Informazione, approfondimento e cultura con l’editoriale di Massimo Fini e i gli articoli a firma di Valerio Lo Monaco, Federico Zamboni, Ferdinando Menconi, Alessio Mannino e tutti gli altri membri della redazione de La Voce del Ribelle.
Apprendo, dalle colonne del Corriere della Sera, che Renato Vallanzasca, l’uomo che terrorizzò Milano con i suoi crimini (rapine a mano armata, sequestri e conflitti a fuoco con il morto) ha ottenuto, in base all’art. 21 dell’ordinamento penitenziario, il permesso di riavere una vita dalle 9 alle 19.
Il “bel Renè”, sulla cui vita Michele Placido sta girando un film con Kim Rossi Stuart nei panni del criminale, alla tenera età di 60 anni proverà a condurre una vita normale, nonostante 40 anni di carcere duro, interrotti solo da un paio di evasioni parzialmente riuscite. Chissà ora i moralisti social-democratici! che all’occorrenza dimenticano che la funzione del carcere, più che punitiva, tenta di essere rieducativa. Sempre, in questi casi, Cesare Beccaria è solo un vecchio letterato che nessuno ricorda più e Dei delitti e delle pene diventa un lungo elenco di chise moraliste, unghie incarnite e calli sotto gli alluci.
Ovviamente, la mia non è una apologia del reato. Piuttosto, cerco di ridimensionare la moralità del giudizio con i confini dei dati di fatto. Voci di gran lunga più autorevoli della mia si sono pronunciate nella stessa direzione. Tra queste, quella di Massimo Fini, il quale scrisse ben due lettere per richiedere la grazia di Vallanzesca: una il 29 Settembre 1995, indirizzata all’allora Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro e pubblicata su L’Indipendente; l’altra il 31 dicembre 2009 indirizzata all’attuale Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, pubblicata da Il Fatto Quotidiano.
Fini, che è – a differenza di molti suoi “colleghi” – una persona coerente, già si espresse con “simpatia” nei confronti dell’ex leader della banda della Comasina, la Batteria, in un articolo del lontano Agosto 1987, definendolo un “bandito leale” perché “anche se gangster, è un uomo che si assume le proprie responsabilità in una società di camaleonti dove i più protervi lottizzatori si dichiarano contro la lottizazione, gli assenteisti più spudorati contro l’assenteismo, dove la questione morale viene sbandierata da coloro che fino a ieri rubavano e dove la colpa è sempre del compagno di banco” (Il Conformista, Marsilio Tascabili 2008, pag. 71-73). Vallanzasca è, invece, un uomo che dice “Si, sono stato io”, che ha scarcerato innocenti accusati di colpe che erano le sue, che non cerca di ingraziarsi i giudici con dichiarazioni tanto eclatanti quanto fasulle e che non cerca di conquistare il favore dell’opinione pubblica accusando spudoratamente la magistratura di complottismo, come molti negli ultimi anni hanno imparato a fare.
Vallanzasca è quell’uomo che, il giorno del suo arresto nel ’77, rispose a chi gli chiedeva se si sentisse vittima della società: “Non diciamo cazzate”. Quello stesso uomo che oggi afferma: “Mi chiedete se ho sbagliato? Sarei un cretino se dicessi il contrario” e che ai ragazzi difficili che incontra per volontariato spiega che “non vale affatto la pena mettersi nei guai. Qualcuno mi dice che sono un mito. Rispondo loro che un mito che si fa 40 anni di galera è un mito idiota, e che di miti non devono averne, perché i miti sono pieni di debolezze”.
Forse, più che ai ragazzi, il Vallanzasca dovrebbe dare lezioni di moralità ai loro padri: ai dottor Bruno Tassan Din condannato a quattordici anni e mezzo di reclusione per il crack del Banco Ambrosiano e a piede libero; ai Carlo De Benedetti, condannato a sei anni e mezzo per lo stesso reato incolume da ogni accusa: anzi, all’occasione accusatore dalle pagine dei sui giornali; ai Mokbel dell’alta finanza; ai Silvio Berlusconi prescritti per decreto legge; ai D’Alema facci-sognare seduti in Parlamento.
Come dice bene Fini, Vallanzasca è “un bandito onesto in una società dove, troppe volte, gli onesti sono dei banditi”. E ad una società che risulti tale è difficile sottrarre i capri espiatori.
Matteo, un mite impiegato di TeleWorld, è il protagonista de Il Dio Thoth, il primo romanzo di Massimo Fini, Direttore Politico del giornale La Voce del Ribelle e autore di diversi altri libri e saggi, tra cui La ragione aveva torto? recensito qualche tempo fa su questo sito.
Il contesto urbano in cui il romanzo è ambientato – luoghi completamente artificiali e palazzi altissimi che si ergono come imponenti monoliti verso il cielo – ricorda quello di Blade Runner, anche se meno tetro e con un appeal futuristico molto più ridimensionato, riconoscibile. Questi luoghi sono abitati da un popolo molto tecnologizzato, anche se orwellianamente assopito nella coscienza. Di entrambe le opere menzionate (Blade Runner e 1984), Il Dio Thoth condivide anche un atteggiamento assolutamente critico nei confronti di un mondo che pare faccia di tutto per cercare la propria distruzione. Però, lo sviluppo (quasi) necessariamente distopico che attraversa interamente il romanzo di Fini si distingue per il finale “a sorpresa”, oserei dire “nitzschiano” per l’ “eterno ritorno” a cui pare faccia implicitamente riferimento; o, forse, è solo un finale pessimista, tragicomicamente ineluttabile.
Matteo non è un eroe, perché in questo romanzo non vi sono eroi. Sicuramente è il “buono”, perché in questo romanzo ci sono i “cattivi”. Questa, forse, l’unica cosa che mi è dispiaciuta: d’altronde, non sarebbe potuto essere altrimenti, visto che Il Dio Thoth non è che l’ennesimo tentativo di Fini di esprimere il suo pensiero (per chi non lo conoscesse è il caso che rimedi al più presto) in forma di romanzo, piuttosto che di saggio o articolo di giornale.
La società de Il Dio Thoth è composta da persone la cui mente è ottenebrata e la coscienza assopita da quel fenomeno assolutamente moderno conosciuto come “information overload”. Al centro dell’esteso agglomerato di palazzi, ponti, strade e laghetti artificiali campeggia l’edificio, visibile da ogni angolo della città, della TeleWorld, la società globale di telecomunicazioni: una gigantesca piramide sul cui vertice gira, giorno e notte, un enorme dado illuminato da una luce al neon verde sul quale campeggia la scritta “IL FATTO È LA NOTIZIA/LA NOTIZIA È IL FATTO”.
Matteo è un impiegato della TeleWorld ma, nonostante questo, sembra essere riuscito a conservare la capacità di trasformare l’informazione in ricordo e il ricordo in conoscenza. Come se nella sua persona fosse rimasto il germe non estinto degli Uninformed: gente abietta che vive ai margini della città e della società, come dei selvaggi a detta degli Informed. Nel mondo de Il Dio Thoth, tutto gira intorno all’informazione, pur senza che questa contribuisca ad un briciolo di conoscenza. Cosa tanto vera, che ormai l’informazione ha sostituito di fatto la realtà, e se un evento non compare sui giornali elettronici accessibili ovunque (via internet, via etere, nell’i-Pod, negli schermi dei sedili delle metropolitane) allora non è mai successa. È un mondo in cui la realtà che ha saputo superare la fantasia è stata a sua volta superata dal virtuale: la gente si accorge della concretezza della vita nei limiti della personale fisiologia. Tutto il resto è vissuto attraverso un rifrazione della realtà, che la ripropone dopo una adeguata operazione di filtraggio. È un mondo in cui la gente che assiste indifferente ad un omicidio in pieno giorno è la stessa che poi ne parla scandalizzata qualche ora dopo se la notizia viene riportata dai servizi di TeleWorld. Come l’omicidio del pederasta accaduto davanti agli occhi di Matteo, da cui tutto (o la fine) ha inizio.
Matteo, nonostante percepisca la presenza di un problema, non può e non pensa di fare nulla: non crede di poter salvare il mondo perché non è un eroe. Si limita personalmente a non sottovalutare questa sua percezione, sicuro che la cosa migliore che possa fare sia conservare a tutti i costi l’incolumità della sua coscienza. Non sa, però, che il prezzo che dovrà pagare per questo sarà la vita.
(Il Dio Thoth, Massimo Fini – Marsilio Editore 2009, pag. 192, euro 15,00)