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È incredibile: mi allontano un attimo (beh, effettivamente qualcosa di più lungo di un attimo) e cose incredibili decidono di accadere.

(No, non mi sto riferendo al novo DDL D’addario che, con la scusa di impedire ai giornalisti di pubblicare le intercettazioni, impedisce ai magistrati di farle. Non mi sto riferendo nemmeno al fatto che il nostro Premier da 15 anni è Silvio Berlusconi. E nemmeno alla proposta della Gelmini di far iniziare le lezioni della scuola dell’obbligo ad ottobre).

Mi riferisco, per esempio, al “caso letterario su internetThomas Leoncini: “giovane e bello come un tronista” è invece (purtroppo) un poeta. Di quelli cuore-amore che (a suo dire) scrive canzoni senza musica. Il problema è che qualcuno dovrebbe ricordargli che invece fa (e non “è”) il poeta.

Deve essere stato lui a proporre Musica e Parole. 10 in poesia, un cd nel quale fantastici protagonisti di Amici della De Filippi e altri personaggi dello spettacolo altrimenti disooccupati letteralmente ammazzano dieci tra i più bei pezzi poetici della poesia dell’ultimo secolo. Le musiche sono di Loriana Lana, quella di Meno male che Silvio c’è, quella che scrive le canzoni a quattro mani col premier e le musiche di Apicella. Read the rest of this entry »

Un bellissimo esempio di prosa di Gianluca Cataldo su Nazione Indiana.


“Sono cresciuto tra la le macerie dell’ospedale Ingrassia e un bicchiere di rosolio al pistacchio, mia madre mi ha garantito una capacità linguistica che mi ha consentito una sopravvivenza fisica e culturale di cui le sono grato. Le sue paturnie mi hanno forgiato in una decisa convinzione di superiorità da spendere sulla cellulosa altrui in una redazione romana. Grazie a lei sono disposto ad acquistare ogni barbone di tutte le città nelle quali ho vissuto con la carità che tanto assomiglia a una lettera di dimissioni non datata. Conosco F., conosco Paulo, chiacchiero allegramente con Pierino cui recentemente hanno bruciato il motorino (un vecchio Sì dai colori cangianti). Ho vestito Mario, per tutti semplicemente Bocchino, rimproverandolo garbatamente per i suoi eccessi linguistici al limite della violenza. Mi sono tutti grati, di una gratitudine innocente e speranzosa, inconsapevoli della differenza che passa tra le loro intenzioni e le mie, figlio della logica dell’atrocità attraente da sospensione dell’etica. La loro condizione serve a riscattare la mia, la loro deprecarietà a forgiare nella redenzione la mia stabilità sociale. Non economica bensì ideologica, e sociale. Nella disfunzione borghese da assenza di difficoltà le disgrazie altrui servono a elevarsi a una condizione meno umana, eterea probabilmente, stimabile sicuramente. La sua morte, ad esempio, ha dato alla mia immagine (nel secolo della comunicazione manifesta) una aura regale, degna di nota. Accuratamente sfruttata con ubriacature solidari in taverne compiacenti, idealizzata al punto da considerarla conveniente la sua morte ha assunto connotati del tutto inaspettati. Il desiderio di una disgrazia casalinga, l’attesa per un avvenimento dai contorni tanto decantati e coniugati in tutte le sue forme verbali mi rendeva morboso ogni volta che lei accusava un male oscuro, un cedimento alla sua personalissima cognizione del dolore. Ho aspettato che accadesse, ho fatto in modo che accadesse quando nelle nostre discussioni lasciavo scivolare tra la sua schiena e la mia pancia frasi sussurrate “Se il peccato non esiste più, il suicidio non è più peccato” e lei “Ma non stiamo parlando d’arte” “Oh sì che parliamo d’arte, mia cara” “… D’accordo. Allora è il suicidio a non esistere più”. So di non essere stato io la causa, non sono la goccia di nessuno, sollecito pensamenti e ripensamenti ma mai decisioni. Lei aveva una predilezione dotta che la portava a preferire i suicidi, Drake, Buckley e, soprattutto, Elliott Smith. Trovava assurda la scelta dei farmaci e non comprendeva questa tendenza alla sofferenza, alle coltellate, questo modo tanto cattolico di pagare per i propri peccati, le proprie depressioni, ogni singola debolezza. Quando non poteva averne suicidava tutti come tanti Pinelli letterari nella sua personale anarchia riguardo le trame dei nostri romanzi. Così Horacio non sopravvisse ad addirittura due letture, ritrovandosi nella tomba fra ben più illustri personaggi, Stavrogin, Edda Ciano e Werther. Allontano questi pensieri mentre giro la chiave della terrazza, c’ho appena passato una cena insieme e non voglio portarli anche quassù. Preparo una sigaretta e…”

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Tutto è partito dalla inappropriata (a quanto pare) collaborazione di Paolo Nori alla pagina culturale del quotidiano Libero, con una recensione sull’ultimo romanzo di Ammaniti Che la festa cominci (Einaudi, pp. 328, € 18). Pare che Nori, per scrivere la recensione sul libro di Ammaniti, abbia adattato pari pari una recensione al libro Colpi al cuore, di Kari Hotakainen, apparsa tre anni fa sul Manifesto. Ma la polemica non ha nulla a che vedere con questo.

Qualcuno, già a questo punto, potrebbe chiedersi: e allora? E tutto il discorso finirebbe qui. E invece le polemiche sull’ “infelice” scelta tardano ad affievolirsi, nonostante siano iniziate ben due mesi fa. Cosa ha sconvolto il mondo culturale della penisola? Cosa ha spinto il critico letterario  Andrea Cortellessa ad esigere chiarimenti dalle pagine virtuali di Nazione Indiana? Cosa ha scisso gli intellettuali italiani in pros and cons? Il fatto che Paolo Nori, in quanto emiliano-scrittore-intellettuale-di-sinistra, non può accettare di collaborare con un organo del “regime”, pena la macchia indelebile sulle sante teste della nostra elite culturalpop, proprio come la voglia di Gorbačëv, solo che però è fango.

Siamo alle solite: la Sinistra italiana che crede di avere il monopolio della cultura e la Destra italiana che crede la stessa cosa, e infatti si incazza. Se supponessimo che la Sinistra e la Destra esistano ancora (qualcuno può informare i nostri intellettuali della loro dipartita?) e le immaginassimo come due mani, la cultura avrebbe la parte del sapone: ogni giorno, dopo aver lavato una faccia, solo bollicine ed incrostazioni del lavandino. Gli intellettuali, pagati anche fior di quattrini per leggere e scrivere tutto il giorno, coloro che dovrebbero abbattere i muri delle convenzioni sociali e costruirne di nuovi e migliori, producendo cultura, proprio loro hanno riempito per settimane e settimane intere pagine di giornali, di blog e pure una libreria di Roma con le loro diatribe e polemiche (leggi: grosse seghe mentali). Pagine e pagine di “si fa” e “non si fa”, “è giusto” “è sbagliato”, “è di destra” “è di sinistra”, scomodando, assieme a tanti altri grandi nomi, anche Pasolini, che ormai si è inflazionato più della lira negli anni ’80. Poverino, Pasolini si starà rivoltando nella tomba: lui, che nel ’68 appoggiava la “grande rivoluzione” mentre dava dei caproni agli studenti piccolo-borghesi in rivolta contro la polizia, il vero proletariato. E questo? È di destra o di sinistra? È giusto o è sbagliato? Si fa o non si fa? Questo era solo Pasolini, un uomo colto, capace di pensare il pensiero e di uscire fuori dalle gabbie mentali dentro cui sguazzano i nostri intellettuali contemporanei, come degli orango a cui sia stato dato il privilegio della gabbia più grande e comoda di questo enorme zoo.

In tutto questo gran marasma, a mio avviso sterile e rappresentativo del livello culturale della nostra Cultura, è nata qualche viola, anche se è appassita presto grazie a grosse valangate di ulteriore fango che hanno provveduto a seppellirla prima che sbocciasse. Mi sto riferendo al piano del discorso spostatosi sulla questione Testo-Contesto, ovvero: oltre a quel che fai/dici/scrivi, è altrettanto importante anche il dove?

A tal proposito, riporto uno stralcio dell’articolo pubblicato su Nazione Indiana a firma di Helena Janeczek:

“La parte di me cittadino che non è d’accordo con certe leggi, l’attacco a certe istituzioni, la riduzione di date libertà, è completamente scollata dal mio personale contributo di natura solo “culturale”. A me questo pare, prima di tutto, un avallare in prima persona il ruolo di marginalità che viene attribuito alla cultura. Detto in altre parole: dare poco valore al proprio lavoro. Accontentarsi della libertà del giullare che confina con quella del buffone di corte. Con il rischio, in più, che tale libera e spensierata contribuzione possa essere strumentalizzata ai fini politici, come dimostrano, appunto, gli articoli usciti sulla vicenda Paolo Nori.”

Dunque, la Janeczek si dice contraria ad uno “scollamento” delle parti in gioco, lo stesso gioco. Di conseguenza, secondo l’autrice dell’articolo non puoi provare ripugnanza per le pagine del quotidiano Libero e poi scriverci sopra, dicendoti responsabile solo di ciò che la tua penna ha scritto. Cosa che, invece, ha sostenuto Paolo Nori in sua “difesa”.

Personalmente, sono totalmente d’accordo con Helena. Almeno fino a quando non dice che “Il discorso sull’editoria a mio avviso presenta caratteristiche assai diverse”, in quanto editor della Mondadori. Un classico: se riguarda gli altri, so bene qual’è la regola; se arriva il mio turno, conosco bene la mia eccezione.

E no, cara Helena Janeczek: cambiare le regole nel bel mezzo di una partita vuol dire cambiare gioco. Il contesto, anche se multiforme, è uno ed è uguale per tutti (uguale nelle regole che impone). Non puoi venirmi a dire che tu nella Mondadori, nonostante tutto e nonostante tu, ci puoi stare perchè la Mondadori non è solo Bruno Vespa e Francesco Totti. Perchè io potrei risponderti che nemmeno Libero è solo Belpietro e Facci; infatti c’è anche Paolo Nori. Come potrei dirti che Il Giornale non è stato solo Feltri, ma anche Luca Telese.

Le giustificazioni che Helena Janeczek offre ai lettori del suo lungo articolo sono molto pericolose. Sono le stesse che hanno, per esempio, fatto in modo che degli scienziati, lavorando in nome della scienza, partecipassero all’avvento della bomba atomica e di Cernobyl senza sentirsi direttamente responsabili. O che tutti noi, con il nostro stile di vita apparentemente innocuo, sempre senza sentirci responsabili, facciamo si che attualmente sul pianeta vi siano 25 conflitti che provocano morti e ferimenti incessantemente. Non sto esagerando: pensate solo che una singola Playstation, per il metallo conduttore che contiene al suo interno, è potenzialmente responsabile di diverse morti giornaliere nel Darfur.

Il contesto è importantissimo, oltre che imprescindibile. È ciò che decide cosa deve essere di un uomo, di un’opera d’arte, di un libro. Ditemi la verità: chi di noi se vedesse un Mirò abbandonato accanto un cassonetto dell’immondizia lo raccoglierebbe per portarselo a casa, convinto di avere tra le mani una vera opera d’arte? O quanti di noi crederebbero oggi che I fratelli Karamazov sia un capolavoro della letteratura se nessuno ce lo avesse fatto studiare a scuola perchè nessuno colse la sua audacia a suo tempo?

Bè, cara Helena, tu che giustifichi a te stessa il fatto di andare tutte le mattine alla Mondadori con il fatto che lì non c’è solo Bruno Vespa, se non sei ancora convinta che il tuo sia un ragionamento redentivo che tutti, a prescindere dal lavoro che facciamo, ci regaliamo ogni giorno: ne parliamo fra qualche anno, quando anche quei pochi scrittori che ti convincono a lavorare per la Mondadori, senza sentire il disagio del controsenso (o contrappasso?), scompariranno del tutto dal catalogo e dagli scaffali delle librerie. (Se poi mi dici dove posso trovare Zanzotto, Sanguineti e tanti altri che non stampano più mi fai un gran favore).

Molto spesso e molto più di quanto ci piaccia pensare, è il contesto che fa l’opera, perchè ha fatto l’autore prima che questa esistesse. Il cubismo oggi non avrebbe senso o non sarebbe apprezzato; Luciano Fontana che taglia le tele starebbe rinchiuso in una cella accanto a quella di Tartaglia; Dovstoieskj non lo leggerebbe quasi nessuno perchè scrive troppo e ci vuole troppo tempo per leggerlo e non lo abbiamo; Il Giovane Holden sarebbe uno sfigato perchè non ha l’iPhone. Oppure per tutti gli elencati il caso avrebbe deciso un altro destino. Oppure ancora, le stesse identiche cose, oggi, avrebbero un significato totalmente distinto.

Ogni volta che si fa qualcosa, qualsiasi cosa: anche la più piccola, c’è sempre un dove. E un come. A volte anche un chi. Ma questo, il chi, è già un altro discorso.