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Quando toccare il fondo diventa ufficiale

A tutti sarà capitato, almeno una volta nel corso della vita, di guardarsi allo specchio e dirsi: “È ufficiale: hai toccato il fondo. Poi, magari, dopo un anno o due (o molto meno per i più sfortunati), ecco che riaccade la stessa cosa, con la stessa faccia che si guarda nello specchio pensando che non allora, ma “ora si è toccato il fondo”. E così via, in un ciclo di periodicità alterne di sfiga che si suole definire come “alti e bassi”.

Nonostante queste variazioni emo-temporali, la percezione del “fondo” che ha la faccia allo specchio è soggettivamente oggettiva: c’è, lo sente – quella faccia – il fondo; ne percepisce la vicinanza dal fatto che il respiro gli ritorna in faccia dopo averci battuto contro. Per quanto, però, a quella faccia possa sembrare una condizione oggettiva, appartiene comunque solo e soltanto alla faccia in questione. Non è estendibile a tutte le altre facce. Come si fa, allora, a capire, a stabilire quando una società (tutte le facce) ha toccato il fondo?

Molti antropologi e sociologi scrivono (ed hanno scritto) sui “fondi” della società. Ma resta pur sempre un opinabile punto di vista, una soggettiva intepretazione dell’oggettività, anche se supportata da fatti, teorie e lucidi ragionamenti. L’unica cosa che potrebbe testimoniare il raggiungimento del fondo della società è una prova ufficiale, riconosciuta pubblicamente, istituzionalizzata, la pistola fumante del suicidio sociale di massa. Questa prova, oggi, noi l’abbiamo: si chiama The School of Life.

La Scuola della Vita – prima e unica nel suo genere, se non si considera L’Università del Pensiero Liberale – è un luogo in cui, per la modica cifra di 195 sterline (220 euro circa), ti insegnano a vivere “wisely and well”. Oltre ad insegnarti a vivere “saggiamente e bene”, gli stessi “docenti” ti offrono l’opportunità di girare la chiave nella serratura del mondo, mettendo a tua disposizione tutti i LORO strumenti per cambiarlo. Dalla filosofia alla letteratura, dall’arte alla psicologia, il piccolo laboratorio di intelligenza “cool” di Bloomsbury (Londra) aperto al pubblico si propone come il luogo dove poter esercitare il pensiero ed espandere la propria mente. The Life of School ti da (sempre sotto lauto pagamento) la possibilità di incontrare “open-minded people” con cui dividere “breakfast summits”, “brunch talks” e “dinner conversation” per (riporto letteralmente) “sedersi attorno ad un tavolo e parlare delle cose realmente importanti della vita”. Ci sono classi e seminari sui più svariati argomenti: da “come far si che un amore duri” a “come essere un buon amico”; da “come farsi piacere il lavoro che si ha” a “come bilanciare il lavoro con la vita privata”; da “come fare la differenza” a “come leggere”; da “come essere cool” a “come stare soli”; da “come riempire il buco lasciato da Dio” a “come pensare alla morte”.

A questo punto, se le leggi del mercato (con tutte le loro varianti e possibili interpretazioni) sono valide, è corretto pensare che una scuola del genere appena descritto rappresenti il soddisfacimento di un desiderio, l’offerta alla domanda rivolta ai tipi di servizi che offre. Affermare che ciò è vero equivale a dire che viviamo in una società incapace di vivere, che ha bisogno di qualcuno che le dica come farlo. Significa che viviamo in una società impossibilitata a sedersi spontaneamente attorno ad un tavolo per porsi la domanda che millenni fa ha tediato anche il più umile dei servi dell’aristocrazia pensante: cosa diavolo ci facciamo qui? Viviamo in una società in cui l’acquisto ed il consumo stanno sempre più profondamente sostituendo la scelta e l’utilizzo; una società in cui pensare diventa un lusso rappresentativo di uno status, prerogativa di pochi, piuttosto che un esercizio naturalmente diffuso e praticato, ad appannaggio di tutti.

Con The School of Life la cultura di massa compie il salto qualitativo verso l’intelligenza di massa, contribuendo alla nascita ufficiale del business dell’imbecillità. Se questa non è la prova incontrovertibile del fatto che la società abbia toccato il fondo, allora non voglio immaginare la profondità del pozzo in cui stiamo cadendo.


Orwell 1984 (Michael Radford, 1984)

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QUESTO FILMATO È DA INTENDERSI A SCOPO EDUCATIVO E SENZA FINI DI LUCRO.


Nel 1984 esce nelle sale britanniche Orwell 1984, una eccezionale trasposizione cinematografica del famosissimo romanzo di George Orwell. La regia è di Michael Radford, a cui Sonia Brownell, vedova di Orwell e titolare dei diritti d’autore, permise, prima di morire nel 1980, di realizzare la pellicola a patto che il film non utilizzasse nessun effetto speciale all’epoca molto in voga.

Il film viene girato principalmente in alcuni docks della zona portuale di Londra, poco prima della loro demolizione. Considerando la location, il tema ed il periodo storico, la pellicola è inizialmente concepita in bianco e nero, ma la proposta viene rifiutata dalla produzione. La colonna sonora è scritta da Dominic Muldowney, mentre il pezzo di chiusura “Julia” è degli Eurythmics.

Il volto del Grande Fratello è di Bob Flag, un attore non professionista che fu inserito nel cast dopo una selezione con questionario. A vestire meravigliosamente i panni di Wiston Smith è un ottimo John Hurt, il quale interpreta in modo incredibilmente realistico la sofferenza, sia psicologica che fisica, del protagonista. Suzanna Hamilton è la trasgressiva Julia, innamorata di Wiston, l’unico con il quale può permettersi ancora di vivere una vita reale ed esprimersi genuinamente nella società del Socing e della Neolingua, sottraendosi al controllo vigile del Partito. Per il ruolo dello spietato O’Brien vengono considerati Paul Scofield, Anthony Hopkins e Sean Connery. La scelta finale, però, cade su Richard Burton, a cui la pellicola è dedicata e che con Orwell 1984 ci regala la sua ultima apparizione cinematografica (il film uscì nelle sale cinematografiche dopo la morte dell’attore).

Gli ottimi accorgimenti tecnici e la scenografia scarna ed essenziale contribuiscono all’emergere dell’aspetto realista del film, trasformando ciò che qualcuno crede possibile in qualcosa di già accaduto e tuttavia presente. L’utilizzo dei molti primi piani sapientemente alternato ai campi estesi costringe lo spettatore a spostarsi continuamente dal piano personale a quello collettivo, riproducendo quel conflitto dentro-fuori che è tra i temi principali di Orwell, diligentemente riproposto da Radford in chiave cinematografica.

Il regista rimane fondamentalmente fedele al testo su cui si basa la sceneggiatura: ne rispetta i tempi, i luoghi ed i passaggi più importanti, mentre le caratteristiche principali dei personaggi emergono senza difficolta grazie ad una consapevole scelta degli attori. Nonostante ciò, vi sono alcune leggere differenze con il romanzo: il gesto di saluto, che nel libro non esiste; il Ministero della Produzione (Minprod), che corrisponde all’orwelliano Ministero dell’Abbondanza (Minabbon); il Ministry of Records (Minrec) dove lavora Wiston, indicato nel libro come Ministero della Verità (Mintrue); l’appellativo di “fratello” e “sorella” utilizzato nel film al posto di “compagno”.

Due passaggi, invece, si discostano completamente dal testo di riferimento: la consegna del libro segreto della Resistenza “Teoria e Pratica del collettivismo oligarchico”, scritto dal fantomatico Goldstein, e l’incontro con O’Brian. Per quanto riguarda la prima differenza, probabilmente dovuta a questioni puramente pratiche (risparmio di una intera scena, di attori e di tempo), mentre nel romanzo la consegna avviene in una piazza durante un comizio, nel film è O’Brian stesso a consegnare a Wiston il ilbro segreto, a seguito di una visita di quest’ultimo presso l’abitazione del primo. La seconda differenza, invece, sembrerebbe più di ordine tecnico: mentre nel romanzo Wiston si reca presso O’Brian in compagnia di Julia, nel film Wiston è solo durante la visita. Forse, la scelta del regista è legata alla figura di Julia, che nella versione cinematografica resta ambigua fino alla fine della pellicola senza risolvere il sospetto del tradimento.

Un’ultima, importante differenza è nel finale: mentre Orwell fa di Wiston un uomo completamente spersonalizzato a seguito delle torture di O’Brian e totalmente condizionato alle leggi del Partito, Redford lascia al protagonista un ultimo accenno di ribellione, quasi impercettibile e probabilmente inconsapevole. Comprensibilmente, la visione distopica ed apocalittica del mondo di Orwell nel 1948 (anno in cui il libro fu scritto) è difficilmente compatibile con il mondo all’epoca di Redford, trentasei anni più tardi: la Seconda Guerra Mondiale è terminata ormai da tempo, Hitler è un fantasma del passato, la Germania smilitarizzata e divisa, la guerra o troppo lontana oppure nascosta. A ciò si aggiunge il fatto che nel 1984 (anno di produzione del film) nelle case dei cittadini (apparentemente) non vi sono affatto enormi schermi con il viso baffuto di Big Brother. Resta comunque difficile capire se la scelta del regista sia dipesa più da una visione maggiormente positiva della storia dell’uomo rispetto a quella di Orwell, o se semplicemente Redford vuole offrire una speranza ai suoi spettatori e nessun appiglio ad eventuali critiche feroci.

Il film vinse il Premio per il Miglior Film dell’anno 1984 nella rassegna British Film Awards organizzata dal quotidiano inglese Evening Standard.


Nota: Nell’ultima parte della pellicola, Smith scrive quasi inconsciamente la formula “2+2= “. Questa formula apparteneva al richiamo alla realtà di Smith quando ancora la sua mente era libera dai condizionamenti delle torture di O’Brian e alla definizione di Libertà di Wiston (“la libertà è poter dire che 2+2=4”). Il fatto che alla somma non segua un risultato potrebbe indicare un ultimo residuo di coscienza di Wiston. Tuttavia si tratta di un errore. Nelle versioni britanniche del romanzo dal 1951 al 1987, infatti, la si produsse un errore di stampa causato dalla caduta dell’ultimo carattere (il numero 5) che in tal modo sparì per sedici anni da tutte le edizioni. Il film, datato 1984, riporta il medesimo errore, essendo basato proprio su una di queste edizioni. In realtà, Orwell, nella versione corretta del romanzo, non lascia spazio ad alcun residuo di coscienza in Wiston, il quale affermerà che “2+2=5” senza dubitarne.


La Repubblica degli inciuci dello stato italiota: Luigi De Magistris incontra gli italiani a Londra.

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L’analisi di De Magistris sulle condizioni della Repubblica Italiota ha rivelato una lucidità “magistrale”, quella che ci si aspetterebbe da chiunque abbia avuto modo di conoscere da vicino (e dall’interno) il “sistema” di intrecci e inciuci che caratterizza particolarmente lo Stivale. La conclusione a cui l’ex magistrato è giunto è che l’Italia, per interrompere il circolo vizioso che la imbriglia e la tiene perennemente sotto scacco, ha bisogno di affrontare principalmente due questioni: quella morale e quella culturale.


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Nulla da obiettare, ovviamente, sulle affermazioni dell’europarlamentare, le quali non possono che essere condivise. Parole che – come qualcuno ricorderà – furono pronunciate anni or sono dal politico che per primo si accorse dell’importanza di affrontare tali questioni, sottoponendole ai suoi colleghi, ai suoi avversari e all’opinione pubblica di allora: Enrico Berlinguer. Nel 1981, 25 anni prima di De Magistris e 10 anni prima di Tangentopoli, Enrico Berlinguer affermava che

 

“la questione morale esiste da tempo, ma ormai essa è diventata la questione politica prima ed essenziale perché dalla sua soluzione dipende la ripresa di fiducia nelle istituzioni, la effettiva governabilità del paese e la tenuta del regime democratico.


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Come feci notare al Dottor De Magistris, a denunciare la bizzarra corresponsione tra controllore e controllato, la presenza di interessi privati nella gestione della cosa pubblica ancor prima di De Magistris stesso e di Berlinguer, fu Francesco Rosi. Le mani sulla città è un film datato 1963, e non so se sia più sconvolgente il fatto che il sistema politico italiota di oggi esisteva già 40 anni fa, o il fatto che a soli 10 anni di vita la Repubblica Italiana puzzava di marcio, già preda di quel mercimonio in cui oggi sguazza istituzionalmente. Per spiegarsi come questo sia stato possibile, bisognerebbe andare indietro negli anni e cercare le risposte nella Storia, magari scoprendo che tutto iniziò con la “liberazione” e lo sbarco in Sicilia degli “alleati”. Ma non è questo il momento e il luogo per affrontare un discorso che richiederebbe più di qualche pagina scritta in un blog.

 

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A De Magistris feci anche notare come la situazione Italiana somigli molto ad un contrappasso dantesco: come può accadere che la Nazione con la migliore Costituzione al mondo sia, al tempo stesso, quella il cui Parlamento detenga il primato del numero maggiore di rappresentanti di se stessi anziché del popolo, porti il baluardo della connivenza di legalità ed illegalità rispetto a tutto l’Occidente e possieda la classe politica della peggior specie? Una delle due non è vera. La sua risposta è stata: “la storia – come le leggi –  è fatta dagli uomini.  Per questo è importante concentrarsi sulle questioni morale e culturale”. Insomma, la Costituzione Italiana, come si direbbe dalle sue parti (ma anche dalle mie), “è bell’ ma nun abball’”. Si possono avere i colori migliori senza per questo essere in grado di dipingere un’opera d’arte. Ed è vero. Tralasciando, quindi, qualsiasi discorso di filosofia del diritto, non resta che condividere il principio secondo cui ottimi strumenti sono condizione necessaria ma non sufficiente per il raggiungimento di ottimi risultati e che, dunque, rimane la necessità di istruire, parafrasando l’Onorevole (?) Ghedini, “gli utilizzatori finali”di tali strumenti perché siano in grado di ricavare da questi il meglio.

 

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Luigi De Magistris - King's college of London 3Dunque, questione morale e culturale: due rami che germogliano da uno stesso ceppo, e per questo motivo da trattare necessariamente in maniera congiunta, tenendo bene a mente che l’uno influenza l’altro. Per risolvere la questione morale, De Magistris propone un riciclo dell’attuale classe dirigente con una nuova che condivida e soprattutto rispetti e si impegni nel far rispettare quelli che sono i principi fondamentali su cui si basa qualsiasi Stato a cui stiano a cuore i cittadini che ne abitano i territori. Più facile a dirsi che a farsi, visto che bisogna tenere in considerazione che in un sistema dove l’economia ha il primato sulla politica e in cui quest’ultima è al servizio della prima, in un contesto in cui la forza economica di pochi tiene sotto scacco i più che vogliono sopravvivere ed elimina facilmente chi a certe regole si oppone, in un clima ricattatorio di compromessi e scambi, semmai si riuscisse a trovare qualcuno disposto a lavorare il doppio rischiando il triplo sarebbe già un miracolo. Aspettarsi che tenga nel tempo e non rischi di cedere il passo alla corruttibilità credo sia utopico. Non credo, affermando questo, di essere pessimista o disfattista. Ritengo, invece, di essere piuttosto realista. Parliamoci chiaro: nessun imprenditore andrebbe ad investire i suoi soldi in un posto in cui ha la certezza quasi matematica di non ottenere alcun profitto, a meno che non “scenda a patti”. Parlare di costruzione di una nuova classe dirigente nelle condizioni attuali equivale a voler curare un cancro con l’aspirina. Così come un’ottima costituzione non è sufficiente, da sola, a fare in modo che una comunità agisca entro i limiti da essa prescritti, così un’ottima classe dirigente è destinata a fallire quando cerchi di fare imprenditoria in un contesto “ostile”. Come risolvere il problema? Dove cercare l’uscita di questo cerchio che sembra definitivamente chiuso? Come risolvere la connivenza di legalità e illegalità, avvantaggiata spesso dal disinteresse o dal troppo interesse dei cittadini?

Luigi De Magistris - King's college of London 1

Eccoci dunque alla questione culturale. Jimmy Malone, il poliziotto irlandese degli Untouchables interpretato da Sean Connery, dice:

 

“Quando hai paura di incappare in una mela marcia, non devi prenderla dal cesto, coglila dall’albero.”

 

Una perla di saggezza. Perché marci non si nasce, si diventa. E qual è l’albero delle mele acerbe di un qualsiasi Stato, compreso il nostro? La scuola.

Fintanto che i germogli di una società vengono cresciuti nella marcescenza edulcorata che emana dalle aule delle nostre scuole dell’obbligo, fino a quando la Mondadori avrà il monopolio dei libri scolastici, fino a quando ai nostri studenti di Scienze Politiche verrà offerta una conoscenza a crediti e per sommi capi, fino a quando ai nostri studenti di Economia e Ingegneria verrà offerta una cultura di sistema autoreferenziale, fino a che si continuerà a depredare il senso critico delle menti del “futuro della società”, annichilendole per trasformarle in macchine riproduttrici dello status quo, non ci saranno De Magistris, informazione libera, comitati popolari, democrazia dal basso e liste civiche che potranno a tenere il confronto.

 

Se mai un giorno dovesse capitarmi di ascoltare la retorica politichese dei paroloni, che accende gli animi e fa annuire le teste ,dedicata per i tre quarti del discorso all’importanza dell’istruzione anziché all’indottrinamento di una moltitudine di padiglioni auricolari a cui si dice chi sono i buoni e chi sono i cattivi, quel giorno potrei anche ricominciare ad avere fiducia nella politica e nel voto. Potrei anche pensare che chi sta parlando ha davvero voglia di cambiare lo Stato (Italia) delle cose (Italiani). Resto in attesa di quel giorno. Nel frattempo, un grosso in bocca al lupo a De Magistris, sperando sia la volta buona.

 

‘Put People First’ – Demo against the G20. London, 28 March 2009‘Put People First’ – Manifestaciòn contra el G20. Londres, 28 Marzo 2009‘Put People First’ – Manifestazione contro il G20. Londra, 28 Marzo 2009

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Ieri (28 c.m.) Londra era diversa.

Certo: le strade, i palazzi, i negozi, gli Starbucks e i Caffè Nero erano sempre lì, come tutti i giorni. Anche l’orribile London Eye era lì, adagiato sulla sponda del Tamigi come un’enorme ruota di un mulino a vento che non c’è. Dev’essere perchè non ci sono Don Chisciotte in questa città, avrei pensato fino a ieri l’altro. Fortunatamente, ho dovuto ricredermi.

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Sembra che siano scesi a manifestare 35,000 persone, circa tre volte quelle previste dalle associazioni organizzatrici della protesta. Put People First è un movimento nato recentemente che comprende differenti associazioni come Trade Unions e ONG a cui si sono unite associazioni ambientaliste e movimenti politici. Certo, 35,000 persone non è un gran numero, considerando che la crisi economica che ci ha investiti coinvolge un numero di persone a sei zeri e, a quanto pare, destinato ad aumentare. Sarebbe stato bello vederle tutte lì, queste persone, almeno per trasformare i numeri delle statistiche (che in questo Paese non mancano mai) in dati di fatto tangibili, visibili e, soprattutto, udibili.

La manifestazione è iniziata all’urlo di “One solution: Revolution”, non armata – si intende, partendo da Temple e sfilando per il centro della città fino ad Hyde Park, a testimonianza di un bisogno sociale (che si spera diventi presto forza sociale) di cambiare le cose: “Whose the streets? Our streets. Whose the City? Our City. Whose the World? Our World” è il mottetto che mi è piaciuto di più, insieme a “The rich, the rich, we’ve got to get rid of the rich” e “Unemployment and inflaction aren’t caused by immigration. Bullshit, get off it: the enemy is profit”.

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D’altronde, il nome stesso della manifestazione dice tutto: Put People First. Ed è questo ciò che si è chiesto nelle 3 ore di tranquilla e pacifica passeggiata: mettere prima di tutto le persone, ovvero coloro senza cui nulla potrebbe esistere. Non so quanti bancari ci fossero a sfilare. Non credo siano stati molti i banchieri a farlo. E di esponenti del governo e dell’opposizione: nemmeno l’ombra. Ma va bene comunque così, visto che hanno iniziato da tempo a raschiare sul fondo delle tasche dei cittadini, senza che nessuno di questi reagisse, per salvare banche come la Royal Bank of Scotland, il cui ex dirigente – Mr. Goodwin – ha riempito fino a qualche tempo fa le pagine di tutti i giornali del Regno Unito per aver sfacciatamente richiesto il suo bonus di circa £700,000, ma sempre con l’applombe ed il fair play tipicamente Inglesi. Chissà, forse nella speranza che nessuno si sarebbe messo lì a calcolare il risultato di 2bn di sterline meno le sue 700,ooo. E, a quanto pare, ha avuto quasi ragione, visto che solo uno sparuto gruppetto di irriducibili (o irriducibilmente incazzati) si è appostato davanti casa sua per qualche giorno, attirando i giornalisti come il miele con le api.

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Fatto sta che c’è stato il silenzio più assoluto riguardo l’ideona di salvare i banchieri con i soldi pubblici. Alla fine, ogni mondo è Paese: quante dimostrazioni ci sono state in Italia quando si è deciso di salvare l’Alitalia nel modo in cui è stata salvata? Quati si sono opposti alla scelta del governo di salvare imprese come Fiat (dove abbiamo perso i conti ormai), Merloni e tantissime altre aziende e imprenditori “sull’orlo del fallimento”? Nessuno. Non si è visto nessuno, a parte qualche timido mugolio lamentoso la mattina, al bar, di fronte la prima tazzina di caffè.

Sembriamo tutti ipnotizzati, intorpiditi, intontiti. La realtà, invece, è che siamo assuefatti. Assuefatti a questo sitema di cose, alle finte libere regole del mercato che ripagano il nostro produci-consuma-crepa con false libertà, di cui tanto ci pregiamo ma che non usiamo, perchè non ne abbiamo tempo e perchè, fondamentalmente, non esistono. Assuefatti allo status quo, incapaci di meravigliarci di fronte a stipendi a nove zeri di bancarottieri fraudolenti e agli accattoni nelle strade, vedendole come normalità di cui abbiamo bisogno per orientarci nella realtà, per sapere di essere svegli. Inebititi da uno stile di vita che non è nostro, e che tuttavia ci appartiene. O meglio: noi apparteniamo ad esso, lasciamo che esso ci possegga, ci acquisti e faccia di noi ciò per cui ci siamo lasciati comprare, fino a che l’usura non lo spingerà a riporci in un angolino ed a guardare i nostri figli.

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Alla fine è in tale sistema che nasciamo ed in esso viviamo, imparando a farlo nostro, ad amarlo. Diventa parte di noi fino a sostituirne dei pezzi, fino a costituirne dei pezzi, fino a costituire noi stessi. Fino a fare in modo che in esso ci si identifichi e, dunque, sia impossibile attaccarlo, rinnegarlo, chè sarebbe come attaccare la propria idetità, il proprio Io. E allora ci si prodiga per esso, lo si difende e lo si protegge, come si farebbe con un genitore “cattivo”, che non si sceglie ma che nemmeno si può fare a meno di “amare”. Allora lo si giustifica, dicendo che nessuno è perfetto, che ha i suoi difetti ma ha anche i suoi pregi, che non ancora se n’è visto uno migliore, quindi ci si accontenta di ciò che si ha. E gli economisti hanno ragione a dire che “bisogna spingere il consumo per supportare la produzione”. Non importa se per questo vadano fatti sforzi, ci si debba impegnare in rinunce, ci si costringa a vivere un quarto d’ora al giorno, si lascino crescere i propri figli a degli estranei. Nonostante tutto, queste son cose che vanno fatte, per mandare avanti il sistema, perchè questa è la vita. E se non lo si fa si è igrati. E bisogna stare attenti ad essere ingrati col Sistema, questo genitore un po’ Dio, che ci ha dato la vita, l’identità, e che allo stesso modo può togliercela se distrutto.

Questa mattina Londra era uguale a se stessa. Come tutti i giorni. Però ci son stati dei giorni in cui è stata diversa. Io c’ero. E cerco di farmelo bastare.

Dio non esiste. Qualcuno salvi la Regina!


Il 6 Gennaio 2009 è stata ufficialmente lanciata The Atheist Bus Campaign, e sembra aver riscosso un inaspettato successo.

L’iniziativa, creata da Ariane Sherine e supportata dal Prof. Richard Dawkins e dalla British Humanist Association, ha come scopo quello di diffondere il messaggio “There’s probably no God. Now stop worrying and enjoy your life” (Probabilmente Dio non esiste. Ora smetti di preoccuparti e goditi la vita), riempiendo le fiancate degli autobus di Londra.

 

Essendo un’iniziativa “sociale”, quindi senza scopo di lucro, in Ottobre si iniziò la raccolta dei fondi che mirava al raggiungimento di £5,500. Dopo quattro giorni erano già stati raccolti £100,000 provenienti da pubbliche donazioni di singoli individui. In aggiunta agli ottimi risultati fin’ora raggiunti in Gran Bretagna, la campagna sta guadagnando un’enorme risonanza nei vari Paesi europei e non (un articolo è stato pubblicato in India a riguardo), e sta avendo ciò che in termini di marketing contemporaneo si definirebbe un “effetto virale”.

Lo stesso messaggio pro-ateismo è comparso sugli autobus a Barcellona e ci si aspetta che arrivi a Madrid a breve ad opera della Associazione Madrilegna di Atei e Liberi Pensatori, secondo quanto affermato da Publisistemas, la compagnia che gestisce la publicità sugli autobus della Impresa Municipale dei Trasporti.

A difesa del cristianesimo e dell’esistenza di Dio è intervenuta la Chiesa Evangelica che, in collaborazione con il Centro Cristiano de Reunión, ha risposto all’ attacco ateista usando la stessa arma, forse incoraggiati dal motto “occhio per occhio, dente per dente” del Vecchio Testamento. Dallo scorso 25 Dicembre, sugli autobus dei Trasporti Metropolitani di Barcellona (TMB), un autobus circola nella zona sud della regione in difesa del cristianesimo con la scritta Dios sí existe. Disfruta de la vida en Cristo” (Dio esiste. Godi della tua vita in Cristo).

Personalmente, non vado oltre l’apprezzare e supportare la libertà di espressione che questa storia rappresenta, da ambo le parti. Mi chiedo solo se mai da noi arriverà qualcosa di simile, provando ad immaginarne le conseguenze. Ma poi penso che probabilmente non ci sarà una risposta immediata: Benedetto XVI non viaggia in autobus.


Il 6 Gennaio 2009 è stata ufficialmente lanciata The Atheist Bus Campaign, e sembra aver riscosso un inaspettato successo.

L’iniziativa, creata da Ariane Sherine e supportata dal Prof. Richard Dawkins e dalla British Humanist Association, ha come scopo quello di diffondere il messaggio “There’s probably no God. Now stop worrying and enjoy your life” (Probabilmente Dio non esiste. Ora smetti di preoccuparti e goditi la vita), riempiendo le fiancate degli autobus di Londra.

Essendo un’iniziativa “sociale”, quindi senza scopo di lucro, in Ottobre si iniziò la raccolta dei fondi che mirava al raggiungimento di £5,500. Dopo quattro giorni erano già stati raccolti £100,000 provenienti da pubbliche donazioni di singoli individui. In aggiunta agli ottimi risultati fin’ora raggiunti in Gran Bretagna, la campagna sta guadagnando un’enorme risonanza nei vari Paesi europei e non (un articolo è stato pubblicato in India a riguardo), e sta avendo ciò che in termini di marketing contemporaneo si definirebbe un “effetto virale”.

Lo stesso messaggio pro-ateismo è comparso sugli autobus a Barcellona e ci si aspetta che arrivi a Madrid a breve ad opera della Associazione Madrilegna di Atei e Liberi Pensatori, secondo quanto affermato da Publisistemas, la compagnia che gestisce la publicità sugli autobus della Impresa Municipale dei Trasporti.

A difesa del cristianesimo e dell’esistenza di Dio è intervenuta la Chiesa Evangelica che, in collaborazione con il Centro Cristiano de Reunión, ha risposto all’ attacco ateista usando la stessa arma, forse incoraggiati dal motto “occhio per occhio, dente per dente” del Vecchio Testamento. Dallo scorso 25 Dicembre, sugli autobus dei Trasporti Metropolitani di Barcellona (TMB), un autobus circola nella zona sud della regione in difesa del cristianesimo con la scritta Dios sí existe. Disfruta de la vida en Cristo” (Dio esiste. Godi della tua vita in Cristo).

Personalmente, non vado oltre l’apprezzare e supportare la libertà di espressione che questa storia rappresenta, da ambo le parti. Mi chiedo solo se mai da noi arriverà qualcosa di simile, provando ad immaginarne le conseguenze. Ma poi penso che probabilmente non ci sarà una risposta immediata: Benedetto XVI non viaggia in autobus.

Il 6 Gennaio 2009 è stata ufficialmente lanciata The Atheist Bus Campaign, e sembra aver riscosso un inaspettato successo.

L’iniziativa, creata da Ariane Sherine e supportata dal Prof. Richard Dawkins e dalla British Humanist Association, ha come scopo quello di diffondere il messaggio “There’s probably no God. Now stop worrying and enjoy your life” (Probabilmente Dio non esiste. Ora smetti di preoccuparti e goditi la vita), riempiendo le fiancate degli autobus di Londra.

Essendo un’iniziativa “sociale”, quindi senza scopo di lucro, in Ottobre si iniziò la raccolta dei fondi che mirava al raggiungimento di £5,500. Dopo quattro giorni erano già stati raccolti £100,000 provenienti da pubbliche donazioni di singoli individui. In aggiunta agli ottimi risultati fin’ora raggiunti in Gran Bretagna, la campagna sta guadagnando un’enorme risonanza nei vari Paesi europei e non (un articolo è stato pubblicato in India a riguardo), e sta avendo ciò che in termini di marketing contemporaneo si definirebbe un “effetto virale”.

Lo stesso messaggio pro-ateismo è comparso sugli autobus a Barcellona e ci si aspetta che arrivi a Madrid a breve ad opera della Associazione Madrilegna di Atei e Liberi Pensatori, secondo quanto affermato da Publisistemas, la compagnia che gestisce la publicità sugli autobus della Impresa Municipale dei Trasporti.

A difesa del cristianesimo e dell’esistenza di Dio è intervenuta la Chiesa Evangelica che, in collaborazione con il Centro Cristiano de Reunión, ha risposto all’ attacco ateista usando la stessa arma, forse incoraggiati dal motto “occhio per occhio, dente per dente” del Vecchio Testamento. Dallo scorso 25 Dicembre, sugli autobus dei Trasporti Metropolitani di Barcellona (TMB), un autobus circola nella zona sud della regione in difesa del cristianesimo con la scritta Dios sí existe. Disfruta de la vida en Cristo” (Dio esiste. Godi della tua vita in Cristo).

Personalmente, non vado oltre l’apprezzare e supportare la libertà di espressione che questa storia rappresenta, da ambo le parti. Mi chiedo solo se mai da noi arriverà qualcosa di simile, provando ad immaginarne le conseguenze. Ma poi penso che probabilmente non ci sarà una risposta immediata: Benedetto XVI non viaggia in autobus.