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Ho ucciso l’uomo: l’uomo è morto!

Ci fu un tempo in cui l’uomo si accorse di sé e cominciò ad interrogarsi. Poi venne il giorno in cui iniziò a darsi le risposte sbagliate.

Essere coscienti di sé è un peccato; diventarne schiavi è una colpa.

Non è il cosa, né il come, né il quando, la vera domanda. La vera domanda, il quesito dei quesiti, l’interrogativo supremo è: perché. A chi, infatti, giova sapere il cosa, il come e il quando di qualcosa di cui non si riesce a determinare il perché?

Il giorno in cui l’uomo si accorse di sé si separò dal mondo. Fu in quello stesso istante che, non facendone più parte, perse la capacità di comprenderne la gratuità: e la bellezza divenne irraggiungibile e la verità un chiodo laico a cui appendere gli specchi vuoti.

Condannato è l’uomo, poiché pigramente giace sotto il giogo della ragione, preferendo codardamente la schiavitù della coscienza alla propria epifania.

Incapaci come siamo di testimoniarci, non ci rimane che giustificarci la vita a misura di ragione. Chi, infatti, tra coloro ancora dotati della perversione del senno, è in grado di abbandonarsi con naturalezza all’idea che l’essere sia inutile e, al tempo stesso, sopravvivere ad essa? Chi è colui in grado di testimoniare a se stesso, con il semplice atto di vivere, di essere nient’altro che il dispiegamento dell’essere in una delle sue infinite e gratuite forme senza per questo precipitare perduto nel baratro della sua stessa “gettatezza”?

Una “gettatezza” heideggeriana che possiede tutte le accezioni del rifiuto, dello scarto, dell’escremento, dell’avanzo. Poiché questo è tutto ciò che siamo al di fuori di ogni metafora; poiché tutto quanto dio o la metafisica ci hanno attribuito appartiene in realtà all’essere, mentre noi e tutto ciò che vi è fuori di noi non siamo che entità, prodotti, artefatti dell’agire dell’essere. E, poiché l’ente è il rifiuto dell’essere così come la vita è lo scarto della Natura, non è nel prodotto, nello scarto che mai si potrà intravedere un barlume di bellezza o di verità e neppure nell’essere in sé, ma è piuttosto nella gratuità dell’atto dell’essere che esse sono esistite.

Il più appassito dei papaveri è di gran lunga superiore al migliore degli uomini, poiché esso è in grado di testimoniare che ci fu un tempo anteriore a tutti i tempi in cui la bellezza, del cui sudore esso ora è prova il tempo che gli è dovuto, fu in una unica inintelligibile eternità al di fuori di ogni tempo.

L’uomo, invece, possiede lo svantaggio di una coscienza che gli chiede spiegazioni di tanta sfacciata e irragionevole testimonianza senza riuscire a venirne a capo. Fu così che l’uomo ebbe bisogno di Dio e dell’immortalità dell’anima, poiché accettare di essere uno scarto della gratuità della bellezza lo avrebbe condotto alla follia molto più rapidamente di quanto il senno non stia facendo ragionevolmente con più calma.

Poi venne un giorno in cui un uomo con una lanterna che cercava dio, non riuscendo a trovarlo, disse alla piazza che dio era morto: ancora oggi è possibile osservarne le esequie esalare il loro ultimo convulso respiro tra un giubileo, un sermone ed un bonifico bancario. Poi venne un giorno in cui qualcuno disse che se dio è morto, allora tutto è permesso. Ma non venne capito e la sua ingenuità, superiore in questa occasione alla sua intelligenza, gli fece dimenticare che morto Dio era rimasto l’uomo.

Sotto il piede dell’uomo agonizza il petto di Dio, mentre nella sua mano la lampada a metafisica non fa che luce al di qua del paralume.

È giunta l’ora di far morire l’uomo.

L’uomo è morto! L’uomo è morto! Spargete la voce, ditelo nelle piazze: l’uomo è morto!

Tutto finalmente sarà permesso, eccetto l’uomo.

(su Filosofipercaso)

Discorso sulla poesia – Una apologia della Parola

« Nobil natura[…]/Madre è di parto e di voler matrigna.»

(La Ginestra, Giacomo Leopardi)

L’ho già detto – e molti prima di me, ne sono sicuro: la ragione estinguerà l’uomo.

Ma lungo è il tempo che ancora attende l’uomo e la sua paziente disfatta, poiché il cinismo è Il mondo tornerà ad esser di nessuno, e le rocce approfitteranno del silenzio primordiale per dar voce al loro canto sotto l’ombra colorata dei loro stessi quarzi; e le bestie danzeranno sopra campi d’orecchie piene di terra e di antico cerume; lo scricchiolar di ossa e il cinguettar dei chiurli riempiranno le giornate azzurre e il cemento scoppierà all’incedere delle edere.

 

la vendetta di ciò che passa, e l’agonia l’unico luogo che resta al rimanere.

Ci si potrebbe abbandonare tutti in una lunga eutanasia dei ghiacciai e avremmo Ragione. Ma sarebbe contro Natura. Poiché il vivere possiede ancora un interstizio nel suo illeso principio dove Natura e Ragione riescono a convivere, dove la prima trova la sua giustificazione nella seconda, nonostante la loro irriducibile inimicizia.

«La ragione è nemica d’ogni grandezza: la ragione è nemica

della natura: la natura è grande, la ragione è piccola. Voglio dire che un uomo tanto meno o tanto più difficilmente sarà grande quanto più sarà dominato dalla ragione: che pochi possono esser grandi (e nelle arti e nella poesia forse nessuno) se non sono dominati dalle illusioni. […] La natura dunque è quella che spinge i grandi uomini alle grandi azioni. Ma la ragione li ritira: e però la ragione è nemica della natura; e la natura è grande, e la ragione è piccola.»[1]

 

Eppure l’uomo ha creduto alla Ragione, convinto di aver trovato dentro di sé quel Dio che non è riuscito ad incontrare altrove, ed in essa ha riposto la sua fede. Ma la fede, che fu anello della concordia tra Natura e Ragione, ora non è che cerchio di un vizio che si apre e si richiude su se stesso.

L’uomo è in impasse, la Natura lo sa.

Cosa pensate possa avere la meglio tra la Testimonianza e la Giustificazione? E necessario abbandonarsi alla prima rinnegando la seconda. E se ciò vi sembrasse irragionevole, sareste sulla buona strada.

I discorsi posticci farciti di spiegazioni buy-now non hanno fatto altro che regalarci soluzioni di plastica tre per uno, galleggianti nel bacino putrescente della moda.

Il senno fu degli antichi, ancora abbastanza saggi da volersi immaginare. A noi non è rimasto che l’eco delle nostre grida nei compartimenti stagni dentro i quali ce ne stiamo rinchiusi, scrivendoci le motivazioni sulle pareti con le unghie manicurate.

Ma un giorno io le schiaccero la testa e Caravaggio rinnegherà la sua Maria.

Riempirsi la bocca di Democrazia, con ancora la bava che cola mista al sangue di chi non abbiamo mai conosciuto, è il placebo ad una sofferenza che la Ragione ci impedisce di comprendere, per non crollare sotto l’implosione delle sue stesse macerie su cui piantiamo le nostre bandiere.

La corsa verso la libertà ci affanna, e gli schermi dei PC s’appannano.

Ci associamo, ci ribelliamo, manifestiamo. «Ma tali forme di protesta e di trascendenza non contraddicono più lo status quo e non hanno più carattere negativo. Esse sono piuttosto la parte cerimoniale del comportamentismo pragmatico, la sua negazione innocua, e sono prontamente assimilate dallo status quo come parte della sua dieta igienica.»[2]

Sabotare l’utile e rinnegare il bello come menzogne dalle quali liberarsi per aprirsi alla densità del reale che ci incarna al di là di ogni ragionevole motivo. Solo così «L’umana compagnia» [3] saprà di Ginestra, e i seni bianchi delle donne s’ergeranno allora a picco ai lati della valle ancora fertile, dove la morte odorerà di latte ed il tramonto sarà il tempo per raccontare ciò che non si è vissuto. La schiuma sulla groppa degli asini gli ricorderà chi sono, ma senza redini. Dormiranno gli stambecchi accanto ai leoni e le lucertole canteranno con i grilli, tra i rami e le pietre, l’estate. Suderanno gli inverni sotto il passo dei vecchi, sorpresi di vedere le loro orme bianche seguirli ancora. Sorgeranno le primavere verdi ogni mattino e gli autunni coccoleranno le foglie non più acerbe con flebili sbuffi di vento. La gaia normalità che non sorprende rende felici.

Ma noi, lo siamo? Felici, dico. La ragione ha attraversato gli abissi della metafisica per cercare le risposte sbagliate. Quanta energia sprecata. Dire che l’uomo non può essere felice perché superiore alla sua propria Natura è come tagliare le zampe al proprio cane e dire che non corre verso di noi perché sordo. Quale onore ci farebbe poter riuscire ad ammettere le incapacità della Ragione. Ma nessuno è tanto ardito da rinnegare il proprio Dio: Giuda s’impicco, prolificarono solo Cristi da resuscitare.

Sostituire la finzione con l’immaginazione attraverso quell’atto intemporale che è la Parola non appena viene prodotta, l’unica ad essere realmente libera poiché in grado di distaccarsi completamente da colui che la produce per gettarsi, vergine e fiduciosa, tra le braccia di chi vorrà accoglierla, sempre diversa.

Ma in un’epoca in cui la Ragione analizza e spiega ogni cosa, ebbra dei fumi della determinatezza e patologicamente smaniosa di determinazione, perché la Parola non venga assorbita dalla finitudine e possa conservare quell’ambiguità che le è indispensabile per rinnovare la sua ingenuità, perché ciò che ha la pretesa di appartenere all’universale non diventi prigioniero dei confini del caso particolare, c’è bisogno di liberare il dire da tutte quelle associazioni convenzionali che lo cristallizzano a spese dell’invenzione collettiva.

Anteporre l’espressione alla funzione nel linguaggio significa creare una idiosincresia tra significati e significanti prestabiliti attraverso un lavoro negativo, a togliere, che abbia come risultato trasformare il dire in un invito dell’altro a costruire. Il vero atto comunicativo è, infatti, quello capace di subordinare l’urgenza del singolo a quella della comunità in cerca di se stessa, attraverso l’uso della prassi simbolica del linguaggio che non conosce menzogna.

Quale migliore luogo perché ciò avvenga se non la Poesia? Ed essendo questo un atto di per sé etico, una Poesia che lo metta in pratica è l’unica Poesia etica possibile.

Cos’è l’invito rimbaudinano ad «essere assolutamente moderni»[4] se non questo rinnegare ogni differenza personale per un incontro della «umana compagnia» nel linguaggio? Un invito spesso ridotto alla mera ricerca dell’originalità espressiva, di uno sperimentalismo fine a se stesso che non ha tenuto conto dell’intero invito di Rimbaud:

«A ogni modo posso dire che la vittoria è mia: il digrignar di denti, i sibili di fuoco, i sospiri ammorbati si attenuano. Tutti i ricordi immandi si cancellano. Si dileguano gli ultimi rimpianti, – gelosie per accattoni, briganti, amici della morte, minorati d’ogni sorta. – Dannati, se io mi vendicassi!

Bisogna essere assolutamente moderni.

Niente cantici: mantenere il passo conquistato.»

Così, anche la Poesia più sinceramente impegnata, più intimamente civile, se non si impegna nella reinvenzione della Parola, se attraverso questa non cerca di risolvere quella sintesi dell’assoluto inaccessibile alla Ragione che non ammette correspondances, se non mira ad un dérèglement della struttura linguistica della comunità alla quale si rivolge, rischia di diventare parte di quella dieta igienica assimilata dallo status quo, poiché parla lo stesso linguaggio, slittando impercettibilmente da una posizione in difesa di un qualche tipo di ideale ai più bassi compromessi a favore del profitto, giustificati dalla Ragione con lucide sublimazioni di un atto che altrimenti non avrebbe molte spiegazioni.

Quando la Parola smette di essere «appello al lettore perché conferisca un’esistenza obiettiva alla rivelazione» iniziata «per mezzo del linguaggio»[5], allora essa diviene mortale e il suono che produce è il rumore dei cocci di un’altra opportunità andata in frantumi.

«Ma se così è, ecco l’illusione sparita, e se il poeta non può illudere non è più poeta,

e una poesia ragionevole, è lo stesso che dire una bestia ragionevole ec. ec.»

(Giacomo Leopardi)

di Arturo Moll

 

[1] Pensieri di varia filosofia e di bella letteratura, Giacomo Leopardi, Le Monnier (Firenze), 1921-1924.

[2] L’uomo a una dimensione, Herbert Marcuse. Piccola Biblioteca Einaudi.

[3] La Ginestra, Giacomo Leopardi.

[4] Rimbaud. Poesie e prose, Oscar Mondadori, 1975.

[5] Cos’è la Letteratura, J. P. Sartre, Il Saggiatore 1960.

Il Clima, Copenaghen e i conflitti di interesse


Negli ultimi anni i climatologi di tutto il mondo stanno ricevendo (per fortuna) le attenzioni degne di Dennis Quaid in “The Day After Tomorrow”. Catastrofi di varia natura e varia portata sono previste nell’arco dei prossimi 10-100 anni, a seconda del livello di ottimismo degli studi di alcuni piuttosto che di altri.

Così, il mondo politico ha deciso di incontrarsi a Copenaghen per salvare il salvabile del mondo naturale. Buone le intenzioni, meno i presupposti. Per i risultati, aspettiamo prima di dare un giudizio, confidando nel beneficio del dubbio. È difficile, però, aspettarsi granchè dalle lobbies che hanno in mano il potere di decidere del corso naturale del pianeta, visto che sono le stesse lobbies che hanno nelle stesse enormi mani anche il potere di decidere del corso economico di questo mondo. Ciò che sta avvenendo a Copenaghen è la ridicolizzazione dell’intelligenza di tutti gli abitanti del globo: in teoria sono lì a decidere gli abbassamenti di CO2 nei prossimi anni ed altre “manovre ecologiche” da mettere in atto al più presto. In pratica, alcuni Paesi detentori del potere economico corrente stanno cercando di imporre ad altri Paesi con potere simile inferiore la quantità massima di CO2 emissibile. Nel frattempo, loro si organizzano per il futuro, quando le condizioni economiche gli consentiranno di fare il grande passo senza il rischio di subire enormi perdite dal punto di vista produttivo (e quindi economico). Non credo ci sia bisogno di dire che, di questi Paesi “prepotenti“, la bandiera la portano gli Stati Uniti. Peccato però che non possono più imporsi al mondo come una volta, visto che il dollaro non vale poi così tanto e la quantità di debito pubblico statunitense nelle mani dei cinesi è talmente alto che sono tenuti dal nuovo colosso economico… per le palle.

A prescindere dai vari intrecci politico-economici, ciò che più mi rende scettico nei confronti della speranza di Copenaghen sono i partecipanti in sè. Sentir parlare gli Stati Uniti ( e molti altri paesi occidentali iperindustrializzati) di riduzione delle emissioni di CO2 è un po’ come sentir parlare George W. Bush di riduzione del commercio del greggio: un paradosso. Staremo a vedere cosa ne salterà fuori. Nel frattempo, date un’occhiata al servizio di Vanguard.