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La poesia di Luis García Montero abita un territorio in cui convivono le preoccupazioni soggettive e i dolori collettivi, la singolarità dei propri sentimenti e la pluralità dettata dagli imperativi del presente, la bellezza e la pietas. È un disegno verosimile di una realtà sognata, immaginata, amplificata, distorta dal sentire poetico; mai intrisa di mero realismo e sempre concentrata a confrontare l’estetica del reale con un’epica del possibile.

La sua è una Poesía de la experiencia, caratterizzata da un linguaggio colloquiale e dalla presenza della quotidianità attraverso cui l’io si diluisce nel collettivo grazie ad un processo di estetizzazione dell’esperienza del singolo che, in tal modo, diventa patrimonio di tutti, umano. La poesia di Luis García Montero è un viaggio che riesce ad attraversare trasversalmente ogni lettore, il quale torna a casa con quel bagaglio senza il quale era partito.

(Le tre poesie sono tratte dalla raccolta Vista Cansada, Visor 2008. La traduzione è di Luigi Bosco)

Luis Garcia Montero: per chi ha la “Vista cansada”

Non tanto è incredibile l’assurdità delle azioni dell’uomo, quanto il fatto che l’uomo non sembra accorgersi delle sue assurdità. Sarà forse questo che ci spinge, come si suol dire, a “perpetrare nell’errore”.

Luis Garcia Montero, poeta de la experiencia e del Manifiesto Albertista, è sicuro che sono “lì, proprio lì, al di la di quella nube…le pinete pacifiche…la stanza in cui si ricorda”. Chè non resti inascoltato.


Vista Cansada


La vida no es un sueño.


He comprobado el mar con sus cadáveres,

la existencia del sol, la piel, los frìos,

las luces con sus horas,

las puertas que los años se dejan mal cerradas.

Olvidos y recuerdos tienen los mismos ojos.


Las palabras, como un atardecer

Que se confunde con la noche,

son arena que cae delante del vacìo.

Nunca discute el tiempo

La consigna de musgo que recibe.

Pero pierde las llaves de sus puertas.

Ahora aprendo a vivir con la vista cansada.


Cansado estoy de verte

Mundo extraño,

prestigio del dolor,

exactitud de la mentira,

corona turbia

de los estercoleros habitados.

Cansado estoy de ver

Las muertes humilladas

En las habitaciones del silencio.


Me duelen

Los finales injustos,

Que cierran nuestros ojos

Porque somos cadavers vivientes.


He comprobado el mar. La vida no es un sueño.


¡Qué lepra de banderas!

¡Qué decencia de números podridos!

¡Qué paisaje de escombros!


Pierde el tiempo sus llaves,

y yo busco mis gafas,

para seguir aquí,

en las ventanas y las mesas,

con los años abiertos

al pie de la ciudad.


Allí se reconocen,

al sur, al otro lado de esa nube,

de la torre, a la izquierda, justo allí,

las ramas de la vida, la memoria,

los pinares pacíficos,

el abrazo que pide una verdad,

el viento que levanta una alegría,

las ruinas hermosas,

la habitacíon serena en donde se recuerda,

con la luz apagada,

la historia libre de la dignidad.


No hablo de ilusiones,

sino de dignidad, y de mis gafas,

cristales trabajados que me ayudan

a comprobar el precio de las cosas,

a buscar los teléfonos que quiero,

a recorrer los libros,

a mirar el reloj y los periódicos.


A estar aquí,

en una compartida soledad,

para ver lo que pasa

con nosotros.

Vista stanca


La vita non è un sogno.


Ho sondato il mare con i suoi cadaveri,

l’esistenza del sole, la pelle, i freddi,

le luci con le loro ore,

le porte che gli anni han lasciato mal chiuse.

Gli oblii e i ricordi hanno gli stessi occhi.


Le parole, come un crepuscolo

che si confonde con la notte,

sono arena che cade dinanzi il vuoto.

Mai il tempo contesta

la consegna di muschio che riceve.

Però perde le chiavi delle sue porte.

Ora imparo a vivere con la vista stanca.


Stanco sono di vederti

mondo strambo,

prestigio del dolore,

esattezza della menzogna,

ghirlanda sudicia

dei letamai abitati.

Stanco sono di vedere

le morti umiliate

nelle stanze del silenzio.


Mi dolgono

le fini ingiuste

che chiudono i nostri occhi

perché siamo come cadaveri viventi.


Ho sondato il mare. La vita non è un sogno.


Che lacerìo di bandiere!

Che virtù di numeri putrefatti!

Che paesaggio di macerie!


Perde il tempo le sue chiavi,

ed io cerco i miei occhiali,

per seguitare qui,

tra le finestre e i tavoli,

con gli anni aperti

ai piedi della città.


Lì si osservano,

a sud, al di là di quella nube,

della torre, a sinistra, proprio lì,

le fronde della vita, la memoria,

le pinete pacifiche,

l’abbraccio che richiede una verità,

il vento che solleva un’allegria,

le incantevoli rovine,

la stanza serena in cui si ricorda,

con la luce spenta,

la storia libera della dignità.


Non parlo di miraggi,

se non di dignità, e dei miei occhiali,

vetri lavorati che mi aiutano

a sondare il prezzo delle cose,

a trovare i numeri di telefono che cerco

a percorrere i libri,

a guardare l’orologio e i giornali.


A stare qui,

in una condivisa solitudine,

per vedere cosa succede

a noialtri.