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Quando toccare il fondo diventa ufficiale

A tutti sarà capitato, almeno una volta nel corso della vita, di guardarsi allo specchio e dirsi: “È ufficiale: hai toccato il fondo. Poi, magari, dopo un anno o due (o molto meno per i più sfortunati), ecco che riaccade la stessa cosa, con la stessa faccia che si guarda nello specchio pensando che non allora, ma “ora si è toccato il fondo”. E così via, in un ciclo di periodicità alterne di sfiga che si suole definire come “alti e bassi”.

Nonostante queste variazioni emo-temporali, la percezione del “fondo” che ha la faccia allo specchio è soggettivamente oggettiva: c’è, lo sente – quella faccia – il fondo; ne percepisce la vicinanza dal fatto che il respiro gli ritorna in faccia dopo averci battuto contro. Per quanto, però, a quella faccia possa sembrare una condizione oggettiva, appartiene comunque solo e soltanto alla faccia in questione. Non è estendibile a tutte le altre facce. Come si fa, allora, a capire, a stabilire quando una società (tutte le facce) ha toccato il fondo?

Molti antropologi e sociologi scrivono (ed hanno scritto) sui “fondi” della società. Ma resta pur sempre un opinabile punto di vista, una soggettiva intepretazione dell’oggettività, anche se supportata da fatti, teorie e lucidi ragionamenti. L’unica cosa che potrebbe testimoniare il raggiungimento del fondo della società è una prova ufficiale, riconosciuta pubblicamente, istituzionalizzata, la pistola fumante del suicidio sociale di massa. Questa prova, oggi, noi l’abbiamo: si chiama The School of Life.

La Scuola della Vita – prima e unica nel suo genere, se non si considera L’Università del Pensiero Liberale – è un luogo in cui, per la modica cifra di 195 sterline (220 euro circa), ti insegnano a vivere “wisely and well”. Oltre ad insegnarti a vivere “saggiamente e bene”, gli stessi “docenti” ti offrono l’opportunità di girare la chiave nella serratura del mondo, mettendo a tua disposizione tutti i LORO strumenti per cambiarlo. Dalla filosofia alla letteratura, dall’arte alla psicologia, il piccolo laboratorio di intelligenza “cool” di Bloomsbury (Londra) aperto al pubblico si propone come il luogo dove poter esercitare il pensiero ed espandere la propria mente. The Life of School ti da (sempre sotto lauto pagamento) la possibilità di incontrare “open-minded people” con cui dividere “breakfast summits”, “brunch talks” e “dinner conversation” per (riporto letteralmente) “sedersi attorno ad un tavolo e parlare delle cose realmente importanti della vita”. Ci sono classi e seminari sui più svariati argomenti: da “come far si che un amore duri” a “come essere un buon amico”; da “come farsi piacere il lavoro che si ha” a “come bilanciare il lavoro con la vita privata”; da “come fare la differenza” a “come leggere”; da “come essere cool” a “come stare soli”; da “come riempire il buco lasciato da Dio” a “come pensare alla morte”.

A questo punto, se le leggi del mercato (con tutte le loro varianti e possibili interpretazioni) sono valide, è corretto pensare che una scuola del genere appena descritto rappresenti il soddisfacimento di un desiderio, l’offerta alla domanda rivolta ai tipi di servizi che offre. Affermare che ciò è vero equivale a dire che viviamo in una società incapace di vivere, che ha bisogno di qualcuno che le dica come farlo. Significa che viviamo in una società impossibilitata a sedersi spontaneamente attorno ad un tavolo per porsi la domanda che millenni fa ha tediato anche il più umile dei servi dell’aristocrazia pensante: cosa diavolo ci facciamo qui? Viviamo in una società in cui l’acquisto ed il consumo stanno sempre più profondamente sostituendo la scelta e l’utilizzo; una società in cui pensare diventa un lusso rappresentativo di uno status, prerogativa di pochi, piuttosto che un esercizio naturalmente diffuso e praticato, ad appannaggio di tutti.

Con The School of Life la cultura di massa compie il salto qualitativo verso l’intelligenza di massa, contribuendo alla nascita ufficiale del business dell’imbecillità. Se questa non è la prova incontrovertibile del fatto che la società abbia toccato il fondo, allora non voglio immaginare la profondità del pozzo in cui stiamo cadendo.


‘Put People First’ – Demo against the G20. London, 28 March 2009‘Put People First’ – Manifestaciòn contra el G20. Londres, 28 Marzo 2009‘Put People First’ – Manifestazione contro il G20. Londra, 28 Marzo 2009

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Ieri (28 c.m.) Londra era diversa.

Certo: le strade, i palazzi, i negozi, gli Starbucks e i Caffè Nero erano sempre lì, come tutti i giorni. Anche l’orribile London Eye era lì, adagiato sulla sponda del Tamigi come un’enorme ruota di un mulino a vento che non c’è. Dev’essere perchè non ci sono Don Chisciotte in questa città, avrei pensato fino a ieri l’altro. Fortunatamente, ho dovuto ricredermi.

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Sembra che siano scesi a manifestare 35,000 persone, circa tre volte quelle previste dalle associazioni organizzatrici della protesta. Put People First è un movimento nato recentemente che comprende differenti associazioni come Trade Unions e ONG a cui si sono unite associazioni ambientaliste e movimenti politici. Certo, 35,000 persone non è un gran numero, considerando che la crisi economica che ci ha investiti coinvolge un numero di persone a sei zeri e, a quanto pare, destinato ad aumentare. Sarebbe stato bello vederle tutte lì, queste persone, almeno per trasformare i numeri delle statistiche (che in questo Paese non mancano mai) in dati di fatto tangibili, visibili e, soprattutto, udibili.

La manifestazione è iniziata all’urlo di “One solution: Revolution”, non armata – si intende, partendo da Temple e sfilando per il centro della città fino ad Hyde Park, a testimonianza di un bisogno sociale (che si spera diventi presto forza sociale) di cambiare le cose: “Whose the streets? Our streets. Whose the City? Our City. Whose the World? Our World” è il mottetto che mi è piaciuto di più, insieme a “The rich, the rich, we’ve got to get rid of the rich” e “Unemployment and inflaction aren’t caused by immigration. Bullshit, get off it: the enemy is profit”.

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D’altronde, il nome stesso della manifestazione dice tutto: Put People First. Ed è questo ciò che si è chiesto nelle 3 ore di tranquilla e pacifica passeggiata: mettere prima di tutto le persone, ovvero coloro senza cui nulla potrebbe esistere. Non so quanti bancari ci fossero a sfilare. Non credo siano stati molti i banchieri a farlo. E di esponenti del governo e dell’opposizione: nemmeno l’ombra. Ma va bene comunque così, visto che hanno iniziato da tempo a raschiare sul fondo delle tasche dei cittadini, senza che nessuno di questi reagisse, per salvare banche come la Royal Bank of Scotland, il cui ex dirigente – Mr. Goodwin – ha riempito fino a qualche tempo fa le pagine di tutti i giornali del Regno Unito per aver sfacciatamente richiesto il suo bonus di circa £700,000, ma sempre con l’applombe ed il fair play tipicamente Inglesi. Chissà, forse nella speranza che nessuno si sarebbe messo lì a calcolare il risultato di 2bn di sterline meno le sue 700,ooo. E, a quanto pare, ha avuto quasi ragione, visto che solo uno sparuto gruppetto di irriducibili (o irriducibilmente incazzati) si è appostato davanti casa sua per qualche giorno, attirando i giornalisti come il miele con le api.

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Fatto sta che c’è stato il silenzio più assoluto riguardo l’ideona di salvare i banchieri con i soldi pubblici. Alla fine, ogni mondo è Paese: quante dimostrazioni ci sono state in Italia quando si è deciso di salvare l’Alitalia nel modo in cui è stata salvata? Quati si sono opposti alla scelta del governo di salvare imprese come Fiat (dove abbiamo perso i conti ormai), Merloni e tantissime altre aziende e imprenditori “sull’orlo del fallimento”? Nessuno. Non si è visto nessuno, a parte qualche timido mugolio lamentoso la mattina, al bar, di fronte la prima tazzina di caffè.

Sembriamo tutti ipnotizzati, intorpiditi, intontiti. La realtà, invece, è che siamo assuefatti. Assuefatti a questo sitema di cose, alle finte libere regole del mercato che ripagano il nostro produci-consuma-crepa con false libertà, di cui tanto ci pregiamo ma che non usiamo, perchè non ne abbiamo tempo e perchè, fondamentalmente, non esistono. Assuefatti allo status quo, incapaci di meravigliarci di fronte a stipendi a nove zeri di bancarottieri fraudolenti e agli accattoni nelle strade, vedendole come normalità di cui abbiamo bisogno per orientarci nella realtà, per sapere di essere svegli. Inebititi da uno stile di vita che non è nostro, e che tuttavia ci appartiene. O meglio: noi apparteniamo ad esso, lasciamo che esso ci possegga, ci acquisti e faccia di noi ciò per cui ci siamo lasciati comprare, fino a che l’usura non lo spingerà a riporci in un angolino ed a guardare i nostri figli.

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Alla fine è in tale sistema che nasciamo ed in esso viviamo, imparando a farlo nostro, ad amarlo. Diventa parte di noi fino a sostituirne dei pezzi, fino a costituirne dei pezzi, fino a costituire noi stessi. Fino a fare in modo che in esso ci si identifichi e, dunque, sia impossibile attaccarlo, rinnegarlo, chè sarebbe come attaccare la propria idetità, il proprio Io. E allora ci si prodiga per esso, lo si difende e lo si protegge, come si farebbe con un genitore “cattivo”, che non si sceglie ma che nemmeno si può fare a meno di “amare”. Allora lo si giustifica, dicendo che nessuno è perfetto, che ha i suoi difetti ma ha anche i suoi pregi, che non ancora se n’è visto uno migliore, quindi ci si accontenta di ciò che si ha. E gli economisti hanno ragione a dire che “bisogna spingere il consumo per supportare la produzione”. Non importa se per questo vadano fatti sforzi, ci si debba impegnare in rinunce, ci si costringa a vivere un quarto d’ora al giorno, si lascino crescere i propri figli a degli estranei. Nonostante tutto, queste son cose che vanno fatte, per mandare avanti il sistema, perchè questa è la vita. E se non lo si fa si è igrati. E bisogna stare attenti ad essere ingrati col Sistema, questo genitore un po’ Dio, che ci ha dato la vita, l’identità, e che allo stesso modo può togliercela se distrutto.

Questa mattina Londra era uguale a se stessa. Come tutti i giorni. Però ci son stati dei giorni in cui è stata diversa. Io c’ero. E cerco di farmelo bastare.