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Shopping-Killers: gli assassini della Domenica. Come una giornata in un centro commerciale contribuisce allo sterminio di massa.

Siamo tutti, nel nostro piccolo, degli assassini.

Quella che sembra un’affermazione “forte”, magari provocatoria, è in realtà la triste constatazione di un dato di fatto, a cui si può giungere facilmente attraverso un semplice ragionamento logico di causa-effetto. Ad impedire ad un discorso come questo – che definirei lapalissiano – di far parte del cosiddetto senso comune contribuiscono varie ragioni. Tra le principali vi sono la complessità del sistema costituito in cui ci ritroviamo a vivere, la mancanza di informazioni utili a farci comprendere i nessi di causa-effetto che si instaurano tra eventi che sembrano non avere assolutamente nulla in comune e la mancanza di consapevolezza delle conseguenze prodotte dalle azioni di ciascuno di noi. Quest’ultima motivazione, a mio avviso la più importante, è dovuta a due ragioni principali: la mancanza di tempo per acquisire le informazioni necessarie alla costruzione di tale consapevolezza, ed il sentirsi di ognuno come un mero ingranaggio di un meccanismo oscuro e a tratti incomprensibile, su cui non v’è possibilità d’azione. Come dire che ognuno di noi vive pensando, più o meno consapevolmente, di essere un bullone, una vite, un pezzo di metallo senza sapere che andrà a far parte, assieme ad altri pezzi, di una macchina infernale perfettamente funzionante.

Il sito Come Don Chisciotte riporta la traduzione di un interessante articolo d’opinione che titola “La soluzione finale: come funziona lo sterminio militare di massa della popolazione eccedente” (qui la fonte originale in spagnolo). Chi lo firma è Manuel Freytas, giornalista, analista investigativo, specialista di intelligence e comunicazione strategica. Freytas è uno degli autori più diffusi e referenziati del Web. In questo articolo, che non mira alla diffusione di assurde teorie o strambe dietrologie, viene spiegato come la guerra sia in realtà un meccanismo necessario e procurato piuttosto che il frutto di azioni diplomatiche incapaci di equilibrare i rapporti di potere fra le varie Nazioni.

Come dovrebbe essere a tutti noto, la guerra è lo strumento principale attraverso il quale ogni Stato cerca di ottenere la supremazia su tutti gli altri. Supremazia che arriva non dalla mera annessione territoriale di altre Nazioni, bensì dalla gestione delle risorse che tali territori naturalmente possiedono, in primis il petrolio, il gas e l’acciaio. Con il tempo, l’esperienza storica delle due Guerre Mondiali ha portato ad una evoluzione dei rapporti e dei regolamenti internazionali tra i vari Paesi e dei nuovi equilibri economici e geopolitici, senza che la lotta per la supremazia come scopo di ogni singola Nazione fosse cancellata. Di conseguenza, il meccanismo di imposizione del potere è andato modificandosi passando da una manifestazione esplicita di una singola potenza sulle altre con l’imposizione e la conquista (Impero Romano o, più recentemente, il fenomeno del colonialismo), ad una più subdola forma di pesante influenza politico-economica di una singola potenza su altri Stati (vedi, ad esempio, la politica neocoloniale degli Stati Uniti portata avanti a colpi di esportazione della democrazia e di “aiuti” economici).

Ma in un sistema fagocita come quello Capitalista,  la guerra non è solo una questione di rapporti di potere e appropriazione di risorse. Essa è anche un modo per distruggere ciò che poi possa essere ricostruito (vedi ad esempio tutte le imprese di “ricostruzione” fatta con gli “aiuti” dei Paesi occidentali che stanno ricostruendo ciò che esse stesse hanno distrutto in Iraq). Un modo pratico e fruttuoso per rispondere alle esigenze del sistema capitalista: produzione e profitto in continua crescita, pena la morte (economica) del sistema.

C’è un’altra importante funzione della guerra: l’eliminazione (apparentemente involontaria) di quella massa di popolazione definita come “eccedente“. La popolazione eccedente definisce quelle

“masse espulse dal circuito del consumo come conseguenza della dinamica di concentrazione della ricchezza in poche mani. Queste masse che si moltiplicano alle periferie di Asia, Africa ed America Latina, non riuniscono gli standard minimi del consumo (sopravvivenza minima), che è la struttura centrale del sistema che genera profitti e nuovi cicli di concentrazione di attività imprenditoriali e fortune personali.

Inoltre, queste stesse masse estromesse del circuito del consumo, implicano (per dare una facciata “compassionevole” al sistema) l’esigenza di una struttura “assistenziale” composta dall’ONU e dalle organizzazioni internazionali, che rappresentano un “passivo indesiderabile” nei bilanci di governi ed imprese multinazionali a scala globale”.

In altre parole, in accordo al principio secondo il quale “il profitto deve necessariamente eccedere i costi”, considerare tali masse eccedenti come nuovi e insaturi mercati potenziali ha un costo maggiore che abbandonarle a loro stesse. Tale costo si abbassa ulteriormente se questo “passivo indesiderabile” viene eliminato. A questo bisogna aggiungere una ulteriore osservazione, che gli economisti ed i politici sembrano dimenticare o non conoscere affatto: la limitatezza delle risorse del pianeta. Supponendo, infatti, di voler portare il sistema produttivo e di sviluppo occidentali in tutto il mondo, la cosa non risulterebbe fattibile a lungo termine perché le risorse attuali del pianeta non sono sufficienti a sostenere i ritmi di produzione e consumo attuali estesi a 6.5 miliardi di persone. Il mondo terminerebbe nel giro di qualche decennio. Per questo motivo ci ritroviamo ad avere luoghi “economici” e “sociali”, per quanto possano sembrare reali, come  “il terzo mondo”, le favelas dell’America Latina, le classi povere presenti in ogni società.

Dicevamo, dunque, che il numero di persone attualmente presenti sulla Terra eccede quello idealmente sostenibile dal sistema (fino ad ora) più forte, che è quello capitalistico. Questa non è una cosa di cui ci si è accorti solo recentemente. Già nel 1798, Malthus pubblicò un testo intitolato Saggio sul principio della popolazione e i suoi effetti sullo sviluppo futuro della società, in cui sostenne che, poiché la popolazione tende a crescere in progressione geometrica, mentre la disponibilità di alimenti e di risorse crescono invece in progressione aritmetica, l’incremento demografico avrebbe condotto ad una penuria di generi di sussistenza per giungere all’arresto dello sviluppo economico. In aggiunta, Malthus introdusse il concetto di salario di sussistenza, cioè il limite inferiore massimo del salario necessario per soddisfare le esigenze ritenute fondamentali. Secondo Malthus, fino al salario di sussistenza non ci si sposa, né si fanno figli: se esiste un sussidio che incrementa tale livello minimo accettabile di reddito disponibile delle famiglie, oltre un livello di mera sussistenza, i poveri tenderanno a procreare, facendo sì che aumenti la forza lavoro e quindi l’offerta di lavoro, portando quindi a una ulteriore diminuzione dei salari. Al contrario, se si fa in modo che il livello di vita scenda sotto lo standard di vita ritenuto accettabile, i poveri smettono di fare figli e il salario tenderà a salire da solo.  Ecco anche introdotta, ante litteram, una definizione della contemporanea società milleurista.

“Visto che il sistema dominante produce solo per chi possa pagare per beni e servizi, esso porta ad escludere questa massa dal circuito del consumo (dovuto alla dinamica che accentra la ricchezza in poche mani) e di questa “eccedenza” del sistema capitalista solo una ridotta quantità (la massa che si reintegrata) genera guadagno alle grandi imprese e banche multinazionali che controllano tutti i livelli del mercato e della produzione mondiale”.

Il risultato di tutto ciò si traduce in un avvertimento:

“Libano, Iraq, Gaza, Afghanistan, Pakistan, Sudan, Somalia e Sri Lanka, e altri (al margine degli obiettivi geopolitici e militari che rappresentano nella scacchiera internazionale della guerra intercapitalista per l’appropriazione del petrolio e delle risorse strategiche) sono teatri sperimentali di sterminio militare in massa della “popolazione eccedente” attuata dietro la maschera operativa della “guerra” contro il terrorismo”.

 

 

Ora, mettendo un attimo da parte i massimi sistemi, se si tiene in considerazione il discorso fatto fin’ora e lo si ridimensiona alla vita del singolo, si capisce come le responsabilità di ogni individuo rispetto a ciò che nel mondo accade siano di enorme portata. Il classico battito d’ali di una farfalla a Tokyo che procura un tifone a San Francisco.

Ecco come una famigliola felice, che va trascorrere una uggiosa domenica in un centro commerciale, si trasforma inevitabilmente in un gruppo (il più delle volte inconsapevole) di assassini. Perché non si è consapevoli (o interessati) del fatto che: quando si acquista una playstation si sta indirettamente finanziando la guerra in Darfur; quando si fa la raccolta punti delle varie compagnie petrolifere si partecipa ad un processo di Brand fidelity delle maggiori responsabili dei disordini in sud Africa e del bacino mediterraneo; quando si comprano indumenti Made in China o simili a buon prezzo si sta contribuendo allo sfruttamento di migliaia di persone, spesso minori, tenute a lavorare in condizioni disumane, e così via. La cosa incredibile è che gli stessi che giocano alla playstation firmano le petizioni di Amnesty International; quelli della raccolta punti sono pacifisti e hanno manifestato contro la guerra in Iraq; quelli dei jeans a prezzo di mercato sono sostenitori dei diritti dei minori. Insomma, siamo tutti rappresentanti del primo caso di convivenza pacifica e non conflittiva di milioni di Dottor Jekyll e Mr Hyde.

Come si può fermare tutto questo? È chiaro che nessuno, dall’oggi al domani, può decidere di smettere di vestirsi e fare il pieno alla propria auto. Ed è forse proprio questo che fa in modo che lo stato attuale delle cose venga perpetrato: il rassegnato beneplacito della popolazione che sente – a torto – di non poter far nulla,  e l’imbarazzante impunità internazionale che nasconde o giustifica con menzogne lo sterminio militare in massa della “popolazione eccedente”, compiuta ora dall’una ora dall’altra potenza.

Freytas propone come soluzione quella di

“circondare con scudi umani le ambasciate d’Israele, degli USA e d’Europa nel mondo, bloccare imprese e banche multinazionali in tutto il mondo, ostacolare, boicottare, paralizzare il funzionamento del sistema capitalista su scala mondiale”

perchè, aggiunge,

Se il sistema capitalista si paralizza, ci sarà un momento in cui si fermeranno, per mancanza di risorse e di provviste, i suoi carri armati, navi, aeroplani, sottomarini, soldati e basi militari. Si tratta di applicare su scala globale l’arma che fino ad ora nessuno ha utilizzato contro il sistema capitalista: Il fattore umano”.

L’idea non sembra cattiva, come tante altre che sono state proposte. Ritengo però che, perché una buona idea possa essere realizzata, ci sia bisogno di una maggioranza di popolazione convinta che quella sia una buona idea e, soprattutto, che sia convinta che una soluzione, esista, che il modo in cui vive non è l’unico possibile. E questa mi sembra la cosa più complicata.

Il sentimento di frustrazione che il sapere tutto ciò mi procura è infinitamente più grande di quanto io riesca a sopportare ed accettare. La situazione in cui ogni individuo si ritrova a vivere somiglia ogni giorno che passa ad un contrappasso dantesco. Segno, forse, che siamo tutti già all’Inferno.

Gandhi: tenere vivo il ricordo per non lasciar spazio solo alla leggenda

Non doveva essere eccessivamente fredda quella stessa sera di Gennaio del 1948 nella piazza Birla House a Nuova Delhi, perché arrivò all’appuntamento con i fedeli avvoltolato nel suo panno bianco e i sandali ai piedi. E comunque, non sarebbe stata di certo la temperatura ad evitare la consueta preghiera che il Mahatma (Grande Anima) si stava accingendo a celebrare, come tutte le sere. Cose molto più dure, in passato, non erano state in grado di arginare le piene di questo piccolo omino smunto dagli occhialetti tondi, che a vederlo lo si sarebbe potuto tranquillamente definire il «fachiro seminudo che osa parlare alla pari a Sua Maestà Britannica» , come lo descrisse Churchill.

Quest’uomo: che toccava gli intoccabili e con loro puliva le latrine di Phoenix a Durban, in Sudafrica; che praticava il brahmacharya (voto di castità) per affrancarsi dai piaceri della carne, che pure lo sedussero in gioventù, quando mangiò carne di nascosto per esser forte come gli inglesi e rubò i soldi al fratello per comprarsi le sigarette; che istituì la satyagraha (forza della verità) dando inizio alla lotta non violenta; l’uomo le cui armi migliori erano il digiuno, la contestazione civile e pacifica, il boicottaggio; che si lasciava arrestare e, appena scarcerato, si arruolava come infermiere durante la seconda guerra mondiale per curare i suoi accusatori; che dopo anni di sforzi e battaglie civili liberò l’India, facendone uno Stato indipendente; questo uomo improvvisamente, di fronte lo sguardo attonito della folla, si accascia al suolo a seguito di due spari. La sua colpa fu quella di essere stato troppo indulgente nella gestione della questione tra musulmani ed induisti – che è all’origine della nascita dello stato musulmano del Pakistan al cui favore Gandhi richiese che venisse effettuato un pagamento, e nell’aver sacrificato gli interessi dell’India e degli induisti al fine di ottenere il consenso delle minoranze religiose. Nathuram Vinayak Godse fu condannato a morte, che gli venne inflitta tramite impiccagione l’8 Novembre dello stesso anno nonostante il parere contrario dei seguaci del Mahatma.

Dopo 61 anni, tutto quello che siamo riusciti a fare di Mohandas Karamchand Gandhi è stato vendere i suoi libri e le raccolte dei suoi aforismi e toccare le corde dell’animo del consumatore con una “rivoluzionaria” campagna di marketing che non so che risultati abbia portato. Ora, è pur vero che Gandhi significa droghiere e che la sua era una famiglia di commercianti, ma non credo avrebbe apprezzato la messa al banco di valori che andrebbero, invece, condivisi senza scopo di lucro. Quale meccanismo renda più “virale” un video su YouTube piuttosto che lo sforzo per la tolleranza, io non lo so. Credo, però, che tutti dovremmo lasciarci “ispirare” da quanto quest’uomo ha fatto e detto, piuttosto che limitarci ad inserire qualche suo aforisma in un quote rotator sul nostro blog, o scrivere articoli come io, misero individuo, sto facendo. Quest’uomo, che «le future generazioni difficilmente potranno credere che sia vissuto davvero su questa terra» – come affermò Albert Einstein, è esistito davvero, e dovremmo ricordarcene più spesso, prima che la traccia della sua esistenza smetta di far parte della Storia diventando leggenda.

Potremmo partire da qui, lasciando i corani e le bibbie sui comodini per le letture serali. Non sto suggerendo un nuovo Dio, nè sto invitando all’idolatria che, per carattere e per principio, non appoggio, nonostante sappia quanto l’uomo abbia bisogno di credere. Ma qualcuno mi dica se sbaglio se penso che questo sarebbe un punto facilmente condivisibile da tutti da cui partire, anzi: ripartire. Perchè abbiamo bisogno di ricominciare tutto daccapo.

“Sii il cambiamento che vuoi vedere avvenire nel mondo”, disse in uno dei suoi tanti discorsi. Egli lo fu. Ma noi, lo siamo?