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Viaggio al centro dell’educazione: precetti dell’Umanismo e condizioni di umanità

Per un paio di giorni ho riflettuto sull’interessante saggio “Educazione: un viaggio di senso umano”, a firma di Silvia Rosa pubblicato su Filosofi per caso (versione integrale qui).

L’ho riletto più volte e, sempre, ho avuto la sensazione che qualcosa non “filasse” nel discorso, il quale – e proprio qui sta il punto – non fa una piega dall’inizio alla fine. Poi ho capito che quel che non mi convinceva derivava dal fatto che il discorso “che non fa una piega” è in realtà una “piega del discorso”: fila, fintanto che lo si configura entro i limiti (la piega) stessi che il discorso si è posto come conice. Basta infatti essere in disaccordo con una delle sue premesse (celatamente assiomatiche) per far decadere tutto il resto.

Il lungo e bel saggio di Silvia Rosa si incentra su una re-interpretazione della pratica educativa, intesa come “ricerca di senso, capacità di porsi domande e di formulare risposte, riferendosi ad uno spazio etico trascendente, abitato dall’idea di Umanità, che in quella facoltà di problematizzare sé e il mondo si incontra”, in contrasto con “un’interpretazione alternativa a questa” che “istituisce una sorta di analogia tra due termini, peraltro semanticamente assai distinti, quali “educazione” ed “istruzione”, la quale “pone l’accento solo sul processo di acquisizione di conoscenze ed abilità utili ad inserirsi in un dato contesto storico e sociale, è quella di un essere umano appiattito nella dimensione fattuale, a cui non serve affatto confrontarsi con un universo di significati e valori che superano le esigenze della quotidianità.”

Chi potrebbe essere in disaccordo con quanto affermato? Suppongo nessuno che abbia un minimo di buon senso ed un briciolo di sensibilità. Per quanto mi riguarda, infatti, il problema non si pone sul “cosa” raggiungere, ma sul “come” raggiungerlo.

Silvia Rosa, infatti, afferma che:

“l’educazione che si auspica […]è un’esperienza eticamente finalizzata, ma mai aprioristicamente moralizzante, aperta a ridefinirsi e a mettere in discussione ogni pretesa di veridicità assoluta che non rispetti l’Essere nei suoi limiti e nelle sue possibilità umane.”

La domanda è: come può un’esperienza eticamente finalizzata non essere aprioristicamente moralizzante? Come si può partire da presupposti assoluti (etica) senza cadere nella moralizzazione dei suoi principi (giusto-sbagliato)? Come si può “mettere in discussione ogni pretesa di veridicità assoluta” nel rispetto dell’Essere (qui indicato con valenza assoluta)? Tutto il saggio di Silvia Rosa è così: in un paragrafo contraddice il precedente, mentre il terzo giustifica tale contraddizione.

Silvia Rosa pensa ad una educazione che

“orienti il viaggio di senso umano, recuperando così la sua originaria carica rivoluzionaria, intesa come possibilità di interpretare la realtà, trasformandola, vira nella direzione di una teoria pedagogica e di una prassi educativa attente a stimolare la facoltà del sentire, ad educare il soggetto a conoscere sé e ciò che lo circonda attraverso il sentimento e non solo mediante una ragione ammaestrata a scomporre ed analizzare minuziosamente meri fatti e fenomeni.”

Come non essere d’accordo sul percorso proposto? Impossibile. Però si può essere in  disaccordo sul luogo verso cui tale percorso viene indirizzato. E sul concetto stesso di indirizzare. Ma andiamo per punti.

Nel suo saggio, Silvia Rosa scrive:

“L’uomo non sceglie di esistere: l’inizio dell’Essere, che si afferma sul Nulla, è qualcosa a cui egli non prende parte come soggetto attivo. L’Essere non è opera sua, ma è piuttosto un’opera che egli impersona ed interpreta, di cui può diventare protagonista, ma alla cui esauriente comprensione non può pervenire. L’uomo si trova ad essere, ma non ha facoltà di stabilire davvero se questo stato ontologico sia meglio del nulla. Può, però, decidere di credere (fino a sentire profondamente) che lo sia e, in virtù di questa scelta, impegnarsi affinché la propria esistenza assuma senso e sia umanamente valida, cioè riscatti l’essere di tutta l’Umanità da un’origine incognita.”

Un’interpretazione più vicina ad un atto di fede che ad una vera e propria assunzione di responsabilità o, meglio ancora, presa di coscienza. Una visione religiosa della vita, che ha molti punti in comune con l’interpretazione cattolico-cristiana dell’esistenza. A conferma di ciò, vi è un’ulteriore affermazione:

“Quando anche non ci sia nulla a giustificare l’esistenza, anzi, proprio laddove tutto sembri negarne il valore e la bontà, è allora che l’essere umano si sceglie; è nell’abisso della disperazione che decide di sperare; è a partire da un’esperienza di non-senso che avverte la necessità di significare qualcosa.”

Anche se il termine utilizzato è “scelta”, la precedente ed altre affermazioni preparano il terreno a quello che risulterà essere un “percorso obbligato” perchè “giusto” e, in quanto tale, preferibile ad altri. Ciò che mi ha fatto sorgere più dubbi non è stato il termine in sé: giusto. Esiste, a mio avviso, un “ontologiacamente giusto” ed un “relativamente migliore”. Il primo appartiene all’etica, in quanto oggettivo; il secondo alla morale, in quanto legato alle esigenze dei tempi che, di volta in volta, lo determinano. Qui, mi sembra ovvio, si sta basando tutto il discorso della scelta, e quindi della libertà, necessariamente relativi, su presupposti oggettivamente assoluti. Ovvero, si stanno descrivendo i principi che guidano la nostra società così come la conosciamo ed i loro fallimenti.

Il principio che sta alla base di tutto il discorso è la priorità dell’Essere sul non-essere. Tagliando le gambe al concetto di scelta, si sostiene con Jonas che “l’essere si pone in senso assoluto come migliore rispetto al non essere”, giacché vale “a partire da se stesso e non soltanto grazie a un desiderio, un bisogno o una scelta”. Ma ciò significa che “se spiegando in modo ineccepibile le ragioni per cui l’Essere è preferibile al Nulla si dimostrasse la Verità assoluta di questa scelta, al contempo si istituirebbe a priori il Senso, il perché della vita, ciò che renderebbe in parte superfluo l’esercizio di costruzione del senso proprio.”

Come fare, dunque, a rimettere in gioco la scelta e la libertà dell’uomo in un sistema in cui vi è la priorità assoluta di un elemento rispetta al o agli altri? Secondo l’autrice del saggio, la libertà dell’uomo di scegliere e scegliersi risiede nella “libertà di dire sì all’esistenza credendo in essa, che l’Essere si fa umano e si rende responsabile della creazione del suo mondo, accogliendo la realtà data, pensandola ed ancorandola ad un’immagine unitaria di senso che ne rappresenti ogni tassello, dotandola di significati trascendenti. L’atto di libertà che dà inizio di senso al mondo è necessario perché l’Essere indefinito prenda forma umana.”

In altre parole un atto di fede (credere) nei confronti di qualcosa di cui non possiamo sapere se abbia importanza (esistenza) ma che possiamo convincerci che ne abbia. In più, fare in modo che tale esistenza sia umana, poichè “il viaggio dell’individuo ha senso solo se è un viaggio di senso per l’umano.” A questo punto mi sembra palese che si sia in presenza di una teorizzazione di una religione laica, nella quale Dio prende il nome di Essere e verso cui la libertà di scelta dell’uomo (suo derivato ad immagine e somiglianza) viene indirizzata dal giusto percorso.

Cio che, più o meno innavertitamente, viene fatto dall’inizio alla fine di tutto il discorso di Silvia Rosa è una “antropomorficizzazione” del mondo, per dirla con le parole di Camus. Ossia, per comprendere il mondo, lo si riduce a quello umano.

Si parla di libertà di scelta in un quadro che presuppone infinite possibilità, le quali, però, hanno solo due direzioni: una giusta ed una sbagliata; dove la giusta è quella che rispetta l’Essere, la sbagliata è quella che lo nega. L’errore di fondo – a mio avviso, ovviamente – del discorso di Silvia Rosa sta nel cercare a tutti i costi di confinare l’infinito nel finito, nel vivere una condizione assolutamente relativa basandosi su principi relativamente assoluti. Non sarebbe, invece, meglio esercitarsi lungo l’arco della propria esistenza a comprendere e rispettare la propria condizione di finitudine senza appellarsi ad assoluti, che diventano molteplici così come sono molteplici le coscienze che ne sondano i fondali oscuri? Non sarebbe meglio (e non più giusto) vivere la propria condizione umana come tale, esperendone la totale assurdità senza rinnegarla con vorticosi giri di parole?

Se supponessimo che la vita di un uomo non avesse senso, continueremmo a fare le cose che facciamo o la nostra vita sarebbe distinta e le nostre azioni completamente diverse? I principali problemi che tediano il mondo da sempre non derivano forse dall’assolutizzazione di una condizione temporale – e quindi relativa – praticata con un atto di fede? Se gli uomini non credessero di rappresentare la supremazia dell’essere sul nulla e si vedessero come una parentesi del nulla che per un attimo esiste nelle nostre coscienze, condurrebbero la loro vita allo stesso modo? Darebbero la stessa importanza e/o priorità alle stesse cose?

Il termine educazione etimologicamente significa ex-ducere, condurre fuori. Inteso in questo senso, la pratica educativa presuppone un approccio maieutico dell’individuo sull’altro, dove l’indivuo e l’altro sono sullo stesso piano e ciò che viene maieuticamente tirato fuori non è né giusto né sbagliato. Semplicemente é ciò che c’è, e che ha le sue radici in un determinato individuo con determinate caratteristiche in un determinato luogo con un determinato contesto. Che senso ha, in quest’ottica, parlare di un percorso umano, dove si trascende per sperimentare l’Oltre che non ci appartiene e mai ci apparterrà, rischiando di compiere in tal modo madornali errori e misfatti?

L’arte e la poesia chiamate in causa da Silvia Rosa non sono mezzi che consentono all’uomo di sperimentare l’Oltre. A mio avviso sono luoghi in cui l’uomo sperimenta il Possibile e non l’Assoluto, sempre rimanendo entro i suoi limiti e, soprattutto, riconoscendoli. Il rischio che si corre quando si cerchi di sperimentare l’assoluto in una condizione limitata e relativa è che di assoluto ne esista più d’uno e, alla fine, si impone quello del più forte.

In “L’Esistenzialismo è un Umanismo”, J. P. Sartre sostiene che

“il primo passo dell’esistenzialismo è di mettere ogni uomo in possesso di quello che egli è e di far cadere su di lui la responsabilità della sua esistenza. E, quando diciamo che l’uomo è responsabile di se stesso, non intendiamo che l’uomo sia responsabile della sua stretta individualità, ma che egli è responsabile di tutti gli uomini […] Quando diciamo che l’uomo si sceglie, intendiamo che ciascuno di noi si sceglie, ma, con questo, vogliamo anche dire che ciascuno di noi scegliendosi, sceglie per tutti gli uomini. Infatti, non c’è uno solo dei nostri atti che, creando l’uomo che vogliamo essere, non crei nello stesso tempo una immagine dell’uomo quale noi giudichiamo debba essere.”

La tesi sostenuta nel saggio di Silvia Rosa corrisponde, dunque, ad uno dei più importanti principi dell’esistenzialismo sartriano. Entrambi i pensieri sono accomunati da due concetti: la predominanza dell’essere sul nulla e la necessità del “salto”. Il secondo è necessario affinché possa determinarsi il primo. Sempre Silvia Rosa scrive

“Questo lavoro continuo di affermazione/giustificazione di sé inizia con un sì all’Essere che è slancio d’Amore: il burrone non si salta con lunga riflessione, ma con un gesto di ragionevole follia, che spinge ad andare avanti, a proseguire nel viaggio, il quale diventa, pertanto, (in)finito cammino di redenzione dell’Essere.”

Ovvero un’assolutizzazione dell’hic et nunc, la conclusione che giustifica la premessa. Di contro, Camus afferma che “il salto non rappresenta un estremo pericolo […] Il pericolo, al contrario, è nell’istante sottile che precede il salto. Sapersi mantenere su questa cresta vertiginosa, ecco l’onestà: il resto pe sotterfugio”, un rifuggire la propria condizione esistenziale di essere uomini.

La cresta vertiginosa è la soglia della coscienza a cui è venuto a bussare l’assurdo, scaturito dal “paragone fra uno stato di fatto e una certa realtà, fra un’azione e il mondo che la supera […] un divorzio che non consiste nell’uno o nell’altro degli elementi comparati, ma nasce dal loro confronto (maieutica, nda)”.

In quest’ottica, se vi è una educazione auspicabile, questa è quella che insegna  l’umanità dell’uomo piuttosto che quella che indottrina l’uomo all’umanesimo. Di conseguenza, l’arte e la poesia diventano luoghi dove sperimentare il possibile umano e non percorsi da intraprendere per raggiungere l’Uomo Asoluto. Personalmente, provo repulsione per l’approccio antropocentrico dell’uomo all’uomo (educazione): esso inibisce l’idividuo che cerchi di sperimentare le sue possibilità, offrendogli in cambio la frustrazione di un credo che gli suggerisce di aspirare a qualcosa che mai potrà sperimentare. Come suggerisce Camus: “bisogna immaginare Sisifo felice”.

Luigi Bosco

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