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Toro Scatenato – La storia di Jack La Motta

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IL PRESENTE FILMATO E’ DA INTENDERSI A SCOPO EDUCATIVO E SENZA FINI DI LUCRO.


Scorsese era sicuro che Toro Scatenato sarebbe stato il suo ultimo film. E invece fu la pellicola che riportò alla ribalta della critica e del pubblico la sua arte cinematografica, dopo il flop del musical New York New York.

Anche se girato negli anni ’80, la pellicola è quasi interamente in bianco e in nero, tranne che per l’ultimo terzo del film. I motivi, prevalentemente di ordine artistico, sono due: perché il film è ambientato dagli anni ’40 in poi, e perché gran parte della pellicola è un lungo flashback di Jack La Motta mentre si prepara nel suo camerino per il suo spettacolo di cabaret.

Toro Scatenato non è solo la trasposizione cinematografica della biografia di uno dei più grandi pugili della storia. Toro Scatenato è la storia di chi “ce l’avrebbe potuta fare se solo…”, di chi eccede nelle cose migliori come nelle peggiori, di chi compensa la perfezione di una specifica attitudine con l’assoluta deficienza in tutto il resto.

La trama del film non ha nulla di particolare, né nulla in più rispetto a ciò che si potrebbe trovar scritto in Raging Bull: My Story – l’autobiografia di La Motta a cui la pellicola si ispira. Ma il modo in cui è stata immaginata, quasi rivissuta per poi essere impressa così come era stata pensata, la perfezione dei tempi e delle sequenze, la fotografia, la pignoleria delle riprese, l’attenzione per i particolari quasi ossessiva: sono questi i fattori che rendono il film sorprendente e che per le sue caratteristiche meriterà due premi Oscar: uno a De Niro, come migliore attore; e uno per Thelma Shoonmaker, per il montaggio. Quest’ultimo, particolarmente meritato per le scene di box, che nel film occupano solo qualche minuto ma che richiedettero circa sei settimane di studio e di montaggio.

L’interpretazione di De Niro nel ruolo di La Motta è magistrale: forse perché nel pieno delle sue capacità artistiche, forse per lo stile della pellicola e la particolarità della storia, forse perché fu lui a proporre a Scorsese di fare un film su La Motta, De Niro offre il meglio di sé e delle sue capacità attoriali a cui ci ha recentemente disabituato. Tonico e muscoloso per gli anni dei combattimenti, De Niro ingrassò trenta chili per girare le scene di La Motta pugile finito e intrattenitore di bar. Nulla fu lasciato al caso e si cercò di curare ogni singolo aspetto, rendendolo il più realistico possibile. Ragione per cui, oltre ai due Oscar assegnati, il film ricevette sei nomination, tra cui quella come miglior attore non protagonista che ebbe come candidato Joe Pesci. Anche l’interpretazione di Pesci nella parte del fratello e manager di La Motta è magistrale: potrebbe sembrare tutto vero, anche il rapporto di parentela, se non fosse per il fatto che i due attori sono troppo diversi per esser fratelli.

Il film ricevette diverse critiche per il livello di violenza, sia fisica che verbale. Ma la violenza dei film di Scorsese è un medium, un modo di raccontare storie veicolando altri messaggi, uno strumento di “sublimazione” della pochezza umana per esprimerne la grandezza. Come, forse, la funzione che la stessa cinematografia ha nella vita del regista: un modo di sublimare le sue pochezze di uomo, le sue debolezze, i suoi istinti più reconditi attraverso scene splatter di violenza a tratti surreale. Quale miglior catarsi per colui che afferma “La mia vita è stata il cinema e la religione. Nient’altro.”?

Ad ogni modo, Toro Scatenato non si discosta molto, in quanto a stile e contesto, da altri film sui bassifondi abitati da immigrati prevalentemente italo-americani e presenze mafiose: alla fine, si finisce col mitizzare il personaggio sbagliato. Ciò che dispiace, infatti, è il sentire di provar pena per La Motta, più che per il fratello o la moglie, nonostante le sue debolezze. Ed è forse questa la debolezza di Scorsese-regista: il riconoscere le piccolezze umane e dispiacersene. Nonostante tutto.