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(di Artur Scantini su Microcenturie)

Caro Gloriagloom,
Se è vero che esistono la dislessia, la disgrafia e la discalculia, io ho sempre avuto la disvinculia. Mi disorientano gli svincoli delle strade, per quello decisi di vivere in campagna. Niente asfalto e niente svincoli, mi sembrava ci fossero meno nodi. E’ così che sono sparito, ma in fondo non è stata una fuga vera. In questo momento sta calando piano il sole e le zanzare della notte danno il cambio a quelle del giorno. Anche i pensieri della notte danno il cambio a quelli del giorno, a quelli visibili nel campo, al sogno del trattore e delle semine. Ieri la luna sembrava una zuppiera di pop corn sul punto di debordare, ma tu piuttosto avresti detto che aveva l’osteoporosi.
Ti ricordi, io sapevo che non avrei mai fatto alcun tipo di carriera, tu invece dicevi che un giorno avrei diretto una struttura complessa di sette trattori. Eccomi qui, naturalmente non dirigo niente, e a volte mi sento inutile come un impianto di irrigazione nella foresta pluviale. Al posto del trattore ho una piccola motozappa arancione, va a gasolio, ed è piuttosto lei che dirige me. A me piace seguirne il solco, l’odore, spesso ci vengono dietro una decina di galline, cercano i loro grossi bachi nella terra rivoltata. Tutti insieme facciamo un bel corteo. “Sogni bagnati ci remano contro”, quel racconto che iniziavo e non finivo mai adesso lo chiamerei “cronache dal mondo inzuppo”, e naturalmente non lo finirei. Qui piove spesso e ormai non mi ubriaco più col vino o con la birra. Bevo la pelinka, il padre peppe, il nocino. Le droghe no, lo sai, le ho sempre rifiutate, ricordi quando dicevamo quanta tristezza un contadino che usa la cocaina, oppure un contadino in una chat room. A proposito di chat, come vedi, questa lettera la scrivo a mano perchè un po’ di tristezza, a pensarci, la fa anche un contadino che manda le mails.
Sono qui, e quando viene la sera a volte ti penso, mi vengono questi pensieri sconclusionati, sarà la solitudine, a volte mi viene da sorridere , mi metto a leggere sul divano. Qualche volta mi viene anche un poco di quella tristezza, ed è allora che magari bevo qualche bicchierino di quei liquori strani, come il kapriol , ti ricordi il kapriol?. Ricordi il vecchio sogno di fare il vino? I sogni ho imparato a ridimensionarli, non ancora ad abbandonarli. La vigna qui è piccola, non mi azzardo a vendemmiarla, non so se è pudore o pigrizia, e per ora faccio la birra. E’ divertente, se un giorno verrai a trovarmi sono sicuro che ti piacerà, farla e berla. E’ bello macinare i grani, misurare le temperature, è bello, specie la notte col silenzio sentirla fermentare, ricordi i discorsi sui fermenti, sul vivido, sul lavorio dei microrganismi, i cicli, la vita. E’ la vita che ci cresce accanto, la osservo tutti i giorni, tutte le settimane guardo i germogli. Mi piace perchè sono cicli e non rotatorie. Adesso riesco ad osservare anche questo mio isolamento, e so che finirà senza morire, si trasformerà in un’altra stagione e cosi via, fino a quando… Non è che ho voglia di raccontarti tutto, tutto quello che è successo, che ci faccio qui e perché sono sparito quel giorno. Soltanto lo osservo, come osservo gli innesti, che a volte prendono ed altre no, e le gemme in questa stagione, quelle che daranno frutto e quelle legno. Ricordi il vecchio discorso della voce bella delle ragazze irlandesi che fanno il pane in casa, osservo così.
Ad esempio stamane mi sono svegliato che la radiosveglia trasmetteva in una lingua incomprensibile. Era come se la sintonia stesse miscelando un notiziario di radio carinzia ed uno di radio reikiavic (ammesso che si scriva così). Ho avuto la precisa, certo non nuova, percezione di un’altra giornata che inizia ed io non ci capisco un cazzo. Ma poi ho sentito invece l’inizio di qualcosa, sentivo dabbasso il rumore che fa il gorgogliatore della birra e da qualche parte è nato il pensiero di scriverti.
Se fossimo sostanze disciolte tu saresti il litio, io probabilmente il berillio. Sono sempre stato contro la specializzazione, a volte mi sento come quei ragazzi che guardano il cielo con un telescopio giocattolo, pianto a terra salcini per aumentare la quantità di giallo-arancione di questo nostro mondo. Oggi è stata una giornata strana, con una luce a risparmio energetico, la terra era un po’ secca, come le mani quando fa freddo e ti verrebbe voglia di dargli la pomata. Sono passati due anni, anche di più, e sento che è il momento giusto.
Ieri ho sognato che chiedevo ad un girasole cosa ne pensa della luna. So che domani riprenderò a sognare di jazz e incontrerò Miles nei suoi giri allucinati in cerca di puttane, poi sognerò Lady Day senza denti. So che dopodomani farò il Vino del Mastro Birraio, perché sono sempre stato contro le specializzazioni e mi piace ancora essere un dilettante. Adesso so che presto ci rivedremo e ci faremo delle risate, parleremo delle trattorie con le pergole, del vino buono, sparleremo dei grandi ristoranti, di tutta quella finta eleganza e di quelli che scrivono terroir e surmaturo ed hanno sempre le unghie pulite.
A presto Gloriagloom, ti abbraccio forte e ti aspetto qui a primavera ormai inoltrata. Mi raccomando, porta l’ultimo disco che stai ascoltando. Se c’è una cosa che qui mi è mancata è stata la musica. Se c’è una cosa più triste di un contadino con la radiosveglia è un contadino senza lo stereo.

Sincerely A. Scantini

Da un paio di mesi sto tenendo d’occhio Microcenturie, un progetto che ho scoperto sbirciando in chissà quale remoto angolo del web o blogroll di chissà quale sito galleggiante nella rete. È giunto il momento di parlarne.

Microcenturie: racconti che edificano mondi minimi di una sola pagina, universi fatti di storie interstiziali: nascono in rete per essere poi stampati e smarriti lungo i viali, sugli autobus, nelle tasche dei passanti, nascosti ma in attesa di svelamento. Parole come matrici delle cose, anche in pagine di carta, scritte e seminate a far bastione e contrafforte al mondo, per disegnare una nuova cartografia del reale e dell’irreale. Fiumi che scompaiono dopo un breve corso, ma continuano un viaggio carsico che rispunta chissà dove, chissà quando. Romanzi in atto unico, dispersi per essere ritrovati e per far giungere altri fin qui, a raccontare ancora e far esistere sempre nuovi mondi. I racconti potranno essere stampati in formato pdf da autori e lettori utilizzando l’apposita funzione presente in calce alle singole microcenturie. Le pagine andranno quindi disperse presso cantieri edili, viali, negozi, metropolitane, reparti di fabbrica, mense scolastiche, uffici postali, parcheggi multipiano di centri commerciali e ogni altro interstizio del mondo reale. I contributi comunque disseminati dovranno contenere l’indirizzo www.microcenturie.it.

Ogni autore permette e auspica la diffusione del proprio contributo tra le fondamenta del reale.


Così recita la home del sito che ospita i racconti mono-pagina di chiunque abbia voglia di inviarne uno (il progetto è aperto a tutti), disponibili a chiunque abbia intenzione di leggerli, stamparli e, soprattutto, disperderli.

L’idea, dal sapore un po’ romantico, risulta originale ed interessante, soprattutto in un Paese in cui la lettura è un lusso che ci si concede solo in presenza di polizze assicurative e fondi di investimento (a volte, neanche per questo), mentre la scrittura è nelle mani di Totti & C.

A chiunque ritenga che sia un progetto fallimentare, rispondo che non è destinato al fallimento più della Domenica mattina di milioni e milioni di persone passata in chiesa. A coloro che ritengano sia una offesa alla “vera letteratura”, dico che mi offende di più vedere i libri di Saramago nascosti dalle pile alte un metro dell’autobiografia di Buffon. A chi vede questa iniziativa come una risposta all’ansia di pubblicare, dico che uno sconosciuto resta tale anche se se ne conosce il nome. A colui che si preoccupa che nelle mani di un pensionato ignaro possa arrivare della mediocrità, dico che almeno non ha dovuto pagare per essa.

È vero: molti dei racconti sono più vicini ad una chiacchierata al bar, ad un referto medico o ad una testimonianza in tribunale. Alcuni, invece, sembrano contenere dentro un loro proprio mondo, che è molto più di quanto possa contenere un romanzo (a volte). Il problema si pone, se si pone, nel momento in cui si sbaglia l’interpretazione del progetto. Microcenturie non è per gli autori né e per la Letteratura. Microcenturie, a mio avviso, vuole riempire il vuoto occupato dalla nostalgia del sogno con una cartografia dell’irreale, vuole essere bastione e contrafforte al mondo che ha definitivamente sconfitto la possibilità con la sua iper-realtà. Chi non riesce a cogliere questo, preferisce la ragione al sogno. Ma la vita è un dato di fatto, non un fatto dato.


(I contributi possono essere inviati a microcenturie@gmail.com (allegati in formato word o compatibile) e devono essere  lunghi una sola pagina. Vanno inseriti nel corpo della email: nome o nickname, url dell’eventuale sito web o blog e l’indicazione del luogo in cui la microcenturia verrà smarrita. Chiunque può stampare e smarrire racconti altrui, segnalando la cosa nello spazio dei commenti corrispondente al testo disperso).