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Mutevoli labirinti di forme: la natura e le sue metamorfosi

Curatrice: Greta Perletti (greta.perletti@unibg.it)


Il numero della rivista Elephant and Castle che qui si presenta si propone di raccogliere testi, materiale iconografico e recensioni che abbiano come tema le metamorfosi nel mondo naturale, con riferimento in particolare alle trasformazioni che interessano il regno vegetale.  La molteplicità delle forme della natura ha affascinato nei secoli poeti e naturalisti, artisti e filosofi, generando infiniti dibattiti e riflessioni sulla bellezza, la complessità e l’origine del mondo naturale. Ma è soprattutto nell’incessante mutare e trasformarsi della natura – nel suo instancabile divenire ‘altro’ – che l’immaginario trova un laboratorio ricco di suggestioni, capace di esprimersi e affascinare in epoche e luoghi assai diversi. L’Origine delle Specie di Charles Darwin (1859) si chiude con un ammirato tributo alla magnificenza della natura, colta nel sofisticato movimento di trasformazione delle sue forme: “[c]’è qualcosa di grandioso in questa idea della vita […]; da un inizio così semplice infinite forme, sempre più belle e meravigliose, si sono evolute e tuttora si evolvono”. È noto come per Darwin l’arte potesse essere solo una pallida imitatrice dello spettacolo offerto dal mondo naturale, con la sua infinita varietà di forme in costante mutamento. Eppure le metamorfosi del mondo naturale costituiscono da sempre un ricchissimo terreno d’indagine per l’espressione artistica, secondo un filo rosso che collega la classicità alle avanguardie (specialmente simbolismo e surrealismo) e alle sperimentazioni contemporanee. Mentre lo studio delle metamorfosi (specie nell’opera di Ovidio e Apuleio) si è spesso soffermato sulle trasformazioni che coinvolgono il regno animale, l’ambito delle trasformazioni relative al mondo vegetale rimane relativamente poco esplorato, nonostante le numerose riscritture che ne sono state compiute (si pensi alla ripresa della vicenda di Polidoro nella Commedia dantesca o ne L’Orlando Furioso, o alla novella di Lisabetta di Messina riproposta dal romantico Keats). È dunque ai percorsi dell’immaginario generati dalle metamorfosi del/nel regno vegetale che questo numero di Elephant and Castle intende rivolgersi, per esplorarne le ricadute nel discorso letterario, filosofico, artistico e scientifico. Se una declinazione preponderante di questo tema è costituita dai movimenti metamorfici che coinvolgono i due regni del vegetale e dell’umano (per limitarci alla mitologia, basti pensare a Dafne, Narciso, Filemone e Bauci, ma anche al grano che nasce dal corpo di Osiride), i contributi della rivista potranno indirizzarsi anche all’analisi delle trasformazioni e evoluzioni che avvengono in seno alla botanica (emblematico il caso de La Metamorfosi delle Piante di Goethe), o ai mutamenti delle forme naturali nella loro contaminazione con l’arte e l’architettura (ad esempio nell’Art Nouveau o in alcune sperimentazioni artistiche e cinematografiche contemporanee). Alcuni possibili (non necessariamente vincolanti) aspetti d’indagine potranno pertanto includere:

  • Le metamorfosi di/in piante e fiori nella mitologia e nell’arte;
  • Contaminazioni e trasformazioni tra regno vegetale e regno umano, animale, o inorganico in letteratura e arte;
  • La fanciulla-fiore in letteratura e arte;
  • Lo studio dell’evoluzione della pianta e del fiore in filosofia e scienza;
  • Fitomorfismo e biomorfismo in architettura e arte.

È gradita una manifestazione di interesse a partecipare alla pubblicazione entro il 15 agosto 2010, inviando il titolo del contributo, un abstract di circa 300 parole e una breve nota biografica a greta.perletti@unibg.it

I contributi dovranno pervenire in redazione entro il 31 gennaio 2011.


Qui la pagina ufficiale della rivista

Qui le norme per la stesura dei testi

Ci fu un tempo in cui l’uomo si accorse di sé e cominciò ad interrogarsi. Poi venne il giorno in cui iniziò a darsi le risposte sbagliate.

Essere coscienti di sé è un peccato; diventarne schiavi è una colpa.

Non è il cosa, né il come, né il quando, la vera domanda. La vera domanda, il quesito dei quesiti, l’interrogativo supremo è: perché. A chi, infatti, giova sapere il cosa, il come e il quando di qualcosa di cui non si riesce a determinare il perché?

Il giorno in cui l’uomo si accorse di sé si separò dal mondo. Fu in quello stesso istante che, non facendone più parte, perse la capacità di comprenderne la gratuità: e la bellezza divenne irraggiungibile e la verità un chiodo laico a cui appendere gli specchi vuoti.

Condannato è l’uomo, poiché pigramente giace sotto il giogo della ragione, preferendo codardamente la schiavitù della coscienza alla propria epifania. Read the rest of this entry »

« Nobil natura[...]/Madre è di parto e di voler matrigna.»

(La Ginestra, Giacomo Leopardi)

L’ho già detto – e molti prima di me, ne sono sicuro: la ragione estinguerà l’uomo.

Il mondo tornerà ad esser di nessuno, e le rocce approfitteranno del silenzio primordiale per dar voce al loro canto sotto l’ombra colorata dei loro stessi quarzi; e le bestie danzeranno sopra campi d’orecchie piene di terra e di antico cerume; lo scricchiolar di ossa e il cinguettar dei chiurli riempiranno le giornate azzurre e il cemento scoppierà all’incedere delle edere.

Ma lungo è il tempo che ancora attende l’uomo e la sua paziente disfatta, poiché il cinismo è la vendetta di ciò che passa, e l’agonia l’unico luogo che resta al rimanere.

Ci si potrebbe abbandonare tutti in una lunga eutanasia dei ghiacciai e avremmo Ragione. Ma sarebbe contro Natura. Poiché il vivere possiede ancora un interstizio nel suo illeso principio dove Natura e Ragione riescono a convivere, dove la prima trova la sua giustificazione nella seconda, nonostante la loro irriducibile inimicizia.

«La ragione è nemica d’ogni grandezza: la ragione è nemica della natura: la natura è grande, la ragione è piccola. Voglio dire che un uomo tanto meno o tanto più difficilmente sarà grande quanto più sarà dominato dalla ragione: che pochi possono esser grandi (e nelle arti e nella poesia forse nessuno) se non sono dominati dalle illusioni. [...] La natura dunque è quella che spinge i grandi uomini alle grandi azioni. Ma la ragione li ritira: e però la ragione è nemica della natura; e la natura è grande, e la ragione è piccola.»[1]

Eppure l’uomo ha creduto alla Ragione, convinto di aver trovato dentro di sé quel Dio che non è riuscito ad incontrare altrove, ed in essa ha riposto la sua fede. Ma la fede, che fu anello della concordia tra Natura e Ragione, ora non è che cerchio di un vizio che si apre e si richiude su se stesso.

L’uomo è in impasse, la Natura lo sa. Read the rest of this entry »


Negli ultimi anni i climatologi di tutto il mondo stanno ricevendo (per fortuna) le attenzioni degne di Dennis Quaid in “The Day After Tomorrow”. Catastrofi di varia natura e varia portata sono previste nell’arco dei prossimi 10-100 anni, a seconda del livello di ottimismo degli studi di alcuni piuttosto che di altri.

Così, il mondo politico ha deciso di incontrarsi a Copenaghen per salvare il salvabile del mondo naturale. Buone le intenzioni, meno i presupposti. Per i risultati, aspettiamo prima di dare un giudizio, confidando nel beneficio del dubbio. È difficile, però, aspettarsi granchè dalle lobbies che hanno in mano il potere di decidere del corso naturale del pianeta, visto che sono le stesse lobbies che hanno nelle stesse enormi mani anche il potere di decidere del corso economico di questo mondo. Ciò che sta avvenendo a Copenaghen è la ridicolizzazione dell’intelligenza di tutti gli abitanti del globo: in teoria sono lì a decidere gli abbassamenti di CO2 nei prossimi anni ed altre “manovre ecologiche” da mettere in atto al più presto. In pratica, alcuni Paesi detentori del potere economico corrente stanno cercando di imporre ad altri Paesi con potere simile inferiore la quantità massima di CO2 emissibile. Nel frattempo, loro si organizzano per il futuro, quando le condizioni economiche gli consentiranno di fare il grande passo senza il rischio di subire enormi perdite dal punto di vista produttivo (e quindi economico). Non credo ci sia bisogno di dire che, di questi Paesi “prepotenti“, la bandiera la portano gli Stati Uniti. Peccato però che non possono più imporsi al mondo come una volta, visto che il dollaro non vale poi così tanto e la quantità di debito pubblico statunitense nelle mani dei cinesi è talmente alto che sono tenuti dal nuovo colosso economico… per le palle.

A prescindere dai vari intrecci politico-economici, ciò che più mi rende scettico nei confronti della speranza di Copenaghen sono i partecipanti in sè. Sentir parlare gli Stati Uniti ( e molti altri paesi occidentali iperindustrializzati) di riduzione delle emissioni di CO2 è un po’ come sentir parlare George W. Bush di riduzione del commercio del greggio: un paradosso. Staremo a vedere cosa ne salterà fuori. Nel frattempo, date un’occhiata al servizio di Vanguard.