Archives for posts with tag: Pier Paolo Pasolini

Get the Flash Player to see this content.

(Attendi qualche secondo per consentire al video di caricarsi)


I Jornada de Análisis Textual “Pier Paolo Pasolini: Relatos”

Dirección: Lorenzo Torres. Colabora: Asociación Cultural Trama y Fondo.
Organiza: Departamento de Comunicación Audiovisual I – URJC.
Lugar: Universidad Rey Juan Carlos (campus de Vicálvaro)
Fecha: 23 de noviembre 2009.

Prof.  Jesús González Requena.

(di Giovanni Giovannetti su Il Primo Amore)

Dopo la morte violenta di Pier Paolo Pasolini la notte tra il 1° e il 2 novembre 1975, si scopre che parte di un capitolo di Petrolio (Lampi sull’Eni) è sparito. Il romanzo – preannunciato di 2000 pagine e destinato a rimanere incompiuto – parla dell’Eni (che Pasolini considera «un topos del potere») e della morte di Enrico Mattei. La profezia di Petrolio, l’inquietante intreccio tra politica criminalità e affari che lì si racconta, sarà chiaro solo molti anni dopo, così come la strategia delle stragi fasciste e di Stato che passa, anche terminologicamente, dagli articoli al romanzo: «Il romanzo delle stragi» (14 novembre 1974: «Io so…»).
Indagando sulla morte del presidente dell’Eni, un coraggioso giudice pavese – Vincenzo Calia – ha constatato la lucidità dello scrittore “corsaro” nel ricostruire in quel libro il degrado e la mostruosità italiana  e ha identificato il burattinaio principale in Eugenio Cefis, affarista e “liberista” tanto quanto Enrico Mattei era utopista e “statalista”. Pasolini non è stato ucciso da un ragazzo di vita, poiché omosessuale, bensì da sicari prezzolati dai poteri, occulti o meno, in quanto oppositore a conoscenza di verità scottanti.
Calia legge Petrolio, un titolo irresistibile per il magistrato, immerso nell’indagine sulla morte del presidente dell’Eni. Fatica però a reperire Questo è Cefis. L’altra faccia dell’onorato presidente di Giorgio Steimetz (pseudonimo di Corrado Ragozzino): un libro pubblicato nel 1972 e subito sparito. Sparito anche dalla Biblioteca nazionale di Firenze e di Roma. Il magistrato pavese non sa che una fotocopia di Questo è Cefis si può trovare al Gabinetto Viesseux di Firenze, tra le carte di Pasolini.
Ma la fortuna incontra Calia e così Calia incontra il libro, una domenica pomeriggio, su una bancarella in piazza della Vittoria a Pavia. Il magistrato può finalmente cogliere – ed è il primo a farlo – analogie e simmetrie tra il testo di Steimetz / Ragozzino e il romanzo incompiuto di Pasolini.
Di questo e di molto altro ancora si parla ne Il Petrolio delle stragi di Gianni D’Elia, un saggio-inchiesta pubblicato nel 2006 dalle edizioni Effigie, ora ripreso da Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza in Profondo nero (Chiarelettere, 2009), lo stesso titolo dato a uno dei capitoli dell’inchiesta di D’Elia, che i due autori correttamente indicano tra le principali fonti d’ispirazione del loro lavoro.
Il Petrolio delle stragi doveva uscire come postilla a L’eresia di Pasolini, dello stesso D’Elia, pubblicato con notevole successo nel 2005: un approfondimento monografico, dopo lo scalpore suscitato dalle poche righe sulla morte di Pasolini pubblicate nel primo libro; un modo per non disperdere le tante informazioni – anche informali – raccolte nel frattempo. Se ne ricava un ricco pamphlet, che ora – insieme a Profondo nero, al dossier di Carlo Lucarelli e Gianni Borgna su “Micromega” n. 6/2005  e alle firme per la riapertura del processo raccolte dalla rivista “Il primo amore” – forse porterà ad una nuova più approfondita indagine sulla morte del grande regista, poeta e polemista friulano.
Un ragazzo di 17 anni, Pino Pelosi, si è autoaccusato dell’omicidio. Recentemente Pelosi ha ammesso che quel giorno non era solo con Pasolini, che altri avevano partecipato al pestaggio: «Erano in tre, sbucarono dal buio. Mi dissero tu fatti i cazzi tuoi e iniziò il massacro. Io gridavo, lui gridava… Avranno avuto 45, 46 anni, gli gridavano “sporco comunista”, “fetuso”». Insomma, fu un agguato e forse Pelosi era solo un’esca. Chi sono i veri assassini? Quali i mandanti? forse sono gli stessi che hanno armato la mano degli assassini di Mattei e Mauro De Mauro.
La “strategia della tensione” non vuole destabilizzare; al contrario vuole consolidare un sistema di potere stragista piduista e mafioso (lo stesso che nel 1962 ha eliminato Mattei, nel 1968 De Mauro e nel 1971 Pietro Scaglione) in movimento dalle bombe degli anni Settanta alla presa del potere con altri mezzi dei nostri giorni. La chiave di lettura di questo criminale asse politico-economico tentacolare sta tutta in Petrolio, il profetico romanzo-verità, incompiuto e mutilato, di Pier Paolo Pasolini che viene massacrato non dal reo sconfesso Pino Pelosi, ma da «tre siciliani»; nel frattempo altri provvedono a sottrarre da Petrolio il capitolo Lampi sull’Eni, «che dall’omicidio ipotizzato di Mattei guida al regime di Eugenio Cefis, ai “fondi neri”, alle stragi dal 1969 al 1980, e ora sappiamo fino a Tangentopoli, all’Enimont, alla madre di tutte le tangenti. Troya è Cefis, nel romanzo, dal passato antifascista macchiato, e dunque ricattabile» (D’Elia, L’eresia di Pasolini, p. 98).
Lo «Stato nello Stato» e cioè l’antistato di Eugenio Cefis, Licio Gelli e Umberto Ortolani consegna infine il testimone alla monocrazia mediatica dell’affiliato Silvio Berlusconi (tessera P2 n. 1816), che il 18 gennaio 1994 insieme a Marcello Dell’Utri (membro dell’Opus Dei e amico di Gaetano Cinà, esponente della famiglia mafiosa dei Malaspina, vicina al boss Stefano Bontade) fonda Forza Italia.
A sinistra il Pci sa, ma sta a guardare: il «partito dalle mani pulite» rivendica la sua diversità antropologica mentre il suo “doppio” partecipa come tutti al banchetto Enimont, amministra le clientele, soffoca i movimenti e ogni altro embrione di nuove culture politiche libertarie. È la palestra alla quale si forma buona parte della classe dirigente immortale e spesso immorale che oggi guida il Partito democratico.


Mi chiedo se sia il caso di interpretare la dichiarazione di Dell’Utri come un messaggio.

Tutto è partito dalla inappropriata (a quanto pare) collaborazione di Paolo Nori alla pagina culturale del quotidiano Libero, con una recensione sull’ultimo romanzo di Ammaniti Che la festa cominci (Einaudi, pp. 328, € 18). Pare che Nori, per scrivere la recensione sul libro di Ammaniti, abbia adattato pari pari una recensione al libro Colpi al cuore, di Kari Hotakainen, apparsa tre anni fa sul Manifesto. Ma la polemica non ha nulla a che vedere con questo.

Qualcuno, già a questo punto, potrebbe chiedersi: e allora? E tutto il discorso finirebbe qui. E invece le polemiche sull’ “infelice” scelta tardano ad affievolirsi, nonostante siano iniziate ben due mesi fa. Cosa ha sconvolto il mondo culturale della penisola? Cosa ha spinto il critico letterario  Andrea Cortellessa ad esigere chiarimenti dalle pagine virtuali di Nazione Indiana? Cosa ha scisso gli intellettuali italiani in pros and cons? Il fatto che Paolo Nori, in quanto emiliano-scrittore-intellettuale-di-sinistra, non può accettare di collaborare con un organo del “regime”, pena la macchia indelebile sulle sante teste della nostra elite culturalpop, proprio come la voglia di Gorbačëv, solo che però è fango.

Siamo alle solite: la Sinistra italiana che crede di avere il monopolio della cultura e la Destra italiana che crede la stessa cosa, e infatti si incazza. Se supponessimo che la Sinistra e la Destra esistano ancora (qualcuno può informare i nostri intellettuali della loro dipartita?) e le immaginassimo come due mani, la cultura avrebbe la parte del sapone: ogni giorno, dopo aver lavato una faccia, solo bollicine ed incrostazioni del lavandino. Gli intellettuali, pagati anche fior di quattrini per leggere e scrivere tutto il giorno, coloro che dovrebbero abbattere i muri delle convenzioni sociali e costruirne di nuovi e migliori, producendo cultura, proprio loro hanno riempito per settimane e settimane intere pagine di giornali, di blog e pure una libreria di Roma con le loro diatribe e polemiche (leggi: grosse seghe mentali). Pagine e pagine di “si fa” e “non si fa”, “è giusto” “è sbagliato”, “è di destra” “è di sinistra”, scomodando, assieme a tanti altri grandi nomi, anche Pasolini, che ormai si è inflazionato più della lira negli anni ’80. Poverino, Pasolini si starà rivoltando nella tomba: lui, che nel ’68 appoggiava la “grande rivoluzione” mentre dava dei caproni agli studenti piccolo-borghesi in rivolta contro la polizia, il vero proletariato. E questo? È di destra o di sinistra? È giusto o è sbagliato? Si fa o non si fa? Questo era solo Pasolini, un uomo colto, capace di pensare il pensiero e di uscire fuori dalle gabbie mentali dentro cui sguazzano i nostri intellettuali contemporanei, come degli orango a cui sia stato dato il privilegio della gabbia più grande e comoda di questo enorme zoo.

In tutto questo gran marasma, a mio avviso sterile e rappresentativo del livello culturale della nostra Cultura, è nata qualche viola, anche se è appassita presto grazie a grosse valangate di ulteriore fango che hanno provveduto a seppellirla prima che sbocciasse. Mi sto riferendo al piano del discorso spostatosi sulla questione Testo-Contesto, ovvero: oltre a quel che fai/dici/scrivi, è altrettanto importante anche il dove?

A tal proposito, riporto uno stralcio dell’articolo pubblicato su Nazione Indiana a firma di Helena Janeczek:

“La parte di me cittadino che non è d’accordo con certe leggi, l’attacco a certe istituzioni, la riduzione di date libertà, è completamente scollata dal mio personale contributo di natura solo “culturale”. A me questo pare, prima di tutto, un avallare in prima persona il ruolo di marginalità che viene attribuito alla cultura. Detto in altre parole: dare poco valore al proprio lavoro. Accontentarsi della libertà del giullare che confina con quella del buffone di corte. Con il rischio, in più, che tale libera e spensierata contribuzione possa essere strumentalizzata ai fini politici, come dimostrano, appunto, gli articoli usciti sulla vicenda Paolo Nori.”

Dunque, la Janeczek si dice contraria ad uno “scollamento” delle parti in gioco, lo stesso gioco. Di conseguenza, secondo l’autrice dell’articolo non puoi provare ripugnanza per le pagine del quotidiano Libero e poi scriverci sopra, dicendoti responsabile solo di ciò che la tua penna ha scritto. Cosa che, invece, ha sostenuto Paolo Nori in sua “difesa”.

Personalmente, sono totalmente d’accordo con Helena. Almeno fino a quando non dice che “Il discorso sull’editoria a mio avviso presenta caratteristiche assai diverse”, in quanto editor della Mondadori. Un classico: se riguarda gli altri, so bene qual’è la regola; se arriva il mio turno, conosco bene la mia eccezione.

E no, cara Helena Janeczek: cambiare le regole nel bel mezzo di una partita vuol dire cambiare gioco. Il contesto, anche se multiforme, è uno ed è uguale per tutti (uguale nelle regole che impone). Non puoi venirmi a dire che tu nella Mondadori, nonostante tutto e nonostante tu, ci puoi stare perchè la Mondadori non è solo Bruno Vespa e Francesco Totti. Perchè io potrei risponderti che nemmeno Libero è solo Belpietro e Facci; infatti c’è anche Paolo Nori. Come potrei dirti che Il Giornale non è stato solo Feltri, ma anche Luca Telese.

Le giustificazioni che Helena Janeczek offre ai lettori del suo lungo articolo sono molto pericolose. Sono le stesse che hanno, per esempio, fatto in modo che degli scienziati, lavorando in nome della scienza, partecipassero all’avvento della bomba atomica e di Cernobyl senza sentirsi direttamente responsabili. O che tutti noi, con il nostro stile di vita apparentemente innocuo, sempre senza sentirci responsabili, facciamo si che attualmente sul pianeta vi siano 25 conflitti che provocano morti e ferimenti incessantemente. Non sto esagerando: pensate solo che una singola Playstation, per il metallo conduttore che contiene al suo interno, è potenzialmente responsabile di diverse morti giornaliere nel Darfur.

Il contesto è importantissimo, oltre che imprescindibile. È ciò che decide cosa deve essere di un uomo, di un’opera d’arte, di un libro. Ditemi la verità: chi di noi se vedesse un Mirò abbandonato accanto un cassonetto dell’immondizia lo raccoglierebbe per portarselo a casa, convinto di avere tra le mani una vera opera d’arte? O quanti di noi crederebbero oggi che I fratelli Karamazov sia un capolavoro della letteratura se nessuno ce lo avesse fatto studiare a scuola perchè nessuno colse la sua audacia a suo tempo?

Bè, cara Helena, tu che giustifichi a te stessa il fatto di andare tutte le mattine alla Mondadori con il fatto che lì non c’è solo Bruno Vespa, se non sei ancora convinta che il tuo sia un ragionamento redentivo che tutti, a prescindere dal lavoro che facciamo, ci regaliamo ogni giorno: ne parliamo fra qualche anno, quando anche quei pochi scrittori che ti convincono a lavorare per la Mondadori, senza sentire il disagio del controsenso (o contrappasso?), scompariranno del tutto dal catalogo e dagli scaffali delle librerie. (Se poi mi dici dove posso trovare Zanzotto, Sanguineti e tanti altri che non stampano più mi fai un gran favore).

Molto spesso e molto più di quanto ci piaccia pensare, è il contesto che fa l’opera, perchè ha fatto l’autore prima che questa esistesse. Il cubismo oggi non avrebbe senso o non sarebbe apprezzato; Luciano Fontana che taglia le tele starebbe rinchiuso in una cella accanto a quella di Tartaglia; Dovstoieskj non lo leggerebbe quasi nessuno perchè scrive troppo e ci vuole troppo tempo per leggerlo e non lo abbiamo; Il Giovane Holden sarebbe uno sfigato perchè non ha l’iPhone. Oppure per tutti gli elencati il caso avrebbe deciso un altro destino. Oppure ancora, le stesse identiche cose, oggi, avrebbero un significato totalmente distinto.

Ogni volta che si fa qualcosa, qualsiasi cosa: anche la più piccola, c’è sempre un dove. E un come. A volte anche un chi. Ma questo, il chi, è già un altro discorso.

Get the Flash Player to see this content.

Il 27 Ottobre del 1962, esattamente 47 anni fa, l’aereo Morane-Saulnier MS-760 Paris in volo sulla tratta Catania – Milano precipitò nelle campagne di Bascapè, un piccolo paese in provincia di Pavia, proprio mentre si stava apprestando all’atterraggio presso l’aeroporto di Linate. Moriva, così, in un incidente aereo il Presidente dell’ENI Enrico Mattei.

Tutte le prime pagine dei giornali e gli altri media che riportarono la notizia si chiesero, sin dai primi istanti, se quell’incidente fosse semplicemente una disgrazia oppure un attentato ben riuscito, come poi risultò dalle indagini riprese nel 1994 e concluse nel 2005.

Tutto svaporò in pochi giorni: i media smisero presto di occuparsene, i pezzi dell’aereo – accuratamente lavati prima di essere esaminati – vennero fusi, l’autopsia non rivelò nulla degno di considerazione e l’indagine fu archiviata. Ma con il passare del tempo e l’aggiungersi di fatti nuovi, anche a distanza di tanti anni, l’indagine viene riaperta: i pentiti di Mafia Buscetta e Iannì, durante un interrogatorio del 1993, affermano che il giornalista Mauro De Mauro, incaricato da Francesco Rosi di fornirgli tutto il materiale possibile sull’inchiesta Mattei per la realizzazione del suo film, fu fatto sparire dalla Mafia nel 1970 perchè in possesso di documenti che avrebbero provato il sabotaggio dell’aereo su cui viaggiava Mattei. Così, la Procura di Caltanissetta passa tutta la documentazione a quella di Pavia, che il 20 Settembre 1994 riapre le indagini sul caso Mattei. Ad indagare c’è il Sostituto Procuratore Calía, che si ritrova quasi a mani vuote: i pezzi dell’aereo su cui effettuare nuove perizie non ci sono più, perchè fusi trent’anni prima; molti dei documenti dell’inchiesta precedentemente archiviata sono spariti. Ad un’ intervista ad un testimone, Mario Ronchi, del giornalista Rai Bruno Ambrosi viene tolta la parte audio nel momento in cui Ronchi dice di aver sentito un boato e visto del fuoco nel cielo prima che l’aereo precipitasse. Ronchi, che successivamente ritrattò le sue dichiarazioni, affermando che era a lavoro e impossibilitato a sentire alcunchè dal rumore del trattore, verrà accusato di falsa testimonianza da Calì, il quale scopre che la SNAM assunse Ronchi come custode del sacrario di Mattei e la figlia venne assunta da un’altra ditta legata al successore di Mattei all’ENI, Eugenio Cefis, ex Comandante del Servizio Segreto Fascista e uomo molto potente molto vicino agli ambienti della CIA.

Sembra tutto un grosso calderone con ingredienti che sembrano non avere nulla a che vedere l’uno con l’altro e, tuttavia indisticabilmente legati tra loro. Ma come ci insegna Pasolini, chi vuole capire, l’intellettuale, è colui che “cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l’arbitrarietà, la follia e il mistero”. E, infatti, anche l’assassinio di Pasolini nel 1975, potrebbe avere a che fare con questa brutta storia. Poichè anche lui si interessava di petrolio nel modo sbagliato, come Mauro De Mauro. Ed anche come Mattei, la cui colpa fu quella di venderlo alle persone sbagliate, nel momento sbagliato, alle tariffe sbagliate e senza chiedere il permesso. Ma il permesso a chi? L’Italia non era forse un Paese libero ed indipendente che aveva appena scoperto di poter contare sulle proprie forze energetiche proprio grazie a Mattei? La risposta è no.

L’Italia, quando Mattei cominciò la costruzione di quello che diventerà l’impero ENI nel 1945, era appena uscita sconfitta dalla guerra e la sua sopravvivenza, materiale e politica, era nelle mani degli alleati, soprattutto USA e Inghilterra. Che, guarda caso, erano anche le patrie delle Sette Sorelle, definizione proprio di Mattei, e che si mostrarono prima interessate a che l’Agip venisse privatizzata (era totalmente statale) e poi molto interessate al suo acquisto, di cui Mattei avrebbe dovuto commissariare la liquidazione. Fortunatamente, Mattei non eseguì mai i compiti per cui era stato chiamato, salvandoci da una dipendenza energetica verso le potenze Americane che avrebbe potuto distruggerci economicamente e avrebbero potuto ridurci politicamente a mera base coloniale alla loro mercè, ancor più di quanto non lo siamo oggi.

Get the Flash Player to see this content.

Ma essere il Presidente dell’ENI non significa occuparsi solo di petrolio. Significa, più o meno direttamente e più o meno volontariamente, fare politica. Poichè il petrolio è soprattutto diplomazia e rapporti internazionali. È per questo che l’idea di Mattei di offrire ai Paesi produttori il 75% del ricavato dell’accordo, il fatto di offrire loro condizioni più umane e meno subalterne e coloniali, il rompere gli accordi della linea rossa in Medio Oriente, il fare affari con la Russia, il propendere per una neutralità se non per una fuoriuscita dell’Italia dalla NATO, preoccupano e destabilizzano il blocco Occidentale in piena Guerra Fredda, con la Terza Guerra Mondiale alle soglie e con la crisi dei missili di Cuba.

Sempre durante il corso delle indagini riaperte nel 1994, emerse un rapporto della CIA firmato da Thomas Kameramessinas, il quale scrive che l’obiettivo di fermare Mattei va raggiunto anche a costo di misure estreme.

Purtroppo come molte altre, l’indagine di Mattei non ha portato alla scoperta degli attori principali di quello che resta a tutt’oggi un mistero. È stato acquisito come fatto accertato che la morte di Mattei non fu un incidente, almeno. Resta da scoprire chi questo incidente lo ha voluto e provocato. C’è Eugenio Cefis, ci sono Thomas Kameramessinas e la CIA, c’è la OAS algerina, ci sono le multinazionali del petrolio, c’è una parte della DC politicamente contro. È vero, non si sono trovati i colpevoli di questa strage. È indubbio, però, che ci sia l’imbarazzo della scelta.

Oggi, l’ENI è un’azienda in parte privatizzata. Una quota del 30% appartiene ancora allo Stato Italiano, mentre il resto è nelle mani di migliaia di azionisti. Ovviamente, di queste migliaia di azionisti, non tutti possiedono la medesima percentuale di azionariato. Sarei proprio curioso di sapere chi sono i principali azionisti, subito dopo tutti noi.

Azionisti Numero di azionisti n° di azioni possedute % sul capitale

Italia (incluso il Ministero

dell’Economia e delle Finanze) 327.587 2.177.559.208 54,37

UK e Irlanda 783 140.955.951 3,52

Altri Stati UE 1.954 280.244.956 7,00

U.S.A. e Canada 1113 255.852.802 6,39

Resto del Mondo 860 121.998.590 3,04

Azioni proprie alla data del

pagamento del dividendo 382.953.240 9,56

Azioni per le quali non sono state

fornite le segnalazioni nominative n.d. 645.782.965 16,12

Azioni per le quali non è stato ancora chiesto il pagamento del dividendo n.d. 11.164 (…)

Totale 332.297 4.005.358.876 100,00


Ripartizione dell’azionariato Eni per fascia di possesso risultante dal pagamento del dividendo a saldo dell’esercizio 2008 (21 maggio 2009)

Azionisti Numero di azionisti n° di azioni possedute % sul capitale

> 10% 1 813.443.277 20,31

3% – 10% 1 400.288.338 9,99

2% – 3% (*) 2 220.183.315 5,50

1% – 2% 6 311.000.223 7,77

0,5% – 1% 3 67.273.758 1,68

0,3% – 0,5% 7 117.360.132 3,71

0,1% – 0,3% 30 215.661.099 5,38

≤0,1% 332.247 831.401.365 20,76

Azioni proprie alla data

del pagamento del dividendo 382.953.240 9,56

Azioni per le quali non sono

state fornite le segnalazioni nominative n.d. 645.782.965 16,12

Azioni per le quali non è stato ancora chiesto il pagamento del dividendo n.d. 11.164 (…)

Totale 332.297 4.005.358.876 100,00

(*) I Gruppi Intesa San Paolo e BNP Paribas hanno comunicato la riduzione del possesso azionario al di sotto del 2% rispettivamente in data 27 maggio 2009 e 9 giugno 2009. In data 14 settembre 2009, entrambi i Gruppi hanno comunicato il superamento della soglia del 2% del possesso azionario. Entrambi i Gruppi hanno comunicato la riduzione del possesso azionario al di sotto del 2% rispettivamente in data 25 settembre 2009 e 7 ottobre 2009.


Ma se non si può sapere chi sono i maggiori azionisti, si può accedere alle informazioni sul Consiglio di Amministrazione, nel quale sono evidenti i personaggi ed i loro conflitti di interessi. Un esempio su tanti? Paolo Andrea Colombo, commercialista milanese, 45 anni, è: sindaco di Banca Intesa (azionista ENI di punta) e di alcune sue controllate, sindaco dell’Eni e della Saipem, consigliere di Mediaset e della controllata Publitalia (entrambe propietà del Presidente del Consiglio, che a fine Maggio lo ha promosso a Presidente del collegio sindacale ENI), consigliere di Aurora assicurazioni, di Rcs Quotidiani, presidente di Rcs Investimenti, consigliere di Tim Italia, Bormioli Finanziaria, Gianni Versace, da alcuni mesi è presidente di Partecipazioni Italiane, sindaco di Pirelli Labs e di Miotir, la cassaforte di Cesare Romiti.


Recentemente Berlusconi è andato a far visita a Putin (a Putin?! Ma il Presidente non è Medvedev?). La motivazione è il canale south stream che dovrebbe portare il gas in Europa (e in Italia) passando per la Turchia e evitando, in tal modo, gli annosi problemi che ogni inverno o quasi emergono con l’Ucraina e la Georgia. Indovinate chi sarà responsabile per il 50% della costruzione del canale? La nostra amata ENI. Che recentemente è riuscita ad accaparrarsi anche la licenza per il giacimento iraqueno di Zubair, dopo aver perduto quella per il giacimento di Nassiriya a favore dei giapponesi. Iraq? Nassiriya???? Vuoi vedere che le nostre non sono proprio missioni di pace, allora? Se così fosse, la domanda mi sorge spontanea: perchè nessuno ha ancora rotto i maroni ad alcuno nonostante Berlusconi faccia accordi d’oro con la Russia, nè si è cercato di far precipitare l’aereo su cui viaggia l’amministratore delegato della ENI? La risposta potrebbe essere che i tempi cambiano, ma i poteri forti restano. E sono sempre gli stessi.