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All’iniziativa del Corriere della Sera per l’aiuto alle famiglie dei militari uccisi in Afghanistan io doco : NO!

Prima che qualcuno possa iniziare a lanciare accuse di “cinismo spietato da poltrona di casa”, inizio con il dire – e non per dovere di retorica – che sono profondamente dispiaciuto per la perdita subita dalle famiglie dei militari vittime dell’attentato in Afghanistan.

Ma, ad essere del tutto sincero, la profondità del mio dispiacere è piuttosto distante dall’aver toccato il fondo. Erano militari, anche se vengono definiti “vittime”. Erano in guerra, anche se molti si sforzano di chiamarla “missione di pace”. Soprattutto, erano consapevoli di ciò che il loro mestiere comporta e consapevoli del luogo in cui lo stavano svolgendo.

Di più: non erano obbligati a farlo, tranne che dalla loro libera scelta, visto che non è più un obbligo civile quello di essere un militare. Molti dei soldati delle Grandi Guerre, quelli si che possono essere considerati vittime, perché estirpati dal lavoro della loro terra contro la loro volontà per andare a combattere con un nemico sconosciuto, finendo sepolti dalle macerie delle loro stesse frontiere. Ma i nostri soldati in Afghanistan, in Iraq, in Kosovo, in Libano, che guadagnano dai 1.200 ai 6.000 euro più una media di 130 euro diari per le missioni estere, che liberamente scelgono la vita militare e le conseguenze – suppongo – che essa comporta, non possono essere, a mio avviso, considerati vittime, tranne che di loro stessi e delle loro scelte. Nessuno li ha obbligati né vi erano questioni di “Bandiera” o di “difesa della Patria“.

Detto questo, non posso accettare con un benvenuto l’iniziativa del Corriere della Sera per l’aiuto alle loro famiglie per tre ragioni fondamentali.

Da un punto di vista logico, sarebbe come se Rossi morisse in un incidente in moto e mi venisse chiesto di fare un’offerta per la sua famiglia: non avrebbe molto senso. (Lasciate stare la quantità di denaro che Rossi guadagna, visto che è un paragone puramente logico).

Da un punto di vista delle responsabilità, in questi casi dovrebbe essere lo Stato a fungere da fonte di sostentamento dei suoi servitori: dovrebbe essere una voce che i responsabili del conteggio del Ministero della Difesa dovrebbero ricordarsi di inserire all’interno della lunga lista delleloro spese. Non capisco perché questa responsabilità, che non è mia, dovrebbe ricadere su di me, per di più sotto le sembianze della più becera richiesta caritatevole. Siamo ridotti così male che anche le Istituzioni stanno iniziando a mendicare. (Secondo le ultime normative a riguardo, dovrebbero essere multati. Ma lasciamo passare).

Da un punto di vista civile, non verserò un solo centesimo per la causa, dato che non era (e non è) mio volere di cittadino italiano la presenza militare della mia Nazione in Afghanistan. Qualcuno mi ha chiesto se ero d’accordo con questa “missione di pace” che occupa di fatto un territorio straniero? Qualcuno mi ha chiesto se ero d’accordo con l’ultima moda dell’esportazione coatta della democrazia in Paesi che farebbero meglio senza? Qualcuno mi ha spiegato perché diavolo siamo laggiù e a fare che? No. Però ora mi chiedono di fare un’offerta alle povere vittime per poter continuare la loro partita globale di Risk, evitando che qualcuno si incazzi sul serio e butti all’aria le carte. Bè, no grazie.

La vita di un uomo non vale i 1.200 euro al mese che guadagna, non vale 130 euro al giorno di trasferta e non vale nemmeno i miei 10, 100, 1000… euro di offerta. La vita di un uomo vale (se vale) il modo in cui viene utilizzata, vale le sue scelte, le sue azioni e la responsabilità delle conseguenze. Spero che le famiglie dei soldati caduti in Afghanistan abbiano capito questo e insegnino ai loro figli (se ve ne sono) che la vita di un uomo non vale una partita a Risk. Così, in futuro, avremo meno soldati caduti per cause sconosciute.