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La narrativa italiana: che andassero tutti al diavolo.

Su Culture Club è stato pubblicato l’ennesimo post “cattivo” di Mario Fortunato.La sua vena (giustamente) polemica si è scagliata, questa volta, contro una “curiosa discussione” che sta avendo luogo da qualche settimana sulle pagine culturali di Repubblica.

L’oggetto del dibattito è: “perché manca ai nostri anni il grande romanzo italiano?” Un quesito retorico e sterile almeno quanto capzioso e inutile. Una prima risposta potrebbe essere: perché i narratori italiani non sono degli Scrittori, ma degli scrivani che riempiono le pagine culturali dei giornali con dibattiti da intellettualoidi piccolo borghesi, più istruiti sul perlage dorato delle tipiche bevande da conferenza che sulla letteratura. Avrei potuto rispondere anche: “perché non hanno letto me”, ma poi mi è sembrato eccessivo, anche se paradigmatico ed esemplificativo della condizione editorial-culturale italiana.

Ci si chiede chi sia (o debba essere) il “nuovo narratore italiano”. Fatto che, più che essere l’espressione di un interesse filologico-letterario, indica l’assenza – e il bisogno – di un luogo culturale (in termini sociologici, geografici e fisici della persona) in cui poter trovare quegli elementi di confronto indispensabili a chi è in cerca della propria identità. Ma di questo non sono sicuro se ne siano resi conto; probabilmente tutto viaggia sui binari sotterranei del subconscio sociale. Che se così fosse sarebbe auspicabile, visto che tutti i più forti ribaltamenti storici non hanno mai attraversato la soglia della coscienza della popolazione un passo alla volta, ma con un gran balzo.

Fortunato dice che la questione è mal posta. E ha ragione. Si chiede:

“che cosa significa l’aggettivo “nuovo”? Che cosa vuol dire circoscrivere la fisionomia dei “nuovi narratori italiani”? Nuovi rispetto a cosa? Il concetto di novità direi che è pertinente al giornalismo, non alla letteratura. Che per definizione non è nuova né vecchia, ma casomai buona o cattiva.”

Ecco svelato l’arcano: forse il problema sta proprio nel fatto di aver disimparato a scoprire il bello per apprendere a  cercare il nuovo. Il nuovo a spese del bello, un giudizio funzionale sostituito ad uno estetico.La realtà sopraffattoria ha invaso, ormai, ogni campo. E nella letteratura questo è riscontrabile sia in chi scrive che in chi pubblica. La visione del mondo inglobante piuttosto che globalizzato ha invaso campi che fino al secolo scorso furono in grado di autodeterminarsi senza aver bisogno di supporti identitari esterni, se non per rifiutarli proponendosi come alternativa. Oggi, invece, ci troviamo di fronte ad una Letteratura (e un’ arte in genere) completamente invischiata nel meccanismo “produci-consuma-crepa” che crea casi letterari della durata di un fuoco di paglia, capaci di sconvolgere, di stupire, di attirare l’attenzione fintanto che non arrivi qualcos’altro di simile ma diverso a distoglierla. Insomma: una letteratura senza più il gusto del classico. Non può esserci nulla che sorprenda particolarmente perché non c’è nulla che si estranei dalla realtà e la rinneghi, come è giusto che la letteratura e l’arte in genere facciano. Invece l’arte e la letteratura sono diventate anch’esse appendici della realtà. E se la realtà non sorprende o affascina nessuno, figuriamoci quel che può suscitare una sua appendice.

La seconda questione dibattuta è: “perché non c’è oggi il grande romanzo italiano?” La prima cosa che verrebbe da dare come risposta è “perché nessuno lo scrive”, scaricando il barile della responsabilità a quelli del mestiere (o del settore, bisognerebbe dire). Potrebbe, però, anche darsi che nessuno questo “grande romanzo italiano” lo abbia letto. O peggio, che nessuno sia stato in grado di riconoscerlo. Che nessuno lo abbia ancora letto, viste le condizioni in cui versa l’editoria italiana, è una possibilità piuttosto plausibile: tutti rannicchiati nella loro piccola torre d’avorio da dove nemmeno fanno più lo sforzo di affacciarsi, di tanto in tanto, a vedere se ancora qualche impudente sfaccendato è li che aspetta con un manoscritto sotto l’ascella. Quando poi vedo che anche gli esperti del settore parlano di nuovo anziché di bello, segno di una assuefazione (quando non assoggettamento) alle smanie consumistiche del sistema di mercato, mi chiedo se non sia altrettanto possibile che il capolavoro gli sia passato tra le mani senza che se ne siano accorti. Non è difficile che a chi cerchi il nuovo possa sfuggire il bello.

La letteratura ha perso il gusto (e la capacità) della mistificazione della realtà, rinnegandone l’autorità che le deriva dalla fattualità, proponendosi come alternativa possibile. Dopo il 1969 scrivere una poesia alla luna non ha avuto più senso: questo è il prezzo che paghiamo alla nostra attitudine a rendere reale il possibile, giudicando inutile ciò che non possiamo realizzare.

Il grande romanzo, o quello che loro chiamano nuovo, o il capolavoro è chiuso in un libro bello e inutile. Ma in un tempo quale quello in cui viviamo una cosa semplicemente bella e inutile non serve a nessuno e nessuno è più in grado di vederla. La razionalità a tutti i costi del folle positivismo della nostra epoca si sforza di spiegare tutto senza comprendere in fondo un cazzo. E questo ci impedisce di capire e di sapere che tutti potremmo semplicemente limitarci ad essere belli e inutili.

 

Quelli che ami non muoiono – Mario Fortunato

Tutti i video della presentazione sono stati filmati presso l’Italian Bookshop di Londra grazie alla collaborazione della direttrice Ornella Tarantola.

Ho letto l’ultimo lavoro di Mario Fortunato, edito dalla Bompiani, e ancora non sono riuscito a capire se io invidio quest’uomo per ciò che ha vissuto o per il modo in cui se ne ricorda e ne scrive.

Quelli che ami non muoiono è un libro che dice molto, sin dal titolo preso in prestito da un verso di Iosif Brodskij che recita allo stesso modo. È una finestra affacciata sulla più grande letteratura del Novecento che passa in rassegna un’infinità di personaggi, diversissimi tra loro per provenienza geografica, personalità, stile, mestiere, senza per questo risultare il tipico libro di memorie scritto da chi, arrivato ad un certo punto della propria esistenza, sente l’irrefrenabile bisogno di volgere indietro il proprio sguardo per vedere quanto è stato fatto e, magari, quanto si sarebbe potuto fare.

Il libro di Mario Fortunato è un souvenir della vita (la sua), nato per pura casualità, radunando cimeli e cianfrusaglie “a causa dell’ennesimo trasloco”, e portato a termine sotto la spinta alla condivisione: una socializzazione del privato che restituisce degnamente alla letteratura la sua dimensione di contenitore universale dell’esperibile umano, redimendola dal temporaneo autoerotismo mentale pseudointellettuale del singolo-sullo-scaffale, che testimonia che ci si trova di fronte ad uno scrittore piuttosto che un autore.

Quelli che ami non muoiono è un ritratto pointillista della memoria che diventa condivisa, che nasconde sotto le grinze della sua pelle innumerevoli ricordi, come se ogni piega ne fosse la testimonianza e, al tempo stesso, il rifugio sicuro. Un baluardo eretto non contro il Tempo che semplicemente passa, ma contro quello che, passando, cancella e ci rende davvero mortali.

Tutti gli incontri raccontati nel libro sono attraversati da una sottile vena romantica che, senza risultare invadente, fa sentire la sua presenza costante, trasformando ciò che sarebbe potuto essere un mero racconto biografico in un romanzo. Un ulteriore elemento che contribuisce a rendere quello che è appartenuto ad uno solo a disposizione di tutti.

Lo stile di Fortunato è quello di chi non mente: semplice, schietto, poco convoluto, è capace in poche righe di disegnare nella mente di chi legge immagini vicinissime alla realtà narrata. Nonostante il linguaggio non sia volutamente ricercato, Fortunato sorprende con l’utilizzo di termini forbiti ed azzeccatissimi e con descrizioni che, pur basandosi su pochi particolari anche sconnessi fra loro, hanno una enorme potenza evocativa: alcuni personaggi descritti con sembianze faunesche ed il ricordare perfettamente il colore delle pareti di una stanza o quello di una poltrona senza per questo sapere a che piano fosse la casa sono tra le cose che mi hanno colpito maggiormente, insieme al vezzo ingenuo e un po’ malizioso di chi ricorda qualcosa con orgoglio.

Borges, Laura Betti, Choukri, Natalia Ginzburg, Tondelli, Lou Reed, Iosif Brodskij, sono solo alcuni dei personaggi che Mario Fortunato ha incontrato durante la sua vita, come scrittore, giornalista, critico, redattore. Anche io ho tanti nomi altisonanti della cui conoscenza mi pregio. L’unica differenza è che quelli che conosco io non sanno che io esisto. Oppure sono tutti morti. Dev’essere questo ciò che me lo fa invidiare.

Mi piacerebbe chiedere a Mario Fortunato di chi crede che scriverebbe se oggi avesse vent’anni e dovesse riscrivere questo libro tra altri venti. Se dovessi farlo io, sicuramente scriverei di lui. E inizierei così: aveva un viso rotondo e guance ampie predisposte al sorriso. Eppure, nonostante possedesse tutti i tratti dell’affabilità più cordiale, c’era qualcosa in lui che mi mise soggezione. Forse un po’ l’autorevolezza dello sguardo per nulla nascosto dalla spessa montatura nera degli occhiali, o forse il tono calmo della sua voce che non era pacatezza ma calda sicurezza. Il fatto è, comunque, che non sono riuscito nemmeno a stringergli la mano, e gli ho detto il mio nome solo perché me lo ha chiesto quando sono andato a farmi firmare la copia del libro. Mi sono sentito un idiota. Non so se più per la firma sul libro o se per aver risposto con un ritardo di almeno una ventina di secondi. Però son stato lì, ho ascoltato la presentazione del suo libro, l’ho visto circondato più da amici che da fan ed ho letto ciò che scrive. Eppure, potrei dire di non averlo mai conosciuto?