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Pier Luigi Celli, ex Direttore Generale della Rai e attuale Direttore Generale della Libera Università Internazionale degli Studi Sociali (Luiss), pubblica su Repubblica una lettera aperta rivolta al figlio, nella quale descrive un’Italia “divisa, rissosa, fortemente individualista, pronta a svendere i minimi valori di solidarietà e di onestà, in cambio di un riconoscimento degli interessi personali, di prebende discutibili; di carriere feroci fatte su meriti inesistenti”; un Paese in cui “se ti va bene, comincerai guadagnando un decimo di un portaborse qualunque; un centesimo di una velina o di un tronista; forse poco più di un millesimo di un grande manager che ha all’attivo disavventure e fallimenti che non pagherà mai.”

Per queste valide ragioni, seppur “col cuore che soffre più che mai”, Pier Luigi Celli sente di consigliare al figlio di prendere “la strada dell’estero”, scegliendo di andare “dove ha ancora un valore la lealtà, il rispetto, il riconoscimento del merito e dei risultati”, un luogo in cui possa vivere “senza chiederti, ad esempio, se quello che dici o scrivi può disturbare qualcuno di questi mediocri che contano, col rischio di essere messo nel mirino, magari subdolamente, e trovarti emarginato senza capire perché.”

Caro Pier Luigi, ho letto con apprensione la sua lettera pubblicata su Repubblica per almeno tre ragioni: ho condiviso quello che ha scritto (anche se non del tutto e soprattutto non dal suo pulpito), ho immaginato la sua sofferenza come fosse quella di mio padre (che non è Direttore della Luiss), sono uno dei tanti emigrati all’estero.

Nonostante ciò – se mi è concesso – credo che lei abbia dimenticato di dire una cosa importante: dove lo manda suo figlio? Qual è questo luogo, che a me sembra più vicino alla fantascienza che alla realtà, in cui “ha ancora un valore la lealtà, il rispetto, il riconoscimento del merito e dei risultati”?

La mia non è una critica, nè vuole essere uno sfogo del più basso pessimismo disfattista. Le parlo, però, come un figlio e come un emigrato che fino ad ora ha vissuto a New York, a Londra e che ora vive a Madrid. E le assicuro che, come si suol dire, “ogni mondo è Paese”.

Se ho ragione io, il suo consiglio sembra suggerire di andarsi a cercare “il meno peggio”, una rinuncia di una parte di se stessi per “un riconoscimento personale”, una soluzione “fortemente individualista”, che sono poi gli stessi atteggiamenti che a suo avviso hanno fatto fallire il progetto di un’Italia migliore. Se invece – come spero – ho torto, la prego di dirmi un luogo dove poter vivere tranquillo, senza svegliarmi al mattino chiedendomi chi sarà il prossimo a fregarmi, chi sarà colui che oggi approfitterà di me, chi sarà l’ennesimo arrampicatore che mi userà come uno scalino. O, ancora peggio, chi sarà oggi la mia vittima, prima che io sia la sua.

Caro Pier Luigi, non ha fallito solo lei e gli altri padri che non sono riusciti ad evitare questa Italia. Hanno fallito tutti. E ciò che è peggio è che continuiamo a fallire tutti: perseveriamo in una vita ogni giorno più vicina al paradosso, impotenti (o indolenti?) di fronte al più grande equivoco della Storia che sono i nostri valori “moderni” (vedi Copertina del suo “Manuale”) che inspiegabilmente continuiamo a conservare e a difendere, come fossimo tutti affetti da una terribile sindrome di Stoccolma.

Come lei stesso ha suggerito a suo figlio, anche io mi preparo comunque a soffrire. Spero solo che sia per qualcosa di diverso da quello per cui ha sofferto lei.


Berluscolandia è un meraviglioso Regno di Eurolandia. Con un po’ di fantasia, lo si potrebbe immaginare come una donna nuda (e non a caso nuda) che corre scalza in una pozzanghera, con la chioma mossa dal vento, mentre gioca con una pallina e una barchetta. La pozzanghera si chiama Mare Mediterraneo ed è un po’ più grande e più profondo di una pozzanghera, anche se è sporco uguale. La chioma al vento della fanciulla sono i confini frastagliati delle Alpi. La pallina e la barchetta sono due pezzetti di terra staccatisi moltissimo tempo fa dal resto della penisola e che si chiamano Mafiolandia e Viplandia.

La capitale di Berluscolandia è Arcore, un piccolo villaggio situato a Nord del Regno, la cui superficie è quasi totalmente occupata dalla gigantesca residenza ufficiale dell’Imperatore, Villa Casati-Stampa, una meravigliosa struttura rinascimentale di enorme valore patrimoniale, acqustata dall’Imperatore per soli 500 milioni di lire (l’antica moneta del Regno) attraverso meccanismi non proprio insindacabili.

Nonostante Villa Casati-Stampa sia la residenza ufficiale del Regno e si trovi nella sua Capitale, è a tutti nota la preferenza dell’Imperatore per la sua residenza estiva, Villa La Certosa, a cui Egli dedica tutte le maggiori attenzioni e in cui è stato costruito anche il mausoleo all’interno del quale l’Imperatore otterrà degna sepoltura, assieme ai suoi più fedeli vassalli, quando il tempo lo richiederà. Tale residenza estiva assieme a tutti gli altri possedimenti terrieri e immobiliari dell’Imperatore in questa regione del regno raggiungono le dimensioni del doppio di Città del Vaticano o la metà del Principato di Monaco, un Regno confinante dove molti abitanti di Berluscolandia hanno scelto di spostare la loro residenza per questioni fiscali.

Il Regno di Berluscolandia è una democratura, come la definirebbe Max Liniger-Goumaz, ovvero una dittatura con le vesti di una democrazia. Infatti, a Berluscolandia, nonostante chi decide è sempre lo stesso gruppo di potere, tutto sembra svolgersi secondo le regole di qualsiasi buona democrazia: c’è la Repubblica ed il suo Presidente, la cui unica funzione è firmare le leggi proposte dalle camere altrimenti è incostituzionale; c’è il suffragio universale, dove tutti possono votare anche se sprovvisti degli strumenti necessari della conoscenza per un voto consapevole; c’è libertà di informazione ed espressione, anche se qualche giornalista è stato epurato, la maggior parte dei mezzi di informazione appartengono all’Imperatore e in molte città non ci si può riunire in più di tre in un parco dopo le nove di sera; c’è una costituzione, anche se è stata cambiata e cercano di cambiarla ad ogni riunione parlamentare e se non la cambiano è uguale perché tanto non ne rispettano i principi; ci sono vari partiti politici di diversi orientamenti, anche se tutti dicono le stesse cose con le stesse parole e spesso le discussioni parlamentari consistono in liti bipartisan su chi ha detto per primo cosa e in fin dei conti sono sempre tutti d’accordo.

Questa è, molto sommariamente, Berluscolandia: il Regno in cui vivo e di cui vi racconterò, a partire da oggi, tutte le avventure.


Nota: I racconti di questa rubrica sono una interpretazione assolutamente personale in chiave ironico-critica di fatti reali. Per quanto possibile, cercherò di asegnare a tutte le affermazioni che riporterò i link delle fonti ufficiali delle stesse. La vignetta è di quel genio malefico di Natangelo.





 

Sonia Alfano, Carlo Vulpio e Nicola trafaglia parleranno di crimine, legalità e regime dei media in Italia e non solo.

Lunedì 18 Maggio 2009 alle 19.30 presso il King’s College di Londra.






L’inatteso successo (150 persone che abbiamo dovuto buttar fuori dalla sala per poter chiudere e restituire le chiavi) ottenuto dalla conferenza, e la presenza di Sonia Alfano, Carlo Vulpio e Nicola Tranfaglia ci hanno davvero resi orgogliosi e paghi degli sforzi fatti. Ancor più, questa opportunità che abbiamo avuto ci ha messi di fronte a due grandi evidenze: chiunque, nel suo piccolo, può fare qualcosa per rendere il mondo in cui vive migliore; la gente – nonostante le distanze, le difficolà, il tempo che manca, la lingua diversa e chi più ne ha più ne metta – dicevo la gente risponde come mai ci si aspetterebbe.

Non è vero che nulla si può fare. Non è vero che è “immaturo” ed “utopistico” pensare di poter cambiare le cose.  Paradossalmente, nell’era digitale e di internet, dei voli low cost e delle videochiamate a distanza intercontinentale, non si è soli ma isolati. Di gente ce n’è, e tanta. Solo nessuno sa dell’esistenza dell’altro. Siamo tutti come tanti piccoli atolli galleggianti in un mare che sembra senza confini, le cui correnti ci spingono verso direzioni che solo in parte possiamo decidere e prevedere. Tutto sta nel costruire dei “ponti” che siano in grado di connetterci gli uni agli altri, di unirci. Per lo meno quelli la cui direzione è comune.

Per chi era presente e vuole ripercorrerlo e per chi, invece, non ha potuto attraversarlo, questo è stato il nostro primo piccolo ponte: godetevelo.



TESTO

(in tradotto dall’inglese)

Sono le 20:00 e, mentre vi parlo, lei è li: seduta in un angolo, il volto coperto da un ombra impercettibile e innaturale, che osserva.

In silenzio.

Lontano e vicino, lei agisce, colpisce, opera, decide. Impone. Invisibile e sotterranea ci ricatta, compromettendo le nostre vite.

In silenzio.

Un silenzio che nessuno osa rompere, nessuno osa affrontare, nell’erronea convinzione che questa quotidianità – tangibile, irremovibile – sia qualcosa di estraneo, quasi ai limiti della realtà. Come se non riguardasse la vita di tutti noi. Quando, invece, noi tutti la conosciamo, ne sentiamo l’odore, ne percepiamo i movimenti e ne suggelliamo gli atti con il silenzio, diventandone complici.

Un silenzio che ha permesso ad alcuni, che un tempo si nascondevano nei covi tra le campagne, di sedere oggi in parlamento, nei consigli di amministrazione, nelle redazioni dei giornali, e di occupare i vertici di quelle istituzioni cardine che hanno in mano il destino della nostra nazione.

La Mafia é una tradizione antica nella cultura italiana, espressa nel patrimonio mondiale attraverso le figure dei boss siciliani, calabresi e campani; favorita da una società omertosa, è riuscita a radicarsi nel territorio locale.



Col tempo, da sistema locale, la Mafia si trasforma in impresa. E come ogni impresa capitalistica, la Mafia, seguendo la logica del profitto, è sempre in cerca di possibilità attraverso le quali accrescere i propri capitali. Non solo.

I canali tradizionali, non essendo più sufficienti a sostenere la continua espansione di questa attività, la spingono a svincolarsi dai territori in cui origina, mossa dalla necessità  di trasformare larve monetarie in farfalle finanziarie.

E’ negli anni Settanta, quando nel panorama italiano cominciano ad agire forze nuove e significative, che la mafia comincia ad entrare in contatto con i circoli imprenditoriali milanesi, riuscendo a garantirsi profitti e riciclaggio a basso rischio.

I rapporti tra mafia ed imprenditoria si fanno sempre più stretti, così come si accorciano le distanze tra imprenditoria e politica. Condividendo la stessa logica del profitto, mafia imprenditoria e politica creano un circuito criminoso a senso unico.

Ed è così, che il silenzio comincia la sua ascesa verso uno status di “silente armonia”. L’illegalità diventa inodore, insapore, non perché assente, ma in quanto integrata alla normalità, giustificata dalle leggi, taciuta dall’informazione.

Diventa un morbo in espansione continua, spregiudicata, illimitata: in presenza di un mercato saturo, cerca nuovi orizzonti da conquistare, sfruttando i vuoti di potere e normativi dei nuovi territori in cui si insidia.

Non solo in Italia. Noti sono i casi di Francia, Germania, Inghilterra e Spagna dove lacune normative facilitano la fioritura di attività criminose, spesso legate alla mafia, alla ‘ndrangheta e alla camorra italiane.



Un esempio che ci riguarda molto da vicino, è quello illustrato dalla giornalista Loretta Napoleoni al Parlamento Europeo.

Nel 2001 viene introdotto negli Stati Uniti il Patriot Act che proibisce alle banche americane – e a quelle straniere che sono registrate negli Stati Uniti – di  avere qualsiasi tipo di relazione commerciale con le banche dei paradisi fiscali. Si chiude, quindi, quella porta di accesso – i paradisi fiscali dei Caraibi – che avevano consentito fino ad allora il riciclaggio del denaro sporco.

Il Patrioct Act consente inoltre la possibilità di monitorare tutte le transazioni in dollari nel mondo, punendo penalmente quelle banche che non allertino in caso di transazioni sospette.



Qual è stata la conseguenza?

I narcotrafficanti sudamericani, nella necessità di reinvestire nel mercato i proventi delle loro attività criminali, entrano in contatto con la ‘ndrangheta calabrese.

Favorita dalla mancanza di una legislazione simile al Patriot Act americano, la ‘ndrangheta italiana ha aperto le porte dell’Europa ai narcotrafficanti, facilitando il riciclaggio dei loro profitti illeciti attraverso un network di avvocati, commercialisti e agenti immobiliari compiacenti.

I proventi illegali vengono investiti in attività a tutti gli effetti legali, principalmente tramite investimenti immobiliari, gli stessi che sono alla base della crisi economica e finanziaria di cui stiamo tutt’ora subendo le conseguenze.


Questa sera noi siamo qui per rompere questo silenzio, lanciando un grido d’aiuto ai nostri connazionali, così come all’Europa intera: state allerta! State allerta perché alcuni politici che chiedono il vostro voto, vi propongono le loro demagogie in cambio del vostro silenzio. State allerta, perché alcuni uomini d’affari, con il loro denaro sporco di sangue, vogliono comprare il vostro silenzio. State allerta, perché alcuni giornali, con la loro informazione di facciata, vogliono educarvi al silenzio. State allerta: sappiate riconoscere chi, con le vesti di uno qualunque di noi, vuole farci diventare come uno di loro.

Gli ospiti qui presenti, attraverso il racconto delle loro storie e delle loro esperienze, ci condurranno lungo un percorso il cui intento è quello di creare consapevolezza, risvegliando i nostri cuori  e le nostre menti.

In un’ epoca in cui l’informazione é spesso drogata da politiche propagandistiche, da interessi imprenditoriali e da regimi di governo non democratici, il nostro umile tentativo e’ quello di offrirvi qualcosa di vero.





Col passare del tempo ho sempre più spesso l’impressione di far parte di un enorme club dell’opinionismo i cui membri sono tutti, chi più e chi meno, coinvolti nella estenuante ricerca di una soluzione ai problemi che affliggono la società, la classe politica, l’economia, la Nazione nella sua interezza. Una ricerca, questa, che sembra aspettarsi di trovare la risposta all’interno della domanda, che confonde la causa con la conseguenza.

Di fronte a qualsiasi interrogativo che riguardi la società e i sistemi che la regolano si dovrebbe affrontare un percorso a ritroso che consenta di risalire a quella che rappresenta l’origine comune di tutti i quesiti: l’individuo. Agire sull’individuo, sulla sua formazione ed educazione, sul suo sistema di valori, consente di riprodurre, con un effetto a cascata, conseguenze su tutto quanto derivi dalle sue azioni, siano esse offerte alla manodopera di una catena di montaggio o dedite a salvare il mondo. Non bisognerebbe mai dimenticare che a monte di tutti gli avvenimenti che riguardano l’uomo c’è l’uomo con le sue azioni, esclusa una ragionevole porzione di cause direttamente legate al caso (e non al fato) a cui comunque l’essere umano risponde con degli atti. Agire sugli individui e sulla loro formazione mi sembra, dunque, ragione necessaria e sufficiente al fine di ottenere risultati nel Sistema Nazione.

Nessuno però, a partire dai politici e dagli esperti del settore fino ai comuni cittadini, sembra preoccuparsi dello stato di salute della società in termini di costruzione, ovvero formazione, dell’individuo. Da tutte le parti politiche arrivano voci, discorsi, programmi, che propinano le soluzioni più disparate per salvare l’Italia, risollevandone le sorti economiche piuttosto che la reputazione all’Estero, tutto in nome della Libertà e della Democrazia. Nessuno, però, che si preoccupi di sottolineare che non ci si è impoveriti solo economicamente, nessuno che contrapponga alla finanza “creativa” una logica “creativa” che ponga in rapporto di causa-effetto il fatto con chi lo compie. Nessuno che si impegni ad attuare una riforma che non sia solo del sistema educativo, ma che sia degli individui,  offrendo loro gli stumenti indispensabili perchè esercitino la libertà all’interno del sistema cosidetto democratico. Ciò che si è fatto fin’ora, e che si continua a fare, è un po’ come curare una vacca che non ingrassa senza chiedersi se il terreno su cui pascola sia fertile.

Nell’era postmoderna dell’iperinformazione, il libero accesso all’ informazione, spesso scambiata per conoscenza, ha assunto, in maniera a mio avviso acritica e quasi dogmatica, la funzione di indicatore del livello di Democrazia di un Paese. Ci si impegna ad istruire bambini, adolescenti e giovani adulti: gli si impartiscono lezioni, li si aggiorna, si istituiscono corsi, gli si offrono nozioni. Ci si sforza di produrre sempre migliori ingegneri, migliori economisti, migliori scienziati ma non migliori persone. Si è perso di vista quello che dovrebbe essere il principale obiettivo del sistema educativo: dotare gli individui di autonomia intellettuale attraverso la formazione alla consapevolezza, intesa come “piena cognizione della cosa in discorso”.

In un sistema come quello attuale, in cui la libertà figura come strumento supremo e che proprio per qusto si definisce democratico, risulta paradossale che si sottovaluti il valore della consapevolezza delle persone. Non credo si possa nemmeno parlare di libertà, intesa come libertà di espressione, di voto, di parola, di pensiero, di azione, senza considerare il livello di consapevolezza di chi questa libertà la esercita. La libertà presuppone una scelta, e una scelta può definirsi libera solo nel momento in cui chi la compie possiede la piena consapevolezza non solo di ciò che sta scegliendo, ma di tutte le altre opzioni possibili. E soprattutto è importante che si offrano diverse possibilità, senza le quali l’atto di scegliere, e quindi di esercitare la propria libertà, verrebbe a decadere.

Perché una persona sia consapevole bisogna non solo che venga istruita, cosa che di fatto avviene in tutti gli stati della cosiddetta società avanzata, ma più di tutto è necessario che il sistema educativo la introduca a quelli che sono i principi che stanno alla base della consapevolezza, ossia spirito critico e beneficio del dubbio, e che tali principi diventino parte integrante dell’atteggiamento e del comportamento della persona stessa. Il sistema educativo sembra aver eliminato, invece, il suo aspetto “maieutico” per lasciar spazio a quello puramente nozionistico: tutti i suoi sforzi si concentrano in una ciclica riproduzione di elementi che riflettono il sistema che li ha prodotti.

E quale sistema li ha prodotti? Quando guardo alla mia nazione non posso fare a meno di vedere un sistema affetto da un’enorme metastasi che ne infetta tutti gli ambiti, siano essi pubblici o privati, del singolo o della comunità. Una metastasi dotata di un’incredibile forza autopoietica che dall’interno continuamente riproduce e sostiene se stessa. Per contrastare questa metastasi c’è bisogno di nuove cellule, in grado di costruire un sistema parallelo in cui possano riprodursi liberamente senza il rischio che anch’esse vengano infettate, contaminate, distrutte. In tutto questo, il sistema educativo non rappresenta nient’altro che l’utero, il nucleo costitutivo di queste nuove cellule, la matrice che dovrebbe consentire la costruzione di un nuovo sistema di valori condivisi che faccia da linea guida al comportamento del singolo individuo rendendolo consapevole delle sue azioni e delle conseguenze che esse comportano.

È scontato che azioni “isolate” che contrastino quella che ho definito metastasi dell’Italia possono essere intraprese su tutti i versanti. Ma tali iniziative mirate, proprio come accade per le metastasi biologiche, rischiano solo di ottenere uno spostamento piuttosto che un annientamento del male che vogliono curare. E questo male è talmente radicato che solo privandolo di ulteriore terreno fertile in cui mettere radici lo si può combattere. Finquando però tutti continueranno a concentrarsi sul problema piuttosto che preoccuparsi della causa, fintanto che tutto funzionerà in ragione ed a sostenimento dello status quo attuale, nessuna soluzione sarà mai all’altezza del problema che vorrebbe risolvere. E la radiografia dell’Europa rischia di mostrare una macchia nera a forma di stivale.


Col passare del tempo ho sempre più spesso l’impressione di far parte di un enorme club dell’opinionismo i cui membri sono tutti, chi più e chi meno, coinvolti nella estenuante ricerca di una soluzione ai problemi che affliggono la società, la classe politica, l’economia, la Nazione nella sua interezza. Una ricerca, questa, che sembra aspettarsi di trovare la risposta all’interno della domanda, che confonde la causa con la conseguenza.

Di fronte a qualsiasi interrogativo che riguardi la società e i sistemi che la regolano si dovrebbe affrontare un percorso a ritroso che consenta di risalire a quella che rappresenta l’origine comune di tutti i quesiti: l’individuo. Agire sull’individuo, sulla sua formazione ed educazione, sul suo sistema di valori, consente di riprodurre, con un effetto a cascata, conseguenze su tutto quanto derivi dalle sue azioni, siano esse offerte alla manodopera di una catena di montaggio o dedite a salvare il mondo. Non bisognerebbe mai dimenticare che a monte di tutti gli avvenimenti che riguardano l’uomo c’è l’uomo con le sue azioni, esclusa una ragionevole porzione di cause direttamente legate al caso (e non al fato) a cui comunque l’essere umano risponde con degli atti. Agire sugli individui e sulla loro formazione mi sembra, dunque, ragione necessaria e sufficiente al fine di ottenere risultati nel Sistema Nazione.

Nessuno però, a partire dai politici e dagli esperti del settore fino ai comuni cittadini, sembra preoccuparsi dello stato di salute della società in termini di costruzione, ovvero formazione, dell’individuo. Da tutte le parti politiche arrivano voci, discorsi, programmi, che propinano le soluzioni più disparate per salvare l’Italia, risollevandone le sorti economiche piuttosto che la reputazione all’Estero, tutto in nome della Libertà e della Democrazia. Nessuno, però, che si preoccupi di sottolineare che non ci si è impoveriti solo economicamente, nessuno che contrapponga alla finanza “creativa” una logica “creativa” che ponga in rapporto di causa-effetto il fatto con chi lo compie. Nessuno che si impegni ad attuare una riforma che non sia solo del sistema educativo, ma che sia degli individui,  offrendo loro gli stumenti indispensabili perchè esercitino la libertà all’interno del sistema cosidetto democratico. Ciò che si è fatto fin’ora, e che si continua a fare, è un po’ come curare una vacca che non ingrassa senza chiedersi se il terreno su cui pascola sia fertile.

Nell’era postmoderna dell’iperinformazione, il libero accesso all’ informazione, spesso scambiata per conoscenza, ha assunto, in maniera a mio avviso acritica e quasi dogmatica, la funzione di indicatore del livello di Democrazia di un Paese. Ci si impegna ad istruire bambini, adolescenti e giovani adulti: gli si impartiscono lezioni, li si aggiorna, si istituiscono corsi, gli si offrono nozioni. Ci si sforza di produrre sempre migliori ingegneri, migliori economisti, migliori scienziati ma non migliori persone. Si è perso di vista quello che dovrebbe essere il principale obiettivo del sistema educativo: dotare gli individui di autonomia intellettuale attraverso la formazione alla consapevolezza, intesa come “piena cognizione della cosa in discorso”.

In un sistema come quello attuale, in cui la libertà figura come strumento supremo e che proprio per qusto si definisce democratico, risulta paradossale che si sottovaluti il valore della consapevolezza delle persone. Non credo si possa nemmeno parlare di libertà, intesa come libertà di espressione, di voto, di parola, di pensiero, di azione, senza considerare il livello di consapevolezza di chi questa libertà la esercita. La libertà presuppone una scelta, e una scelta può definirsi libera solo nel momento in cui chi la compie possiede la piena consapevolezza non solo di ciò che sta scegliendo, ma di tutte le altre opzioni possibili. E soprattutto è importante che si offrano diverse possibilità, senza le quali l’atto di scegliere, e quindi di esercitare la propria libertà, verrebbe a decadere.

Perché una persona sia consapevole bisogna non solo che venga istruita, cosa che di fatto avviene in tutti gli stati della cosiddetta società avanzata, ma più di tutto è necessario che il sistema educativo la introduca a quelli che sono i principi che stanno alla base della consapevolezza, ossia spirito critico e beneficio del dubbio, e che tali principi diventino parte integrante dell’atteggiamento e del comportamento della persona stessa. Il sistema educativo sembra aver eliminato, invece, il suo aspetto “maieutico” per lasciar spazio a quello puramente nozionistico: tutti i suoi sforzi si concentrano in una ciclica riproduzione di elementi che riflettono il sistema che li ha prodotti.

E quale sistema li ha prodotti? Quando guardo alla mia nazione non posso fare a meno di vedere un sistema affetto da un’enorme metastasi che ne infetta tutti gli ambiti, siano essi pubblici o privati, del singolo o della comunità. Una metastasi dotata di un’incredibile forza autopoietica che dall’interno continuamente riproduce e sostiene se stessa. Per contrastare questa metastasi c’è bisogno di nuove cellule, in grado di costruire un sistema parallelo in cui possano riprodursi liberamente senza il rischio che anch’esse vengano infettate, contaminate, distrutte. In tutto questo, il sistema educativo non rappresenta nient’altro che l’utero, il nucleo costitutivo di queste nuove cellule, la matrice che dovrebbe consentire la costruzione di un nuovo sistema di valori condivisi che faccia da linea guida al comportamento del singolo individuo rendendolo consapevole delle sue azioni e delle conseguenze che esse comportano.

È scontato che azioni “isolate” che contrastino quella che ho definito metastasi dell’Italia possono essere intraprese su tutti i versanti. Ma tali iniziative mirate, proprio come accade per le metastasi biologiche, rischiano solo di ottenere uno spostamento piuttosto che un annientamento del male che vogliono curare. E questo male è talmente radicato che solo privandolo di ulteriore terreno fertile in cui mettere radici lo si può combattere. Finquando però tutti continueranno a concentrarsi sul problema piuttosto che preoccuparsi della causa, fintanto che tutto funzionerà in ragione ed a sostenimento dello status quo attuale, nessuna soluzione sarà mai all’altezza del problema che vorrebbe risolvere. E la radiografia dell’Europa rischia di mostrare una macchia nera a forma di stivale.

Col passare del tempo ho sempre più spesso l’impressione di far parte di un enorme club dell’opinionismo i cui membri sono tutti, chi più e chi meno, coinvolti nella estenuante ricerca di una soluzione ai problemi che affliggono la società, la classe politica, l’economia, la Nazione nella sua interezza. Una ricerca, questa, che sembra aspettarsi di trovare la risposta all’interno della domanda, che confonde la causa con la conseguenza.

Di fronte a qualsiasi interrogativo che riguardi la società e i sistemi che la regolano si dovrebbe affrontare un percorso a ritroso che consenta di risalire a quella che rappresenta l’origine comune di tutti i quesiti: l’individuo. Agire sull’individuo, sulla sua formazione ed educazione, sul suo sistema di valori, consente di riprodurre, con un effetto a cascata, conseguenze su tutto quanto derivi dalle sue azioni, siano esse offerte alla manodopera di una catena di montaggio o dedite a salvare il mondo. Non bisognerebbe mai dimenticare che a monte di tutti gli avvenimenti che riguardano l’uomo c’è l’uomo con le sue azioni, esclusa una ragionevole porzione di cause direttamente legate al caso (e non al fato) a cui comunque l’essere umano risponde con degli atti. Agire sugli individui e sulla loro formazione mi sembra, dunque, ragione necessaria e sufficiente al fine di ottenere risultati nel Sistema Nazione.

Nessuno però, a partire dai politici e dagli esperti del settore fino ai comuni cittadini, sembra preoccuparsi dello stato di salute della società in termini di costruzione, ovvero formazione, dell’individuo. Da tutte le parti politiche arrivano voci, discorsi, programmi, che propinano le soluzioni più disparate per salvare l’Italia, risollevandone le sorti economiche piuttosto che la reputazione all’Estero, tutto in nome della Libertà e della Democrazia. Nessuno, però, che si preoccupi di sottolineare che non ci si è impoveriti solo economicamente, nessuno che contrapponga alla finanza “creativa” una logica “creativa” che ponga in rapporto di causa-effetto il fatto con chi lo compie. Nessuno che si impegni ad attuare una riforma che non sia solo del sistema educativo, ma che sia degli individui,  offrendo loro gli stumenti indispensabili perchè esercitino la libertà all’interno del sistema cosidetto democratico. Ciò che si è fatto fin’ora, e che si continua a fare, è un po’ come curare una vacca che non ingrassa senza chiedersi se il terreno su cui pascola sia fertile.

Nell’era postmoderna dell’iperinformazione, il libero accesso all’ informazione, spesso scambiata per conoscenza, ha assunto, in maniera a mio avviso acritica e quasi dogmatica, la funzione di indicatore del livello di Democrazia di un Paese. Ci si impegna ad istruire bambini, adolescenti e giovani adulti: gli si impartiscono lezioni, li si aggiorna, si istituiscono corsi, gli si offrono nozioni. Ci si sforza di produrre sempre migliori ingegneri, migliori economisti, migliori scienziati ma non migliori persone. Si è perso di vista quello che dovrebbe essere il principale obiettivo del sistema educativo: dotare gli individui di autonomia intellettuale attraverso la formazione alla consapevolezza, intesa come “piena cognizione della cosa in discorso”.

In un sistema come quello attuale, in cui la libertà figura come strumento supremo e che proprio per qusto si definisce democratico, risulta paradossale che si sottovaluti il valore della consapevolezza delle persone. Non credo si possa nemmeno parlare di libertà, intesa come libertà di espressione, di voto, di parola, di pensiero, di azione, senza considerare il livello di consapevolezza di chi questa libertà la esercita. La libertà presuppone una scelta, e una scelta può definirsi libera solo nel momento in cui chi la compie possiede la piena consapevolezza non solo di ciò che sta scegliendo, ma di tutte le altre opzioni possibili. E soprattutto è importante che si offrano diverse possibilità, senza le quali l’atto di scegliere, e quindi di esercitare la propria libertà, verrebbe a decadere.

Perché una persona sia consapevole bisogna non solo che venga istruita, cosa che di fatto avviene in tutti gli stati della cosiddetta società avanzata, ma più di tutto è necessario che il sistema educativo la introduca a quelli che sono i principi che stanno alla base della consapevolezza, ossia spirito critico e beneficio del dubbio, e che tali principi diventino parte integrante dell’atteggiamento e del comportamento della persona stessa. Il sistema educativo sembra aver eliminato, invece, il suo aspetto “maieutico” per lasciar spazio a quello puramente nozionistico: tutti i suoi sforzi si concentrano in una ciclica riproduzione di elementi che riflettono il sistema che li ha prodotti.

E quale sistema li ha prodotti? Quando guardo alla mia nazione non posso fare a meno di vedere un sistema affetto da un’enorme metastasi che ne infetta tutti gli ambiti, siano essi pubblici o privati, del singolo o della comunità. Una metastasi dotata di un’incredibile forza autopoietica che dall’interno continuamente riproduce e sostiene se stessa. Per contrastare questa metastasi c’è bisogno di nuove cellule, in grado di costruire un sistema parallelo in cui possano riprodursi liberamente senza il rischio che anch’esse vengano infettate, contaminate, distrutte. In tutto questo, il sistema educativo non rappresenta nient’altro che l’utero, il nucleo costitutivo di queste nuove cellule, la matrice che dovrebbe consentire la costruzione di un nuovo sistema di valori condivisi che faccia da linea guida al comportamento del singolo individuo rendendolo consapevole delle sue azioni e delle conseguenze che esse comportano.

È scontato che azioni “isolate” che contrastino quella che ho definito metastasi dell’Italia possono essere intraprese su tutti i versanti. Ma tali iniziative mirate, proprio come accade per le metastasi biologiche, rischiano solo di ottenere uno spostamento piuttosto che un annientamento del male che vogliono curare. E questo male è talmente radicato che solo privandolo di ulteriore terreno fertile in cui mettere radici lo si può combattere. Finquando però tutti continueranno a concentrarsi sul problema piuttosto che preoccuparsi della causa, fintanto che tutto funzionerà in ragione ed a sostenimento dello status quo attuale, nessuna soluzione sarà mai all’altezza del problema che vorrebbe risolvere. E la radiografia dell’Europa rischia di mostrare una macchia nera a forma di stivale.