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Il Nuovo Secolo Americano: retroscena politici, sociali ed economici di una guerra annunciata


Nel suo film-inchiesta “Il Nuovo Secolo Americano”, Massimo Mazzucco – fotografo, regista e responsabile del sito luogocomune.it – si serve di ragionamenti logici, inquietanti coincidenze e documenti ed archivi storici per raccontare la storia di una strage annunciata: l’11/9.Il crollo improbabile delle torri, l’area più sorvegliata del pianeta invasa da aeroplani a bassa quota, l’aereo sul muro del Pentagono che produce un buco di soli 4 metri, la polizza assicurativa delle torri crollate, il bacino d’oro presente nel terreno sottostante l’attuale ground zero, i neocons, il PNAC, gli archivi ed i documenti storici, la CIA, l’FBI, l’Iraq, l’Afghanistan, il petrolio. Questi sono solo alcuni dei temi trattati.

Il documentario si concentra sulle cause dell’11/9 solo in apparenza: in realtà l’11/9 è il punto di partenza che Mazzucco ha scelto per raccontare gli obiettivi nascosti di una politica di respiro internazionale aggressiva e spregiudicata iniziata già più di un secolo fa, non solo da parte degli Stati Uniti ma anche di tutti gli altri Paesi che sempre (o quasi sempre) accorrono in suo sostegno. Un importante punto di vista che può sicuramente essere d’aiuto nell’interpretrare non solo quanto è accaduto nel recente passato, ma anche le scelte che caratterizzeranno il futuro prossimo.

(il video è su Arcoiris.tv)

Du’a Khalil Aswad

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Non insistete
(Allahu Akbar)
Lei vuole dormire
(Allahu Akbar)
Con una pietra
(Allahu Akbar)
Si copre la testa
(Allahu Akbar)
E con le mani
(Allahu Akbar)
nasconde la luce
(Allahu Akbar)
Poi chiude gli occhi
(Allahu Akbar)
così  voi morite
(Allahu Akbar)

 Allahu Akbar
Allahu Akbar
Allahu Akbar

Oltre al danno, la beffa: riflessioni su Al Zeidi

Che il paradosso rientri nell’insieme di cose che si possono esperire nella vita è cosa risaputa e inevitabile, ed appartiene a tutti. Ma vivere nel paradosso sostituendolo alla realtà, adottandolo come convenzione, è una perversione che dovrebbe appartenere a pochi. E invece no.

Muntadar Al Zeidi è un giornalista trentenne di una emittente televisiva irachena che il 14 Dicembre accolse la presenza del Presidente G. W. Bush a Baghdad con il lancio di due scarpe (le sue) al grido di “eccoti il saluto, cane!”. Per questo suo gesto, Al Zeidi si trova ora in carcere e rischia di rimanerci tra i 5 ed i 15 anni con l’accusa di aggressione di un Capo di Stato straniero in visita ufficiale. La Corte criminale centrale di Baghdad – che si occupa dei casi di terrorismo – ha respinto la richiesta della difesa di Al Zeidi di processare l’imputato in un tribunale classico. Dhiya al Kenani, il giudice designato per il processo, ha rifiutato la richiesta sostenendo la necessità di dare un messaggio forte, altrimenti corriamo il rischio che ogni conferenza stampa si trasformi in un lancio al bersaglio.Mauro Poggia, l’avvocato difensore del giornalista imputato, si è appellato al Dipartimento Federale per gli Affari Esteri di Berna per ottenere che il suo assistito possa ottenere la cittadinanza svizzera e godere così dell’“asilo politico” di cui ha bisogno per uscire fuori da un Paese dove vivere gli risulterebbe difficile. Oltre all’accusa formale, ad aggravare la posizione di Muntadar c’è il fatto che le scarpe e il cane (fisicamente e verbalmente utilizzati contro Bush) siano visti come oggetti impuri nel mondo Arabo, e che il gesto di “lanciare” oggetti verso qualcuno sia considerato un grave insulto. Se da un lato questo ha aggravato agli occhi della giustizia araba quelle che erano le intenzioni di Al Zeidi, dall’altro questi significati culturali hanno fatto guadagnare al giornalista l’appoggio ed il plauso del popolo iracheno, e non solo.

Ora, non discuto assolutamente sul fatto che il comportamento di Al Zeidi rappresenti una reazione scorretta e inaccettabile. Non credo, però, ci voglia della gran intelligenza per comprendere la natura istintiva dell’azione del giornalista. Certo, se al posto delle scarpe avesse tirato dei coltelli sarebbe stato diverso e magari l’istintività lo avrebbe messo ancor più nei guai. Ecco perché non è assolutamente mia intenzione utilizzare l’istintività come giustificazione, che altrimenti diventerebbe una “attenuante” e costituirebbe un precedente che ci farebbe perdere Bush e tanti altri sotto una montagna di calzature. Credo però che la pena dovrebbe essere commisurata alla colpa e che gli esempi vadano dati da più parti. Mi chiedo spesso come si può punire un uomo che lancia una scarpa ad un altro uomo con 15 anni di prigione, mentre si lascia libero uno che di uomini ne ha fatti ammazzare a decine di migliaia e lo si chiama presidente. Come si può giungere a tutto questo e conviverci senza che disturbi (più di tanto)? Come siamo riusciti a costruire delle convenzioni sociali così forti da eludere la realtà lampante? Come riusciamo a fare anche di questo un motivo di propaganda o di ritorno personale o peggio strumento di marketing? Come possiamo essere così platealmente ed orribilmente prede di noi stessi?