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Riportando tutto a casa – Nicola Lagioia, Einaudi (2009)



Nicola Lagioia

Riportando tutto a casa

2009

Einaudi – Supercoralli

pp. 292

€ 20,00

ISBN 9788806197124



La città è Bari, quella “da bere”, la Milano del sud. Gli anni sono gli ’80, i ruggenti anni ’80: quelli del boom economico e dei nuovi ricchi, delle Converse e dei pantaloni di pelle. Quelli di Drive In e della televisione commerciale, del new american style e del Muro di Berlino. Quelli dell’eroina e dell’AIDS.  La storia è una storia qualsiasi, una storia “inutile” come qualcuno crede siano stati gli anni in cui accade. Una storia, però, scritta talmente bene da riuscire a raccontare la storia di tutti: da dove veniamo e come siamo arrivati fin qui. Come sia potuto accadere che “anche il cervello, come il cuore, si trasformasse in un organo del tutto involontario.”

Riportando tutto a casa non è, come molti lo hanno definito, un romanzo di formazione. È, piuttosto, la volontà dell’autore di tirare le somme di una vita al netto delle perdite.

“Solo allora iniziai a realizzare che da qualche parte nel passato, doveva essersi verificata una catastrofe di dimensioni gigantesche. Una collisione invisibile, un crollo silenzioso, un trauma senza evento. E il cratere che l’impatto aveva scavato in molti di noi rappresentava il vero cuore del problema.”

Nicola Lagioia, senza cadere nel solipsismo dell’auto-fiction, ci regala con questo suo terzo meraviglioso romanzo “un D-day, un’Hiroshima-day, un 8 settembre, un 25 aprile”. Ovvero il “fatto da cui far discendere tutti gli altri” che mancava alla sua generazione figlia di un “trauma senza evento”, disorientata come chi riconosce di essere in un luogo senza sapere come ci è arrivato. Quel “fatto” sono gli anni ’80, subdolamente diluito in un intero decennio di malessere oscurato dalle luci stroboscopiche della disco e delle vetrine e annichilito dal vociare della televisione in sottofondo nelle sale da pranzo.

Il vero protagonista di questo romanzo, dunque, è la storia stessa che racconta. Invece, la voce narrante, Giuseppe e Vincenzo, con relative famiglie a carico, della storia sono i suoi tre antagonisti: ognuno, a modo suo, cerca di sopravvivele, di imporsi agli eventi troppo più grandi di loro, troppo più grandi di tutti e che, accadendo, li hanno travolti assieme a tutta la Nazione, facendoli rotolare fino ad oggi.

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Con uno stile narrativo americano un po’ cold ed un registro linguistico raffinato ed elegante che riesce a rimanere in linea con i parametri di leggibilità contemporanei, Lagioia dona ai suoi lettori l’origine ontologica del loro essere hic et nunc, e la possibilità di capire come “il bello diventato insulto, l’eccesso di vitalità che trascolora nel delirio di impotenza, l’arroganza spumeggiante del benessere che imbocca la strada della frustrazione” possa oggi indistirbatamente stare all’ordine del giorno e da cui ci si difende con la solfa del “mal comune, mezzo gaudio”.

Nicola Lagioia ha tardato circa due anni e mezzo a riportare tutto a casa, a riappropiarsi di alcuni pezzi di un passato che rischiava di essere sepolto dal continuo incedere di nuovi eventi che, senza il primo, sarebbero rimasti sconosciuti, alieni, incomprensibili. Non che dopo la lettura di Riportando tutto a casa si riesca ad arrivare a qualche tipo di conclusione. Accade, però, di sentirsi diversi quando si arriva all’ultima pagina. E non è poco.

Spavento – Domenico Starnone (2009)



Spavento

Domenico Starnone

Einaudi, 2009

pp. 290

€ 20,00

ISBN 9788806194772



Se Domenico Starnone non fosse un già ben affermato scrittore ed uomo di cultura, il suo ultimo romanzo – Spavento, edito da Einaudi – potrebbe sembrare l’intelligente riflessione di un maldestro esordiente, la cui prosa ancora da rifinire nasconde le sue mancanze dietro un apparente linguaggio volutamente semplice, con una struttura adeguata ai tempi e condito da qualche “cazzo” qui e lì a dare quella sfumatura di trasgressività della parola che non guasta mai (in un prodotto commerciale). Se Domenico Starnone non fosse il vincitore del Premio Strega 2001 con il romanzo Denti (che spero di avere la possibilità di leggere al più presto), si avrebbero serie difficoltà a trovare le ragioni dell’interesse di Einaudi per questa ultima sua opera narrativa. Se il lettore non cogliesse l’anima corporea di Spavento, il suo intento di riedificare una corporalità da troppo tempo dimenticata dalla Letteratura a tutto vantaggio di un’esagerata espressione lirica di Io (narrante, scrivente e agente), allora l’ultimo romanzo di Starnone potrebbe sembrare il basso turpiloquio di un grafomane coprofilo.

Letto distrattamente, Spavento potrebbe risultare una epica post-moderna della merda, una ode alla prostata infiammata, un poema in prosa del sangue occulto (questo il titolo originario del romanzo) nelle feci. Feci, urina, sangue, merda, cazzi, fighe bagnate, vomito, male ai reni; ma anche sesso, piacere dei sensi, eccitazione, cibo, caldo, freddo, donne, moglie, figli, nipoti, malattia, guarigione, madre, padre, le origini, Napoli, i friarielli e i babà, Tolstoj e lo sparpetuo, la Morte di Ivan Il’íč e le scorregge. Questo romanzo di Starnone è un invito a riconsiderare il proprio corpo, ma senza sublimazioni né virtuosismi lirici.

Il racconto-monologo interiore di circa 300 pagine del protagonista-scrittore racconta la vecchiezza, il riprendere coscienza di un moribondo del proprio corpo nel momento in cui questo inizia a cedere. La storia di Pietro Tosca, il racconto La morte allegra e un episodio autobiografico dello scrittore fungono da espedienti narrativi per raccontare la caducità del corpo in un intreccio inizialmente sorprendente ed assolutamente inaspettato, poi un po’ dispersivo e alla fine piuttosto cervellotico. Non v’è dubbio sul fatto che raccontare lo spavento che si prova di fronte la possibilità della morte e la caducità della vita non sia cosa facile, soprattutto se non si vuole cadere nel già detto o nel tranello della sublimazione a cui la finzione letteraria quasi inevitabilmente ed altrettanto naturalmente porta. Però, l’intreccio narrativo scelto da Starnone per raccontare questo spavento limita, a mio modesto avviso, di molto la portata della tensione narrativa del discorso. A ciò si aggiungono pezzi di riflessione sulla religione e la religiosità, sulla eutanasia, sulla letteratura e lo scrivere, sul linguaggio e la parola, escursioni del pensiero sulla pregnanza del vernacolo e le espressioni dialettali e molto altro che, pur essendo acuti ed illuminanti, disturbano, distraggono l’attenzione dal tema principale: la paura della morte – nonostante vi abbiano molto a che fare.

Ad ogni modo, anche se non mi sento di annoverare Spavento tra i migliori romanzi letti nell’ultimo periodo, è una lettura che consiglio per le numerose importanti riflessioni in esso contenute e per un finale assolutamente probabile ma per nulla prevedibile.

L’avventurosa vita di Emilio Isgrò – Emilio Isgrò, 1975

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La prima (ed unica) edizione de “L’avventurosa vita di Emilio Isgrò – nelle testimonianze di uomini di Stato, artisti, scrittori, parlamentari, attori, parenti, familiari, amici, anonimi cittadini” è del 1975 ad opera della casa editrice Il Formichiere.

Anche se Emilio Isgrò ha tutta l’aria di esserere un nome perfetto e curioso inventato ad hoc per il personaggio di questo particolare romanzo, è invece il nome proprio di uno dei maggiori esponenti dell’arte avanguardista e della sperimentazione culturale dei lontani anni ’60 e ’70. L’autore delle famose cancellature – che tanto fecero scalpore ai tempi del Gruppo ’63 – che con un “atto estetico, non ideologico”, si prodigò nell’eliminazione della Treccani, di vari articoli di giornale e di tutto quanto potesse essere positivamente annullato, si dedicò anche a scrivere. Una raccolta poetica e qualche romanzo fanno parte, infatti, della sua produzione artistica più visuale, di installazioni, strutture, opere pittoriche, scultoree e fotografiche.

“L’avventurosa vita di Emilio Isgrò” è un romanzo autobiografico particolarissimo e molto distante dai canoni classici della produzione narrativa di quegli anni come dei nostri. Privo di ciò che si definirebbe una trama vera e propria, il romanzo di Isgrò-autore è la ricostruzione della biografia di Isgrò-personaggio attraverso brandelli di ricordi, aneddoti e testimonianze di numerosissime terze parti. Non v’è un io-narrante, come non v’è un Io in generale. Nemmeno quell’io che il romanzo vuole raccontare e che non compare mai in scena se non indirettamente attraverso il ricordo e il racconto di tutti coloro che, in un modo o nell’altro, sono stati parte della sua vita.

È proprio attraverso questi brandelli biografici, a volte lunghi un solo rigo, che il lettore riesce a mano a mano a costruirsi una idea di Emilio Isgrò che non è mai unitaria, uniforme, univoca. Perfino la descrizione fisica viene offerta un tratto alla volta e, come per gli eventi della vita del personaggio, mai in maniera definitiva, netta. Il lettore non saprà mai se Isgrò abbia o meno una cicatrice sulla coscia, né su quale delle due cosce vi sia una cicatrice (ammesso che vi sia). Sa che non ha un neo, ha gli occhi chiari o, comunque, non neri ed ama profondamente Alma. Ma sa anche che, oltre ad Alma, molte donne sono o sono state presenti nella vita di Isgrò, il quale appare a tratti un romantico che si abbandona ai piaceri di cui è beatamente succube, a tratti un freddo e sadico sessuomane o addirittura un pederasta. Pare un uomo freddo, distante, piuttosto intrattabile, anche se non si direbbe vista la passione ed il trasporto con i quali alcuni si ricordano di lui. Uno sperpera-denaro lo è quasi sicuramente ed è abbastanza certo che odi con tutto se stesso la intellighentsia radical-chic – non si sa se per l’atteggiamento anti-proletario che la contraddistingue o se per averlo messo ai margini della vita. Non si sa nemmeno se sia morto oppure solo scomparso come al solito e, come al solito, ricomparirà (forse). È certo che nessuno si aspetterebbe un atto suicidario da lui, ma è anche vero che nell’ultimo periodo era molto scosso ed abbattuto – al lettore non è dato sapere la cronologia esatta dell’ultimo periodo, visto che non v’è un primo: tutto il testo è privo di riferimenti temporali e i vari brandelli aneddotici riportati sembrano altalenare avanti e indietro negli anni. Ma non si potrebbe affermarlo con assoluta certezza.

Dalla prima all’ultima pagina, il lettore viene spinto da una irresistibile voglia di andare avanti, nella speranza di trovare il filo conduttore che l’autore non ha mai pensato di inserire nel suo romanzo sin dall’inizio. Nonostante ciò, il lettore non proverà alcun sentimento di fastidio o delusione, poiché l’autore non ha proposto nessun tipo di obiettivo né ha fatto alcuna promessa. Anzi: lo stupore del lettore sarà lungo e piacevole, ed una strana sensazione di sconcerto e meraviglia assieme lo faranno interrogare sul perché sia rimasto così affascinato da un romanzo senza trama e apparentemente inconcludente e sul perché senta una così intensa vicinanza ad un personaggio che, in fin dei conti, non sa nemmeno come diavolo sia fatto esattamente.

Per gentile concessione, il romanzo di Emilio Isgrò fa parte ora degli e-book della libreria di GAMMM da dove io l’ho scaricato. Sotto, una intervista a Emilio Isgrò, sempre dall’archivio GAMMM:

GAMMM: Su GAMMM, tra le altre cose, stiamo lavorando attorno all’idea di testo come installazione, in cui cioè il lavoro dell’autore è quello di proporre un ordine, esponendone la sintassi, eventualmente anche come ipotesi sull’ordine del mondo. Il nostro interesse per il suo lavoro è quindi ovvio: ragionando su testi-installazione non potevamo non guardare a delle installazioni-testo come le sue cancellature… Ci siamo chiesti cosa fossero esattamente queste cancellature, come fossero nate, come funzionassero.

Isgrò: La cancellatura non è una banale negazione ma piuttosto l’affermazione di nuovi significati: è la trasformazione di un gesto negativo in un gesto positivo. Ovviamente, perché le cancellature nascessero c’era bisogno di un clima favorevole e quindi, tutto sommato, è logico ritenere che la stagione delle avanguardie, nella quale mi sono formato, abbia direttamente o indirettamente sollecitato le mie prime ricerche. Tuttavia lo scandalo che hanno provocato le mie cancellature a metà degli anni ’60 si può spiegare solo con il fatto che si era verificato un salto qualitativo rispetto all’arte e alla sensibilità dell’epoca. Nel senso che la mia operazione rappresentò chiaramente la volontà di far coincidere una volta per tutte la negazione del linguaggio con la sua contestuale affermazione. Quello che cercavo di fare era abbandonare per sempre quella dimensione puramente negativa che, a torto o a ragione, sembrava indissolubilmente legata all’avanguardia novecentesca.

GAMMM: Ecco, questa compresenza di positivo e negativo, questa idea che dentro ad un testo ce ne sia un altro, e che l’intervento dell’autore serva a scoprire/istituire un ordine, ci sembra davvero la cosa più affascinante.

Isgrò: Certo. E tutto questo viene ottenuto non facendo appello a un agente esterno al discorso estetico, come può essere l’ideologia marxista o cattolica, ma a una pura invenzione.

GAMMM: Non una petizione di principio, dunque.

Isgrò: Non una petizione di principio, non una buona intenzione per farsi perdonare dal popolo la propria sovrana ignoranza del mondo, ma proprio il tentativo di cercare di “risolvere il problema” una volta per tutte attraverso un gesto puramente estetico, non ideologico. Chiaro poi che la cancellatura è un gesto equivocabile: io stesso ho passato quarant’anni per chiarirne in qualche modo il senso, e lo sto facendo ancora. Di qui la necessità di costruire opere di una certa complessità, facendole però “assorbire” dal gesto del cancellare: mirando a quel turbamento che crea la semplificazione apparente del problema, come fa appunto la cancellatura.
In ogni caso, chiunque opera e chiunque sceglie, cancella. Cancella delle cose per privilegiarne altre. Il destino, la sorte o gli scrittori, privilegiano tutti una cosa al posto di un’altra. A volte si viene scelti dai materiali. Nel senso che si dà ascolto al linguaggio. Picasso diceva: “Quando non trovo un blu, metto un rosso”. Se io opero nell’ambito di una cancellazione limitata alle poche righe di una pagina, sono costretto a far tesoro del poco testo che mi rimane.
La cancellatura non ha niente a che vedere con l’atteggiamento moralistico del censore e questo vale sia quando cancello le parole dei libri sia quando agisco sulle immagini della comunicazione mediatica, riportando la scrittura alle sue origini pittografiche. È indubitabile, tuttavia, che nell’immaginario collettivo la cancellatura è per lo più legata alla parola, ed è quindi da lì che sono partito.

GAMMM: Nel procedere alla cancellatura, entrava in gioco più una considerazione di tipo visivo, per avere, poniamo, una certa configurazioni di bianchi e neri, oppure importava maggiormente il significato delle parole?

Isgrò: Per molti anni mi è accaduto di privilegiare il piano semantico, mentre la parte visiva era un effetto secondario, indiretto. Poi mi sono accorto che il mio lavoro aveva anche delle peculiari caratteristiche visuali. Preterintenzionali: questa è stata una scoperta. Prova ne è che molti amici pittori sono stati felici di confessarmi come a volte avevano attinto da certe mie ricerche, da certe mie “ricchezze”. E dico ricchezze non a caso, perché in effetti la cancellatura è una macchina che produce letteralmente testi e immagini. Una macchina mostruosa. Come il computer, ma più ricca. L’unico che la paragonò al computer fu Pierre Restany, quando feci il Cristo cancellatore (1968).

GAMMM: Ma i testi di partenza come venivano scelti? E perché?

Isgrò: Posso dire che a volte faccio un piccolo sondaggio tra gli amici [sorride]: cosa dovrei cancellare? A volte è proprio casuale.
C’è stata anche, è chiaro, la precisa intenzionalità di cancellare la Treccani, la Divina commedia, o l’Enciclopedia Britannica: in questo caso, si punta anche e soprattutto sul margine evocativo che il testo cancellato può generare. È in qualche modo una scelta di politica culturale… Insomma, se in certi momenti è meglio cancellare la Divina commedia perché in quel momento c’è un certo signore che si chiama Dante Alighieri ed è influente e la sta pubblicando, io sfrutto l’alone.
La cancellazione è un fatto comunicazionale. Tanto è vero che il pubblico, soprattutto quello degli esperti, è rimasto sconcertato dalla sua estrema semplicità: apparente, è chiaro. Non la accettavano non perché non comunicasse, ma perché a loro avviso comunicava troppo, e tutto in una volta. L’ovvietà del cancellare: è ovvio, e io ho giocato con l’ovvio. Era certo una strategia diversa da quella che compiva il Gruppo ‘63, tranne in pochi casi, dove in effetti ci potevano essere dei punti in comune.

GAMMM: Ancora a proposito della priorità della scelta semantica, delle parole, su quella visiva: sarebbe interessante sapere come questa scelta veniva effettuata, se era intuitiva, se si cercava una certa costruzione verbale all’interno di un testo perché “andava bene”, oppure se si preferiva evidenziare il messaggio ritagliato da una singola locuzione, o da una parola, magari all’interno di un testo che parlasse di tutt’altro…

Isgrò: Quest’ultimo gioco paradossale c’è stato sempre. Poteva succedere, per esempio, che in un’opera, in mezzo a un mare di cancellature, rimanesse solo l’espressione “in infinitum” e tutto il resto veniva cancellato. Ma poteva capitare che lasciassi anche solo una parola banale, per esempio “impressionabile”. La scelta era pensata per mostrare indifferenza di fronte al linguaggio. Evidentemente, però, ne condividevo il meccanismo, tanto che la parola banale assumeva un valore poetico altrimenti impensabile, una specie di relitto…

GAMMM: In questo senso la cancellatura potrebbe essere vista proprio come una negazione: nei confronti dell’accumulazione esasperata di messaggi, informazioni, comunicazioni, tipica della sfera dei media… una dimensione distruttiva, ma non nichilista.

Isgrò: Non nichilista, esatto.

GAMMM: È questo l’aspetto distruttivo della possibilità della scelta, del poter scegliere un’euristica diversa all’interno di un testo. La sospensione a cui la cancellatura dà luogo è conseguenza diretta del suggerimento di un ordine testuale nuovo ma compresente a quello precedente. Questo è davvero il motore affascinante del gesto della cancellatura, dell’avere e non avere contemporaneamente…

Isgrò: Di avere un ordine e insieme, contemporaneamente, di non averlo: l’impossibilità di una risposta. Tuttavia senza cadere nel nichilismo, mantenendo una grande fiducia nel linguaggio. Un privilegio concesso all’arte come strumento di conoscenza.

GAMMM: C’è, nel lavoro sulle cancellature, una sua intenzione polemica nei confronti della crescita, del consumo, della sovrapproduzione, dell’informazione… una dimensione in qualche modo politica?

Isgrò: Questa dimensione ce l’ho, sicuramente. Ma credo sia piuttosto il caso di parlare di una dimensione etica, intendendo per etica la responsabilità che un artista, un poeta o uno scrittore ha di fronte al proprio lavoro, di fronte al linguaggio e di fronte al proprio pubblico. Questa è etica: una certa onestà intellettuale, la capacità di vedere le cose e di rappresentarle con il massimo di efficacia.

GAMMM: Quando è nato il lavoro con le cancellature, quali sono stati i primi testi da lei scelti?

Isgrò: Testi di giornale.

GAMMM: Subito la dimensione comunicativa, quindi! Forse è proprio questo che distingue il suo lavoro da quello della poesia visiva, o di molta parte della neo-avanguardia. Nella poesia visiva, o nel testo neo-avanguardista, ci si basava ancora su un’idea di opera che funzionasse al proprio interno, come marchingegno estetico giustificato dal funzionamento delle sue parti, dai loro rapporti, e così via. Le cancellature, al contrario, sono opere che funzionano, per così dire, “verso l’esterno”.

Isgrò: È questo il punto: la cancellatura è una macchina per comunicare. Di Spatola ero amico personale, e ho collaborato anche con Pignotti e con i fiorentini. Ma con loro la frequentazione durò solo tre mesi, perchè io trovavo i loro lavori troppo legati a una dimensione pop-artistica.

GAMMM: Un’ultima domanda riguarda il suo lavoro più strettamente letterario, in cui al posto del togliere, come nella cancellatura, troviamo un aggiungere. Nell’Orestea di Gibellina (1983/84/85), come anche nell’Asta delle ceneri (1994), due volumi posteriori di parecchi anni alle cancellature, salta agli occhi la complessità, la ricchezza…

Isgrò: Certo si può vedere la cosa come un’evoluzione. Ma non è solo questo: in un’opera come l’Orestea di Gibellina torno in effetti alla verbalità. E a una verbalità lussureggiante, dove trova posto anche il dialetto siciliano. La sovrabbondanza stilistica di questo lavoro teatrale voleva essere la cancellatura di una cancellatura: il suo eccesso verbale era il contrario dell’atto del cancellare, era un “cancellare la cancellatura”.

GAMMM: L’altra faccia della medaglia…

Isgrò: Dialetticamente, sì. Anche perché non volevo chiudermi in una prigione avanguardistica: cercavo perciò di esibire provocatoriamente un eccesso di scrittura, che dall’avanguardia non era completamente accettato, a meno che non si trattasse ad esempio di un Manganelli. Ma le neo-avanguardie non recepirono né capirono l’operazione. Ho avuto un rapporto di stima personale reciproca con Nanni Balestrini, ma non c’erano rapporti organici. Non ho mai partecipato ai loro convegni, anche se una volta sono stato invitato a Palermo, dove proiettarono la mia Volkswagen. Anceschi, già nel ‘56, mi aveva pubblicato delle poesie sul Verri, tuttavia si trattò di un contatto marginale. Ero io indocile. Il mio primo libro era già stato recensito da Pasolini, molto calorosamente, e il mio lavoro piaceva molto a Giudici e a Fortini. Ero amico di Volponi. Ma quando ho iniziato le cancellature, apriti cielo! [sorride], hanno subito detto: questo adesso è andato con le avanguardie…

[a cura di Gherardo Bortolotti e Alessandro Broggi]

Va tutto bene – E poi gli uomini non poterono più morire

Quando il missile deflagrò in cima all’edificio, squarciando il tetto dell’appartamento all’ultimo piano e sventrando completamente la parete est della sala da pranzo, io avevo già fatto aderire al collo il nodo scorsoio della corda che ora, mancando dell’appiglio volato via assieme a tutto il resto, giaceva floscia tra le macerie del soffitto, come la muta marrone di un vecchio serpente.

Non so se sgranai più gli occhi o la bocca per la sorpresa, quando mi ritrovai, completamente ricoperto di calcinaccio e intonaco, con una corda al collo a spolverarmi i pantaloni in piedi sulla sedia, e una vista non richiesta a perdifiato sulla città, appena regalatami dall’architetto Wernher von Braun o chi per lui.

Lo scenario che mi ritrovai davanti era semi apocalittico: mi sembrò di essere stato catapultato in un libro di Philip K. Dick ancora non scritto: strade deserte, interminabili monoliti che si stagliavano dal suolo verso il cielo bruno nella loro imponente mastodonticità, freddi, nonostante fossero stati costruiti quasi attaccati gli uni agli altri in una specie di abbraccio in cemento armato. Le colonne di fumo che partivano dagli angoli delle strade oscuravano la luce del giorno e conferivano alla città un che di tribale. Una testa impolverata di bambina si poteva intravedere tra le macerie cadute proprio sotto dove, fino a qualche minuto prima, c’era stata una finestra: sembrava una bambola morta.

Quello che stavo guardando era il mondo che lasciavo al figlio che sarebbe nato di lì a poche ore. E la colpa era mia.


Quando più di trent’anni fa gridai la mia felicità, correndo all’impazzata nei corridoi del laboratorio verso l’ufficio del direttore, non pensai alle conseguenze che la mia scoperta sul gene P21 avrebbe comportato conseguenze a cascata tali da influire pesantemente sull’intero ordine mondiale, già di per sé in perenne equilibrio instabile.

Stringevo tra le mani Jerry, il topo da esperimento che mi era stato affidato. Valore commerciale: 400 euro circa. Entrai senza bussare e sforzandomi di non fare troppo caso alla tirocinante che, dopo essersi ricomposta alla benemmeglio, raccolse in fretta le sue poche cose, si alzò dalla scrivania dove era seduta e sparì. Il direttore mi guardò in sottecchi arrossendo. Poi, per sopperire all’imbarazzo, disse con la voce più autorevole che potè:

– Spero che l’importanza di ciò che stai per dirmi giustifichi la tua irrispettosa intrusione nel bel mezzo di una riunione.

Si, disse proprio riunione. Ma io non ci feci granché caso, tanto ero sconvolto da quanto era capitato.

– Direttore, osservi con molta attenzione Jerry.

– Chi?

-Jerry, il topo…

-Ah… vediamo… uhm… non mi pare ci sia nulla di particolare da evidenziare…

– Appunto!

strillai senza potermi contenere. Il direttore mi guardò interrogativamente, forse chiedendosi se non fosse il caso di darmi qualche giorno di riposo dopo due anni di lavoro non-stop.

– Mi stai prendendo per il culo o ti sei rincoglionito?

– Assolutamente, Direttore. Assolutamente. Il topo è perfetto.

E risi.

– Cristo santo, questo lo vedo da me! Ci mancherebbe altro, visto quanto ce li fanno pagare!

– La cosa straordinaria è che NON dovrebbe essere perfetto!

– Ah! E perché?

– Perché tre giorni fa feci un foro nell’orecchio destro per il passaggio del cavo di un elettrodo e ieri, accidentalmente, tagliai la punta della coda. Ed ora, guardi: nulla! Assolutamente nulla!

– Ma porca tr… se mi stai prendendo per il culo giuro che ti strozzo!

– Nessuna presa per il culo, Direttore.

– Allora, perdio, siamo ricchi…

sussurrò mentre si avvicinava con le mani aperte verso il ratto.


Fu così che iniziarono le mie sperimentazioni sul gene P21. Dopo varie prove sui topi, passammo ai maiali. Gli ultimi esperimenti li facemmo sugli scimpanzè, con buona pace degli animalisti. Ciò che stavamo scoprendo era troppo più importante: avrebbe rivoluzionato la medicina e il futuro della vita umana. Tutte le principali riviste scientifiche si accorsero della portata della scoperta, così come le maggiori holding farmaceutiche e la totalità dei Paesi Occidentali.

Dopo dieci lunghi ed estenuanti anni di lavoro e sperimentazione fondammo LIFE, la società di cui fui nominato direttore, proprietaria dei diritti sul brevetto di un farmaco prova che iniziammo a sperimentare sull’uomo. Vissi tra il Congo e casa mia per quasi cinque interminabili anni, cercando di concentrarmi al massimo sul lavoro, mentre mia moglie cercava di mollarmi a settimane alterne.

Fu meraviglioso veder crescere le braccia e le gambe di tutta quella gente monca, e il sorriso dei bambini figli delle mine anti-uomo… oh, non li dimenticherò mai.

Rientrai quando ormai il funzionamento chimico-genetico del nostro brevetto era stato completamente sottomesso al nostro totale controllo. Rimase lì solo una piccola equipe di bravissimi colleghi che continuarono con le loro sperimentazioni: ora l’obiettivo era accelerare gli effetti della modifica al P21.

Fu incredibile: in un colpo solo, riuscimmo a debellare malattie come il cancro, l’AIDS, molte malformazioni; potemmo guarire in poco tempo ed in maniera per nulla invasiva e con risultati ottimi le ferite da arma da fuoco e i danni riportati a seguito dei più svariati incidenti. Riuscimmo ad evitare in gran parte dei casi i trapianti e fummo in grado di offrire una soluzione persino per la calvizie. Nel giro di poco più di un decennio, l’umanità intera fu travolta da un cambiamento epocale che obbligò a rivedere tutti i principi che per millenni avevano rappresentato le fondamenta dell’esistenza stessa: l’uomo, tronfio della sua recente vittoria dell’eterna guerra contro il tempo, poteva ora buttarsi alle spalle secoli e secoli di speculazioni filosofiche e scientifiche, diventate improvvisamente vecchie mitologie superstiziose. Finalmente, l’uomo cominciò a vivere proprio quando imparò a non morire più.

Nacquero centri di rigenerazione cellulare come funghi che presto rimpiazzarono le famose e tanto amate SPA dei week-end tutti salute, relax e un pizzico di posticcio romanticismo. La popolazione mondiale aumentò a livello esponenziale, raddoppiando. Cosa che andò a beneficiò dell’economia, della produzione e dell’occupazione globlali. Rispetto al nuovo boom economico, quello precedente degli anni ’80 e quello ancora anteriore degli anni immediatamente successivi al dopo-guerra sembrarono una svista sinusoidale di un grafico incomprensibile. Però, mentre l’uomo impiegava tutte le sue energie per non morire, frastornato da una specie di apoteosi della vita, non si accorse che la vita stava per trasformarsi da problema acuto a cronico.

Il mondo non era fatto per ospitare così tanta gente, a cui se ne sarebbe aggiunta altra con il passare del tempo. La situazione si criticizzò sotto gli occhi di tutti senza che nessuno potesse davvero fare qualcosa di sensato in così breve tempo. Iniziarono a scoppiare i primi focolai tra Paesi vicini e con pochi mezzi di sostentamento. Focolai che si ingigantirono alla velocità della luce, estendendosi come i cerchi concentrici che si formano dopo aver lanciato un sasso in uno stagno. Quel sasso lo avevo lanciato io trent’anni prima, in preda ad un delirio di onnipotenza che non mi apparteneva.

Si pensò così di limitare l’utilizzo delle pratiche di rigenerazione prima solo ai Paesi più ricchi, poi solo ai più ricchi dei vari Paesi. Ma non fu una buona idea e questa scelta non portò che ad un inasprimento dei conflitti che, ora, erano anche civili.

Disorientato dalla confusione totale nella quale mi ostinavo a vivere e schiacciato dal peso del mio delirio di onnipotenza ora divenuto asfissiante senso di colpa, non riuscii a dire una sola parola quando mia moglie mi annunciò la sua gravidanza. Non sorrisi, non piansi, non mi entusiasmai, non mi inquietai. Nulla, non fui in grado di fare assolutamente nulla.

Quando mi chiamò per dirmi che era in ospedale, mi precipitai al reparto maternità solo perché così avevo visto fare nei film e intorno a me, ma privo di qualsiasi urgenza di arrivare a destinazione. Mia moglie mi accolse con un sorriso stanco e mi tese la mano dal lettino sulla quale era stata fatta stendere. Io gliela presi nella mia, ringraziando dio di avere qualcosa su cui spingere il mio sguardo che non fossero i suoi occhi. Mi tranquillizzò dicendomi che andava tutto bene e che presto saremmo stati in tre, forse credendo che lo sconvolgimento che emanava dal mio viso fosse in qualche modo legato al suo essere in procinto di partorire una nuova vita, la nostra nuova vita. Io le sorrisi falsamente ed anuii. Poi, le dissi che dovevo urgentemente raggiungere il laboratorio per delle gravissime questioni emerse che non avevano potuto spiegarmi al telefono a cui ero stato attaccato per tutto il tragitto fino a raggiungerla: dovevo assolutamente andare via da lì. Lei mi disse che capiva, che non dovevo preoccuparmi e che sarebbe andato tutto a posto: ci saremmo visti più tardi. Uscii dall’ospedale, questa volta con urgenza. Non sarei riuscito a rimanere lì un solo secondo in più. Chiamai un taxi e mi feci riportare a casa.


Sorseggiando il mio caffè caldo, pensavo che non sarei mai riuscito a sostenere lo sguardo accusatore di mio figlio che mi rinfacciava di avergli dato la vita in quel mondo. Non avrei mai sopportato il peso di una nuova colpa, dovuta ad un altro errore di valutazione di chi non è capace di tenere conto delle conseguenze dei propri atti. Come avrei potuto spiegare a mio figlio che la terribile vita che si accingeva a vivere, senza peraltro averla chiesta, era solo ed esclusivamente colpa mia e della mia leggerezza? Come avrei potuto vivere con davanti agli occhi la quotidiana scena del capo di mio figlio ripetutamente piegato sotto la sferza lancinante delle mie colpe?

Fui così codardo da rispondere alle mie domande gettandomi nel vuoto dall’enorme squarcio della parete della mia sala da pranzo.

Suppongo che anche questo mio gesto non otterrà né il perdono né tantomeno la comprensione di mio figlio. In compenso, io non sarò lì ad offrirgli il petto su cui puntare il suo dito.

D’altronde, volevo solo morire in pace.


(Topi come lucertole: togli un gene e ricresce la coda, Corriere.it)

La leggenda del Grande Inquisitore

La enorme attualità di questo brano de I fratelli Karamàzov di Fëdor Michajlovič Dostoevskij datato 1879 è pari almeno alla sua potenza evocativa e rivelatrice della più profonda natura umana. Io non so se ciò dipenda dalla – ad ogni modo indiscutibile – perspicacia dostoevskijana, o dalla immutata manifestazione degli uomini del loro essere umani. A prescindere dalla risposta – che pure è importante – nessuno potrebbe rifiutare di pensare che La leggenda del Grande Inquisitore possa essere stata scritta non meno di qualche tempo fa.

D’altronde, cosa sono i Berlusconi al governo, le Eluana Englaro tenute in vita artificialmente, i dibattiti feroci sul testamento biologico e l’aborto, l’obnubilamento della dignità del singolo con il suo trastullarsi ipnotico ai piedi della tecnologia, la sacralità dei week-end esotici come ripiego di una vita devota all’inutilità, lo shopping compulsivo delle madri che uccidono i propri figli e i suicidi dei padri che perdono il lavoro, se non l’eterno abbandono degli uomini al fascino, obsoleto ma sempre in voga, del miracolo, del mistero e della autorità? Cosa sono i gruppi su Facebook innegianti alla democrazia ed alla libertà che ci ostiniamo a non conquistare mai, se non la prova della nostra grottesca paura di esercitare una libertà che a tutti gli effetti potenzialmente già ci appartiene?


«Devo farti una confessione», esordì Ivan, «non ho mai potuto capire come si possa amare il prossimo. Secondo me, è impossibile amare proprio quelli che ti stanno vicino, mentre si potrebbe amare chi ci sta lontano. Una volta ho letto da qualche parte la storia di “Giovanni il misericordioso”, un santo: un viandante affamato e infreddolito andò da lui e gli chiese di riscaldarlo e quello lo fece coricare nel letto insieme a lui, lo abbracciò e prese a soffiargli nella bocca, putrida e puzzolente a causa di una terribile malattia. Io sono convinto che egli lo facesse per una lacerazione piena di falsità, per il dovere di amare che gli era stato imposto, per una penitenza che si era inflitto. Perché si possa amare una persona, è necessario che essa si celi alla vista, perché non appena essa mostrerà il suo viso, l’amore verrà meno».

«Più di una volta, lo starec Zosima ha parlato di questo», osservò Alëša; «ha anche detto che spesso il viso di un uomo, per chi è inesperto in amore, diventa un ostacolo per l’amore. Tuttavia, c’è anche molto amore nell’umanità, amore quasi comparabile a quello di Cristo, questo l’ho visto io stesso, Ivan…»

«Be’, io non ne so niente di questo per ora e non posso capire, e, come me, una moltitudine innumerevole di uomini. La questione è se questo è dovuto alle cattive qualità degli uomini o se tale è la loro natura. Secondo me, l’amore di Cristo per gli uomini è una specie di miracolo impossibile sulla terra. Vero è che egli era Dio. Ma noi non siamo dèi. Supponiamo, per esempio, che io soffra profondamente: un’altra persona non potrà mai sapere fino a che punto io soffra, perché lui è un’altra persona e non è me, e, soprattutto, è raro che un uomo sia disposto a riconoscere in un altro un uomo che soffre (come se si trattasse di un’onorificenza). Perché non è disposto a farlo, tu che ne pensi? Perché, ad esempio, ho un cattivo odore, perché ho una faccia stupida, o perché una volta gli ho pestato un piede. E poi c’è sofferenza e sofferenza: una sofferenza degradante, umiliante come la fame, per esempio, il mio benefattore me la può ancora concedere, forse, ma quando la sofferenza è a uno stadio superiore, quando, per esempio, si soffre per un’idea, quella non me la accetterà, perché, diciamo, dandomi un’occhiata, ha visto che non ho affatto la faccia che, secondo la sua immaginazione, dovrebbe avere una persona che soffre per un’idea. E quindi egli mi priva immediatamente dei suoi favori, e non si può dire che lo faccia per cattiveria. I mendicanti, soprattutto quelli nobili, non dovrebbero mai mostrarsi, ma dovrebbero chiedere l’elemosina rimanendo nascosti dietro i giornali. Si può amare il prossimo in astratto, a volte anche da lontano, ma da vicino è quasi sempre impossibile. Se tutto fosse come a teatro, nei balletti, dove, quando appaiono mendicanti, essi indossano stracci di seta e pizzi lacerati e chiedono l’elemosina danzando leggiadramente, be’, in tal caso, li si potrebbe ancora ammirare. Ammirare, ma non amare. Ma finiamola con questo argomento. Volevo soltanto esporti il mio punto di vista. Volevo parlare delle sofferenze dell’umanità in generale, ma è meglio se ci soffermiamo solo sulle sofferenze dei bambini. Questo riduce le mie argomentazioni ad un decimo della loro portata, ma è meglio parlare solo dei bambini, sebbene questo non vada a mio vantaggio. In primo luogo, i bambini si possono amare anche da vicino, anche se sono sporchi, brutti di viso (anche se a me pare che i bambini non siano mai brutti). Il secondo motivo per cui non voglio parlare degli adulti è che, oltre ad essere disgustosi e incapaci di meritarsi l’amore, per loro si tratta anche della giusta punizione: hanno mangiato la mela, conoscono il bene e il male, e sono divenuti “come Dio”. E continuano a mangiarla anche adesso. I bambini invece non hanno mangiato niente e per ora non sono colpevoli di nulla. Tu ami i bambini, Alëša? So che li ami e certo capirai per quale motivo voglio parlare solo di loro. E se anche loro soffrono terribilmente su questa terra, è ovviamente per colpa dei loro padri, sono puniti a causa dei loro padri che hanno mangiato la mela; ma questo ragionamento appartiene ad un altro mondo, ed è incomprensibile per il cuore umano qui sulla terra. Gli innocenti non devono soffrire per le colpe degli altri, soprattutto se sono innocenti come i bambini! Forse ti meraviglierò, Alëša, ma anch’io amo moltissimo i bambini. E nota bene che le persone crudeli, passionali, sensuali – la gente tipo i Karamazov, insomma – non di rado amano molto i bambini. I bambini, finché rimangono piccoli, diciamo fino all’età di sette anni, sono molto diversi dagli adulti: sembrano degli esseri a sé stanti, con una natura tutta propria. Conoscevo un criminale che stava in prigione: nella sua carriera gli era capitato di sterminare intere famiglie, si introduceva nelle loro case di notte per rubare, aveva anche trucidato alcuni bambini. Eppure, mentre si trovava in prigione, nutriva uno strano attaccamento ai bambini. Non faceva altro che guardare dalla finestra della prigione i bambini che giocavano nel cortile del carcere. Ad uno di essi insegnò a salire fino alla sua finestra e così divennero grandi amici… Sai a quale scopo ti sto dicendo tutto questo, Alëša? Non so, ho mal di testa e sono triste».

«Parli con un’aria strana», notò preoccupato Alëša, «come se non fossi in te».

«A proposito, un bulgaro che ho incontrato a Mosca di recente mi ha raccontato», proseguì Ivan Fëdoroviè, come se non avesse sentito la battuta del fratello, «delle malefatte che commettono insieme turchi e circassi da loro, in Bulgaria, per paura di una rivolta generale degli slavi: incendiano, uccidono, violentano donne e bambini, inchiodano i prigionieri agli steccati delle case per le orecchie e li lasciano lì sino al mattino successivo, e il mattino successivo li impiccano, e così via, cose inimmaginabili. La gente spesso parla di crudeltà “bestiale” dell’uomo, ma questo è terribilmente ingiusto e offensivo per le bestie: un animale non potrebbe mai essere crudele quanto un uomo, crudele in maniera così artistica e creativa. La tigre azzanna e dilania, ma sa fare solo quello. Non le verrebbe mai in mente di prendere le persone e farle restare inchiodate per le orecchie per un’intera nottata, nemmeno se fosse in grado di fare una cosa simile. Quei turchi, fra l’altro, si divertono pure a torturare i bambini: cominciano dal recidere i feti dall’utero materno fino a lanciare in aria i neonati e infilzarli alle baionette davanti agli occhi delle madri. Anzi, fare tutto questo proprio davanti agli occhi delle madri costituisce il loro maggiore godimento. Ma ecco un’altra scena che ritengo molto interessante: un neonato in braccio alla madre tremante, tutt’intorno gli invasori turchi. Avevano escogitato un diversivo: accarezzano il bambino, ridono per farlo ridere. Ci riescono: il bambino si mette a ridere. A quel punto un turco punta la pistola a una ventina di centimentri di distanza dalla faccia del bambino. Il bambino ride allegro, allunga le manine per afferrare la pistola e ad un tratto l’artista preme il grilletto dritto in faccia al bambino e gli fa saltare la testolina. Una trovata artistica, non è vero? A proposito, si dice che i turchi amino molto i dolci».

«Fratello, dove vuoi andare a parare?», domandò Alëša.

«Io credo che se il diavolo non esiste e se, quindi, è stato l’uomo ad inventarlo, questi l’ha creato a sua immagine e somiglianza».

«Proprio come ha fatto con Dio, allora».

«È stupefacente il modo in cui riesci a rigirare le parole, come dice Polonio nell’Amleto», scoppiò a ridere Ivan. «Mi hai preso proprio in parola, ne sono contento. Il tuo deve essere un buon Dio, se l’uomo l’ha creato a sua immagine e somiglianza. Poco fa mi hai domandato dove volevo andare a parare: vedi, io sono un appassionato collezionista di certi fatterelli e, tu non ci crederai, dai giornali, dai racconti che sento, da dove capita, prendo nota e colleziono aneddoti di un certo tipo, ho già messo insieme una discreta collezione. Anche i turchi ovviamente sono entrati nella mia collezione, ma quelli sono stranieri. Ho anche delle cosucce nostrane, persino migliori di quelle turche. Sai, noi preferiamo le percosse, la verga o la frusta: sono un’istituzione nazionale. Da noi le orecchie inchiodate sono inconcepibili, siamo pur sempre europei, ma la verga e la frusta sono proprio strumenti nostrani e nessuno ce li può togliere. All’estero ormai non si usa quasi più picchiare, forse perché i costumi sono più umani o forse perché sono entrate in vigore leggi tali che nessuno osa più picchiare un altro; in compenso, però, hanno fatto ricorso ad altri mezzi nazionali, come da noi, ma, anzi, nazionali al punto tale che da noi sarebbero impensabili, sebbene credo che stiano mettendo radici anche qui, soprattutto da quando il movimento religioso ha preso piede anche fra la nostra aristocrazia. Ho un delizioso opuscoletto, tradotto dal francese, nel quale si parla di come, di recente – sarà stato cinque anni fa – giustiziarono a Ginevra un criminale e assassino, di nome Richard, un ventitreenne, che, pare, si pentì e si convertì al cristianesimo proprio sul patibolo. Questo Richard era un figlio illegittimo che era stato regalato dai genitori, quando era solo un bambino sui sei anni, ad alcuni pastori svizzeri di montagna. Quelli lo avevano allevato perché poi lavorasse per loro. Presso di loro il ragazzo crebbe come una bestiolina, non gli insegnarono proprio nulla: anzi, all’età di soli sette anni lo mandarono già al pascolo, all’umido e al freddo, quasi senza vestiti indosso e senza cibo. E, ovviamente, nessuno aveva scrupoli o remore a comportarsi così: anzi, si sentivano nel loro pieno diritto, dal momento che Richard era stato loro donato come un oggetto ed essi non vedevano nemmeno la necessità di dargli da mangiare. Richard in persona testimoniò come in quegli anni, al pari del figliol prodigo del Vangelo, aveva avuto tanta voglia di mangiare il pastone che davano ai maiali destinati alla vendita, mentre invece a lui non davano nemmeno quello e lo picchiavano quando lo rubava ai maiali. Così aveva trascorso tutta l’infanzia e la giovinezza fino a quando non era cresciuto e diventato forte abbastanza per andare a fare il ladro per conto proprio. Il selvaggio aveva cominciato a guadagnarsi da vivere lavorando alla giornata a Ginevra. Quello che guadagnava lo spendeva tutto nel bere, viveva come un mostro e finì con l’uccidere e derubare un vecchio. Fu catturato, processato e condannato a morte. Non si perdono in tanti sentimentalismi da quelle parti. Una volta in prigione, fu immediatamente circondato da pastori protestanti, membri di diverse confraternite cristiane, dame di beneficenza e così via. In prigione gli insegnarono a leggere e a scrivere, cominciarono a parlargli del Vangelo, intanto facevano appello alla sua coscienza, lo convincevano, incalzavano, strigliavano, opprimevano fino a che, un bel giorno, quello confessò solennemente il suo crimine. Si convertì, scrisse egli stesso alla corte dicendo di essere un mostro, ma che alla fine il Signore lo aveva illuminato e gli aveva donato la grazia. Tutta Ginevra era in fermento, tutta la Ginevra filantropica e religiosa. Tutta la società istruita e aristocratica della città affluì alla prigione per baciare e abbracciare Richard: “Sei nostro fratello, tu hai trovato la grazia!” E Richard non faceva che piangere commosso: “Sì, ho trovato la grazia! Per tutta la mia infanzia e la mia giovinezza mi sono accontentato di dar da mangiare ai maiali, ma adesso anche io ho trovato la grazia, e morirò nel Signore!” “Sì, sì, Richard, muori nel Signore, tu hai versato sangue e devi morire nel Signore. Anche se non è colpa tua non aver conosciuto il Signore quando invidiavi il cibo dei maiali e quando ti picchiavano perché lo rubavi (e facevi molto male, perché non si deve rubare), ma tu hai versato sangue e devi morire!” Ed ecco che arriva l’ultimo giorno. Il prostrato Richard non faceva che piangere e ripetere in continuazione: “È il giorno più bello della mia vita, sto andando dal Signore!” “Sì”, gridavano i pastori protestanti, i giudici e le dame di beneficenza, “è il giorno più felice della tua vita perché stai andando dal Signore!” Avanzavano tutti in processione verso il patibolo, chi in carrozza chi a piedi, tutti dietro al carretto infame nel quale trasportavano Richard. Giunsero infine al patibolo: “Muori, fratello nostro”, gridavano a Richard, “muori nel Signore, giacché tu hai trovato la grazia!” Così, coperto dai baci dei fratelli, trascinarono al patibolo il fratello Richard, lo sistemarono sulla ghigliottina e gli troncarono la testa da fratelli, per il fatto che anche lui aveva trovato la grazia. Sì, è proprio caratteristico. Questo opuscoletto è stato tradotto in russo da qualche filantropo russo luteraneggiante di alto rango, ed è stato distribuito gratuitamente insieme a giornali e altre pubblicazioni a edificazione del popolo. Il caso di Richard è interessante in quanto è nazionale. Sebbene da noi non sarebbe assurdo tagliare la testa a qualcuno perché è diventato nostro fratello e ha trovato la grazia, tuttavia, lo ripeto, anche noi abbiamo la nostra specialità, che non è affatto da meno. Il nostro passatempo storico, quello immediato e più a portata di mano è la tortura a forza di percosse. Nekrasov ha scritto dei versi in cui si parla di un contadino che frusta il suo cavallo con lo knut sugli occhi, “gli occhi suoi miti”, e chi non ha mai visto cose del genere? È un russismo vero e proprio. Il poeta descrive una cavallina stremata sulla quale hanno posto un carico troppo pesante; essa è crollata sotto il carico e non riesce a tirarlo. Il contadino la batte, la batte selvaggiamente, la batte senza sapere che cosa sta facendo, annebbiato dalla crudeltà, la frusta senza pietà, ripetutamente: “Anche se non ne hai la forza, devi tirare il carico, a rischio di crepare, lo devi tirare!” La cavallina cerca di districarsi e quello comincia a picchiarla, indifesa com’è, sui “miti occhi” pieni di lacrime. Fuori di sé, la cavalla con uno strattone comincia a trascinare il carico, procede tremante, senza respirare, come di sbieco, sobbalzando in maniera innaturale, vergognosa – la descrizione di Nekrasov è terribile. Ma quello era solo un cavallo e Dio ha donato il cavallo proprio perché fosse battuto. Così ci hanno insegnato i tatari e ci hanno regalato lo knut per ricordarcelo. Ma si possono battere anche gli uomini. Ed ecco che un gentiluomo, molto colto e istruito, e la sua signora picchiano la loro figlioletta, una bambina di sette anni, con le verghe – dell’episodio ho una descrizione dettagliata. Il papà era contento che la verga fosse ricoperta di rametti, “così punge di più”, commentava e cominciava a picchiare la figlia. So di sicuro che certuni, quando picchiano, si infiammano ad ogni colpo fino all’eccitazione fisica, letteralmente all’eccitazione fisica, che cresce ad ogni colpo, progressivamente. Picchiano per un minuto, cinque minuti, dieci minuti, sempre di più, con una frequenza più serrata, sempre più selvaggiamente. La bambina gridava, ma poi non aveva più nemmeno la forza di gridare e respirava a fatica: “Papà, papà, paparino, paparino!” Per qualche diabolico caso, la faccenda arriva in tribunale. Si ricorre a un avvocato. È un pezzo ormai che il popolo chiama gli avvocati – gli ablakat, “coscienze a pagamento”. L’avvocato protesta in difesa del suo cliente. “È un caso così semplice, un fatto di tutti i giorni, che avviene in ogni famiglia: un padre che picchia la figlia. Ed è una vergogna per i nostri tempi che un simile caso venga portato in giudizio!” La giuria, convinta dall’avvocato, si ritira ed emette una sentenza favorevole al padre. Il pubblico esplode in ovazioni perché il torturatore è stato scagionato. Ah peccato che non fossi presente! Avrei proposto di istituire una borsa di studio per onorare il nome del torturatore!… Che scenette incantevoli! Ma sui bambini ho episodi ancora migliori, ho raccolto molto, moltissimo materiale sui bambini russi, Alëša. C’era una bambina di cinque anni, venuta in odio al padre e alla madre, “persone rispettabilissime, di ottimo ceto sociale, ben educate e istruite.” Vedi, te lo ripeto, questo gusto per la tortura dei bambini, solo dei bambini, è comume a molte persone. Con tutti gli altri membri del genere umano, questi aguzzini si comportano con benevolenza e mitezza, da europei illuminati e umani, però amano molto torturare i bambini, si può dire persino che amino i bambini in questo senso. È proprio la mancanza di difesa di quelle creature che seduce il torturatore, la fiducia angelica dei bambini, che non sanno dove andare e a chi rivolgersi: è proprio questo che infiamma l’abominevole sangue dell’aguzzino. In ogni uomo, certo, si nasconde una bestia, la bestia dell’irascibilità, la bestia dell’eccitabilità dei sensi alle grida della vittima torturata, la bestia sfrenata libera da catene, la bestia delle malattie contratte nel vizio, la gotta, le infezioni del fegato, e così via. Quella povera bambina di cinque anni fu sottoposta a sevizie di ogni genere da parte dei colti genitori. La picchiavano, la frustavano, la prendevano a calci, senza motivo, sino a ridurle il corpo a un ammasso di lividi; alla fine, si spinsero a livelli di maggiore ricercatezza: la chiudevano per tutta la notte al freddo, al gelo di una latrina e, per punirla del fatto che lei non chiamava in tempo per fare i suoi bisogni (come se una bambina di cinque anni che dorme sodo come un angioletto potesse già aver imparato a chiamare in tempo), le insudiciavano la faccia con le sue feci e la costringevano a mangiare quelle feci, ed era la madre, la madre a costringerla! E quella madre era capace di continuare a dormire, quando di notte si udivano i lamenti della povera bambina, chiusa a chiave in quel lurido postaccio! Lo capisci questo, quando un piccolo esserino che non è ancora in grado di capire che cosa gli stanno facendo, si colpisce il petto straziato con il suo pugno piccino, al freddo e al gelo di quel lurido postaccio, e piange lacrimucce insanguinate, dolci, prive di risentimento al “buon Dio”, perché lo difenda? La capisci questa assurdità, amico mio, fratello mio, pio e umile novizio di Dio, tu lo capisci a che scopo è stata creata questa assurdità, a che cosa serve? Senza di essa, dicono, l’uomo non avrebbe potuto esistere sulla terra, giacché non avrebbe conosciuto il bene e il male. Ma a che serve conoscere questo maledetto bene e male, se il prezzo da pagare è così alto? Infatti, tutto un mondo di conoscenza non vale le lacrime di quella bambina al suo “buon Dio”. Non sto parlando delle sofferenze degli adulti, che hanno mangiato la mela, che vadano al diavolo e che il diavolo se li pigli tutti quanti, ma di quelle dei bambini, dei bambini! Ti sto tormentando, Alëša, sembri fuori di te. La smetto, se vuoi».

«Non importa, anche io voglio soffrire», mormorò Alëša. «Ancora una scena, una soltanto, per curiosità, anche questa molto caratteristica, l’ho appena letta in una raccolta di antichità russe, nell’”Archivio” o ne “Il passato”, ho dimenticato il nome, devo controllarlo. Era il periodo più cupo della servitù della gleba, ancora all’inizio del secolo; e qui un evviva al Liberatore del Popolo! All’inizio del secolo, dicevo, c’era un generale, un generale con conoscenze importanti, un ricchissimo proprietario terriero, ma uno di quelli (e pare che anche allora non ce ne fossero molti), che ritirandosi a vita privata, quasi quasi erano convinti di essersi conquistati il diritto di vita e di morte sui loro sudditi. Ce n’erano di tipi così a quei tempi. Allora il generale risiedeva nella sua proprietà di duemila anime, viveva nel lusso e spadroneggiava con i poveri vicini come se fossero i suoi parassiti e buffoni. Aveva un canile con un centinaio di cani da caccia e quasi cento custodi, tutti in uniforme e tutti a cavallo. Un giorno un servo, un ragazzino di soli otto anni, mentre giocava, lanciò una pietra e ferì una zampa del levriero preferito dal generale. “Come mai il mio cane è azzoppato?” Gli riferirono che era stato quel ragazzino a lanciargli una pietra e ferirlo a una zampa. “Ah, sei stato tu?”, disse il generale squadrando il ragazzino: “Prendetelo!” Lo presero, togliendolo alla madre, e lo rinchiusero in gattabuia per tutta la notte; il mattino dopo, all’alba, il generale uscì in pompa magna per andare a caccia, in groppa al suo cavallo, attorniato dai suoi parassiti, dai cani, dai custodi e dai capocaccia, tutti a cavallo. Tutti i servi erano stati riuniti perché assistessero alla punizione, e davanti a tutti c’era la madre del bambino colpevole. Portano fuori il bambino dalla gattabuia. Era una giornata d’autunno cupa, fredda, nebbiosa, ideale per la caccia. Il generale ordina di spogliare il bambino e quello rimane tutto nudo, annichilito dal terrore, non osa mandare un grido…”Fatelo correre!”, ordina il generale, “Corri, corri!”, gli gridano i custodi dei cani e il bambino si mette a correre…”Prendetelo!”, urla il generale e gli lanciano dietro l’intera muta di levrieri. I cani lo raggiunsero e lo dilaniarono davanti agli occhi della madre!… Credo che in seguito il generale sia stato interdetto. Allora…che cosa si meritava? La fucilazione? Che lo fucilassero per soddisfare il nostro senso morale? Parla, Alëška!»

«Sì, la fucilazione!», disse Alëša sommessamente, alzando lo sguardo sul fratello con una specie di sorriso pallido e forzato.

«Bravo!» gridò Ivan esaltato. «Se cosí hai detto, significa che… Guardalo qua, l’asceta! Anche tu hai un bel diavoletto nel cuore, Alëška Karamazov!»

«Ho detto un’assurdità, ma…»

«Questo è il punto, proprio questo ma…», gridò Ivan. «Devi sapere, novizio, che le assurdità sono necessarie sulla terra. Il mondo si regge sulle assurdità e senza di esse forse non sarebbe mai accaduto niente sulla terra. Noi sappiamo quello che sappiamo!»

«Che cosa sai tu?»

«Io non capisco niente», proseguì Ivan come in preda al delirio, «Adesso non voglio capire nulla. Voglio attenermi ai fatti. È da un pezzo che ho deciso di non capire. Se mi viene voglia di capire qualcosa, immediatamente traviso il fatto, e invece ho deciso di attenermi ai fatti…»

«Perché mi metti alla prova?», gridò Alëša in un impeto di lacerante sofferenza. «Ti decidi a parlare finalmente?»

«Certo che parlerò, il mio scopo era proprio quello di dirti tutto. Tu mi sei caro, non voglio perderti, non voglio cederti al tuo Zosima».

Ivan tacque per un po’, e il suo viso si fece tutt’a un tratto molto triste.

«Ascoltami: ho preso il caso dei bambini perché tutto fosse più evidente. Di tutte le altre lacrime dell’umanità, delle quali è imbevuta la terra intera, dalla crosta fino al centro, non dirò nemmeno una parola, ho ristretto di proposito l’ ambito della mia discussione. Io sono una cimice e riconosco in tutta umiltà che non capisco per nulla perché il mondo sia fatto così. Vuol dire che gli uomini stessi hanno colpa di questo: è stato concesso loro il paradiso, ma essi hanno voluto la libertà e hanno rubato il fuoco dal cielo, pur sapendo che sarebbero diventati infelici, quindi non c’è tanto da impietosirsi per loro. La mia povera mente, terrestre ed euclidea, arriva solo a capire che la sofferenza c’è, che non ci sono colpevoli, che ogni cosa deriva dall’altra direttamente, semplicemente, che tutto scorre e si livella – ma queste sono soltanto baggianate euclidee, io lo so, e non posso accettare di vivere in questo modo! Che conforto mi può dare il fatto che non ci sono colpevoli e che questo io lo so – io devo avere la giusta punizione, altrimenti distruggerò me stesso. E non già la giusta punizione nell’infinito di un tempo o di uno spazio remoti, ma qui sulla terra, in modo che io la possa vedere con i miei occhi. Ho creduto e voglio vedere con i miei occhi, e se per quel giorno sarò già morto, che mi resuscitino, giacché se tutto accadesse senza di me, sarebbe troppo ingiusto. Certo non ho sofferto unicamente per concimare con me stesso, con le mie malefatte e le mie sofferenze, l’armonia futura di qualcun altro. Io voglio vedere con i miei occhi il daino sdraiato accanto al leone e la vittima che si alza ad abbracciare il suo assassino. Voglio essere presente quando d’un tratto si scoprirà perché tutto è stato com’è stato. Tutte le religioni di questo mondo si basano su questa aspirazione, e io sono un credente. Ma ci sono i bambini: che cosa dovrò fare con loro? È questa la domanda alla quale non so dare risposta. Per la centesima volta lo ripeto: c’è una miriade di questioni, ma ho preso soltanto l’esempio dei bambini, perché nel loro caso quello che voglio dire risulta inoppugnabilmente chiaro. Ascolta: se tutti devono soffrire per comprare con la sofferenza l’armonia eterna, che c’entrano qui i bambini? Rispondimi, per favore. È del tutto incomprensibile il motivo per cui dovrebbero soffrire anche loro e perché tocca pure a loro comprare l’armonia con le sofferenze. Perché anch’essi dovrebbero costituire il materiale per concimare l’armonia futura di qualcun altro? La solidarietà fra gli uomini nel peccato la capisco, capisco la solidarietà nella giusta punizione, ma con i bambini non ci può essere solidarietà nel peccato, e se è vero che essi devono condividere la responsabilità di tutti i misfatti compiuti dai loro padri, allora io dico che una tale verità non è di questo mondo e io non la capisco. Qualche spiritoso potrebbe dirmi che quel bambino sarebbe comunque cresciuto e avrebbe peccato, ma, come vedete, egli non è cresciuto, è stato dilaniato dai cani all’età di otto anni. Oh, Alëša, non sto bestemmiando! Io capisco quale sconvolgimento universale avverrà quando ogni cosa in cielo e sotto terra si fonderà in un unico inno di lode e ogni creatura viva, o che ha vissuto, griderà: “Tu sei giusto, o Signore, giacché le tue vie sono state rivelate!” Quando la madre abbraccerà l’aguzzino che ha fatto dilaniare suo figlio dai cani e tutti e tre grideranno fra le lacrime: “Tu sei giusto, o Signore!”: allora si sarà raggiunto il coronamento della conoscenza e tutto sarà chiaro. Ma l’intoppo è proprio qui: è proprio questo che non posso accettare. E fintanto che mi trovo sulla terra, mi affretto a prendere i miei provvedimenti. Vedi, Alëša, potrebbe accadere davvero che se vivessi fino a quel giorno o se risorgessi per vederlo, guardando la madre che abbraccia l’aguzzino di suo figlio, anch’io potrei mettermi a gridare con gli altri: “Tu sei giusto, o Signore!”; ma io non voglio gridare allora. Finché c’è tempo, voglio correre ai ripari e quindi rifiuto decisamente l’armonia superiore. Essa non vale le lacrime neanche di quella sola bambina torturata, che si batte il petto con il pugno piccino e prega in quel fetido stambugio, piangendo lacrime irriscattate al suo “buon Dio”! Non vale, perché quelle lacrime sono rimaste irriscattate. Ma esse devono essere riscattate, altrimenti non ci può essere armonia. Ma in che modo puoi riscattarle? È forse possibile? Forse con la promessa che saranno vendicate? Ma che cosa me ne importa della vendetta, a che mi serve l’inferno per i torturatori, che cosa può riparare l’inferno in questo caso, quando quei bambini sono già stati torturati? E quale armonia potrà esserci se c’è l’inferno? Io voglio perdonare e voglio abbracciare, ma non voglio che si continui a soffrire. E se la sofferenza dei bambini servisse a raggiungere la somma delle sofferenze necessaria all’acquisto della verità, allora io dichiaro in anticipo che la verità tutta non vale un prezzo così alto. Non voglio insomma che la madre abbracci l’aguzzino che ha fatto dilaniare il figlio dai cani! Non deve osare perdonarlo! Che perdoni a nome suo, se vuole, che perdoni l’aguzzino per l’incommensurabile sofferenza inflitta al suo cuore di madre; ma le sofferenze del suo piccino dilaniato ella non ha il diritto di perdonarle, ella non deve osare di perdonare quell’aguzzino per quelle sofferenze, neanche se il bambino stesso gliele avesse perdonate! E se le cose stanno così, se essi non oseranno perdonare, dove va a finire l’armonia? C’è forse un essere in tutto il mondo che potrebbe o avrebbe il diritto di perdonare? Non voglio l’armonia, è per amore dell’umanità che non la voglio. Preferisco rimanere con le sofferenze non vendicate. Preferisco rimanere con le mie sofferenze non vendicate e nella mia indignazione insoddisfatta, anche se non dovessi avere ragione. Hanno fissato un prezzo troppo alto per l’armonia; non possiamo permetterci di pagare tanto per accedervi. Pertanto mi affretto a restituire il biglietto d’entrata. E se sono un uomo onesto, sono tenuto a farlo al più presto. E lo sto facendo. Non che non accetti Dio, Alëša, gli sto solo restituendo, con la massima deferenza, il suo biglietto».

«Questa è ribellione», disse Alëša sommessamente e a capo chino.

«Ribellione? Non avrei voluto sentire una parola simile da te», replicò Ivan con ardore. «È impossibile vivere nella ribellione, mentre io voglio vivere. Dimmelo tu, ti sfido, rispondimi: immagina che tocchi a te innalzare l’edificio del destino umano allo scopo finale di rendere gli uomini felici e di dare loro pace e tranquillità, ma immagina pure che per far questo sia necessario e inevitabile torturare almeno un piccolo esserino, ecco, proprio quella bambina che si batteva il petto con il pugno, immagina che l’edificio debba fondarsi sulle lacrime invendicate di quella bambina – accetteresti di essere l’architetto a queste condizioni? Su, dimmelo e non mentire!»

«No, non accetterei», disse Alëša sommessamente.

«E potresti accettare l’idea che gli uomini, per i quali stai innalzando l’edificio, acconsentano essi stessi a ricevere una tale felicità sulla base del sangue irriscattato di una piccola vittima e, una volta accettato questo, vivano felici per sempre?»

«No, non posso accettare questa idea. Fratello», prese a dire Alëša all’improvviso con gli occhi che brillavano, «hai appena detto: c’è in tutto il mondo un essere che possa e abbia il diritto di perdonare tutto? Ma quell’essere esiste, e può perdonare tutto, tutto, qualunque peccato si sia commesso, perché egli stesso ha dato il suo sangue innocente per tutti e per tutto. Ti sei dimenticato di lui, su di lui si fonda l’edificio ed è a lui che grideranno: “Tu sei giusto, o Signore, giacché le tue vie sono state rivelate!”»

«Ah, parli dell’ “Unico senza peccato” e del sangue suo! No, non l’ho dimenticato, anzi mi meravigliavo che in tutto questo tempo non lo avessi ancora tirato in ballo, visto che, di solito, in tutte le discussioni, quelli dalla vostra parte mettono sempre lui davanti a tutto. Lo sai, Alëša, non ridere, ma io ho composto un poema, circa un anno fa. Se tu potessi perdere insieme a me ancora una decina di minuti, te lo racconterei, puoi?»

«Tu hai scritto un poema?»

«No, non l’ho scritto», scoppiò a ridere Ivan, «e in vita mia non ho mai messo insieme nemmeno un paio di versi. Ma ho inventato un poema e l’ho tenuto a mente. Ero molto ispirato quando l’ho inventato. Tu sarai il mio primo lettore, anzi ascoltatore. Difatti, perché mai un autore dovrebbe lasciarsi sfuggire l’occasione di conquistare anche un solo ascoltatore?», disse Ivan sorridendo. «Vuoi che te lo racconti oppure no?»

«Sono tutt’orecchi», rispose Alëša.

«Il mio poema s’intitola “Il Grande Inquisitore”: è una cosa un po’ assurda, ma voglio raccontartela».

La mia azione si svolge in Spagna, a Siviglia, al tempo piú pauroso dell’inquisizione quando ogni giorno nel paese ardevano i roghi per la gloria di Dio e con grandiosi autodafé si bruciavano gli eretici.

Oh, certo, non è cosí che Egli scenderà, secondo la Sua promessa, alla fine dei tempi, in tutta la gloria celeste, improvviso “come folgore che splende dall’Oriente all’Occidente”. No, Egli volle almeno per un istante visitare i Suoi figli proprio là dove avevano cominciato a crepitar i roghi degli eretici. Nell’immensa Sua misericordia, Egli passa ancora una volta fra gli uomini in quel medesimo aspetto umano col quale era passato per tre anni in mezzo agli uomini quindici secoli addietro. Egli scende verso le “vie roventi” della città meridionale, in cui appunto la vigilia soltanto, in un “grandioso autodafé”, alla presenza del re, della corte, dei cavalieri, dei cardinali e delle piú leggiadre dame di corte, davanti a tutto il popolo di Siviglia, il cardinale grande inquisitore aveva fatto bruciare in una volta, ad majorem Dei gloriam, quasi un centinaio di eretici. Egli è comparso in silenzio, inavvertitamente, ma ecco – cosa strana – tutti Lo riconoscono. Spiegare perché Lo riconoscano, potrebbe esser questo uno dei piú bei passi del poema. Il popolo è attratto verso di Lui da una forza irresistibile, Lo circonda, Gli cresce intorno, Lo segue. Egli passa in mezzo a loro silenzioso, con un dolce sorriso d’infinita compassione. Il sole dell’amore arde nel Suo cuore, i raggi della Luce, del Sapere e della Forza si sprigionano dai Suoi occhi e, inondando gli uomini, ne fanno tremare i cuori in una rispondenza d’amore. Egli tende loro le braccia, li benedice e dal contatto di Lui, e perfino dalle Sue vesti, emana una forza salutare. Ecco che un vecchio, cieco dall’infanzia, grida dalla folla: “Signore, risanami, e io Ti vedrò”, ed ecco che cade dai suoi occhi come una scaglia, e il cieco Lo vede. Il popolo piange e bacia la terra dove Egli passa. I bambini gettano fiori dinanzi a Lui, cantano e Lo acclamano: “Osanna!”. “E’ Lui, è Lui”, ripetono tutti, “dev’essere Lui, non può esser che Lui”. Egli si ferma sul sacrato della cattedrale di Siviglia nel preciso momento in cui portano nel tempio, fra i pianti, una candida bara infantile aperta: c’è dentro una bambina di sette anni, unica figlia di un insigne cittadino. La bimba morta è tutta coperta di fiori. “Egli risusciterà la tua bambina”, gridano dalla folla alla madre piangente. Il prete della cattedrale uscito incontro alla bara guarda perplesso e aggrotta le sopracciglia. Ma ecco risonare a un tratto il grido della madre della bambina morta. Essa si getta ai Suoi piedi: “Se sei Tu, risuscita la mia creatura!”, esclama, tendendo le braccia verso di Lui. Il corteo si ferma, la bara è deposta sul sacrato ai Suoi piedi. Egli la guarda con pietà e le Sue labbra pronunziano piano ancora una volta: “Talitha kum”, “e la fanciulla si levò”. La bambina si solleva nella bara, si siede e guarda intorno sorridendo con gli occhietti sgranati, pieni di stupore. Ha nelle mani il mazzo di rose bianche col quale era distesa nella bara. Il popolo si agita, grida, singhiozza; ed ecco in questo stesso momento passare accanto alla cattedrale, sulla piazza, il cardinale grande inquisitore in persona. È un vecchio quasi novantenne, alto e diritto, dal viso scarno, dagli occhi infossati, ma nei quali, come una scintilla di fuoco, splende ancora una luce. Oh, egli non ha piú la sontuosa veste cardinalizia di cui faceva pompa ieri davanti al popolo, mentre si bruciavano i nemici della fede di Roma: no, egli non indossa in questo momento che il suo vecchio e rozzo saio monastico. Lo seguono a una certa distanza i suoi tetri aiutanti, i servi e la “sacra” guardia. Si ferma dinanzi alla folla e osserva da lontano. Ha visto tutto, ha visto deporre la bara ai piedi di Lui, ha visto la bambina risuscitare, e il suo viso si è abbuiato. Aggrotta le sue folte sopracciglia bianche e il suo sguardo brilla di una luce sinistra. Egli allunga un dito e ordina alle sue guardie di afferrarlo. E tanta è la sua forza e a tal punto il popolo è docile, sottomesso e pavidamente ubbidiente, che la folla subito si apre davanti alle guardie e queste, in mezzo al silenzio di tomba che si è fatto di colpo, mettono le mani su Lui e Lo conducono via. Per un istante tutta la folla, come un solo uomo, si curva fino a terra davanti al vecchio inquisitore; questi benedice il popolo in silenzio e passa oltre. Le guardie conducono il Prigioniero sotto le volte di un angusto e cupo carcere nel vecchio edificio del Santo Uffizio e ve Lo rinchiudono. Passa il giorno, sopravviene la scura, calda, “afosa” notte di Siviglia. L’aria “odora di lauri e di limoni”. In mezzo alla tenebra profonda si apre a un tratto la ferrea porta del carcere, e il grande inquisitore in persona con una fiaccola in mano lentamente si avvicina alla prigione. È solo, la porta si richiude subito alle sue spalle. Egli si ferma sulla soglia e considera a lungo, per uno o due minuti, il volto di Lui. Infine si accosta in silenzio, posa la fiaccola sulla tavola e Gli dice:

– “Sei Tu, sei Tu?” – Ma, non ricevendo risposta, aggiunge rapidamente: – “Non rispondere, taci. E che potresti dire? So troppo bene quel che puoi dire. Del resto, non hai il diritto di aggiunger nulla a quello che Tu già dicesti una volta. Perché sei venuto a disturbarci? Sei infatti venuto a disturbarci, lo sai anche Tu. Ma sai che cosa succederà domani? Io non so chi Tu sia, e non voglio sapere se Tu sia Lui o soltanto una Sua apparenza, ma domani stesso io Ti condannerò e Ti farò ardere sul rogo, come il peggiore degli eretici, e quello stesso popolo che oggi baciava i Tuoi piedi si slancerà domani, a un mio cenno, ad attizzare il Tuo rogo, lo sai? Sí, forse Tu lo sai”, – aggiunse, profondamente pensoso, senza staccare per un attimo lo sguardo dal suo Prigioniero.

– Io non comprendo bene Ivàn, che voglia dir questo – sorrise Aljòsa, che aveva sempre ascoltato in silenzio; – è semplicemente una fantasia delirante, o un errore del vecchio, un assurdo qui pro quo?

– Ammetti pure quest’ultima ipotesi, – scoppiò a ridere Ivàn, – se il realismo contemporaneo ti ha già tanto guastato che tu non possa tollerare nulla di fantastico; vuoi che sia un qui pro quo? E sia pure! È vero, – e tornò a ridere, – il vecchio ha novant’anni e da un pezzo la sua idea poteva averlo fatto impazzire. Egli poteva essere stato colpito dall’aspetto esteriore del Prigioniero. Poteva infine essere un semplice delirio, la visione di un vecchio novantenne sulla soglia della morte, sovreccitato per giunta dall’autodafé dei cento eretici bruciati la vigilia. Ma qui pro quo o fantasia troppo sfrenata, non è lo stesso per noi? L’importante qui è solo che il vecchio deve infine manifestare il proprio pensiero e lo manifesta e dice ad alta voce ciò che per novant’anni ha taciuto.

– E il Prigioniero rimane zitto? Lo guarda e non dice nemmeno una parola?

– Ma è cosí che deve essere, in ogni caso, – rise nuovamente Ivàn. – Il vecchio stesso Gli osserva che Egli non ha il diritto di aggiunger nulla a quanto già fu detto. C’è appunto qui, se vuoi, il tratto piú fondamentale del cattolicesimo romano, come a dire. “Tutto è stato da Te trasmesso al papa, tutto quindi è ora nelle mani del papa, e Tu non venirci a disturbare, quanto meno prima del tempo”. In questo senso non solo parlano, ma anche scrivono i cattolici, i gesuiti almeno. L’ho letto io stesso nelle opere dei loro teologi. “Hai Tu il diritto di rivelarci anche un solo segreto del mondo da cui sei venuto?”. – Gli domanda il mio vecchio e risponde egli stesso per Lui: – “No, Tu non l’hai, se non vuoi aggiungere qualcosa a quello che già fu detto e togliere agli uomini quella libertà che tanto difendesti quando eri sulla terra. Tutto ciò che di nuovo Tu ci rivelassi attenterebbe alla libertà della fede umana, giacché apparirebbe come un miracolo, mentre la libertà della fede già allora, millecinquecent’anni or sono, Ti era piú cara di tutto. Non dicevi Tu allora spesso: “Voglio rendervi liberi?”. Ebbene, adesso Tu li ha veduti, questi uomini “liberi”, – aggiunge il vecchio con un pensoso sorriso. – Sí, questa faccenda ci è costata cara, – continua, guardandolo severo, – ma noi l’abbiamo finalmente condotta a termine, in nome Tuo. Per quindici secoli ci siamo tormentati con questa libertà, ma adesso l’opera è compiuta e saldamente compiuta. Non credi che sia saldamente compiuta? Tu mi guardi con dolcezza e non mi degni neppure della Tua indignazione? Ma sappi che adesso, proprio oggi, questi uomini sono piú che mai convinti di essere perfettamente liberi, e tuttavia ci hanno essi stessi recato la propria libertà, e l’hanno deposta umilmente ai nostri piedi. Questo siamo stati noi ad ottenerlo, ma è questo che Tu desideravi, è una simile libertà?”.

– Io torno a non comprendere, – interruppe Aljòsa, – egli fa dell’ironia, scherza?

– Niente affatto. Egli fa un merito a sé ed ai suoi precisamente di avere infine soppresso la libertà e di averlo fatto per rendere felici gli uomini. “Ora infatti per la prima volta (egli parla, naturalmente, dell’inquisizione) è diventato possibile pensare alla felicità umana. L’uomo fu creato ribelle; possono forse dei ribelli essere felici? Tu eri stato avvertito, – Gli dice, – avvertimenti e consigli non Ti erano mancati, ma Tu non ascoltasti gli avvertimenti. Tu ricusasti l’unica via per la quale si potevano render felici gli uomini, ma per fortuna, andandotene, rimettesti la cosa nelle nostre mani. Tu ci hai promesso, Tu ci hai con la Tua parola confermato, Tu ci hai dato il diritto di legare e di slegare, e certo non puoi ora nemmeno pensare a ritoglierci questo diritto. Perché dunque sei venuto a disturbarci?”.

– Ma che cosa significa: “Non Ti sono mancati avvertimenti e consigli?” – domandò Aljòsa.

– Ma qui appunto sta l’essenza di ciò che il vecchio deve esprimere. “Lo spirito intelligente e terribile, lo spirito dell’autodistruzione e del non essere, – continua il vecchio, – il grande spirito. Ti parlò nel deserto, e nei libri ci è riferito come egli Ti avesse “tentato”. Non è cosí? Ma si poteva mai dire qualcosa di piú vero di quanto egli Ti rivelò nelle tre domande che Tu respingesti e che nei libri sono dette “tentazioni”? Tuttavia, se mai ci fu sulla terra un vero e clamoroso miracolo, fu in quel giorno, nel giorno di quelle tre tentazioni. Precisamente nella formulazione di quelle tre domande era racchiuso il miracolo. Se si potesse, soltanto a mo’ di esempio e di ipotesi, immaginare che quelle tre domande dello spirito terribile fossero scomparse dai libri senza lasciare traccia e che occorresse ricostruirle, pensarle e formularle di nuovo, per rimetterle nei libri, e se per questo si riunissero tutti i sapienti della terra – governanti, prelati, dotti, filosofi, poeti, – e si assegnasse loro questo compito: immaginate, formulate tre domande tali da corrispondere all’importanza dell’evento non solo, ma da esprimere per giunta in tre parole, in tre proposizioni umane, tutta la futura storia del mondo e dell’umanità, – ebbene, credi Tu che tutta la sapienza della terra, insieme raccolta, potrebbe concepire qualcosa di simile per forza e profondità a quelle tre domande che Ti furono allora rivolte nel deserto dallo spirito intelligente e possente? Già solo da quelle domande e dal prodigio della loro formulazione si può capire che si ha da fare non con lo spirito umano transitorio, ma con quello eterno ed assoluto. In quelle tre domande infatti è come compendiata e predetta tutta la storia ulteriore dell’umanità, sono dati i tre archetipi in cui si concreteranno tutte le insolubili, contraddizioni storiche dell’umana natura su tutta la terra. Questo non poteva ancora, a quel tempo, essere cosí chiaro, poiché l’avvenire era ignoto, ma adesso, passati quindici secoli, noi vediamo che in quelle tre domande tutto era stato a tal segno divinato e predetto e che tutto si è a tal segno avverato, che non è piú possibile aggiungervi o toglierne alcunché.

“Decidi Tu stesso chi avesse ragione, se Tu o colui che allora T’interrogava. Ricordati la prima domanda: se non la lettera il senso era questo: “Tu vuoi andare e vai al mondo con le mani vuote, con non so quale promessa di una libertà che gli uomini, nella semplicità e nella innata intemperanza loro, non possono neppur concepire, che essi temono e fuggono, giacché nulla mai è stato per l’uomo e per la società umana piú intollerabile della libertà! Vedi Tu invece queste pietre in questo nudo e infocato deserto? Mutale in pani e l’umanità sorgerà dietro a Te come un riconoscente e docile gregge, con l’eterna paura di vederti ritirare la Tua mano, e di rimanere senza i Tuoi pani”. Ma Tu non volesti privar l’uomo della libertà e respingesti l’invito, perché, cosí ragionasti, che libertà può mai esserci, se la ubbidienza è comprata coi pani? Tu obiettasti che l’uomo non vive di solo pane, ma sai Tu che nel nome di questo stesso pane terreno, insorgerà contro di Te lo spirito della terra e lotterà con Te e Ti vincerà, e tutti lo seguiranno, esclamando: “Chi è comparabile, a questa bestia? Essa ci ha dato il fuoco del cielo!”. Sai Tu che passeranno i secoli e l’umanità proclamerà per bocca della sua sapienza e della sua scienza che non esiste il delitto, e quindi nemmeno il peccato, ma che ci sono soltanto degli affamati? “Nutrili e poi chiedi loro la virtú!”, ecco quello che scriveranno sulla bandiera che si leverà contro di Te e che abbatterà il Tuo tempio. Al posto del Tuo tempio sorgerà un nuovo edificio, sorgerà una nuova spaventosa torre di Babele, e, quand’anche essa restasse, come la prima, incompiuta, Tu avresti però potuto evitare questa nuova torre e abbreviare di mille anni le sofferenze degli uomini, giacché essi verranno a noi, dopo essersi arrovellati per mille anni intorno alla loro torre! Essi torneranno allora a cercarci sotto terra, nelle catacombe, dove ci nasconderemo (perché saremo di nuovi perseguitati e torturati), ci troveranno e ci grideranno: “Nutriteci, perché quelli che ci avevano promesso il fuoco del cielo non ce l’han dato”. E allora saremo noi a ultimare la loro torre, giacché la ultimerà chi li sfamerà e noi soli li sfameremo, in nome Tuo, facendo credere di farlo in nome Tuo. Oh, mai, mai essi potrebbero sfamarsi senza di noi! Nessuna scienza darà loro il pane, finché rimarranno liberi, ma essi finiranno per deporre la loro libertà ai nostri piedi e per dirci: “Riduceteci piuttosto in schiavitú ma sfamateci!”. Comprenderanno infine essi stessi che libertà e pane terreno a discrezione per tutti sono fra loro inconciliabili, giacché mai, mai essi sapranno ripartirlo fra loro! Si convinceranno pure che non potranno mai nemmeno esser liberi, perché sono deboli, viziosi, inetti e ribelli. Tu promettevi loro il pane celeste, ma, lo ripeto ancora, può esso, agli occhi della debole razza umana, eternamente viziosa ed eternamente abietta, paragonarsi a quello terreno? E se migliaia e diecine di migliaia di esseri Ti seguiranno in nome del pane celeste, che sarà dei milioni e dei miliardi di esseri che non avranno la forza di posporre il pane terreno a quello celeste? O forse Ti sono care soltanto le diecine di migliaia di uomini grandi e forti, mentre i restanti milioni, numerosi come la sabbia del mare, di esseri deboli, che però Ti amano, non devono servire che da materiale per i grandi e per i forti? No, a noi sono cari anche i deboli. Essi sono viziosi e ribelli, ma finiranno per diventar docili. Essi ci ammireranno e ci terranno in conto di dèi per avere acconsentito, mettendoci alla loro testa, ad assumerci il carico di quella libertà che li aveva sbigottiti e a dominare su loro, tanta paura avranno infine di esser liberi! Ma noi diremo che obbediamo a Te e che dominiamo in nome Tuo. Li inganneremo di nuovo, perché allora non Ti lasceremo piú avvicinare a noi. E in quest’inganno starà la nostra sofferenza, poiché saremo costretti a mentire. Ecco ciò che significa quella domanda che Ti fu fatta nel deserto, ed ecco ciò che Tu ricusasti in nome della libertà, da Te collocata piú in alto di tutto. In quella domanda tuttavia si racchiudeva un grande segreto di questo mondo. Acconsentendo al miracolo dei pani, Tu avresti dato una risposta all’universale ed eterna ansia umana, dell’uomo singolo come dell’intera umanità: “Davanti a chi inchinarsi?”. Non c’è per l’uomo rimasto libero piú assidua e piú tormentosa cura di quella di cercare un essere dinanzi a cui inchinarsi. Ma l’uomo cerca di inchinarsi a ciò che già è incontestabile, tanto incontestabile, che tutti gli uomini ad un tempo siano disposti a venerarlo universalmente. Perché la preoccupazione di queste misere creature non è soltanto di trovare un essere a cui questo o quell’uomo si inchini, ma di trovarne uno tale che tutti credano in lui e lo adorino, e precisamente tutti insieme. E questo bisogno di comunione nell’adorazione è anche il piú grande tormento di ogni singolo, come dell’intera umanità, fin dal principio dei secoli. È per ottenere quest’adorazione universale che si sono con la spada sterminati a vicenda. Essi hanno creato degli dèi e si sono sfidati l’un l’altro: “Abbandonate i vostri dèi e venite ad adorare i nostri, se no guai a voi e ai vostri dèi!”. E cosí sarà fino alla fine del mondo, anche quando gli dèi saranno scomparsi dalla terra: non importa, cadrànno allora in ginocchio davanti agli idoli. Tu conoscevi, Tu non potevi non conoscere questo fondamentale segreto della natura umana, ma Tu rifiutasti l’unica irrefragabile bandiera che Ti si offrisse per indurre tutti a inchinarsi senza discussione dinanzi a Te; la bandiera del pane terreno, e la rifiutasti in nome della libertà e del pane celeste. Guarda poi quel che hai fatto in seguito. E sempre in nome della libertà! Io Ti dico che non c’è per l’uomo pensiero piú angoscioso che quello di trovare al piú presto a chi rimettere il dono della libertà con cui nasce questa infelice creatura. Ma dispone della libertà degli uomini solo chi ne acqueta la coscienza. Col pane Ti si dava una bandiera indiscutibile: l’uomo si inchina a chi gli dà il pane, giacché nulla è piú indiscutibile del pane; ma, se qualcun altro accanto a Te si impadronirà nello stesso tempo della sua coscienza, oh, allora egli butterà via anche il Tuo pane e seguirà colui che avrà lusingato la sua coscienza. In questo Tu avevi ragione. Il segreto dell’esistenza umana infatti non sta soltanto nel vivere, ma in ciò per cui si vive. Senza un concetto sicuro del fine per cui deve vivere, l’uomo non acconsentirà a vivere e si sopprimerà piuttosto che restare sulla terra, anche se intorno a lui non ci fossero che pani. Questo è giusto, ma che cosa è avvenuto? Invece di impadronirti della libertà degli uomini. Tu l’hai ancora accresciuta! Avevi forse dimenticato che la tranquillità e perfino la morte è all’uomo piú cara della libera scelta fra il bene ed il male? Nulla è per l’uomo piú seducente che la libertà della sua coscienza, ma nulla anche è piú tormentoso. Ed ecco che, in luogo di saldi principi, per acquetare la coscienza umana una volta per sempre, Tu hai scelto tutto quello che c’è di piú inconsueto, enigmatico e impreciso, hai scelto tutto quello che superava le forze degli uomini, e hai perciò agito come se Tu non li amassi per nulla, e chi mai ha fatto questo? Colui che era venuto a dare per essi la Sua vita! Invece d’impadronirti della libertà umana, Tu l’hai moltiplicata e hai per sempre gravato col peso dei suoi tormenti la vita morale dell’uomo. Tu volesti il libero amore dell’uomo, perché Ti seguisse liberamente, attratto e conquistato da Te. In luogo di seguire la salda legge antica, l’uomo doveva per l’avvenire decidere da sé liberamente, che cosa fosse bene che cosa fosse male, avendo dinanzi come guida la sola Tua immagine; ma non avevi Tu pensato che, se lo si fosse oppresso con un cosí terribile fardello come la libertà di scelta, egli avrebbe finito per respingere e contestare perfino la Tua immagine e la Tua verità? Essi esclameranno, alla fine, che la verità non è in Te, perché era impossibile abbandonarli fra ansie ed angosce maggiori di come Tu facesti, lasciando loro tante inquietudini e tanti insolubili problemi. In tal modo preparasti Tu stesso la rovina del Tuo regno, e non darne piú la colpa a nessuno. Ma è questo intanto che Ti offriva? Ci sono sulla terra tre forze, tre sole forze capaci di vincere e conquistare per sempre la coscienza di questi deboli ribelli, per la felicità loro; queste forze sono: il miracolo, il mistero e l’autorità. Tu respingesti la prima, la seconda e la terza e desti cosí l’esempio. Lo spirito sapiente e terribile. Ti aveva posto sul culmine del tempio e Ti aveva detto: “Se vuoi sapere se Tu sei Figlio di Dio, gettati in basso, poiché di Lui è detto che gli angeli Lo sosterranno e Lo porteranno, ed Egli non cadrà e non si farà alcun male, e saprai allora se Tu sei il Figlio di Dio e proverai allora quale sia la Tua fede nel Padre Tuo”; ma Tu, udito ciò, respingesti l’offerta, non Ti lasciasti convincere e non Ti gettasti giú. Oh, certo, Tu agisti allora con una magnifica fierezza, come Iddio, ma gli uomini, questa debole razza di ribelli, sono essi forse dèi? Oh, Tu comprendesti allora che, facendo un solo passo, un solo movimento per gettarti giú, avresti senz’altro tentato il Signore e perduto ogni fede in Lui, e Ti saresti sfracellato sulla terra che eri venuto a salvare, e si sarebbe rallegrato lo spirito sagace che Ti aveva tentato. Ma, ripeto, ce ne sono forse molti come Te? E in verità potevi Tu ammettere, non fosse che per un momento, che anche gli uomini avessero la forza di resistere a una simile tentazione? È forse fatta la natura umana per respingere il miracolo e, in cosí terribili momenti della vita, di fronte ai piú terribili, fondamentali e angosciosi problemi dell’anima, rimettersi unicamente alla libera decisione del cuore? Oh, Tu sapevi che la Tua azione si sarebbe tramandata nei libri, avrebbe raggiunto la profondità dei tempi e gli ultimi confini della terra, e sperasti che, seguendo Te, anche l’uomo si sarebbe accontentato di Dio, senza bisogno di miracoli. Ma Tu non sapevi che, non appena l’uomo avesse ripudiato il miracolo, avrebbe subito ripudiato anche Dio, perché l’uomo cerca non tanto Dio quanto i miracoli. E siccome l’uomo non ha la forza di rinunziare al miracolo, cosí si creerà dei nuovi miracoli, suoi propri, e si inchinerà al prodigio di un mago, ai sortilegi di una fattucchiera, foss’egli anche cento volte ribelle, eretico ed ateo. Tu non scendesti dalla croce quando Ti si gridava, deridendoti e schernendoti: “Discendi dalla croce e crederemo che sei Tu”. Tu non scendesti, perché una volta di piú non volesti asservire l’uomo col miracolo, e avevi sete di fede libera, non fondata sul prodigio. Avevi sete di un amore libero, e non dei servili entusiasmi dello schiavo davanti alla potenza che l’ha per sempre riempito di terrore. Ma anche qui Tu giudicavi troppo altamente degli uomini, giacché, per quanto creati ribelli, essi sono certo degli schiavi. Vedi e giudica, son passati quindici secoli, guardali: chi hai Tu innalzato fino a Te? Ti giuro, l’uomo è stato creato piú debole e piú vile che Tu non credessi! Può egli forse compiere quel che puoi compiere Tu? Stimandolo tanto, Tu agisti come se avessi cessato di averne pietà, perché troppo pretendesti da lui, e chi ha fatto questo? Colui che lo amava piú di se stesso! Stimandolo meno, avresti anche meno preteso da lui, e questo sarebbe stato piú vicino all’amore, perché piú leggera sarebbe stata la sua soma. Egli è debole e vile. Che importa che egli adesso si sollevi dappertutto contro la nostra autorità e si inorgoglisca della sua rivolta? È l’orgoglio del bambino e dello scolaretto. Sono i piccoli bimbi che si sono ribellati in classe e hanno cacciato il maestro. Ma anche l’esaltazione dei ragazzetti avrà fine e costerà loro cara. Essi abbatteranno i templi e inonderanno di sangue la terra. Ma si avvedranno infine, gli sciocchi fanciulli, di essere bensí dei ribelli, ma dei ribelli deboli e incapaci di sopportare la propria rivolta. Versando le loro stupide lacrime, riconosceranno infine che chi li creò ribelli se ne voleva senza dubbio burlare. Essi lo diranno nella disperazione, e le loro parole saranno una bestemmia che li renderà anche piú infelici, perché la natura umana non sopporta la bestemmia e alla fin fine se ne vendica sempre da sé. Inquietudine dunque, tumulto e infelicità: ecco l’odierna sorte degli uomini, dopo che Tu tanto patisti per la loro libertà! Il Tuo grande profeta dice nella sua visione e nella sua parabola di aver visto tutti i partecipi della prima resurrezione e che ce n’erano dodicimila per ciascuna tribú. Ma se erano tanti, vuol dire che quelli erano piú dèi che uomini. Essi sopportarono la Tua croce, essi sopportarono diecine d’anni di vita famelica nel nudo deserto, cibandosi di cavallette e di radici; e certo Tu puoi appellarti con orgoglio a questi eroi della libertà, dell’amore libero, del libero e magnifico sacrificio da essi compiuto in nome Tuo. Ma ricordati che erano in tutto appena alcune migliaia, ed erano per giunta degli dèi, ma i rimanenti? E che colpa hanno gli altri, gli uomini deboli, di non aver potuto sopportare ciò che i forti poterono? Che colpa ha l’anima debole, se non ha la forza di accogliere cosí terribili doni? Possibile che Tu sia venuto davvero solo agli eletti e per gli eletti? Ma se è cosí, c’è qui un mistero e noi non possiamo comprenderlo. E se c’è un mistero, anche noi avevamo il diritto di predicarlo e di insegnare agli uomini che non è la libera decisione dei loro cuori quello che importa, né l’amore, ma un mistero, a cui essi debbono ciecamente inchinarsi, anche contro la loro coscienza. E cosí abbiamo fatto. Abbiamo corretto l’opera Tua e l’abbiamo fondata sul miracolo, sul mistero e sull’autorità. E gli uomini si sono rallegrati di essere nuovamente condotti come un gregge e di vedersi infine tolto dal cuore un dono cosí terribile, che aveva loro procurato tanti tormenti. Avevamo noi ragione d’insegnare e di agire cosí? Parla! Forse che non amavamo l’umanità, riconoscendone cosí umilmente l’impotenza, alleggerendo con amore il suo fardello e concedendo alla sua debole natura magari anche di peccare, ma però col nostro consenso? Perché mi guardi in silenzio coi tuoi miti occhi penetranti? Va’ in collera, io non voglio il Tuo amore, perché io stesso non Ti amo. E che cosa dovrei nasconderti? Non so forse con chi parlo? Tutto ciò che ho da dirti, già Ti è noto, lo leggo nei Tuoi occhi. E dovrei io nasconderti il nostro segreto? Forse Tu vuoi proprio udirlo dalle mie labbra, ascolta dunque: noi non siamo con Te, ma con lui, ecco il nostro segreto! Da lungo tempo non siamo piú con Te, ma con lui, sono ormai otto secoli. Sono esattamente otto secoli che accettammo da lui ciò che Tu avevi rifiutato con sdegno, quell’ultimo dono ch’egli Ti offriva, mostrandoti tutti i regni della terra: noi accettammo da lui Roma e la spada di Cesare e ci proclamammo re della terra, gli unici re, sebbene non abbiamo ancora avuto il tempo di compiere interamente l’opera nostra. Ma di chi la colpa? Oh, quest’opera è finora soltanto agli inizi, ma è cominciata! Ancora a lungo si dovrà attenderne il compimento e molto ancora soffrirà la terra, ma noi raggiungeremo la mèta, saremo Cesari, e allora penseremo all’universale felicità degli uomini. Tu però già allora avresti potuto accettare la spada di Cesare. Perché ricusasti quest’ultimo dono? Accogliendo questo terzo consiglio dello spirito possente, Tu avresti compiuto tutto ciò che l’uomo cerca sulla terra, e cioè: a chi inchinarsi, a chi affidare la propria coscienza e in qual modo, infine, unirsi tutti in un formicaio indiscutibilmente comune e concorde, giacché il bisogno di unione universale è il terzo e l’ultimo tormento degli uomini. Sempre l’umanità mirò nel suo insieme ad organizzarsi universalmente. Molti furono i grandi popoli con una grande storia, ma quanto piú elevati erano quei popoli, tanto piú erano infelici, perché piú fortemente degli altri sentivano il bisogno dell’unione universale degli uomini. I grandi conquistatori, i Timùr e i Gengis-Chan, passarono come un turbine sulla terra, cercando di conquistare l’universo, ma anche essi, per quanto inconsapevolmente, espressero quello stesso potente bisogno umano di unione mondiale ed universale. Accettando il mondo e la porpora di Cesare, Tu avresti fondato il regno universale e dato la pace universale. Chi mai infatti deve dominare gli uomini, se non quelli che dominano la loro coscienza e nelle cui mani è il loro pane? E noi abbiamo preso la spada di Cesare, ma naturalmente, prendendola, ripudiammo Te e andammo dietro a lui. Oh, passeranno ancora secoli di orgia del libero pensiero, di umana scienza e di antropofagia, perché, avendo cominciato a costruire la loro torre di Babele senza di noi, è con l’antropofagia che termineranno. Ma proprio allora la bestia striscerà verso di noi e leccherà i nostri piedi e li spruzzerà con le lacrime di sangue dei suoi occhi. E noi ci assideremo sulla bestia e leveremo in alto una coppa su cui sarà scritto “Mistero!”. Ma allora soltanto, e allora spunterà per gli uomini il regno della pace e della felicità. Tu sei fiero dei Tuoi eletti, ma Tu non hai che eletti, mentre noi daremo la pace a tutti. D’altra parte, c’è anche questo: quanti di quegli eletti, e di quei forti che avrebbero potuto diventarlo, si sono infine stancati di attenderli, e hanno portato e ancora porteranno su altri campi le forze del loro spirito e la fiamma del loro cuore, e finiranno anche per sollevare contro di te la loro libera bandiera! Ma questa bandiera l’innalzasti Tu stesso. Con noi invece tutti saranno felici e piú non si rivolteranno, né si stermineranno fra loro, come facevano dappertutto nella Tua libertà. Oh, noi li persuaderemo che allora soltanto essi saranno liberi, quando rinunzieranno alla libertà loro in favore nostro e si sottometteranno a noi. Ebbene, avremo ragione, perché ricorderanno a quali orrori di servitú e di turbolenza li conducesse la Tua libertà. La libertà, il libero pensiero e la scienza li condurranno in tali labirinti e li porranno davanti a tali portenti e misteri insolubili, che di essi gli uni, ribelli e furiosi, si distruggeranno da sé, gli altri, ribelli ma deboli si distruggeranno fra loro, mentre i rimanenti, imbelli e infelici, si trascineranno ai nostri piedi e ci grideranno: “Sí, voi avevate ragione, voi soli possedevate il Suo segreto e noi torniamo a voi, salvateci da noi medesimi”. Ricevendo i pani da noi, certo vedranno chiaramente che prendiamo i loro stessi pani, guadagnati dalle loro stesse braccia, per distribuirli fra essi, senza miracolo alcuno, vedranno che noi non abbiamo mutato in pani le pietre, ma in verità, piú che del pane stesso, saranno lieti di riceverlo dalle nostre mani! Giacché troppo bene ricorderanno che prima, senza di noi, gli stessi pani da essi guadagnati si mutavano nelle loro mani in pietre, mentre, dopo il ritorno a noi, le pietre medesime si sono mutate nelle mani loro in pani. Troppo, troppo apprezzeranno quel che significa sottomettersi una volta per sempre! E finché gli uomini non capiranno questo, saranno infelici. Ma chi piú di tutti, dimmi, ha favorito questa incomprensione? Chi ha diviso il gregge e l’ha disperso per vie sconosciute? Ma il gregge tornerà a raccogliersi, tornerà a sottomettersi, e questa volta per sempre. Allora noi daremo loro la tranquilla, umile felicità degli esseri deboli, quali essi furono creati. Oh, noi li persuaderemo infine a non inorgoglirsi, ché Tu li innalzasti e in tal modo insegnasti loro a inorgoglirsi: proveremo loro che sono deboli, che sono soltanto dei poveri bimbi, ma che la felicità infantile è la piú dolce di tutte. Essi diverranno mansueti, guarderanno a noi e a noi si stringeranno, nella paura, come i pulcini alla chioccia. Ci ammireranno e avranno paura di noi, e saranno fieri che noi siamo cosí potenti e cosí intelligenti da aver potuto pacificare un cosí tumultuoso e innumere gregge. Temeranno la nostra collera, i loro spiriti si faranno timidi, i loro occhi lacrimosi, come quelli dei bambini e delle donne, ma altrettanto facilmente passeranno, a un nostro cenno, all’allegrezza, ed al riso, alla gioia luminosa ed alle felici canzoni infantili. Certo li obbligheremo a lavorare, ma nelle ore libere dal lavoro organizzeremo la loro vita come un giuoco infantile con canti e cori e danze innocenti. Oh, noi consentiremo loro anche il peccato, perché sono deboli e inetti, ed essi ci ameranno come bambini, perché permetteremo loro di peccare. Diremo che ogni peccato, se commesso col nostro consenso, sarà riscattato, che permettiamo loro di peccare perché li amiamo e che, in quanto al castigo per tali peccati, lo prenderemo su di noi. Cosí faremo, ed essi ci adoreranno come benefattori che si saranno gravati coi loro peccati dinanzi a Dio. E per noi non avranno segreti. Permetteremo o vieteremo loro di vivere con le proprie mogli ed amanti, di avere o di non avere figli, – sempre giudicando in base alla loro ubbidienza, – ed essi s’inchineranno con allegrezza e con gioia. Tutti, tutti i piú tormentosi segreti della loro coscienza, li porteranno a noi, e noi risolveremo ogni caso, ed essi avranno nella nostra decisione una fede gioiosa, perché li libererà dal grave fastidio e dal terribile tormento odierno di dovere personalmente e liberamente decidere. E tutti saranno felici, milioni di esseri, salvo un centinaio di migliaia di condottieri. Giacché noi soli, noi che custodiremo il segreto, noi soli saremo infelici. Ci saranno miliardi di pargoli felici e centomila martiri che avranno preso su di sé la maledizione di discernere il bene dal male. Essi morranno in pace, in pace si spegneranno nel nome Tuo e oltre la tomba non troveranno che la morte. Ma noi conserveremo il segreto e li lusingheremo, per la loro felicità, con una ricompensa celeste ed eterna. Infatti, quand’anche in quell’altro mondo ci fosse qualcosa, non sarebbe certo per esseri simili. Si dice e si profetizza che Tu verrai e vincerai di nuovo, che verrai coi Tuoi eletti, superbi e possenti, ma noi diremo che essi hanno salvato solamente se stessi, mentre noi abbiamo salvato tutti. Si dice che la meretrice seduta sulla bestia, con la coppa del mistero nelle mani, sarà svergognata, che i deboli torneranno a rivoltarsi, strapperanno la sua porpora e denuderanno il suo corpo “impuro”. Ma io allora mi alzerò e Ti additerò i mille milioni di bimbi felici, che non conobbero il peccato. E noi, che ci siamo caricati dei loro peccati, per la felicità loro, noi sorgeremo dinanzi a Te e diremo: “Giudicaci, se puoi e se osi”. Sappi che io non Ti temo. Sappi che anch’io fui nel deserto, che anch’io mi nutrivo di cavallette e di radici, che anch’io benedicevo la libertà di cui Tu letificasti gli uomini, che anch’io mi ero preparato ad entrare nel numero dei Tuoi eletti, nel numero dei potenti e dei forti, con la brama di “completare il numero”. Ma mi ricredetti e non volli servire la causa della follia. Tornai indietro e mi unii alla schiera di quelli che hanno corretto l’opera Tua. Lasciai gli orgogliosi e tornai agli umili per la felicità di questi umili. Ciò che Ti dico si compirà e sorgerà il regno nostro. Ti ripeto che domani stesso Tu vedrai questo docile gregge gettarsi al primo mio cenno ad attizzare i carboni ardenti del rogo sul quale Ti brucerò per essere venuto a disturbarci. Perché se qualcuno piú di tutti ha meritato il nostro rogo, sei Tu. Domani Ti arderò. Dixi”.

Ivàn, si fermò. Egli si era accalorato e aveva parlato con fervore; quando poi ebbe finito, fece improvvisamente un sorriso.

Aljòsa, che l’aveva sempre ascoltato in silenzio e verso la fine, in preda a straordinaria agitazione, molte volte aveva voluto interrompere il discorso del fratello, ma si era visibilmente trattenuto, si mise d’un tratto a parlare, come scattando:

– Ma… è un assurdo! – esclamò, arrossendo. – Il tuo poema è l’elogio di Gesú e non la condanna… come tu volevi. E chi ti crederà là dove parli della libertà? È cosí, è forse cosí che va intesa? È quello il concetto che ne ha l’ortodossia?… Quella è Roma, e neppure tutta Roma, sbaglio, sono i peggiori fra i cattolici, sono gli inquisitori, i gesuiti!… E un personaggio fantastico come il tuo inquisitore non può esistere affatto. Che cosa sono quei peccati degli uomini che egli ha presi su di sé? Chi sono quei detentori del mistero, che si sono addossata non so quale maledizione per la felicità degli uomini? Quando mai si son visti? Noi conosciamo i gesuiti, se ne parla male, ma sono forse come i tuoi? Non sono affatto cosí, sono tutt’altra cosa… Sono semplicemente l’armata romana per il futuro regno universale terreno, con l’imperatore, il pontefice romano, alla testa… ecco il loro ideale, ma senza nessun mistero e nessuna sublime tristezza… La piú semplice brama di potere, di sordidi beni terreni, di asservimento… una specie di futura servitú della gleba, nella quale essi sarebbero i proprietari fondiari… ecco tutto quello che essi vogliono. Forse non credono nemmeno in Dio. Il tuo inquisitore con le sue sofferenze non è che una fantasia…

– Fermati, fermati! – rise Ivàn, – come ti sei scaldato! Fantasia, tu dici, sia pure! Fantasia, certo. Permetti però: credi tu davvero che tutto questo movimento cattolico degli ultimi secoli non sia in realtà che una brama di potere in vista soltanto di beni volgari? È forse padre Paisio che t’insegna cosí?

– No, no, al contrario, padre Paisio diceva una volta perfino qualcosa del tuo genere… ma era una cosa diversa, certo, tutta diversa, – si riprese Aljòsa.

– Informazione preziosa, però, nonostante il tuo “tutta diversa”. Io ti domando: perché i tuoi gesuiti e inquisitori si sarebbero collegati solo in vista di beni materiali e volgari? Perché non può incontrarsi fra di loro neanche un solo martire, tormentato da una nobile sofferenza e amante dell’umanità? Vedi: supponi che fra tutti questi uomini non desiderosi che di sordidi beni materiali se ne sia trovato anche uno solo come il mio vecchio inquisitore, che abbia mangiato anche lui radici nel deserto e si sia accanito a domare la propria carne per rendersi libero e perfetto, ma che però abbia in tutta la sua vita amato l’umanità: a un tratto ha aperto gli occhi e ha veduto che non è una gran felicità morale raggiungere la perfezione del volere, per doversi in pari tempo convincere che milioni di altre creature di Dio sono rimaste imperfette, che esse non saranno mai in grado di servirsi della loro libertà, che dai miseri ribelli non usciranno mai dei giganti per condurre a compimento la torre, che non per simili paperotti il grande idealista ha sognato la sua armonia… Dopo aver compreso tutto ciò, egli è tornato indietro e si è unito… alle persone intelligenti. Non poteva questo accadere?

– A chi si è unito, a quali persone intelligenti? – esclamò Aljòsa quasi adirato. – Essi non hanno né tanta intelligenza, né misteri o segreti di sorta… Forse soltanto l’ateismo, ecco tutto il loro segreto. Il tuo inquisitore non crede in Dio, ecco tutto il suo segreto!

– E anche se fosse cosí? Infine tu hai indovinato. È proprio cosí, è ben qui soltanto che sta tutto il segreto, ma non è forse una sofferenza, almeno per un uomo come lui, che ha sacrificato tutta la sua vita nel deserto per una grande impresa e non ha perduto l’amore per l’umanità? Al tramonto dei suoi giorni egli acquista la chiara convinzione che unicamente i consigli del grande e terribile spirito potrebbero instaurare un qualche ordine fra i deboli ribelli, “esseri imperfetti e incompiuti, creati per derisione”. Ed ecco che, di ciò convinto, vede come occorra seguire le indicazioni dello spirito intelligente, del terribile spirito della morte e della distruzione, e, all’uopo, accettare la menzogna e l’inganno, guidare ormai consapevolmente gli uomini alla morte e alla distruzione, e intanto ingannarli per tutto il cammino, affinché non possano vedere dove sono condotti affinché questi miseri ciechi almeno lungo il cammino si stimino felici. E nota: l’inganno è compiuto in nome di Quello nel cui ideale il vecchio ha per tutta la sua vita cosí appassionatamente creduto! Non è questa un’infelicità? E anche se un solo uomo simile si fosse trovato alla testa di tutta quell’armata “avida di potere in vista di soli beni volgari”, non sarebbe sufficiente quest’unico perché si avesse la tragedia? Piú ancora: basterebbe che ci fosse alla testa un solo uomo cosí perché si scoprisse, finalmente, la vera idea direttiva di tutta l’opera di Roma, con tutte le sue armate e i suoi gesuiti, l’idea suprema dell’opera stessa. Te lo dico schietto, io credo fermamente che quest’unico non sia mai mancato fra quelli che erano alla testa del movimento. Chissà, ce ne sono stati anche fra i pontefici romani! Chissà, questo vecchio maledetto, che cosí ostinatamente e cosí a modo suo ama l’umanità, esiste forse anche oggidí sotto l’aspetto di tutta una schiera di vecchi consimili, e non già casualmente, ma perché esiste come un accordo, come una segreta alleanza, già da gran tempo stabilita per custodire il mistero, per salvaguardarlo dagli uomini sventurati ed imbelli, allo scopo di rendere costoro felici. Cosí è senza dubbio, e cosí dev’essere. Io immagino che perfino i massoni abbiano, fra i loro principi, qualcosa di analogo a questo mistero e che i cattolici odino tanto i massoni perché vedono in essi dei concorrenti, che spezzano l’unità dell’idea, mentre unico deve essere il gregge e unico il pastore… Del resto, difendendo il mio pensiero, io ho l’aria di un autore che non sopporta la tua critica. Ma basta di ciò!

– Sei forse massone anche tu! – sfuggí ad Aljòsa. – Tu non credi in Dio, – soggiunse, ma ormai con profonda amarezza. Gli parve inoltre che il fratello lo guardasse con fare canzonatorio. – E come termina il tuo poema? – domandò a un tratto, con lo sguardo a terra, – o è già terminato?

– Io volevo finirlo cosí: l’inquisitore, dopo aver taciuto, aspetta per qualche tempo che il suo Prigioniero gli risponda. Il Suo silenzio gli pesa. Ha visto che il Prigioniero l’ha sempre ascoltato, fissandolo negli occhi col suo sguardo calmo e penetrante e non volendo evidentemente obiettar nulla. Il vecchio vorrebbe che dicesse qualcosa, sia pure di amaro, di terribile. Ma Egli tutt’a un tratto si avvicina al vecchio in silenzio e lo bacia piano sulle esangui labbra novantenni. Ed ecco tutta la Sua risposta. Il vecchio sussulta. Gli angoli delle labbra hanno avuto un fremito; egli va verso la porta, la spalanca e Gli dice: “Vattene e non venir piú… non venire mai piú… mai piú!”. E Lo lascia andare per “le vie oscure della città”. Il Prigioniero si allontana.

– E il vecchio?

– Il bacio gli arde nel cuore, ma il vecchio persiste nella sua idea.

 

(F. M. Dostoevskij, I fratelli Karamazov, Garzanti, Milano, 1979, vol. I)

Emmaus – Alessandro Baricco

(Emmaus, Alessandro Baricco – Feltrinelli 2009, euro 13)

Torino, anni ’70. Da un lato Luca, il Santo, Bobby e la voce narrante; dall’altro Andre ed il suo mondo. Da un lato, la normalità piccolo-borghese delle lotte quotidiane verso la conquista di una felicità delineata dai precetti cattolico-cristiani; dall’altro la sperimentazione dell’eccesso caratterizzata da una aristocratica tragicità. Da un lato regole, confini ed espiazioni; dall’altro possibilità, estensioni e perdizioni.

Due mondi diversi, distanti eppure così vicini, che non si riconoscono pur facendosi negli stessi luoghi, camminando sulla stessa strada. Questo è Emmaus, l’ultimo romanzo di Alessandro Baricco: 144 pagine che riproducono, rigo dopo rigo, quell’incapacità (o impossibilità?) di riconoscere raccontata dal Vangelo di Luca nell’episodio da cui il libro prende in prestito il titolo. E, a vederlo, il romanzo di Baricco, povero, spoglio, semplice, pulito, bianco, sembra proprio un vangelo. Non un colore (a parte il rosso del titolo) né una foto ad abbellire in qualche modo la copertina del romanzo, rigorosamente di carta, ruvida, antica.

La scrittura, scorrevole e lineare, si fa leggere volentieri – anche in un solo giorno – mentre racconta della stessa inconsapevole adolescenza di due mondi diversi: uno, quello cattolico, a cui non bastano le sue regole per non perdersi; l’altro, quello tragico dell’alta borghesia laica, a cui non basta perdersi per trovare delle regole. Entrambi, dispersi nella imprevedibile mappa del vivere, otterranno le risposte alle loro domande. Il prezzo che pagheranno sarà lo stesso: il tempo, l’unico, in cui furono davvero vivi senza saperlo. Perché “abbiamo tutti sedici, diciassette anni – ma senza saperlo veramente, è l’unica età che possiamo immaginare: a stento sappiamo il passato”.

Lo stile di Baricco è riconoscibile sin dal primo rigo del prologo, anche se tutti si aspettavano un Baricco diverso dal solito. A parte qualche improvvisazione grammaticale e qualche gioco di punteggiatura, Baricco è sempre più simile a se stesso: molto resta implicito, nascosto tra le righe che mantengono una tensione lirica (a volte) estenuante, quasi esasperante. Personaggi poco definiti, quasi aleatori e molto metafisici, come totalmente abbandonati nelle mani dell’immaginazione del lettore, abitano ambienti concreti e anche crudeli; un contrasto narrativo che riesce ad esaltare le caratteristiche di entrambe le parti in maniera ancora più evidente.

Il romanzo non spiega, non giudica, non ammonisce – almeno, cerca di non farlo. Si limita a raccontare una storia: la storia di un gruppo di adolescenti, così diversi tra loro e che si ritroveranno diversi da loro stessi quando ripercorreranno la loro storia – chi di loro potrà ancora farlo.

Emmaus è un bel romanzo, scritto indubitabilmente bene, ma di cui bisogna fidarsi poco. Come tutte le cose che nascondono dietro il paralume della bellezza l’ombra di qualche menzogna.

Va tutto bene – Il museo chiude alle 18

Nome: Monica. Cognome: Gallone. Età: 28 anni.

Da due lavora come custode responsabile del museo corinzio di Palandrino, un piccolo paese ai confini tra Lazio, Umbria e Toscana, dove il modo di parlare della gente è l’espressione più evidente della loro ricerca di identità ancora in corso.

Una vita passata a seguire l’ordine naturale delle cose e ad eseguire gli ordini dettati dagli altri e da un contesto capace di schiacciare le persone, nonostante la sua piccolezza. O, forse, proprio per questo: il paese è piccolo, la gente mormora. Due multe – una per aver saltato un rosso ed una per divieto di sosta, una fregatura assicurativa in corpo due e il mancato accesso ad un concorso pubblico per aver scritto il cognome al posto del nome sul modulo di presentazione.

– Mio Dio, ma è assurdo!

– No signorina, sono le regole.

– Ma lei si rende conto dell’assurdità della situazione? Capisco che esiste una norma, ma la sua applicazione andrebbe interpretata a seconda dei casi!

– Signorina, purtroppo non è possibile. La legge è la legge e se dovessimo interpretarla caso per caso saremmo sommersi dai ricorsi e non si farebbe più nulla.

Quando tornò a casa, ad accoglierla vi furono il volto freddo della madre e lo sguardo del padre, tipico di chi si trovi (suo malgrado) di fronte ad un essere chiaramente inferiore. Geometra – ma lui, in fondo, si sente un ingegnere – da anni lavora al comune del paesotto, dove un amico ha un amico il cui cugino lavora nell’ufficio accanto a quello dell’Assessore ai Beni Culturali, il quale si è detto disposto a considerare la possibilità di includere nello staff del museo corinzio, come custode responsabile, qualcuno che sia “affidabile e rispettoso delle regole”. Contratto a progetto rinnovabile fino a prova contraria, 800 euro lordi al mese, dalle 10 alle 18. Tutti i giorni, tranne il giovedì. Postazione: un banchetto semicircolare all’ingresso dove attendere gli sporadici visitatori, rigorosamente in piedi e in divisa.

Da due anni, tra una brochure e un “mi dispiace, i sotterranei non sono al momento accessibili”, Monica riflette sulla inutilità della sua vita nei tempi morti delle sue giornate che occupano quasi tutto lo spazio. Così, giorno per giorno, Monica inizia a percepire il museo corinzio come un prolungamento della sua identità, come qualcosa che potesse giustificare la sua presenza nel mondo, almeno ai suoi occhi e a quelli dei visitatori che, il più delle volte, sorvolano sui volantini illustrativi in bella mostra sul banchetto e sui suoi “Arrivederci” smaglianti. Ultimamente, aveva sviluppato una certa intransigenza, la cui manifestazione era direttamente proporzionale al disinteresse che non aveva ancora capito bene se fosse del mondo verso di lei o suo nei confronti del mondo. Tutto le sembrava sospeso, appeso ad una confusione aleatoria che permeava tutti gli interstizi del suo tempo. Il rispetto delle regole erano diventate l’unico modo che aveva incontrato per capirci qualcosa. Eppure ancora non riusciva a scacciare quella permanente sensazione di inutilità, che si faceva più forte soprattutto quando nel museo entravano signori con cappelli bizzari e una pipa appesa alle labbra, o signore benvestite affatto meravigliate da un luogo tanto simile alle loro case. Le facce annoiate degli studenti in gita le facevano perdere le staffe. Ma chi davvero non riusciva a sopportare erano i cinesi con le loro reflex da 800 euro: il suo stipendio, tasse incluse. “Ma non mangiavano solo riso, questi?”, si chiedeva mentre li guardava fare inchini a destra e a manca.

Non aveva un uomo che la portasse fuori a cena per poi riaccompagnarla a casa con negli occhi la speranza di sentirsi dire “Vuoi salire?”. Il padre non si era mai accorto dei momenti in cui avrebbe potuto dichiararsi orgoglioso di lei e la piccolezza della madre era talmente evidente da averne conquistato i lineamenti del volto. “Nessuno può essere importante per sé”, pensava mentre chiudeva le porte del museo e si dirigeva verso la fermata dell’autobus – una macchina non avrebbe potuto permettersela. Ma fuori del museo era diverso: c’erano altre regole, quelle che lei non era mai riuscita a capire o a controllare. E il viaggiare in piedi sia all’andata che al ritorno ne era una prova. “Se gli altri non si accorgono di qualcuno, quel qualcuno non esiste” – la chiave nella toppa, finalmente a casa. Una doccia, cena e poi a dormire, ché domani è un altro giorno.

Quando seppe del concerto d’archi per la celebrazione dei cento anni d’apertura del museo, qualcosa in Monica cambiò. Le si accese come una speranza: quella di esistere per qualche sconosciuto, almeno un paio d’ore.  Quella mattina si vestì di fronte allo specchio: la divisa era la stessa di tutti i giorni, eppure era diversa, perché oggi sarebbe stata un punto di riferimento per gli ospiti. Si truccò, per l’occasione, gli occhi e le gote con un tocco di fard. Prese l’autobus in anticipo, per evitare che la folla dell’ora di punta le sgualcisse la giacca. Aveva il volto colmo di una solennità che non aveva ancora conosciuto fino a quel momento. Giunta al museo, entrò iniziando a dare disposizioni con la serietà di una vera professionista. Tutto era pronto e doveva essere perfetto. Ricevette una chiamata che la avvertiva di una posticipazione del concerto: dalle 16 alle 17. Lei ci rimase male. Disse che non era così che era abituata a fare le cose e che degli ospiti non potevano decidere il menù dell’oste. Tra l’altro, il museo avrebbe chiuso alle 18, essendo domenica. Dall’altro lato del telefono, una voce imbarazzata si scusò dell’accaduto e assicurò che tutto si sarebbe svolto entro il rispetto degli orari prestabiliti.

Alle 17.20 il gruppo dei musicisti non ancora era al completo. Nel frattempo Monica si era prodigata per gli arrivati: aveva indicato agli spettatori dove sedersi, dividendo l’afflusso in due code allineate ai lati opposti della sala e aveva accolto i musicisti con un “Buonasera, da questa parte”. I musicisti la seguirono continuando a parlare tra loro e, quando dovette allontanarsi per un battibecco di una unita famiglia divisa dalle postazioni assegnate, si sentì assicurare con benevolenza di non preoccuparsi “sappiamo già come disporci”. Nessuno le aveva ancora detto “Buonasera”.

Durante il concerto non riusciva a decidere se fossero più fuoriluogo i frack dei suonatori o le pellicce delle signore che ascoltavano senza capire. Nemmeno lei capiva ciò che non stava ascoltando, immersa com’era nel suo ruolo rivestito da tanta responsabilità. E cosa potevano saperne loro, i suonatori con i loro violini, le signore nelle loro pellicce e i mariti con la pipa appesa a quella faccia stupida. Si accorgevano solo ora dell’esistenza di quel museo che li stava ospitando tutti e che avrebbero avuto l’accortezza di dimenticarlo appena fuori. Eppure, se ora tutti questi signori imbellettati sono qui è perché questo museo esiste, è esistito prima che loro arrivassero ad occuparne le poltrone con i loro culi flaccidi ed esisterà anche dopo, liberato da quell’odore di profumi costosi, tabacco speziato e naftalina. Così come lei, Monica, il custode responsabile che ha reso possibile all’intellighenzia di passaggio di assistere ad un concerto di musica barocca con il proprio lavoro sottopagato, rimandando le ferie che non avrebbe comunque potuto permettersi, lavorando con l’influenza per mancanza di sostituti. Tutto questo per loro, perché degli sconosciuti ingrati e irrispettosi potessero assistere, ora, ad uno stupido concerto che la farà tornare a casa tardi, di domenica, senza che nessuno di loro se ne dispiaccia almeno un po’.

Doveva fare qualcosa. Il suo sacrificio non poteva consumarsi invano. Se esisteva un modo per farsi ricordare, per esistere, era giunto il momento di provarlo. Alle 18 in punto Monica si allontanò dal suo banchetto. Attraversò il passiglio che le file delle sedie, a destra e a sinistra, avevano formato al centro della sala. Su quel tappeto rosso si sentiva una regina, anche se nessuno le diede molta importanza. Gli sguardi si distolsero dalla piccola banda di suonatori siolo quando, con una eclatante dimostrazione di onnipotenza, Monica scavalcò i cordoni di velluto rosso che dividevano lo spettacolo dagli spettatori. Con un gesto plateale ed osceno, dimostrò a tutti la superiorità della regia, a cui è permesso di entrare e uscire dallo spettacolo che sente proprio e di cui tutti non sono che attori o spettatori. Monica si avvicinò ai musicisti impedendo loro di continuare nella loro performance. Poi, si diresse alla balaustra, avvicinò le labbra al microfono e disse: “Il museo chiude alle 18. Tutti i visitatori sono pregati di dirigersi verso l’uscita. Grazie.”

Non si era mai sentita così viva.

(Concerto interrotto al Pantheon: il ministero si scusa con Alemanno, Corriere della Sera)