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L’eterno ritorno (made in Italy)


“[…] Alcuni punti però sono sicuri e cioè: durante la sua carriera, X* si macchiò più volte di delitti che, al cospetto di un popolo onesto e libero, gli avrebbe meritato, se non la morte, la vergogna, la condanna e la privazione di ogni autorità di governo (ma un popolo onesto e libero non avrebbe mai posto al governo un X). […] Tutti questi delitti di X furono o tollerati, o addirittura favoriti e applauditi. Ora, un popolo che tollera i delitti del suo capo, si fa complice di questi delitti. Se poi li favorisce e applaude, peggio che complice, si fa mandante di questi delitti.
Perché il popolo tollerò favorì e applaudì questi delitti? Una parte per viltà, una parte per insensibilità morale, una parte per astuzia, una parte per interesse o per machiavellismo. Vi fu pure una minoranza che si oppose; ma fu così esigua che non mette conto di parlarne. Finché X era vittorioso in pieno, il popolo guardava i componenti questa minoranza come nemici del popolo e della nazione, o nel miglior dei casi come dei fessi (parola nazionale assai pregiata dagli italiani).
Si rendeva conto la maggioranza del popolo italiano che questi atti erano delitti? Quasi sempre, se ne rese conto, ma il popolo italiano è cosìffatto da dare i suoi voti piuttosto al forte che al giusto; e se lo si fa scegliere fra il tornaconto e il dovere, anche conoscendo quale sarebbe il suo dovere, esso sceglie il suo tornaconto.
X,uomo mediocre, grossolano, fuori dalla cultura, di eloquenza alquanto volgare, ma di facile effetto, era ed è un perfetto esemplare e specchio del popolo italiano contemporaneo. Presso un popolo onesto e libero, X sarebbe stato tutto al più il leader di un partito con un modesto seguito e l’autore non troppo brillante di articoli verbosi sul giornale del suo partito. Sarebbe rimasto un personaggio provinciale, un po’ ridicolo a causa delle sue maniere e atteggiamenti, e offensivo per il buon gusto della gente educata a causa del suo stile enfatico, impudico e goffo. Ma forse, non essendo stupido, in un paese libero e onesto, si sarebbe meglio educato e istruito e moderato e avrebbe fatto migliore figura, alla fine. […]
Debole in fondo, ma ammiratore della forza, e deciso ad apparire forte contro la sua natura. Venale, corruttibile. Adulatore. Cattolico senza credere in Dio. Corruttore. Presuntuoso: Vanitoso. Bonario. Sensualità facile, e regolare. Buon padre di famiglia, ma con amanti. Scettico e sentimentale. Violento a parole, rifugge dalla ferocia e dalla violenza, alla quale preferisce il compromesso, la corruzione e il ricatto. Facile a commuoversi in superficie, ma non in profondità, se fa della beneficenza è per questo motivo, oltre che per vanità e per misurare il proprio potere. Si proclama popolano, per adulare la maggioranza, ma è snob e rispetta il denaro. Disprezza sufficientemente gli uomini, ma la loro ammirazione lo sollecita. Come la cocotte che si vende al vecchio e ne parla male con l’amante più valido, così X predica contro i borghesi; accarezzando impudicamente le masse. Come la cocotte crede di essere amata dal bel giovane, ma è soltanto sfruttata da lui che la abbandonerà quando non potrà più servirsene, così X con le masse. Lo abbaglia il prestigio di certe parole: Storia, Chiesa, Famiglia, Popolo, Patria, ecc., ma ignora la sostanza delle cose; pur ignorandole le disprezza o non cura, in fondo, per egoismo e grossolanità. Superficiale. Dà più valore alla mimica dei sentimenti , anche se falsa, che ai sentimenti stessi. Mimo abile, e tale da far effetto su un pubblico volgare. Gli si confà la letteratura amena […], e la musica patetica […]. Della poesia non gli importa nulla, ma si commuove a quella mediocre […] e bramerebbe forte che un poeta lo adulasse. Al tempo delle aristocrazie sarebbe stato forse un Mecenate, per vanità; ma in tempi di masse, preferisce essere un demagogo.
Non capisce nulla di arte, ma, alla guisa di certa gente del popolo, e incolta, ne subisce un poco il mito, e cerca di corrompere gli artisti. Si serve anche di coloro che disprezza. Disprezzando (e talvolta temendo) gli onesti , i sinceri, gli intelligenti poiché costoro non gli servono a nulla, li deride, li mette al bando. Si circonda di disonesti, di bugiardi, di inetti, e quando essi lo portano alla rovina o lo tradiscono (com’è nella loro natura), si proclama tradito, e innocente, e nel dir ciò è in buona fede, almeno in parte; giacché, come ogni abile mimo, non ha un carattere ben definito, e s’immagina di essere il personaggio che vuole rappresentare.”


Questa era Elsa Morante in una pagina di diario del 1945, pubblicata su Paragone Letteratura, n. 456, n.s., n.7, febbraio 1988, poi in Opere (Meridiani), Milano 1988, vol. I, pp. L-LII. Qui la versione originale e integrale.


*: X, che nel testo originale della Morante è Mussolini, per chi si voglia compiacere, può essere sostituito da Silvio Berlusconi, senza timore di stonare. Le tinte, purtroppo, sono quelle. Chi, invece, non si voglia compiacere – infliggendo un ulteriore colpo a quello che è ormai diventato (suo malgrado) il capro espiatorio di tutto e, soprattutto, di tutti – farebbe bene a non sostituire quella X con alcun nome. Tanto per aver ben delineate le caratteristiche del prossimo capo carismatico al quale compiacevolmente si sottometterà, fintanto che resterà simile a se stesso ed al suo popolo impegnato in un insopportabile e irriducibile remake storico che dura da 100 anni.

Italia: sempre più "orwelliana"

(di Fabrizio Roncone sul Corriere della Sera)

Un guaio.
«No no… mi creda, di più, molto di più: un disastro, una tragedia. E mannaggia a me, mannaggia…».

Alfredo Milioni, su, non faccia così.
«Eh, le sembra facile: ma io, mi creda, ho la coscienza a posto. E poi sono anni che faccio quel tipo di operazioni burocratiche».

Anni?
«Ma sì, certo… Avrò presentato firme e liste già almeno un’altra quindicina di volte… Uff! Accident…! Fa caldo, eh?».

Stia calmo. Proviamo a ricostruire: a che ora è arrivato in tribunale?
«Con quasi mezz’ora di anticipo. Diciamo verso le 11,30».

Perché, però, poco dopo, è uscito lasciando all’interno del Palazzo di Giustizia solo il faldone delle firme e portandosi via tutto il resto?
«Perché?».

Sì, perché? È vero che s’è accorto di non avere con sé i lucidi con il simbolo del partito?
«No, quelli avrei potuto consegnarli anche dopo. I lucidi non sono una cosa importante, determinante. Questa è una cosa nota».

Allora è andato fuori per apportare qualche modifica alla documentazione?
«Modificare, lei dice…».

Per aggiungere, o cancellare, qualche nome.
«Beh».

Sì o no?
«No, questo no».

Sicuro?
«Sicuro».

Dica la verità.
«Lo giuro, lo giuro! Non volevo apportare modifiche. Mi deve credere, capito?».

Va bene, stia calmo. Questo però significa che è davvero andato a mangiarsi un panino.
«Sì… ecco, sì: sono andato a mangiarmi una panino. Non mi pare grave, no?».

Quindi è vero: lei ha lasciato l’aula per andare al bar.
«Io? A mangiare?».

In conferenza stampa, la Polverini ha fornito una ricostruzione dei fatti un poco diversa.
«No, cioè… io, a mangiare: ma chi l’ha detto?».

Lei, adesso.
«Macché. Senta, io sono molto confuso…».

Non è il momento migliore, Milioni, per essere confusi.
«Però… ecco qui, legga bene sul cellulare: ecco qui tutti i messaggi, gli sms di solidarietà che m’hanno spedito quelli che c’erano, in tribunale, e che hanno assistito a tutta la scena. Dove è chiaro che io sono la vittima».

La vittima?
«Proprio così. Non mi hanno fatto rientrare, hanno fatto i matti, si sono messi a urlare, m’hanno spinto…».

Sostenevano che lei stesse presentando la lista fuori tempo massimo.
«Fuori cosa? M’hanno minacciato, altroché. Qui si configura pure un reato».

Che genere di reato?
«Un reato, un reato…».

Silvio Berlusconi è furibondo.
«Lo so, mannaggia a me».

Come lo sa?
«Eh, quelli lì, i capi del partito, me l’hanno detto. Sono loro che parlano con lui, mica io».

La Polverini anche è furibonda.
«So pure questo… Ma che posso farci io?».

Lei era lì.
«Senta, a parte che la fila avrebbe dovuto farla Giorgio Polesi, l’altro rappresentante del Pdl… lei deve scrivere che io sono solo il piccolo presidente del XIX Municipio, qui a Roma. La politica è sempre stata la mia passione, cominciai come socialista e ho proseguito dentro Fi, certo: ma ero e resto un pesce piccolo, un pescetto che fa il suo lavoro onestamente. Aggiunga poi pure che…».

(La conferenza stampa di Renata Polverini è finita da pochi minuti; Alfredo Milioni sta parlando a capo chino, le mani tremanti, lo sguardo lucido. All’improvviso, dal palchetto, rimbomba giù una voce roca, dura: «Stai zitto! Milioni devi stare zitto, muto: hai capito?». Milioni fa appena in tempo a farfugliare ancora qualcosa, poi viene letteralmente sollevato dal pavimento da un signore muscoloso che, con modi spicci, lo infila dentro una stanza. L’invito a tacere gli era stato rivolto da Alfredo Pallone, parlamentare europeo e vicecoordinatore regionale del Pdl nel Lazio. «Sono stato un po’ brusco, lo so. Ma Milioni, dopo quello che è accaduto, non è lucido. La situazione è delicatissima e lui può straparlare. Ieri, quando ha capito cosa era successo, mi ha detto: “Io mi suicido”. Sta messo così, poveraccio, e c’è da capirlo, credo. Dopo quello che ha combinato…»).

Espatriati.it: a proposito di Celli…


Espatriati.it è un videoblog che raccoglie le testimonianze di coloro che hanno abbandonato il Bel Paese per stabilirsi in un altro luogo del globo. Il focus della ricerca  parte dalla Spagna e dalla regione catalana, dove il numero di italiani residenti è considerevole, per poi allargare la ricerca ad altre città e Paesi. L’obiettivo degli autori di quella che a me sembra una idea davvero interessante è quella –  nel caso in cui il materiale fosse particolarmente ricco – di raccogliere il meglio delle interviste per produrre un documentario sul fenomeno che definiscono dell’espatrio piuttosto che dell’emigrazione. Staimo a vedere cosa ne viene fuori e in bocca al lupo per il progetto.


Quelli di Espatriati.it si presentano così:


In una fase di forte immigrazione e di un’integrazione difficile, una nuova forma di emigrazione ha colpito il paese. Si è parlato di fuga di cervelli, ma in realtà è una “fuga” di massa diversa dalle forme tradizionali di emigrazione. La sensazione è che non si fugga dalla fame e dalla miseria, ma da una serie di impedimenti e di limiti che rendono troppo spesso la vita nel nostro paese piuttosto difficile. Dalla burocrazia eccessiva, alla corruzione, dal clientelismo alla cultura della raccomandazione, fino ai costi spesso insostenibili per una casa, per un asilo etc. La conseguenza diretta di questi fattori è un spostamento di grandi proporzioni. Una sorta di “seconda” emigrazione. Dopo quelle di massa del secolo scorso.

Senza partire da un’analisi preconcetta, ma con la volontà di indagare un fenómeno, abbiamo aperto un videoblog: Espatriati.it. In questo sito raccoglieremo testimonianze, per mezzo di interviste, a italiani che hanno deciso di andarsene. Per riuscire ad avere una visione più profonda di questo fenómeno, ci piacerebbe raccogliere e descrivere le motivazioni che hanno spinto tanti ad allontanarsi dal bel paese. Il focus della ricerca  partirà dalla Spagna e dalla regione catalana, dove il numero di italiani residenti è veramente alto. Un fenomeno in piena espansione, i cui numeri aumentano di anno in anno, rendendo quella italiana una delle comunità più numerose a Barcellona. Successivamente la volontà è quella di allargare la ricerca ad altri città e ad altri paesi. In particolare ci dirigeremo verso Berlino e poi Dublino. Nel caso in cui il materiale fosse particolarmente ricco, vorremmo raccogliere il meglio delle interviste per produrre un documentario su questo fenomeno, di cui si parla molto ,ma che non è stato ancora approfondito dai media, se non con un approccio piuttosto superficiale.

Abbiamo deciso di usare il termine espatriati, perché ricorda momenti drammatici della storia italiana, e in fondo alcune volte chi va via ha una visione politica ed economica più lucida, mentre chi resta non può mai avere una sguardo distaccato e disincantato sulla realtà in cui vive. L’Italia è sempre stata una terra di emigrazione, anche se gli ultimi anni sono stati caratterizzati da un’immigrazione massiccia, a causa tra l’altro della posizione strategica sul Mediterraneo. Ma il fenomeno di chi se ne va non viene mai analizzato, se non in forma spettacolare. A seconda del livello di partecipazione alla video-inchiesta, si piacerebbe sviluppare alcune aree di condivisione per chi vive all’estero. Anzi vorremmo proprio che  l’interazione fosse forte, sfruttando gli strumenti disponibili in rete e cercando di diventare noi stessi uno strumento per i nostri espatriati.


“Figlio mio, abbiamo fallito: appena puoi, lascia questo Paese” – Lettera aperta a una lettera aperta

Pier Luigi Celli, ex Direttore Generale della Rai e attuale Direttore Generale della Libera Università Internazionale degli Studi Sociali (Luiss), pubblica su Repubblica una lettera aperta rivolta al figlio, nella quale descrive un’Italia “divisa, rissosa, fortemente individualista, pronta a svendere i minimi valori di solidarietà e di onestà, in cambio di un riconoscimento degli interessi personali, di prebende discutibili; di carriere feroci fatte su meriti inesistenti”; un Paese in cui “se ti va bene, comincerai guadagnando un decimo di un portaborse qualunque; un centesimo di una velina o di un tronista; forse poco più di un millesimo di un grande manager che ha all’attivo disavventure e fallimenti che non pagherà mai.”

Per queste valide ragioni, seppur “col cuore che soffre più che mai”, Pier Luigi Celli sente di consigliare al figlio di prendere “la strada dell’estero”, scegliendo di andare “dove ha ancora un valore la lealtà, il rispetto, il riconoscimento del merito e dei risultati”, un luogo in cui possa vivere “senza chiederti, ad esempio, se quello che dici o scrivi può disturbare qualcuno di questi mediocri che contano, col rischio di essere messo nel mirino, magari subdolamente, e trovarti emarginato senza capire perché.”

Caro Pier Luigi, ho letto con apprensione la sua lettera pubblicata su Repubblica per almeno tre ragioni: ho condiviso quello che ha scritto (anche se non del tutto e soprattutto non dal suo pulpito), ho immaginato la sua sofferenza come fosse quella di mio padre (che non è Direttore della Luiss), sono uno dei tanti emigrati all’estero.

Nonostante ciò – se mi è concesso – credo che lei abbia dimenticato di dire una cosa importante: dove lo manda suo figlio? Qual è questo luogo, che a me sembra più vicino alla fantascienza che alla realtà, in cui “ha ancora un valore la lealtà, il rispetto, il riconoscimento del merito e dei risultati”?

La mia non è una critica, nè vuole essere uno sfogo del più basso pessimismo disfattista. Le parlo, però, come un figlio e come un emigrato che fino ad ora ha vissuto a New York, a Londra e che ora vive a Madrid. E le assicuro che, come si suol dire, “ogni mondo è Paese”.

Se ho ragione io, il suo consiglio sembra suggerire di andarsi a cercare “il meno peggio”, una rinuncia di una parte di se stessi per “un riconoscimento personale”, una soluzione “fortemente individualista”, che sono poi gli stessi atteggiamenti che a suo avviso hanno fatto fallire il progetto di un’Italia migliore. Se invece – come spero – ho torto, la prego di dirmi un luogo dove poter vivere tranquillo, senza svegliarmi al mattino chiedendomi chi sarà il prossimo a fregarmi, chi sarà colui che oggi approfitterà di me, chi sarà l’ennesimo arrampicatore che mi userà come uno scalino. O, ancora peggio, chi sarà oggi la mia vittima, prima che io sia la sua.

Caro Pier Luigi, non ha fallito solo lei e gli altri padri che non sono riusciti ad evitare questa Italia. Hanno fallito tutti. E ciò che è peggio è che continuiamo a fallire tutti: perseveriamo in una vita ogni giorno più vicina al paradosso, impotenti (o indolenti?) di fronte al più grande equivoco della Storia che sono i nostri valori “moderni” (vedi Copertina del suo “Manuale”) che inspiegabilmente continuiamo a conservare e a difendere, come fossimo tutti affetti da una terribile sindrome di Stoccolma.

Come lei stesso ha suggerito a suo figlio, anche io mi preparo comunque a soffrire. Spero solo che sia per qualcosa di diverso da quello per cui ha sofferto lei.


Accade a Berluscolandia – Intro

Berluscolandia è un meraviglioso Regno di Eurolandia. Con un po’ di fantasia, lo si potrebbe immaginare come una donna nuda (e non a caso nuda) che corre scalza in una pozzanghera, con la chioma mossa dal vento, mentre gioca con una pallina e una barchetta. La pozzanghera si chiama Mare Mediterraneo ed è un po’ più grande e più profondo di una pozzanghera, anche se è sporco uguale. La chioma al vento della fanciulla sono i confini frastagliati delle Alpi. La pallina e la barchetta sono due pezzetti di terra staccatisi moltissimo tempo fa dal resto della penisola e che si chiamano Mafiolandia e Viplandia.

La capitale di Berluscolandia è Arcore, un piccolo villaggio situato a Nord del Regno, la cui superficie è quasi totalmente occupata dalla gigantesca residenza ufficiale dell’Imperatore, Villa Casati-Stampa, una meravigliosa struttura rinascimentale di enorme valore patrimoniale, acqustata dall’Imperatore per soli 500 milioni di lire (l’antica moneta del Regno) attraverso meccanismi non proprio insindacabili.

Nonostante Villa Casati-Stampa sia la residenza ufficiale del Regno e si trovi nella sua Capitale, è a tutti nota la preferenza dell’Imperatore per la sua residenza estiva, Villa La Certosa, a cui Egli dedica tutte le maggiori attenzioni e in cui è stato costruito anche il mausoleo all’interno del quale l’Imperatore otterrà degna sepoltura, assieme ai suoi più fedeli vassalli, quando il tempo lo richiederà. Tale residenza estiva assieme a tutti gli altri possedimenti terrieri e immobiliari dell’Imperatore in questa regione del regno raggiungono le dimensioni del doppio di Città del Vaticano o la metà del Principato di Monaco, un Regno confinante dove molti abitanti di Berluscolandia hanno scelto di spostare la loro residenza per questioni fiscali.

Il Regno di Berluscolandia è una democratura, come la definirebbe Max Liniger-Goumaz, ovvero una dittatura con le vesti di una democrazia. Infatti, a Berluscolandia, nonostante chi decide è sempre lo stesso gruppo di potere, tutto sembra svolgersi secondo le regole di qualsiasi buona democrazia: c’è la Repubblica ed il suo Presidente, la cui unica funzione è firmare le leggi proposte dalle camere altrimenti è incostituzionale; c’è il suffragio universale, dove tutti possono votare anche se sprovvisti degli strumenti necessari della conoscenza per un voto consapevole; c’è libertà di informazione ed espressione, anche se qualche giornalista è stato epurato, la maggior parte dei mezzi di informazione appartengono all’Imperatore e in molte città non ci si può riunire in più di tre in un parco dopo le nove di sera; c’è una costituzione, anche se è stata cambiata e cercano di cambiarla ad ogni riunione parlamentare e se non la cambiano è uguale perché tanto non ne rispettano i principi; ci sono vari partiti politici di diversi orientamenti, anche se tutti dicono le stesse cose con le stesse parole e spesso le discussioni parlamentari consistono in liti bipartisan su chi ha detto per primo cosa e in fin dei conti sono sempre tutti d’accordo.

Questa è, molto sommariamente, Berluscolandia: il Regno in cui vivo e di cui vi racconterò, a partire da oggi, tutte le avventure.


Nota: I racconti di questa rubrica sono una interpretazione assolutamente personale in chiave ironico-critica di fatti reali. Per quanto possibile, cercherò di asegnare a tutte le affermazioni che riporterò i link delle fonti ufficiali delle stesse. La vignetta è di quel genio malefico di Natangelo.



The silent guest – Conferenza su legalità, crimine e regime dell’informazione in Italia. Parlano Sonia Alfano, Carlo Vulpio e Nicola Tranfaglia.The silent guest – Conferenza su legalità, crimine e regime dell’informazione in Italia. Parlano Sonia Alfano, Carlo Vulpio e Nicola Tranfaglia.The silent guest – Conferenza su legalità, crimine e regime dell’informazione in Italia. Parlano Sonia Alfano, Carlo Vulpio e Nicola Tranfaglia



 

Sonia Alfano, Carlo Vulpio e Nicola trafaglia parleranno di crimine, legalità e regime dei media in Italia e non solo.

Lunedì 18 Maggio 2009 alle 19.30 presso il King’s College di Londra.






L’inatteso successo (150 persone che abbiamo dovuto buttar fuori dalla sala per poter chiudere e restituire le chiavi) ottenuto dalla conferenza, e la presenza di Sonia Alfano, Carlo Vulpio e Nicola Tranfaglia ci hanno davvero resi orgogliosi e paghi degli sforzi fatti. Ancor più, questa opportunità che abbiamo avuto ci ha messi di fronte a due grandi evidenze: chiunque, nel suo piccolo, può fare qualcosa per rendere il mondo in cui vive migliore; la gente – nonostante le distanze, le difficolà, il tempo che manca, la lingua diversa e chi più ne ha più ne metta – dicevo la gente risponde come mai ci si aspetterebbe.

Non è vero che nulla si può fare. Non è vero che è “immaturo” ed “utopistico” pensare di poter cambiare le cose.  Paradossalmente, nell’era digitale e di internet, dei voli low cost e delle videochiamate a distanza intercontinentale, non si è soli ma isolati. Di gente ce n’è, e tanta. Solo nessuno sa dell’esistenza dell’altro. Siamo tutti come tanti piccoli atolli galleggianti in un mare che sembra senza confini, le cui correnti ci spingono verso direzioni che solo in parte possiamo decidere e prevedere. Tutto sta nel costruire dei “ponti” che siano in grado di connetterci gli uni agli altri, di unirci. Per lo meno quelli la cui direzione è comune.

Per chi era presente e vuole ripercorrerlo e per chi, invece, non ha potuto attraversarlo, questo è stato il nostro primo piccolo ponte: godetevelo.



TESTO

(in tradotto dall’inglese)

Sono le 20:00 e, mentre vi parlo, lei è li: seduta in un angolo, il volto coperto da un ombra impercettibile e innaturale, che osserva.

In silenzio.

Lontano e vicino, lei agisce, colpisce, opera, decide. Impone. Invisibile e sotterranea ci ricatta, compromettendo le nostre vite.

In silenzio.

Un silenzio che nessuno osa rompere, nessuno osa affrontare, nell’erronea convinzione che questa quotidianità – tangibile, irremovibile – sia qualcosa di estraneo, quasi ai limiti della realtà. Come se non riguardasse la vita di tutti noi. Quando, invece, noi tutti la conosciamo, ne sentiamo l’odore, ne percepiamo i movimenti e ne suggelliamo gli atti con il silenzio, diventandone complici.

Un silenzio che ha permesso ad alcuni, che un tempo si nascondevano nei covi tra le campagne, di sedere oggi in parlamento, nei consigli di amministrazione, nelle redazioni dei giornali, e di occupare i vertici di quelle istituzioni cardine che hanno in mano il destino della nostra nazione.

La Mafia é una tradizione antica nella cultura italiana, espressa nel patrimonio mondiale attraverso le figure dei boss siciliani, calabresi e campani; favorita da una società omertosa, è riuscita a radicarsi nel territorio locale.



Col tempo, da sistema locale, la Mafia si trasforma in impresa. E come ogni impresa capitalistica, la Mafia, seguendo la logica del profitto, è sempre in cerca di possibilità attraverso le quali accrescere i propri capitali. Non solo.

I canali tradizionali, non essendo più sufficienti a sostenere la continua espansione di questa attività, la spingono a svincolarsi dai territori in cui origina, mossa dalla necessità  di trasformare larve monetarie in farfalle finanziarie.

E’ negli anni Settanta, quando nel panorama italiano cominciano ad agire forze nuove e significative, che la mafia comincia ad entrare in contatto con i circoli imprenditoriali milanesi, riuscendo a garantirsi profitti e riciclaggio a basso rischio.

I rapporti tra mafia ed imprenditoria si fanno sempre più stretti, così come si accorciano le distanze tra imprenditoria e politica. Condividendo la stessa logica del profitto, mafia imprenditoria e politica creano un circuito criminoso a senso unico.

Ed è così, che il silenzio comincia la sua ascesa verso uno status di “silente armonia”. L’illegalità diventa inodore, insapore, non perché assente, ma in quanto integrata alla normalità, giustificata dalle leggi, taciuta dall’informazione.

Diventa un morbo in espansione continua, spregiudicata, illimitata: in presenza di un mercato saturo, cerca nuovi orizzonti da conquistare, sfruttando i vuoti di potere e normativi dei nuovi territori in cui si insidia.

Non solo in Italia. Noti sono i casi di Francia, Germania, Inghilterra e Spagna dove lacune normative facilitano la fioritura di attività criminose, spesso legate alla mafia, alla ‘ndrangheta e alla camorra italiane.



Un esempio che ci riguarda molto da vicino, è quello illustrato dalla giornalista Loretta Napoleoni al Parlamento Europeo.

Nel 2001 viene introdotto negli Stati Uniti il Patriot Act che proibisce alle banche americane – e a quelle straniere che sono registrate negli Stati Uniti – di  avere qualsiasi tipo di relazione commerciale con le banche dei paradisi fiscali. Si chiude, quindi, quella porta di accesso – i paradisi fiscali dei Caraibi – che avevano consentito fino ad allora il riciclaggio del denaro sporco.

Il Patrioct Act consente inoltre la possibilità di monitorare tutte le transazioni in dollari nel mondo, punendo penalmente quelle banche che non allertino in caso di transazioni sospette.



Qual è stata la conseguenza?

I narcotrafficanti sudamericani, nella necessità di reinvestire nel mercato i proventi delle loro attività criminali, entrano in contatto con la ‘ndrangheta calabrese.

Favorita dalla mancanza di una legislazione simile al Patriot Act americano, la ‘ndrangheta italiana ha aperto le porte dell’Europa ai narcotrafficanti, facilitando il riciclaggio dei loro profitti illeciti attraverso un network di avvocati, commercialisti e agenti immobiliari compiacenti.

I proventi illegali vengono investiti in attività a tutti gli effetti legali, principalmente tramite investimenti immobiliari, gli stessi che sono alla base della crisi economica e finanziaria di cui stiamo tutt’ora subendo le conseguenze.


Questa sera noi siamo qui per rompere questo silenzio, lanciando un grido d’aiuto ai nostri connazionali, così come all’Europa intera: state allerta! State allerta perché alcuni politici che chiedono il vostro voto, vi propongono le loro demagogie in cambio del vostro silenzio. State allerta, perché alcuni uomini d’affari, con il loro denaro sporco di sangue, vogliono comprare il vostro silenzio. State allerta, perché alcuni giornali, con la loro informazione di facciata, vogliono educarvi al silenzio. State allerta: sappiate riconoscere chi, con le vesti di uno qualunque di noi, vuole farci diventare come uno di loro.

Gli ospiti qui presenti, attraverso il racconto delle loro storie e delle loro esperienze, ci condurranno lungo un percorso il cui intento è quello di creare consapevolezza, risvegliando i nostri cuori  e le nostre menti.

In un’ epoca in cui l’informazione é spesso drogata da politiche propagandistiche, da interessi imprenditoriali e da regimi di governo non democratici, il nostro umile tentativo e’ quello di offrirvi qualcosa di vero.