Tag Archives: letteratura

Gialli Mondadori: caso (ir)risolto

Agiornamento 2 Marzo 2010, ore 17.20: Ovviamente, dopo averlo scritto, sono andato a postare il link dell’articolo nel blog dei Gialli Mondadori, blog in cui è in atto (da qualche tempo) un po’ di censura ai commenti degli utenti che non siano “Faccio i miei migliori auguri al grande e famoso nuovo direttore” e sbavataggini varie. Ovvio, è un blog di letteratura che vuole rimanere fuori da beghe politiche e/o massoniche. Ma se è davvero così, farebbero bene a cambiare il loro nuovo direttore. Comunque, il mio commento è scomparso, assieme a quello di un altro utente che rispondeva alla “provocazione”. C.V.D.




Il Dott. Maurizio Costanzo* (dottore si fa per dire: l’unico straccio di Laurea che è riuscito a conseguire gli è stato offerto “honoris causa” (?) dall’Università IULM) già  membro della loggia massonica Propaganda 2 (tessera 1819), Professore alla Facoltà di Scienze della Comunicazione dell’Università La Sapienza di Roma, padre-padrone del Teatro Parioli di Roma, direttore artistico del Brancaccio di Roma, gestore della Fondazione Teatro di Latina e del Todi Arte Festival, fondatore di diverse aziende specializzate nella comunicazione mediatica e nell’immagine personale e di una società di produzione, la Fascino, nonchè consulente nei più diversi ambiti che vanno dai programmi televisivi (Palco e retropalco), agli enti pubblici (il Comune di Roma), agli incarichi di stato (il ministro delle Comunicazioni Paolo Gentiloni lo ha ad esempio nominato “consulente ‘esperto’ del digitale terrestre“), è di recente diventato Direttore Responsabile Gialli Mondadori, una delle realtà editoriali italiane più storiche e significative.

La nomina di Costanzo a Direttore Responsabile Gialli Mondadori ha visto Sergio “Alan D.” Altieri fare un passo indietro verso la poltrona di editor della stessa collana (o a non fare il passo avanti verso una posizione di maggiore responsabilità). E pensare che solo un paio di mesi fa (26 Dicembre 2009) il povero Altieri scriveva sul blog della collana:

“Il 2010 segnera’ il mio quinto anno quale Direttore Editoriale del Giallo Mondadori. Da responsabile di tali e tante scelte editoriali, non posso che ritenermi onorato e lusingato di poter continuare la tradizione iniziata dal grande Alberto Tedeschi e continuata da straordinari uomini e donne di editoria quali Oreste del Buono, Laura Grimaldi, Gianfranco Orsi, Lia Volpatti”.

Purtroppo, la sua avventura alla testa di questo longevo marchio (80 anni di vita) è terminata. Eppure il curriculum** del dottor Altieri (lui si, dottore in ingengneria meccanica) mi pare di tutto rispetto: vissuto per molti anni a cavallo tra gli Stati Uniti d’America e Milano, è scrittore, traduttore e sceneggiatore. Autore di diversi romanzi e sceneggiature per cinema e TV, collabora con il produttore Dino de Laurentiis e lavora con varie mansioni ai film Atto di forza, Conan il distruttore, L’anno del dragone e Velluto blu. Contemporaneamente, Altieri lavora come traduttore, traducendo importanti autori quali Andy McNab, David Robbins, Stuart Woods; traduce anche i primi due volumi del Preludio a Dune scritti da Brian Herbert e Kevin J. Anderson, le Cronache del ghiaccio e del fuoco, la saga fantasy di George R. R. Martin; per i Meridiani Mondadori ha tradotto i racconti di Raymond Chandler e i romanzi di Dashiell Hammett. Costanzo, invece, sembra essersi cimentato con la scrittura di 15 racconti gialli ambientati nel mondo della televisione, raccogliendo la “sfida” lanciatagli da nientepopodimenoché Alfonso Signorini (si, proprio quello di “Chi” e “TV Sorrisi e Canzoni”).

Ora, a parte chiedermi cosa spinga Altieri a rimanere lì dov’è (e non venite a dirmi che è per amore della Letteratura che mi girano i birilli), mi domando cosa diavolo abbia a che fare Maurizio Costanzo con i gialli della Mondadori (genere che, a detta sua, gli è poco familiare) e, soprattutto, dove mai troverà il tempo per dirigere anche questa eredità storica che miracolosamente siamo riusciti a conservare (anche se nel baule sbagliato).

Per chi ami questionarsi sullo stato della Letteratura italiana: si, credo ci sia qualcosa che non va.

Luigi B.

*Le informazioni sugli incarichi di Maurizio Costanzo sono state estratte da un articolo di Giuseppe Carlotti su La Voce del Ribelle.

**Il curriculum di Sergio Altieri è stato riassunto facendo riferimento alla sua pagina su Wikipedia.


 

Se la Letteratura diventa un luogo comune

Helene Hegemann – nuova stella del panorama letterario berlinese e autrice del già best-seller Axolotl Roadkill – ha ammesso di aver scritto il “suo” romanzo “saccheggiando” la rete qui e lì, dopo essere stata accusata di plagio da Deef Pirmasen, autore di un romanzo online a cui la Hegemann più si è “ispirata“. Ma è davvero questa la notizia? A mio modo di vedere, assolutamente no.

Dietro questa storia, c’è molto più di una ragazzina (l’autrice ha solo diciassette anni) smaniosa di atteggiarsi all’ultima Virginia Wolf made in Berlin. Avranno pure un ruolo la casa editrice, gli editor e la critica, o no? Che dire, poi, dell’artificio derivante dal famoso “effetto esposizione“, meglio conosciuto come “effetto museo“, tanto studiato dai sociologi: centrerà pur qualcosa, o no?

Dico questo perché credo che questa storia vada al di là della vicenda in sé. Ad esempio, potrebbe rappresentare il lassismo di una critica che ha smesso, come parte di quella italiana, di leggere i libri che recensisce. Oppure, se così non fosse, potrebbe voler dire che il web è pieno di scrittori geniali e incompresi almeno tanto quanto sconosciuti. Se neanche si fosse d’accordo su questo, l’unica cosa che mi rimane da pensare è che abbiamo seriamente bisogno di rivedere i canoni estetici e stilistici con cui siamo soliti approcciarci alla Letteratura. Perché, allo stato attuale delle cose, un buon romanzo è quello che vende più copie, il Best-Seller appunto. Che è un po’ come dire che il buon scrittore è quello che scrive più libri. Ma così, sappiamo benissimo tutti non essere.

La Letteratura sta rischiando di morire schiacciata dal peso dell’invadenza di una narrativa spicciola, il cui unico pregio è quello di adeguarsi perfettamente ai gusti estetici del mercato corrente. Una letteratura (e non Letteratura) come questa non è più in grado di offrire nulla al mondo che la accoglie. Anzi: dal mondo essa prende gli elementi che non è più capace di creare, reinventare, proporre, e si limita a raccontarli, a volte con romanticismo e buonismo altre con piglio più lucido e sadico, riempiendo pagine e pagine di retorica e messaggi edificanti non richiesti, perdipiù scritti male. E ci ritroviamo pieni di “fiction” in biblioteca così come in TV. Come se la vita che abbiamo, così com’è, ci piacesse così tanto che sentiamo la necessità di ripetercela, rivivendola ogni volta nelle pagine di un libro. Oppure è la definitiva sconfitta dell’immaginazione, la bandiera della realtà piantata nella testa cava del sogno. Realtà a cui sempre più uomini sembrano adeguarsi con sempre maggiore facilità e velocità, perché, in fin dei conti, è quel che c’è. Ma dov’è quella Letteratura che re-inventa la realtà? Dove quella che ri-pensa l’uomo e la sua inutile presenza su questo mondo?

Della Hegemann mi hanno colpito molto le due dichiarazioni/giustificazioni rilasciate  in risposta alle critiche giunte un po’ da tutte le parti. La prima è “L’originalità in ogni caso non esiste più, solo l’autenticità”, come dire: la Letteratura è morta, non possiamo che ripeterci e sperare di vedere il nostro nome sotto il titolo di un romanzo che non abbiamo scritto. La seconda è “Credo che il mio comportamento e il modo di lavorare sia stato del tutto legittimo; non mi faccio rimproveri, ciò può dipendere anche dall’ambiente dal quale provengo e nel quale si cerca l’ispirazione un po’ dappertutto”, definendo gli scrittori (futuri o attuali) del suo ambiente (quindi anche della sua generazione) come degli amanti del decoupage.

Tra le due, ciò che più mi spaventa è la possibilità che possa aver ragione, anche alla luce di alcuni “best-sellers” che hanno abitato e tutt’ora abitano gli scaffali delle nostre librerie.

Luigi B.

La storia vera di un uomo qualsiasi – 1

Non saprei ben dire quanto a lungo diede in escandescenza. È sicuro che il suo unico obiettivo fu quello di farsi prendere per matto. E ci riuscì. Arrivarono a sirene spiegate sotto il suo balcone, allertati da una chiamata d’emergenza di un vicino. Se quello del piano di sotto o dell’appartamento accanto, lui non lo chiese mai.

Sono più o meno le undici del mattino di un Lunedì d’Ottobre, il mese che preferisce. Il cielo è terso ed il sole una grossa sfera bianca, la cui luce lattiginosa s’appoggia lentamente sui palazzi e da lì, cola come adipe, con fatica, fin sull’asfalto della strada. Il viale in cui si erge il civico 15 ha da tempo steso un lungo tappeto di foglie secche che riempiono la strada con il loro crepitio arancione. Le due file di ippocastani su ambo i lati del viale, con i loro rami spogli come dita, somigliano ad un lungo e silenzioso impreco cristallizato, aggrappato all’aria di vetro, fredda e diafana. Il palazzo nel quale, tempo addietro, prese in affitto un piccolo appartamento all’ultimo piano– un vecchio edificio stile liberty color ocra – ha quattro livelli e un evidente bisogno di una bella rinfrescata. La facciata è pulita e conserva vivo il suo colore, anche se scrostata in più punti, come quella di una vecchia chiesa di campagna ormai senza più fedeli. L’intonaco non nasconde i bordi delle enormi pietre, perfettamente rettangolari, con cui è stata costruita la parete, facendole sembrare ancor più mastodontiche. Si affacciano sullo stradone dodici grandi occhi: otto ad arco e di medie dimensioni, disposti in due colonne ai lati destro e sinistro del palazzo; e quattro enormi, a bifora, incolonnati in una fila centrale che fuoriesce un poco rispetto alla superficie piatta e senza balconi della facciata, formando una specie di spina dorsale o di enorme naso. Alcune finestre hanno le persiane abbassate; tutte sono con i battenti chiusi. Tranne l’ultima a destra al quarto piano, da cui si vede la tenda bianca respirare con la stanza e gonfiarsi come una vela sulla strada ad ogni colpo di vento. Subito sotto il finestrone più basso della colonna centrale, scivola l’arco acuto dell’ingresso principale dell’edificio, che si apre come un sipario sull’ampio patio interno. Dalla strada si intravede il grosso tronco bruno dell’acero, cresciuto in un pezzo di giardino ben tenuto al centro del patio del palazzo. L’albero è piuttosto alto e bisogna attraversare la loggia ampia e semibuia dell’entrata per poterne scorgere la cima folta e, in quel periodo dell’anno, incredibilmente rossa.

Secondo un’antica leggenda mitologica, l’acero è l’albero di Fobos, il dio greco della Paura, frutto dell’amore di Ares, dio della guerra, e Artemide, dea della bellezza. Un accostamento superstizioso dei nostri antenati, probabilmente dovuto al colore che le foglie di questo albero assumono all’arrivo dell’inverno. Nonostante non sia mai stato superstizioso, anche per lui questo albero rappresentava qualcosa: il rifiuto delle regole stabilite. Il rifiuto della regola secondo cui in inverno si perdono le foglie. Certo, esistono piante sempreverdi, ma quelle hanno ceduto al compromesso: possiedono foglie grette, ottuse, di cartone, che quando seccano non cadono dai rami dondolandosi nell’aria con una dolce dispedita, ma precipitano al suolo come sassi lanciati da un bambino dispettoso, facendo il rumore di tappi di bottiglia o pietre. O, peggio, hanno irti aghi al posto delle foglie. E che altro sono, questi aghi e queste spine o queste foglie di cartone, se non il prodotto della stitichezza dovuta alla loro vigliaccheria? Affrontare il vento freddo di Novembre a foglie scoperte: questa è tutta un’altra storia.

A cosa giova avere aghi e spine tutto l’anno e non poter avere una foglia un solo giorno? Non bisognerebbe mai cedere nemmeno un briciolo di bellezza in cambio di una sopravvalutata funzionalità. La funzionalità suol dolere sempre ad una delle parti in giuoco, non potendole accontentare tutte, e sempre lascia le cose a metà, essendo per natura imperfetta e compromesso per definizione. La bellezza, invece… Oh, la bellezza: lei sceglie da che parte stare e ci resta fino in fondo, fino alla fine. Perchè la bellezza finisce sempre. Deve finire. È nella sua natura, nella sua stessa essenza, finire, per andare a far parte dei ricordi. E, trasformandosi in memoria, riesce a riprodursi indefinitamente e mai uguale a sè stessa, bensì in altro da sé, potendo esistere fino a che altro esisterà in tutte le forme. È per questo motivo che la bellezza è perfetta. Ciò che tutti chiamano Dio, ma che in troppi confondono con la religione, è un esempio di bellezza per antonomasia. Ciò che è imperfetto, invece, cerca disperatamente il compromesso per trascinarsi nel tempo il più a lungo possibile, e non vuole finire perchè sa che non sarebbe in grado di farsi ricordare. E allora si riproduce uguale a se stesso, continuamente, corrompendo tutto e tutti alle sue regole vili del compromesso che confondono con il piacere ciò che è solo abitudine. Ma l’acero no. L’acero è l’albero più coraggioso di tutti, perchè sa che soccomberà alle regole stabilite, alle sferzate dell’inverno che gli arriveranno come frustate sul fusto spoglio, e nonostante questo non crede sia vano lottare contro tutto questo con un ultimo spasmo di orgoglio e di rabbia che gli infuoca la chioma, scaldando l’aria intorno ancora per un po’. Un acero, ad una lunga vita mediocre, preferirà sempre una morte solenne.

Questo è ciò che lui aveva sempre pensato guardando quell’acero rosso crescere nel giardino. Fino a quella mattina. Fino a quando, alzatosi dal letto, si affaccia alla finestra come tutte le mattine e, come tutte le mattine, accende la sua sigaretta, poggiando poi l’accendino accanto alla tazzina di caffè che mette a raffredare sul davanzale. Quella mattina fissa come al solito la chioma rossa dell’acero sventolare non già come una bandiera – come l’aveva sempre vista, ma come un triste saluto troppo simile a un addio. Da una boccata e sgrana gli occhi. Un pensiero lo colpsce come uno schiaffo. Il fumo gli va di traverso. Tossisce. Lascia cadere la sigaretta e corre in cucina a versarsi dell’acqua in un bicchiere. La mano gli trema e gli fa battere il bordo della bottiglia di vetro sul bicchiere. Un tin tintintin tintin lungo come il tempo che impiega a riempirlo è l’unico suono che si può ascoltare a quell’ora. Lo avvicina alla bocca con difficoltà, sgocciolandosi un po’ d’acqua sulla manica del pigiama, e lo beve tutto d’un sorso. Come se con tutta quell’acqua voglia affogare ciò che ha appena pensato, per poi andarlo a pisciare. Finito di bere, riporta la testa in avanti e sbatte il bicchiere sul tavolo della cucina, come se avesse appena tracannato un cicchetto di tequila. Rimane in piedi, con le braccia tese e le mani appoggiate sullo schienale della sedia. Guarda fisso di fronte a sè e dopo un po’, quasi senza volerlo, sussurra “non può essere così”. Strizza gli occhi e serra labbra e denti, come per impedire che si parli ancora, come se la sua bocca gli avesse rivelato ciò che mai avrebbe voluto scoprire, contro la sua volontà. Con gli occhi ancora chiusi, fa un lungo respiro. Poi, butta fuori l’aria e li riapre di scatto. Si gira piano su se stesso, senza mai staccare le mani dallo schienale della sedia, impacciato come un vecchio durante la riabilitazione, e rimane qualche minuto a fissare la porta aperta della cucina. Da lì riesce a vedere un pezzo dell’altra stanza: sulla destra, il bracciolo del divano marrone che aveva trovato qualche anno fa di fianco ad un cassonetto proprio sotto casa, uno spicchio del tavolino pieno di tabacco e cenere e dei resti della cena della sera precedente; di fronte c’è la parete bianca e senza quadri; sotto, sul pavimento, un piccolo televisore perennemente spento. Volge piano lo sguardo a sinistra, aggrottando un po’ la fronte, con l’espressione di chi ha il timore di guardarsi allo specchio e non riconoscersi più. Da dove era in cucina, quando non la nasconde la tenda bianca che svolazza nella sala, attraverso la porta riesce a vedere solo una striscia della finestra, messa di sbieco, con un pezzo del porticato e del passatoio. Si avvia verso la finestra, piano, portando in avanti solo il piede destro e trascinando il piede sinistro, sotto cui striscia una ciabatta sul pavimento. L’altra si era rimasta sotto la finestra, quando era scappato in cucina. Costeggia la parete come un ladro nel proprio appartamento, facendo bene attenzione a non far rumore senza sapere il perchè. Arrivato alla finestra rimane fermo con la faccia accostata allo stipite, mentre la tenda gli sfiore il viso con ampie carezze. Poi, come un bambino che sbircia se qualcuno lo sta cercando mentre gioca a mosca cieca, mette fuori la testa e guarda. Resta fermo per qualche istante, a fissare quasi senza respirare. Poi si porta le mani agli occhi, premendo con i palmi sulle orbite, ed inizia a piangere. Le spalle hanno un sussulto ad ogni singhizzo trattenuto. Prima che tutto inizi, riesce a dire solo “presto o tardi, doveva succedere”.

Quella mattina, lui scoprì che un acero, compreso quello che cresce nel giardino del suo palazzo, non arrossisce a causa di un ultimo spasmo di orgoglio e di rabbia. Un acero arrossisce di vergogna, perchè è l’unico albero che sa che si ritroverà nudo quando l’inverno sarà cominciato.


Continua…

La narrativa italiana: che andassero tutti al diavolo.

Su Culture Club è stato pubblicato l’ennesimo post “cattivo” di Mario Fortunato.La sua vena (giustamente) polemica si è scagliata, questa volta, contro una “curiosa discussione” che sta avendo luogo da qualche settimana sulle pagine culturali di Repubblica.

L’oggetto del dibattito è: “perché manca ai nostri anni il grande romanzo italiano?” Un quesito retorico e sterile almeno quanto capzioso e inutile. Una prima risposta potrebbe essere: perché i narratori italiani non sono degli Scrittori, ma degli scrivani che riempiono le pagine culturali dei giornali con dibattiti da intellettualoidi piccolo borghesi, più istruiti sul perlage dorato delle tipiche bevande da conferenza che sulla letteratura. Avrei potuto rispondere anche: “perché non hanno letto me”, ma poi mi è sembrato eccessivo, anche se paradigmatico ed esemplificativo della condizione editorial-culturale italiana.

Ci si chiede chi sia (o debba essere) il “nuovo narratore italiano”. Fatto che, più che essere l’espressione di un interesse filologico-letterario, indica l’assenza – e il bisogno – di un luogo culturale (in termini sociologici, geografici e fisici della persona) in cui poter trovare quegli elementi di confronto indispensabili a chi è in cerca della propria identità. Ma di questo non sono sicuro se ne siano resi conto; probabilmente tutto viaggia sui binari sotterranei del subconscio sociale. Che se così fosse sarebbe auspicabile, visto che tutti i più forti ribaltamenti storici non hanno mai attraversato la soglia della coscienza della popolazione un passo alla volta, ma con un gran balzo.

Fortunato dice che la questione è mal posta. E ha ragione. Si chiede:

“che cosa significa l’aggettivo “nuovo”? Che cosa vuol dire circoscrivere la fisionomia dei “nuovi narratori italiani”? Nuovi rispetto a cosa? Il concetto di novità direi che è pertinente al giornalismo, non alla letteratura. Che per definizione non è nuova né vecchia, ma casomai buona o cattiva.”

Ecco svelato l’arcano: forse il problema sta proprio nel fatto di aver disimparato a scoprire il bello per apprendere a  cercare il nuovo. Il nuovo a spese del bello, un giudizio funzionale sostituito ad uno estetico.La realtà sopraffattoria ha invaso, ormai, ogni campo. E nella letteratura questo è riscontrabile sia in chi scrive che in chi pubblica. La visione del mondo inglobante piuttosto che globalizzato ha invaso campi che fino al secolo scorso furono in grado di autodeterminarsi senza aver bisogno di supporti identitari esterni, se non per rifiutarli proponendosi come alternativa. Oggi, invece, ci troviamo di fronte ad una Letteratura (e un’ arte in genere) completamente invischiata nel meccanismo “produci-consuma-crepa” che crea casi letterari della durata di un fuoco di paglia, capaci di sconvolgere, di stupire, di attirare l’attenzione fintanto che non arrivi qualcos’altro di simile ma diverso a distoglierla. Insomma: una letteratura senza più il gusto del classico. Non può esserci nulla che sorprenda particolarmente perché non c’è nulla che si estranei dalla realtà e la rinneghi, come è giusto che la letteratura e l’arte in genere facciano. Invece l’arte e la letteratura sono diventate anch’esse appendici della realtà. E se la realtà non sorprende o affascina nessuno, figuriamoci quel che può suscitare una sua appendice.

La seconda questione dibattuta è: “perché non c’è oggi il grande romanzo italiano?” La prima cosa che verrebbe da dare come risposta è “perché nessuno lo scrive”, scaricando il barile della responsabilità a quelli del mestiere (o del settore, bisognerebbe dire). Potrebbe, però, anche darsi che nessuno questo “grande romanzo italiano” lo abbia letto. O peggio, che nessuno sia stato in grado di riconoscerlo. Che nessuno lo abbia ancora letto, viste le condizioni in cui versa l’editoria italiana, è una possibilità piuttosto plausibile: tutti rannicchiati nella loro piccola torre d’avorio da dove nemmeno fanno più lo sforzo di affacciarsi, di tanto in tanto, a vedere se ancora qualche impudente sfaccendato è li che aspetta con un manoscritto sotto l’ascella. Quando poi vedo che anche gli esperti del settore parlano di nuovo anziché di bello, segno di una assuefazione (quando non assoggettamento) alle smanie consumistiche del sistema di mercato, mi chiedo se non sia altrettanto possibile che il capolavoro gli sia passato tra le mani senza che se ne siano accorti. Non è difficile che a chi cerchi il nuovo possa sfuggire il bello.

La letteratura ha perso il gusto (e la capacità) della mistificazione della realtà, rinnegandone l’autorità che le deriva dalla fattualità, proponendosi come alternativa possibile. Dopo il 1969 scrivere una poesia alla luna non ha avuto più senso: questo è il prezzo che paghiamo alla nostra attitudine a rendere reale il possibile, giudicando inutile ciò che non possiamo realizzare.

Il grande romanzo, o quello che loro chiamano nuovo, o il capolavoro è chiuso in un libro bello e inutile. Ma in un tempo quale quello in cui viviamo una cosa semplicemente bella e inutile non serve a nessuno e nessuno è più in grado di vederla. La razionalità a tutti i costi del folle positivismo della nostra epoca si sforza di spiegare tutto senza comprendere in fondo un cazzo. E questo ci impedisce di capire e di sapere che tutti potremmo semplicemente limitarci ad essere belli e inutili.