chiamata a svolgere tale ruolo è bene che abbia. Claudio è un ottimo blogger e, dalle cose che fa e che scrive, posso evincere sia anche un’ottima persona. Ma una persona con i migliori propositi, sempre profondamente informata e con un senso civico e della responsabilità insospettabili che Di Pietro ci fa un baffo (qui non si guadagna nulla), non so se possa riuscire ad affrontare le bufere burocratiche della complessa normativa italiana.

Però poi penso che Borghezio fa il Parlamentare e allora tutti i dubbi scompaiono. Infatti sono presente sul gruppo come sostenitore. Sono curioso di sentire cosa avrà da dire Claudio e vedere, a prescindere da tutto, cosa succede. Se qualcosa succede: a volte la rete è più lenta di comprendonio di Maurizio Gasparri.

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Marco Travaglio può non piacere: quel suo fare certosino, quella sua aria da spavaldo “io so’ io e voi nun siete un cazzo”, quel suo impettirsi ogni volta che parla, quella sua espressione distaccata e strafottente che non dissimula per niente bene l’insulto che non cerca affatto di celare, quel senso di superiorità che sprizza da ogni riccio dei suoi capelli sempre più radi, quell’atteggiamento da maestrina saccente e frustrata che ti fa sentire in colpa per non sapere ciò di cui lui ti sta parlando. Potrei continuare così ancora per molte righe.

Però c’è una cosa: in tanti anni di carriera giornalistica, Marco Travaglio non ha mai sparato una cazzata. Neanche piccola. E questo è un fatto. Come è un fatto che Marco Travaglio non è Feltri, forse a causa del cognome che porta abituato a strisciare come i bottoni di panno che impediscono alle sedie di rigare il parquet. Come è un fatto che, dopo Berlusconi, Marco Travaglio è forse uno dei più acerrimi nemici degli sporchi comunisti. Questi sono fatti che invito chiunque a smentire. Fatti, proprio come quelli che escono fuori dalle sue labbra sottili e affilate come coltelli. Ecco perchè Marco Travaglio è intoccabile a priori. Se il sospetto fosse il sole, Marco Travaglio non avrebbe ombra a questo mondo (da un punto di vista giornalistico, si intende). È per questo che Marco Travaglio non fa una piega di fronte alle accuse del piduista-parlamentare (una moderna figura mitologica) Cicchitto. È per questo che Marco Travaglio non ha sentito l’esigenza di difendersi al telefono con all’altro capo il giornal-etto Vespa (altra figura mitologica: metà uomo, metà insetto).

Detto ciò, passiamo alle accuse. Il piduparlamentare Cicchitto accusa Marco Travaglio – assieme a Santoro, al gruppo Repubblica-Espresso e il Fatto Quotidiano - di essere il mandante morale dell’aggressione al Presidente del Consiglio. Cioè, secondo Cicchitto, Marco Travaglio avrebbe sedotto migliaia di menti con la forza dei suoi articoli e del suo Passaparola e, con Tartaglia, avrebbe avuto successo. Accuse assolutamente infondate e prive di senso, e chiunque abbia voglia di guardarsi il video incriminato può certamente concordare.

La questione di fondo, invece, è un’altra: distogliere l’attenzione, come al solito. Distogliere l’attenzione dai mandanti occulti delle stragi del 92-93 e portarla su fantomatici mandanti morali dell’azione di uno psicolabile. Distogliere l’attenzione dagli attacchi del Premier a tutte (o quasi tutte) le principali istituzioni del Paese, per concentrarle su quelli di Di Pietro o dei Giornali che ultimamente hanno attaccato in maniera frontale Silvio Berlusconi. Censurare una volta per tutti chi dà fastidio alla maggioranza. In ultimo, ma non meno importante, cercare a tutti i costi il casus belli: l’aggressione al Premier varrebbe, secondo la maggioranza, a giustificare molte mosse politiche e proposte di legge in cantiere già da molto tempo. Per esempio, la censura di internet. Per esempio, leggi molto più restrittive sulla libertà di manifestare il proprio pensiero. Per esempio, le pressioni sul PD ad abbandonare Di Pietro che si sono “inspiegabilmente” amplificate. Qualcuno potrebbe pensare che son dei furbi, quelli della maggioranza. Potrebbe essere. Oppure è il popolo italiano che si è distratto troppo e continua a distrarsi.

Alla fine, però, resta l’accusa infamante lanciata in Parlamento da Cicchitto. Travaglio dice “ci vediamo in tribunale”, Cicchitto risponde “col…l’immunità parlamentare!”. Infatti, il piduparlamentare Cicchitto in tribunale non ci andrà. Perchè in Tribunale si portano fatti, i fatti che Travaglio ha e Cicchitto no. Come direbbe Carlo Lucarelli: Cicchitto, paura eh?!

Marco Travaglio è il Galileo Galilei dell’informazione italiana. L’unico giornalista in grado di applicare il metodo scientifico al giornalismo. Quindi: giù le mani da Marco Travaglio!

P.S.: Resta da capire una cosa: se, a seguito delle accuse formulate da Cicchitto in Parlamento, a Marco Travaglio dovesse accadere qualcosa, chi sarà il mandante morale?



Prendo spunto da quanto pensavo ieri, mentre pelavo le patate per la cena, e da una discussione aperta sul forum de La Voce del Ribelle, uno dei miei canali di informazione preferiti, per affrontare un tema tanto importante quanto delicato: l’informazione. Secondo quanto sancito dall’Articolo 21 della Costituzione Italiana:

tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure. [...]“.

Non credo di essere in errore se affermo che quanto stabilito da questo articolo difende il diritto all’informazione in termini di espressione e non di acquisizione. Qualcuno potrebbe dire che, non essendoci nessuna legge o attività che possa impedire ad alcuno di informarsi attraverso qualsiasi mezzo, non vi sia la necessità di legiferare su un diritto implicitamente acquisito dalla nascita. Teoricamente tutto ciò corrisponde a verità. All’atto pratico un po’ meno.

Un sistema che si definisce democratico, per esser tale, non dovrebbe limitarsi a determinare e sancire i diritti degli appartenenti ad esso solo da un punto di vista legislativo. Un sistema davvero democratico dovrebbe preoccuparsi anche di mettere tutti nelle medesime condizioni di potersi avvalere di quegli stessi diritti per cui si è legiferato. In altre parole: una democrazia, oltre a garantire a tutti gli stessi diritti, dovrebbe fare in modo che tutti abbiano le stesse opportunità di accedervi. Fin qui, nulla di cui non si sia parlato già abbondantemente. Il problema dell’accesso è il “tallone di Achille” della democrazia, ed è una questione che investe tutti i campi su cui fino ad oggi si è legiferato. Trovo, però, che per quanto riguarda l’informazione ci siano alcune porte aperte.

Fatta questa premessa, torniamo indietro alla discussione del forum di cui parlavo prima e che mi aiuterà ad introdurre quello che è il mio pensiero a riguardo. L’utente G.M. (l’accesso al forum è gratuito ma riservato agli utenti registrati. Riporto parte dell’intervento qui sperando di non fare un torto) dice:

Comprare l’informazione. L’informazione “regalata” nel miglior dei casi è incompleta, più spesso gioca su paure e speranze per nascondere tragici tracolli economici che hanno effetto sulla nazione intera. Si rischia la vita per resistere a uno scippo che ci priverà di pochi euro e si ignora il debito pubblico che grava per migliaia di euro su ogni cittadino. Un furto di ben maggiore entità! L’informazione non solo deve essere veritiera, ma deve essere aggiornata, dettagliata e completa! Informazioni parziali sono fuorvianti. Non bisogna mai contentarsi di una sola fonte, si deve sempre sentire le altre. La giustizia uguale per tutti, la decrescita felice che sembrano risultati inaccessibili passano per un atto molto semplice che tutti possono compiere senza sforzo: comprare l’informazione! Siete d’accordo?”.

Alla domanda “siete d’accordo?” a me verrebbe da rispondere: si. Il problema però è che rispondendo si, questa diventerebbe una discussione autoreferenziale. Questo perché l’utente G.M., il sottoscritto e tutti gli altri partecipanti condividiamo con tutti gli stessi diritti, ma è solo con quelli come noi  che condividiamo l’accesso. Non tutti, infatti, hanno la possibilità che noi abbiamo di possedere un computer e saperlo usare, pagare una connessione ad internet e pagare l’informazione che leggiamo. Affermando quindi la necessità che si compri l’informazione, escludiamo tutti coloro che , per un motivo o per un altro, non possono farlo, e facciamo la stessa cosa che, teoricamente ed ideologicamente, combattiamo: una “lobby”. Il punto cruciale allora diventa: chi sarebbe disposto a fare una informazione veritiera, aggiornata, dettagliata e completa a titolo gratuito?

Ci sono tre risposte a queste domande. La prima è la più semplice: nessuno. L’accesso gratuito o esteso alla più grande porzione di massa dell’informazione fa si che quest’ultima diventi inevitabilmente di terzo livello, perché “infettata” da tanti altri interessi che di essa si servono, contribuendo allo stesso tempo ad aumentarne l’accesso. Lo stesso accade con la cultura di massa, l’istruzione di massa, la televisione pubblica e tutto ciò che cerca di aprirsi alla moltitudine. Questo perché ciò che mira a rivolgersi a tutti non può caratterizzarsi con una identità, altrimenti sarebbe una sola identità che si impone a tutti. Ma qualsiasi cosa che non possieda identità non è riconoscibile o diventa facilmente confondibile, in quanto non le si possono attribuire caratteristiche, aggettivi che la descrivano e la definiscano, ovvero: perde valore. Numerosi studi psico-sociologici hanno ampiamente dimostrato come una cosa di tutti paradossalmente non è di nessuno, in quanto nessuno se ne sente responsabile (il meccanismo è stato definito diffusione della responsabilità). Nessuno infatti si sente responsabile di qualcosa in cui non si riconosce. L’informazione di classe A diventa, quindi, un’informazione di nicchia che solo chi ne ha i mezzi può permettersi. E la qualità di questo tipo di informazione è direttamente proporzionale al suo costo ed inversamente proporzionale al numero di persone che ne hanno l’accesso. Il lato positivo dell’informazione di nicchia è che ogni differente nicchia ne ha una, ed ogni persona può scegliersi la nicchia a cui appartenere secondo i suoi principi e, non meno importante, le sue possibilità. Il lato negativo è che l’informazione di nicchia ha un elevato rischio di autoreferenzialità: quelli che appartengono ad una determinata nicchia “se la cantano e sa la suonano”, con il rischio di rimanere incastrati in un loop stesse azioni-stessi risultati che chiude le porte allo sviluppo ed all’evoluzione. In più c’è il rischio che tra le nicchie si instauri un rapporto di competizione, magari con regole ben poco chiare, che può portare alla supremazia di una nicchia sulle altre, più che per meriti pubblicamente riconosciuti, per possibilità d’accesso ad altri canali (politici, economici) per vie traverse.

La seconda risposta alla domanda prende come modello quello attuale e ci fantastica su. Supponiamo che in una Nazione esistano N giornali, dove N è un numero compreso tra 1 e infinito. Supponiamo che i direttori di tali giornali non guadagnino cifre esorbitanti e che i giornalisti abbiano uno stipendio simile ad un operaio della Magneti Marelli. Supponiamo anche che tanti altri costi vengano limitati e meglio gestiti e che tali testate siano in grado di sopravvivere con i “miseri” finanziamenti pubblici di qualche milione di euro. Supponiamo, infine, che tali giornali dispongano di appositi spazi pubblicitari da cui trarre ulteriori ingressi economici. Bene, avremmo una infinità di giornali, liberi di esprimersi come meglio credono e accessibili a tutti gratuitamente. Le spese del giornale verrebbero sostenute dai finanziamenti pubblici e da quelli pubblicitari, rispettando così il principio secondo il quale l’accesso di un servizio a coloro che non possono permetterselo viene garantito da coloro che ne hanno la possibilità. E chi sono coloro che ne hanno la possibilità? Quelli che pagano più tasse, foraggiando il finanziamento pubblico, e quelli che comprano la Mercedes, foraggiando le risorse economiche dell’azienda che sul giornale pubblicizza. In questo modo più un giornale viene letto ed ottiene consensi pubblici, più le compagnie tenderanno ad investire le loro risorse economiche destinate al marketing in quella testata piuttosto che nelle altre. Le altre, nel caso in cui non riescano a trovare ulteriori fonti di finanziamento, muoiono. Sembra meraviglioso, a parte il fatto che non credo che l’Agip,ad esempio, investirebbe denaro per fare pubblicità sul giornale di Fini e Lo Monaco. Né, tantomeno, Fini e Lo Monaco si lascerebbero finanziare da denaro proveniente dall’Agip. Inutile a questo punto dire quali sono le testate che hanno vita facile, e quali quelle che devono lavorare il doppio.

La terza risposta è: internet. Mi ricordo, quando avevo dieci anni l’enciclopedia più completa e desiderabile che si potesse avere era la Treccani. Quando la chiesi a mia madre, mi disse che costava troppo e che le mie ricerche per le tesine dell’esame di quinta elementare le potevo fare in biblioteca. Oggi, mio cugino di otto anni quando cerca qualcosa lo fa su Google ed usa perfettamente Wikipedia. Internet ha aperto le porte a ciò che in rete è conosciuto come sharing (condivisione), il padre del Peer-to-Peer (scambio alla pari) e dell’Open Source (Risorse Aperte). Ci sono infiniti canali informativi tutti assolutamente gratuiti a cui chiunque, in possesso di una connessione internet, può accedere ed utilizzare come meglio crede. Il limite dell’accesso ad una connessione internet è risolvibile semplicemente ispirandosi a Paesi socialmente molto più avanzati di noi (come la Svezia, dove internet arriva a tutti “gratuitamente”). Il  limite di chi costruirebbe informazione e conoscenza a titolo gratuito, nel caso di internet, è meno importante, in quanto anche la responsabilità di costruire informazione e conoscenza è in sharing e non grava solo su poche persone. Qualsiasi cosa che venga prodotta per altri fini può essere messa in rete a disposizione di chiunque se ne voglia servire, a partire dal significato di una parola ai template per una presentazione in PowerPoint, da una lezione di storia d’Italia ad un piano di marketing.

A questo si aggiunge un ulteriore fenomeno che sta prendendo piede nella Rete: il cosiddetto cloud computing. Fondamentalmente, ed in termini poco tecnici, il cloud computing fa sì che il proprio computer personale, o una rete di computer di un’azienda, sia solo un mezzo per accedere alla Rete. Quest’ultima, invece, si sta popolando di compagnie che offrono un servizio detto SaaS (Software as a Service), ovvero tutto quello che ora c’è nei PC sulle nostre scrivanie può essere trasferito in questi “contenitori virtuali” a cui si ha accesso tramite internet e su cui si può lavorare on line. Tutto questo avviene privatamente, con accesso tramite password e rispetto della privacy. Ciò non toglie la possibilità che gli stessi meccanismi possano essere applicati a livello pubblico. Quindi, sempre fantasticando, si potrebbe immaginare un enorme server contenente tutti i dati che gli utenti intendono condividere (cosa che a tutti gli effetti esiste già, che è internet in sé, solo non sistematizzata). La domanda, a questo punto potrebbe essere: la qualità di una informazione offerta da una persona che condivide semplicemente una sua conoscenza ha la stessa qualità di quella offerta da un’altra che dell’informazione fa il suo mestiere? La risposta è: sicuramente no.

Chi, per mestiere, informa la gente dedica la maggior parte del suo tempo a questo. Se lo facesse gratis non avrebbe di che vivere. Come fare in modo, dunque, che l’informazione sia accessibile a tutti gratuitamente e che chi guadagna facendo informazione abbia un ingresso economico? Io vedo due soluzioni, che potrebbero essere prese in considerazione entrambe allo stesso tempo o singolarmente. La prima è estendere l’accesso ad internet a tutti, come servizio pubblico finanziato dal pagamento delle imposte regolato dagli stessi principi che prevedono che l’ammontare delle imposte sia proporzionato al reddito del cittadino, così da coprire anche coloro i quali non hanno le necessarie risorse. Le testate giornalistiche continuerebbero ad usufruire dei finanziamenti pubblici e, spostandosi sulla Rete, avrebbero meno spese di gestione. La seconda soluzione è ciò che nel Web anglofono è conosciuta con il nome di micropayments, un sistema di rapporto servizio-utente che, oltre ad essere dovuto all’abbassamento delle tariffe grazie all’estensione del servizio ad un numero maggiore di clienti, contempla anche la “donazione” spontanea di coloro i quali hanno a cuore la vita del servizio di cui si servono. Il lato positivo di tutto questo è che, come già detto, l’apertura ad un bacino più ampio di utenti di un servizio rende lo stesso meno costoso, ergo più accessibile. Inoltre, la Rete garantirebbe, senza ombra di dubbio, la pluralità dell’informazione.

Il vecchio detto “non è tutto oro quello che luccica” , però, è purtroppo sempre vero. I problemi che da un sistema di questo tipo potrebbero sorgere sono enormi, almeno quanto le opportunità ed i vantaggi che offre. La prima cosa che mi viene in mente, ma non la più importante, è cosa comporterebbe una eventuale deficienza tecnica (sistema in tilt) o logistica (quanto spazio necessita un server con il mondo dentro?). Un ulteriore problema si pone se si considerano i contenuti di ciò che nella Rete si immette: un altro fenomeno molto studiato dagli “investigatori dell’uomo” è stata l’autorità della fonte. Chi mi dice che chi pubblica in una rete così complessa non stia inserendo informazioni false o distorte? Chi mi assicura che la fonte da cui sto traendo informazioni sia attendibile e non ricavi le conoscenze che mi offre da un discorso sentito al bar? E poi, come gli studi matematici sulle reti neurali ci insegnano, le Reti, non avendo un punto di partenza ed uno di arrivo in quanto tali, sono autopoietiche. Come si controlla una cosa così grande, che cresce esponenzialmente in maniera autonoma? Ed inoltre, sarebbe poi giusto controllarla? E in che modo?

Chiudo con un ultimo quesito, relativo all’ordine sociale: in una condizione come quella descritta, è lecito aspettarsi un’occupazione militare degli uffici di Google piuttosto che di un Parlamento in caso di sovversione?


Prendo spunto da quanto pensavo ieri, mentre pelavo le patate per la cena, e da una discussione aperta sul forum de La Voce del Ribelle, uno dei miei canali di informazione preferiti, per affrontare un tema tanto importante quanto delicato: l’informazione. Secondo quanto sancito dall’Articolo 21 della Costituzione Italiana:

tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure. [...]“.

Non credo di essere in errore se affermo che quanto stabilito da questo articolo difende il diritto all’informazione in termini di espressione e non di acquisizione. Qualcuno potrebbe dire che, non essendoci nessuna legge o attività che possa impedire ad alcuno di informarsi attraverso qualsiasi mezzo, non vi sia la necessità di legiferare su un diritto implicitamente acquisito dalla nascita. Teoricamente tutto ciò corrisponde a verità. All’atto pratico un po’ meno.

Un sistema che si definisce democratico, per esser tale, non dovrebbe limitarsi a determinare e sancire i diritti degli appartenenti ad esso solo da un punto di vista legislativo. Un sistema davvero democratico dovrebbe preoccuparsi anche di mettere tutti nelle medesime condizioni di potersi avvalere di quegli stessi diritti per cui si è legiferato. In altre parole: una democrazia, oltre a garantire a tutti gli stessi diritti, dovrebbe fare in modo che tutti abbiano le stesse opportunità di accedervi. Fin qui, nulla di cui non si sia parlato già abbondantemente. Il problema dell’accesso è il “tallone di Achille” della democrazia, ed è una questione che investe tutti i campi su cui fino ad oggi si è legiferato. Trovo, però, che per quanto riguarda l’informazione ci siano alcune porte aperte.

Fatta questa premessa, torniamo indietro alla discussione del forum di cui parlavo prima e che mi aiuterà ad introdurre quello che è il mio pensiero a riguardo. L’utente G.M. (l’accesso al forum è gratuito ma riservato agli utenti registrati. Riporto parte dell’intervento qui sperando di non fare un torto) dice:

Comprare l’informazione. L’informazione “regalata” nel miglior dei casi è incompleta, più spesso gioca su paure e speranze per nascondere tragici tracolli economici che hanno effetto sulla nazione intera. Si rischia la vita per resistere a uno scippo che ci priverà di pochi euro e si ignora il debito pubblico che grava per migliaia di euro su ogni cittadino. Un furto di ben maggiore entità! L’informazione non solo deve essere veritiera, ma deve essere aggiornata, dettagliata e completa! Informazioni parziali sono fuorvianti. Non bisogna mai contentarsi di una sola fonte, si deve sempre sentire le altre. La giustizia uguale per tutti, la decrescita felice che sembrano risultati inaccessibili passano per un atto molto semplice che tutti possono compiere senza sforzo: comprare l’informazione! Siete d’accordo?”.

Alla domanda “siete d’accordo?” a me verrebbe da rispondere: si. Il problema però è che rispondendo si, questa diventerebbe una discussione autoreferenziale. Questo perché l’utente G.M., il sottoscritto e tutti gli altri partecipanti condividiamo con tutti gli stessi diritti, ma è solo con quelli come noi  che condividiamo l’accesso. Non tutti, infatti, hanno la possibilità che noi abbiamo di possedere un computer e saperlo usare, pagare una connessione ad internet e pagare l’informazione che leggiamo. Affermando quindi la necessità che si compri l’informazione, escludiamo tutti coloro che , per un motivo o per un altro, non possono farlo, e facciamo la stessa cosa che, teoricamente ed ideologicamente, combattiamo: una “lobby”. Il punto cruciale allora diventa: chi sarebbe disposto a fare una informazione veritiera, aggiornata, dettagliata e completa a titolo gratuito?

Ci sono tre risposte a queste domande. La prima è la più semplice: nessuno. L’accesso gratuito o esteso alla più grande porzione di massa dell’informazione fa si che quest’ultima diventi inevitabilmente di terzo livello, perché “infettata” da tanti altri interessi che di essa si servono, contribuendo allo stesso tempo ad aumentarne l’accesso. Lo stesso accade con la cultura di massa, l’istruzione di massa, la televisione pubblica e tutto ciò che cerca di aprirsi alla moltitudine. Questo perché ciò che mira a rivolgersi a tutti non può caratterizzarsi con una identità, altrimenti sarebbe una sola identità che si impone a tutti. Ma qualsiasi cosa che non possieda identità non è riconoscibile o diventa facilmente confondibile, in quanto non le si possono attribuire caratteristiche, aggettivi che la descrivano e la definiscano, ovvero: perde valore. Numerosi studi psico-sociologici hanno ampiamente dimostrato come una cosa di tutti paradossalmente non è di nessuno, in quanto nessuno se ne sente responsabile (il meccanismo è stato definito diffusione della responsabilità). Nessuno infatti si sente responsabile di qualcosa in cui non si riconosce. L’informazione di classe A diventa, quindi, un’informazione di nicchia che solo chi ne ha i mezzi può permettersi. E la qualità di questo tipo di informazione è direttamente proporzionale al suo costo ed inversamente proporzionale al numero di persone che ne hanno l’accesso. Il lato positivo dell’informazione di nicchia è che ogni differente nicchia ne ha una, ed ogni persona può scegliersi la nicchia a cui appartenere secondo i suoi principi e, non meno importante, le sue possibilità. Il lato negativo è che l’informazione di nicchia ha un elevato rischio di autoreferenzialità: quelli che appartengono ad una determinata nicchia “se la cantano e sa la suonano”, con il rischio di rimanere incastrati in un loop stesse azioni-stessi risultati che chiude le porte allo sviluppo ed all’evoluzione. In più c’è il rischio che tra le nicchie si instauri un rapporto di competizione, magari con regole ben poco chiare, che può portare alla supremazia di una nicchia sulle altre, più che per meriti pubblicamente riconosciuti, per possibilità d’accesso ad altri canali (politici, economici) per vie traverse.

La seconda risposta alla domanda prende come modello quello attuale e ci fantastica su. Supponiamo che in una Nazione esistano N giornali, dove N è un numero compreso tra 1 e infinito. Supponiamo che i direttori di tali giornali non guadagnino cifre esorbitanti e che i giornalisti abbiano uno stipendio simile ad un operaio della Magneti Marelli. Supponiamo anche che tanti altri costi vengano limitati e meglio gestiti e che tali testate siano in grado di sopravvivere con i “miseri” finanziamenti pubblici di qualche milione di euro. Supponiamo, infine, che tali giornali dispongano di appositi spazi pubblicitari da cui trarre ulteriori ingressi economici. Bene, avremmo una infinità di giornali, liberi di esprimersi come meglio credono e accessibili a tutti gratuitamente. Le spese del giornale verrebbero sostenute dai finanziamenti pubblici e da quelli pubblicitari, rispettando così il principio secondo il quale l’accesso di un servizio a coloro che non possono permetterselo viene garantito da coloro che ne hanno la possibilità. E chi sono coloro che ne hanno la possibilità? Quelli che pagano più tasse, foraggiando il finanziamento pubblico, e quelli che comprano la Mercedes, foraggiando le risorse economiche dell’azienda che sul giornale pubblicizza. In questo modo più un giornale viene letto ed ottiene consensi pubblici, più le compagnie tenderanno ad investire le loro risorse economiche destinate al marketing in quella testata piuttosto che nelle altre. Le altre, nel caso in cui non riescano a trovare ulteriori fonti di finanziamento, muoiono. Sembra meraviglioso, a parte il fatto che non credo che l’Agip,ad esempio, investirebbe denaro per fare pubblicità sul giornale di Fini e Lo Monaco. Né, tantomeno, Fini e Lo Monaco si lascerebbero finanziare da denaro proveniente dall’Agip. Inutile a questo punto dire quali sono le testate che hanno vita facile, e quali quelle che devono lavorare il doppio.

La terza risposta è: internet. Mi ricordo, quando avevo dieci anni l’enciclopedia più completa e desiderabile che si potesse avere era la Treccani. Quando la chiesi a mia madre, mi disse che costava troppo e che le mie ricerche per le tesine dell’esame di quinta elementare le potevo fare in biblioteca. Oggi, mio cugino di otto anni quando cerca qualcosa lo fa su Google ed usa perfettamente Wikipedia. Internet ha aperto le porte a ciò che in rete è conosciuto come sharing (condivisione), il padre del Peer-to-Peer (scambio alla pari) e dell’Open Source (Risorse Aperte). Ci sono infiniti canali informativi tutti assolutamente gratuiti a cui chiunque, in possesso di una connessione internet, può accedere ed utilizzare come meglio crede. Il limite dell’accesso ad una connessione internet è risolvibile semplicemente ispirandosi a Paesi socialmente molto più avanzati di noi (come la Svezia, dove internet arriva a tutti “gratuitamente”). Il  limite di chi costruirebbe informazione e conoscenza a titolo gratuito, nel caso di internet, è meno importante, in quanto anche la responsabilità di costruire informazione e conoscenza è in sharing e non grava solo su poche persone. Qualsiasi cosa che venga prodotta per altri fini può essere messa in rete a disposizione di chiunque se ne voglia servire, a partire dal significato di una parola ai template per una presentazione in PowerPoint, da una lezione di storia d’Italia ad un piano di marketing.

A questo si aggiunge un ulteriore fenomeno che sta prendendo piede nella Rete: il cosiddetto cloud computing. Fondamentalmente, ed in termini poco tecnici, il cloud computing fa sì che il proprio computer personale, o una rete di computer di un’azienda, sia solo un mezzo per accedere alla Rete. Quest’ultima, invece, si sta popolando di compagnie che offrono un servizio detto SaaS (Software as a Service), ovvero tutto quello che ora c’è nei PC sulle nostre scrivanie può essere trasferito in questi “contenitori virtuali” a cui si ha accesso tramite internet e su cui si può lavorare on line. Tutto questo avviene privatamente, con accesso tramite password e rispetto della privacy. Ciò non toglie la possibilità che gli stessi meccanismi possano essere applicati a livello pubblico. Quindi, sempre fantasticando, si potrebbe immaginare un enorme server contenente tutti i dati che gli utenti intendono condividere (cosa che a tutti gli effetti esiste già, che è internet in sé, solo non sistematizzata). La domanda, a questo punto potrebbe essere: la qualità di una informazione offerta da una persona che condivide semplicemente una sua conoscenza ha la stessa qualità di quella offerta da un’altra che dell’informazione fa il suo mestiere? La risposta è: sicuramente no.

Chi, per mestiere, informa la gente dedica la maggior parte del suo tempo a questo. Se lo facesse gratis non avrebbe di che vivere. Come fare in modo, dunque, che l’informazione sia accessibile a tutti gratuitamente e che chi guadagna facendo informazione abbia un ingresso economico? Io vedo due soluzioni, che potrebbero essere prese in considerazione entrambe allo stesso tempo o singolarmente. La prima è estendere l’accesso ad internet a tutti, come servizio pubblico finanziato dal pagamento delle imposte regolato dagli stessi principi che prevedono che l’ammontare delle imposte sia proporzionato al reddito del cittadino, così da coprire anche coloro i quali non hanno le necessarie risorse. Le testate giornalistiche continuerebbero ad usufruire dei finanziamenti pubblici e, spostandosi sulla Rete, avrebbero meno spese di gestione. La seconda soluzione è ciò che nel Web anglofono è conosciuta con il nome di micropayments, un sistema di rapporto servizio-utente che, oltre ad essere dovuto all’abbassamento delle tariffe grazie all’estensione del servizio ad un numero maggiore di clienti, contempla anche la “donazione” spontanea di coloro i quali hanno a cuore la vita del servizio di cui si servono. Il lato positivo di tutto questo è che, come già detto, l’apertura ad un bacino più ampio di utenti di un servizio rende lo stesso meno costoso, ergo più accessibile. Inoltre, la Rete garantirebbe, senza ombra di dubbio, la pluralità dell’informazione.

Il vecchio detto “non è tutto oro quello che luccica” , però, è purtroppo sempre vero. I problemi che da un sistema di questo tipo potrebbero sorgere sono enormi, almeno quanto le opportunità ed i vantaggi che offre. La prima cosa che mi viene in mente, ma non la più importante, è cosa comporterebbe una eventuale deficienza tecnica (sistema in tilt) o logistica (quanto spazio necessita un server con il mondo dentro?). Un ulteriore problema si pone se si considerano i contenuti di ciò che nella Rete si immette: un altro fenomeno molto studiato dagli “investigatori dell’uomo” è stata l’autorità della fonte. Chi mi dice che chi pubblica in una rete così complessa non stia inserendo informazioni false o distorte? Chi mi assicura che la fonte da cui sto traendo informazioni sia attendibile e non ricavi le conoscenze che mi offre da un discorso sentito al bar? E poi, come gli studi matematici sulle reti neurali ci insegnano, le Reti, non avendo un punto di partenza ed uno di arrivo in quanto tali, sono autopoietiche. Come si controlla una cosa così grande, che cresce esponenzialmente in maniera autonoma? Ed inoltre, sarebbe poi giusto controllarla? E in che modo?

Chiudo con un ultimo quesito, relativo all’ordine sociale: in una condizione come quella descritta, è lecito aspettarsi un’occupazione militare degli uffici di Google piuttosto che di un Parlamento in caso di sovversione?

Prendo spunto da quanto pensavo ieri, mentre pelavo le patate per la cena, e da una discussione aperta sul forum de La Voce del Ribelle, uno dei miei canali di informazione preferiti, per affrontare un tema tanto importante quanto delicato: l’informazione. Secondo quanto sancito dall’Articolo 21 della Costituzione Italiana:

tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure. [...]“.

Non credo di essere in errore se affermo che quanto stabilito da questo articolo difende il diritto all’informazione in termini di espressione e non di acquisizione. Qualcuno potrebbe dire che, non essendoci nessuna legge o attività che possa impedire ad alcuno di informarsi attraverso qualsiasi mezzo, non vi sia la necessità di legiferare su un diritto implicitamente acquisito dalla nascita. Teoricamente tutto ciò corrisponde a verità. All’atto pratico un po’ meno.

Un sistema che si definisce democratico, per esser tale, non dovrebbe limitarsi a determinare e sancire i diritti degli appartenenti ad esso solo da un punto di vista legislativo. Un sistema davvero democratico dovrebbe preoccuparsi anche di mettere tutti nelle medesime condizioni di potersi avvalere di quegli stessi diritti per cui si è legiferato. In altre parole: una democrazia, oltre a garantire a tutti gli stessi diritti, dovrebbe fare in modo che tutti abbiano le stesse opportunità di accedervi. Fin qui, nulla di cui non si sia parlato già abbondantemente. Il problema dell’accesso è il “tallone di Achille” della democrazia, ed è una questione che investe tutti i campi su cui fino ad oggi si è legiferato. Trovo, però, che per quanto riguarda l’informazione ci siano alcune porte aperte.

Fatta questa premessa, torniamo indietro alla discussione del forum di cui parlavo prima e che mi aiuterà ad introdurre quello che è il mio pensiero a riguardo. L’utente G.M. (l’accesso al forum è gratuito ma riservato agli utenti registrati. Riporto parte dell’intervento qui sperando di non fare un torto) dice:

Comprare l’informazione. L’informazione “regalata” nel miglior dei casi è incompleta, più spesso gioca su paure e speranze per nascondere tragici tracolli economici che hanno effetto sulla nazione intera. Si rischia la vita per resistere a uno scippo che ci priverà di pochi euro e si ignora il debito pubblico che grava per migliaia di euro su ogni cittadino. Un furto di ben maggiore entità! L’informazione non solo deve essere veritiera, ma deve essere aggiornata, dettagliata e completa! Informazioni parziali sono fuorvianti. Non bisogna mai contentarsi di una sola fonte, si deve sempre sentire le altre. La giustizia uguale per tutti, la decrescita felice che sembrano risultati inaccessibili passano per un atto molto semplice che tutti possono compiere senza sforzo: comprare l’informazione! Siete d’accordo?”.

Alla domanda “siete d’accordo?” a me verrebbe da rispondere: si. Il problema però è che rispondendo si, questa diventerebbe una discussione autoreferenziale. Questo perché l’utente G.M., il sottoscritto e tutti gli altri partecipanti condividiamo con tutti gli stessi diritti, ma è solo con quelli come noi  che condividiamo l’accesso. Non tutti, infatti, hanno la possibilità che noi abbiamo di possedere un computer e saperlo usare, pagare una connessione ad internet e pagare l’informazione che leggiamo. Affermando quindi la necessità che si compri l’informazione, escludiamo tutti coloro che , per un motivo o per un altro, non possono farlo, e facciamo la stessa cosa che, teoricamente ed ideologicamente, combattiamo: una “lobby”. Il punto cruciale allora diventa: chi sarebbe disposto a fare una informazione veritiera, aggiornata, dettagliata e completa a titolo gratuito?

Ci sono tre risposte a queste domande. La prima è la più semplice: nessuno. L’accesso gratuito o esteso alla più grande porzione di massa dell’informazione fa si che quest’ultima diventi inevitabilmente di terzo livello, perché “infettata” da tanti altri interessi che di essa si servono, contribuendo allo stesso tempo ad aumentarne l’accesso. Lo stesso accade con la cultura di massa, l’istruzione di massa, la televisione pubblica e tutto ciò che cerca di aprirsi alla moltitudine. Questo perché ciò che mira a rivolgersi a tutti non può caratterizzarsi con una identità, altrimenti sarebbe una sola identità che si impone a tutti. Ma qualsiasi cosa che non possieda identità non è riconoscibile o diventa facilmente confondibile, in quanto non le si possono attribuire caratteristiche, aggettivi che la descrivano e la definiscano, ovvero: perde valore. Numerosi studi psico-sociologici hanno ampiamente dimostrato come una cosa di tutti paradossalmente non è di nessuno, in quanto nessuno se ne sente responsabile (il meccanismo è stato definito diffusione della responsabilità). Nessuno infatti si sente responsabile di qualcosa in cui non si riconosce. L’informazione di classe A diventa, quindi, un’informazione di nicchia che solo chi ne ha i mezzi può permettersi. E la qualità di questo tipo di informazione è direttamente proporzionale al suo costo ed inversamente proporzionale al numero di persone che ne hanno l’accesso. Il lato positivo dell’informazione di nicchia è che ogni differente nicchia ne ha una, ed ogni persona può scegliersi la nicchia a cui appartenere secondo i suoi principi e, non meno importante, le sue possibilità. Il lato negativo è che l’informazione di nicchia ha un elevato rischio di autoreferenzialità: quelli che appartengono ad una determinata nicchia “se la cantano e sa la suonano”, con il rischio di rimanere incastrati in un loop stesse azioni-stessi risultati che chiude le porte allo sviluppo ed all’evoluzione. In più c’è il rischio che tra le nicchie si instauri un rapporto di competizione, magari con regole ben poco chiare, che può portare alla supremazia di una nicchia sulle altre, più che per meriti pubblicamente riconosciuti, per possibilità d’accesso ad altri canali (politici, economici) per vie traverse.

La seconda risposta alla domanda prende come modello quello attuale e ci fantastica su. Supponiamo che in una Nazione esistano N giornali, dove N è un numero compreso tra 1 e infinito. Supponiamo che i direttori di tali giornali non guadagnino cifre esorbitanti e che i giornalisti abbiano uno stipendio simile ad un operaio della Magneti Marelli. Supponiamo anche che tanti altri costi vengano limitati e meglio gestiti e che tali testate siano in grado di sopravvivere con i “miseri” finanziamenti pubblici di qualche milione di euro. Supponiamo, infine, che tali giornali dispongano di appositi spazi pubblicitari da cui trarre ulteriori ingressi economici. Bene, avremmo una infinità di giornali, liberi di esprimersi come meglio credono e accessibili a tutti gratuitamente. Le spese del giornale verrebbero sostenute dai finanziamenti pubblici e da quelli pubblicitari, rispettando così il principio secondo il quale l’accesso di un servizio a coloro che non possono permetterselo viene garantito da coloro che ne hanno la possibilità. E chi sono coloro che ne hanno la possibilità? Quelli che pagano più tasse, foraggiando il finanziamento pubblico, e quelli che comprano la Mercedes, foraggiando le risorse economiche dell’azienda che sul giornale pubblicizza. In questo modo più un giornale viene letto ed ottiene consensi pubblici, più le compagnie tenderanno ad investire le loro risorse economiche destinate al marketing in quella testata piuttosto che nelle altre. Le altre, nel caso in cui non riescano a trovare ulteriori fonti di finanziamento, muoiono. Sembra meraviglioso, a parte il fatto che non credo che l’Agip,ad esempio, investirebbe denaro per fare pubblicità sul giornale di Fini e Lo Monaco. Né, tantomeno, Fini e Lo Monaco si lascerebbero finanziare da denaro proveniente dall’Agip. Inutile a questo punto dire quali sono le testate che hanno vita facile, e quali quelle che devono lavorare il doppio.

La terza risposta è: internet. Mi ricordo, quando avevo dieci anni l’enciclopedia più completa e desiderabile che si potesse avere era la Treccani. Quando la chiesi a mia madre, mi disse che costava troppo e che le mie ricerche per le tesine dell’esame di quinta elementare le potevo fare in biblioteca. Oggi, mio cugino di otto anni quando cerca qualcosa lo fa su Google ed usa perfettamente Wikipedia. Internet ha aperto le porte a ciò che in rete è conosciuto come sharing (condivisione), il padre del Peer-to-Peer (scambio alla pari) e dell’Open Source (Risorse Aperte). Ci sono infiniti canali informativi tutti assolutamente gratuiti a cui chiunque, in possesso di una connessione internet, può accedere ed utilizzare come meglio crede. Il limite dell’accesso ad una connessione internet è risolvibile semplicemente ispirandosi a Paesi socialmente molto più avanzati di noi (come la Svezia, dove internet arriva a tutti “gratuitamente”). Il  limite di chi costruirebbe informazione e conoscenza a titolo gratuito, nel caso di internet, è meno importante, in quanto anche la responsabilità di costruire informazione e conoscenza è in sharing e non grava solo su poche persone. Qualsiasi cosa che venga prodotta per altri fini può essere messa in rete a disposizione di chiunque se ne voglia servire, a partire dal significato di una parola ai template per una presentazione in PowerPoint, da una lezione di storia d’Italia ad un piano di marketing.

A questo si aggiunge un ulteriore fenomeno che sta prendendo piede nella Rete: il cosiddetto cloud computing. Fondamentalmente, ed in termini poco tecnici, il cloud computing fa sì che il proprio computer personale, o una rete di computer di un’azienda, sia solo un mezzo per accedere alla Rete. Quest’ultima, invece, si sta popolando di compagnie che offrono un servizio detto SaaS (Software as a Service), ovvero tutto quello che ora c’è nei PC sulle nostre scrivanie può essere trasferito in questi “contenitori virtuali” a cui si ha accesso tramite internet e su cui si può lavorare on line. Tutto questo avviene privatamente, con accesso tramite password e rispetto della privacy. Ciò non toglie la possibilità che gli stessi meccanismi possano essere applicati a livello pubblico. Quindi, sempre fantasticando, si potrebbe immaginare un enorme server contenente tutti i dati che gli utenti intendono condividere (cosa che a tutti gli effetti esiste già, che è internet in sé, solo non sistematizzata). La domanda, a questo punto potrebbe essere: la qualità di una informazione offerta da una persona che condivide semplicemente una sua conoscenza ha la stessa qualità di quella offerta da un’altra che dell’informazione fa il suo mestiere? La risposta è: sicuramente no.

Chi, per mestiere, informa la gente dedica la maggior parte del suo tempo a questo. Se lo facesse gratis non avrebbe di che vivere. Come fare in modo, dunque, che l’informazione sia accessibile a tutti gratuitamente e che chi guadagna facendo informazione abbia un ingresso economico? Io vedo due soluzioni, che potrebbero essere prese in considerazione entrambe allo stesso tempo o singolarmente. La prima è estendere l’accesso ad internet a tutti, come servizio pubblico finanziato dal pagamento delle imposte regolato dagli stessi principi che prevedono che l’ammontare delle imposte sia proporzionato al reddito del cittadino, così da coprire anche coloro i quali non hanno le necessarie risorse. Le testate giornalistiche continuerebbero ad usufruire dei finanziamenti pubblici e, spostandosi sulla Rete, avrebbero meno spese di gestione. La seconda soluzione è ciò che nel Web anglofono è conosciuta con il nome di micropayments, un sistema di rapporto servizio-utente che, oltre ad essere dovuto all’abbassamento delle tariffe grazie all’estensione del servizio ad un numero maggiore di clienti, contempla anche la “donazione” spontanea di coloro i quali hanno a cuore la vita del servizio di cui si servono. Il lato positivo di tutto questo è che, come già detto, l’apertura ad un bacino più ampio di utenti di un servizio rende lo stesso meno costoso, ergo più accessibile. Inoltre, la Rete garantirebbe, senza ombra di dubbio, la pluralità dell’informazione.

Il vecchio detto “non è tutto oro quello che luccica” , però, è purtroppo sempre vero. I problemi che da un sistema di questo tipo potrebbero sorgere sono enormi, almeno quanto le opportunità ed i vantaggi che offre. La prima cosa che mi viene in mente, ma non la più importante, è cosa comporterebbe una eventuale deficienza tecnica (sistema in tilt) o logistica (quanto spazio necessita un server con il mondo dentro?). Un ulteriore problema si pone se si considerano i contenuti di ciò che nella Rete si immette: un altro fenomeno molto studiato dagli “investigatori dell’uomo” è stata l’autorità della fonte. Chi mi dice che chi pubblica in una rete così complessa non stia inserendo informazioni false o distorte? Chi mi assicura che la fonte da cui sto traendo informazioni sia attendibile e non ricavi le conoscenze che mi offre da un discorso sentito al bar? E poi, come gli studi matematici sulle reti neurali ci insegnano, le Reti, non avendo un punto di partenza ed uno di arrivo in quanto tali, sono autopoietiche. Come si controlla una cosa così grande, che cresce esponenzialmente in maniera autonoma? Ed inoltre, sarebbe poi giusto controllarla? E in che modo?

Chiudo con un ultimo quesito, relativo all’ordine sociale: in una condizione come quella descritta, è lecito aspettarsi un’occupazione militare degli uffici di Google piuttosto che di un Parlamento in caso di sovversione?