Tag Archives: Poesia

Qui non si è felici

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Qui non s’è felici nemmeno s’è Natale.

Tra i denti c’hai un buco che ci passa un treno
ci credo che non ridi nemmeno per errore.

Ma dove cazzo vai come un rincoglionito
con questo pugno alzato che stringe quattro mosche?

Dire cose belle non toglie l’alitosi
e abbassa questo braccio che ti sudano le ascelle.

Co’ ‘st’occhi bitumati vedi il mondo solo a rate
per forza che poi il danno ti sembra sempre piccolo.

Domani è la parola, sempre che ci arrivi
contaminare i corpi è la rivoluzione.

Gli abbracci inibiti dalla puzza della pelle
è solo il risultato degli sconti sul sapone.

Se vieni più vicino prima che qui tutto crolli
c’è il richio che al cadere poi si gridi insieme.

(da Le voci degli altri n. -1)

Urtext: la lettura come fenomenologia

Biagio Cepollaro,aldilàdelbianco-3,2009

Quattro premesse

1.

Il reale non è la realtà. Esso non si caratterizza per nessun tratto peculiare o registro etico determinato: semplicemente è, ed essendo ci convoca sul piano dell’essere.

Il reale è inemendabile ed arbitrario nella misura in cui la sua ipseità[1]si concretizza in una immanenza che non possiede futuro né passato, perché non ha memoria né prospettiva – non è narrativa.

Il reale non riguarda nessuno ed è, perciò, un sapere senza soggetto, ovvero senza legge: manca, cioè, di quella «costanza del mutamento nella necessità del suo corso»[2] che configura l’orizzonte entro il quale i fatti si manifestano con chiarezza come i fatti che sono.

2.

La realtà non è il reale. Essa è la sua rappresentazione. Ciò non implica necessariamente una perfetta aderenza tra le due istanze.
Al contrario, la realtà, a differenza del reale, si caratterizza per la sua convenzionalità ed autoreferenzialità nella misura in cui la verità che configura possiede struttura di finzione: è la ipostatizzazione di un simulacro[3] privo di referente esterno, prodotto dell’incontro-scontro del sapere del reale con il soggetto che ne fa esperienza.

Del reale che non ci riguarda non si può dire nulla tranne il fatto che esso è, esiste e accade, e accadendo ci incarna al di là di ogni ragionevole motivo.
Della realtà, invece, si può dire molto nella misura in cui ci riguarda come soggetti dell’esperienza del reale.

3.

L’esperienza non è l’esperimento. Essa non è riducibile al fenomeno scomponibile in elementi osservabili e decifrabili a posteriori; è invece l’incarnazione del principio di indeterminazione heisenberghiano, parafrasando il quale è possibile affermare che quanto più precisa la misura del fatto tanto più debole il suo vissuto.

L’esperienza non è l’esperimento perché, mentre quest’ultimo prescrive una oggettività che esclude per forza di cose il soggetto, la prima corrisponde al luogo in cui il reale dà origine al soggetto per partenogenesi.

L’esperienza, allora, rappresenta, etimologicamente, non uno stato ma un attraversamento e, sostanzialmente, non un oggetto ma una traccia di quell’attraversamento che, depositandosi, determina la epifania del soggetto che si manifesta sotto forma di narrazione simbolica: vi è esperienza solo in presenza di un soggetto.

4.

Il soggetto non è l’oggetto poiché, essendo il depositario del sapere, non può mai essere oggetto di conoscenza. In tal senso, il soggetto si configura come una antinomia poiché, adattando in qualche modo il paradosso di Russell, di esso è possibile dire che è l’insieme di tutti i saperi che non contengono se stessi[4].

Il soggetto è – in sé e per sé – una referenza vuota: è un’essenza assente che esiste solo nella misura in cui, convocato sul piano dell’essere dal reale, si identifica per necessità con un significante, introducendosi in tal modo all’interno della narrazione simbolica che gli preesiste.

Il soggetto, dunque, non manipola i significanti, ma da essi si fa rappresentare. In ciò consiste la autoreferenzialità del senso della sua realtà che non appartiene all’ordine dell’esperienza, pur derivando da essa.

Per questa ragione, esiste sempre uno scarto irriducibile tra reale e senso. Ed è proprio in tale scarto, in tale carenza, in tale vuoto che dimora il soggetto.
Questo è l’unico sapere a cui il soggetto può accedere senza tralignare.

Il soggetto non è nemmeno l’io. Il primo, infatti, è un eccesso dell’essere che determina un vuoto, una mancanza a essere, e che perciò si fonda sul desiderio – un desiderio che è, però, senza oggetto. Il secondo, invece, è il risultato dell’identificazione del primo con un significante che assume in tal modo la funzione di oggetto (del desiderio).

Quando il soggetto si nasconde dietro l’io assume su di sé la dialettica della mancanza, quella in cui il desiderio configura l’oggetto che illusoriamente colmerebbe la sua mancanza, ammettendo solo una carenza funzionale occultandone, così, il carattere costitutivo: se c’è un oggetto possibile, la carenza non può essere essenziale.

Posta in questi termini, la realtà risulta essere il prodotto dell’identificazione con un significante di un soggetto che cerca di colmare la mancanza a essere che lo fonda. In altre parole, la realtà, essendo il soddisfacimento di un desiderio, è un modo di godere.

Per le stesse ragioni, la storia non rappresenta più una concatenazione di eventi dettati da una necessità storica, piuttosto essa è la narrazione simbolica dei differenti modi di godere del soggetto umano che ha agito identificandosi con un senso, di era in era differente, per colmare la propria mancanza a essere. Continue reading Urtext: la lettura come fenomenologia

Metropolis

con tutti ‘sti palazzi non si vede più il futuro
s’esce in troppi sui balconi a prender le misure
ma come abbiamo fatto con tutta questa gente
all’orgia degli incroci tra i cori di bestemmie e
la metro ch’è un carnaio a rimanere soli?

ho letto* che a new york la settimana scorsa
per ventiquattro ore nessuno ha avuto il tempo
di uccidere nessuno che se solo fosse un segno o
l’inizio di qualcosa assumerei il rischio e farei
una passeggiata.

ma adesso con la crisi manco accendono i lampioni
c’è da stringere la cinghia – se alla gola fa notizia
dicono al tiggí che bisogna stare allerta, aprire
bene gli occhi, le mani sempre in tasca, pagar
tutte le tasse, guardare sempre dritto.

e dritto che si vede?

 

 

ora restaci se ci riesci a rimaner seduto
a legger sul giornale ciò che ti succede.

*New York City Has Day With ‘No Violent Crime’, For First Time In History, The Huffington Post UK, 29 Novembre 2012

(su LE VOCI DEGLI ALTRI numero 0 – bookzine aperiodica)

A proposito di “Addio alle Armi”

 

In tal modo all’infinito, attraverso il tempo, gli esseri del mondo si odieranno
e contro ogni simpatía manterranno il loro feroce appetito.

Michel Foucault

 

[Per i complottisti ed i sospettosi valga la seguente avvertenza: nessun invito alla massoneria o ortodossia poetica. Per i cinici ed i paranoici solo pacche sulle spalle e consigli medici in privato.
Queste parole e quelle che seguono sono di chi scrive. Ad esse si aggiungeranno, di giorno in giorno, quelle di tutti coloro che avranno qualccosa da dire. lb]

È necessario fare uno sforzo perché la poesia torni ad essere una cosa seria: questo il “leitmotiv” che ci ha accompagnati durante l’incontro di Verona di qualche giorno fa.
Uno sforzo non perché la poesia possa dettare le regole – come forse mai è riuscita a fare, ma perché torni ad aprire dei varchi. Non una questione di potere, dunque, ma di possibilità.

Far rientrare dalla finestra del retro la poesia (e, suvvia, i poeti!) che Platone fece uscire dalle porte principali della sua Repubblica – chiusa a più mandate da un cartesianismo trasformato in scientismo senza scrupoli – potrebbe essere una alternativa (o una soluzione) al “loop” tautologico in cui ci ha rinchiusi il linguaggio operativizzato del nostro secolo, coerente solo rispetto a se stesso ed alle sue regole interne che tendono sempre più a separare definitivamente l’enunciato dall’enunciazione e dall’enunciatore, ovvero: dall’esperienza.

In un mondo dove la unica dimensione pare essere quella tecnologica, in cui il reale è razionale, il razionale è funzionale e il funzionale è operativo, il rischio è quello di assistere all’estinzione dei concetti, rimpiazzati da un insieme di operazioni che descrivono senza sfumature, senza dare spazio ad altre possibilità. Già nel 1928 c’era chi affermava che «non ci permettiamo più di usare come strumenti, quando pensiamo, i concetti di cui non possiamo dare una descrizione adeguata in termini di operazioni» [1].

La pertinenza di tale osservazione ci riguarda tutti, indistintamente e da vicino, nella misura in cui le conseguenze della sua verità si ripercuotono sullo stile[2] nell’accezione jüngeriana del termine, ovvero sull’esercizio, all’interno di una necessità storica, di quella libertà che decide delle sorti di un popolo.
Per questo motivo, ogni epoca letteraria è una involontaria confessione della società che l’ha prodotta[3]: le sue opere sono una dichiarazione di poetica, mentre gli stili rappresentano la direzione verso cui la stessa società ha scelto di spingere l’esercizio della sua libertà. Per lo stesso motivo, la portata etica di ogni atto di scrittura e lettura si manifesta in tutta la sua evidenza. Continue reading A proposito di “Addio alle Armi”

Signore e Signori: l’Editoria! – Lettera aperta agli editori

[Pubblicato su Poesia 2.0]

Caro Marco Cassini
Cari editori

è da qualche settimana, ormai, che le pagine di vari quotidiani nazionali e siti web di una certa rilevanza vanno dando spazio ad un interessante dibattito sul futuro dell’editoria italiana, dal quale si spera giungano proposte concrete in grado di formulare i criteri di base per quella svolta percepita da molti come necessaria.

Galeotto fu il post e chi lo scrisse: tutto ebbe inizio con un intervento di Simone Barillari, pubblicato a fine giugno su minima&moralia, il quale rivolgeva un appello a tutti gli editori affinché si impegnassero di più e più seriamente nel «concentrare i piani editoriali sui libri in cui crediamo veramente e strenuamente, che vogliamo non solo proporre ma imporre all’attenzione dei lettori»; nel provare a «spostare, con una campagna di sensibilizzazione nazionale, il fattore discriminante della competizione editoriale dalla quantità alla qualità dei libri, […] ad annunciare, anche e soprattutto al pubblico dei lettori, che intendiamo pubblicare meno per pubblicare meglio […] a opporci, con ancora più determinazione di quanto abbiamo fatto finora, al fatto che le case editrici in cui lavoriamo debbano essere anche, sempre più, dei librifici».

Il discorso non fa una piega. Però: non dovrebbe essere già così, naturalmente? Non dovrebbero essere queste le regole di base consustanziali al mestiere di editore, piuttosto che elevati obiettivi da raggiungere?
A quanto pare, no: i numeri del rapporto 2010 dell’AIE sullo stato dell’editoria in Italia ci dicono il contrario; numeri che – a suo dire, caro Cassini – sono il risultato di una errata e spesso controproducente politica editoriale che, saltando a piè pari la figura del lettore, ha fatto del mercato il suo principale interlocutore.

Ho molto apprezzato la sua presa di coscienza e la sua coraggiosa assunzione di responsabilità che mi fanno ben sperare, come anche mi sembra portatore di un sano cambiamento il dibattito, tutt’ora in corso, che vede coinvolti numerosi piccoli, medi e grandi editori che si sono espressi sulle colonne di varie testate giornalistiche e sulle pagine di numerosi siti internet (tra cui Lipperatura e Affaritaliani.it).

Però, cari editori, perché il dibattito diventi realmente terreno fertile per nuove e concrete possibilità, è necessario che non ci si limiti a far di conto, tirando somme, sfornando percentuali, elencando il numero di novità dell’anno in corso e sciorinando quote di mercato.
L’impressione che ho, infatti, è che si sia passati da un discorso del mercato o nel mercato ad uno sul mercato. Ma non si era detto che è necessario «riconquistare proprio la centralità del rapporto (mediato o immediato che sia) fra l’editore e il lettore»? Certo, la presa di coscienza è già un passo significativo. Però questo è uno di quei casi in cui invertendo l’ordine dei fattori, il risultato non cambia.
Ora, lungi da me l’obiettivo di un intervento destruens (siamo solitamente tutti molto bravi nel criticare), sento tuttavia la necessità – da lettore – di riportare il discorso su una linea più vicina a quella da cui si era partiti, e dalla quale mi pare ci si sia allontanati troppo rapidamente, col rischio di far sembrare il passo verso il lettore una mossa retorica per introdurre un discorso che parla d’altro e ad altri si rivolge.

Premetto che anch’io ritengo particolarmente auspicabile un processo di decrescita delle pubblicazioni: 7 mila case editrici che pubblicano 60 mila nuovi titoli all’anno (160 al giorno) sono davvero una enormità, soprattutto considerando il basso numero di lettori nel nostro Paese. Tuttavia, non credo che la decrescita sia la soluzione; almeno, non quella (e non certamente l’unica) in grado di ricostruire il rapporto con il lettore.

In più, è di vitale importanza stabilire la o le modalità di tale decrescita: in che modo si intende abbassare i ritmi delle pubblicazioni a livelli più umani? A spese di chi (scrittori esordienti, di nicchia) o di cosa (poesia, saggistica, filosofia, teatro)? Chi decide il tetto massimo? Con quali criteri? Chi stabilisce i criteri di scelta e valutazione delle opere pubblicabili? I TQ (da cui è partito l’appello) sono degli intellettuali coscenziosi e pragmatici, o sono una nuova lobby di scrittori che sta cercando di imporre la formazione di un contesto più selettivo e meno competitivo, su misura, che contribuisca in qualche modo a maggiori possibilità di successo? (Questa è una allusione un po’ cattiva ma, credo, scontatamente legittima).

La faccenda si complica ulteriormente se si tiene in considerazione che non tutto può essere letto (dell’edito, figuriamoci dell’inedito che vive nei cassetti!) e che il best-seller (inteso come il buon libro che arriva a tutti) è un risultato il cui raggiungimento è subordinato ad un numero elevatissimo di circostanze e coincidenze spesso slegate dall’impegno degli scrittori e dalla buona volontà degli editori e dei loro collaboratori – l’aleatorietà di tale risultato si intuisce anche dagli interventi dei vari editori sul tema.

Insomma, scegliere la strada della decrescita, oltre a rappresentare una soluzione insufficiente rispetto all’obiettivo che ci si è posti, non è cosa semplice e presuppone una grandissima responsabilità nei confronti dei lettori, degli scrittori e, soprattutto, della letteratura. Ciò non vuol dire che un avvicinamento al lettore non sia possibile.

Se l’idealismo (non privo di pragmatismo) di cui è impregnato il dibattito a cui stiamo assistendo è sincero; se l’obiettivo della nuova editoria che verrà è davvero quello di restituire il lettore al suo ruolo di interlocutore; se tutti questi grandi discorsi non sono solo una manfrina leziosa dietro la quale si nasconde il desiderio di allontanarsi dal mercato per dominare il mercato; se la proposta di abbassare i ritmi di pubblicazione non rappresenta la mera introduzione di una nuova regola di mercato che parifichi le opportunità; se tutto quanto state (e stiamo) discutendo deriva dal desiderio vero di recuperare il ruolo culturale dell’editoria in un Paese, allora le cose che si possono fare mentre si decidono i termini ed i criteri di una eventuale decrescita sono innumerevoli.

Per esempio, si potrebbe costituire una associazione di editori e lettori, con sottoscrizione annuale a pagamento, attraverso cui realizzare un fondo che finanzi poche ma importanti e ben strutturate occasioni di dibattito culturale, in grado, magari, di fornire la Nazione di quegli elementi di progettualità di cui tanto ha bisogno.

Oppure, si potrebbe pensare a formule di abbonamento alle singole case editrici o a gruppi di case editrici che offrano ai lettori, oltre al diritto ad uno sconto sul prezzo dei libri e qualche “premio fedeltà”, la possibilità di venire coinvolti in momenti di riflessione e di scambio attraverso incontri, workshops etc. Magari, si potrebbe destinare parte degli introiti derivanti dagli abbonamenti ad una borsa di studio che finanzi una delle numerose attività proposte da Giordano Tedoldi nel suo intervento su minima&moralia del 14 luglio scorso.

Si potrebbe, per esempio, considerare la possibilità di definire nuove formule contrattuali per gli autori che, invece di stabilire i termini della loro produttività – spesso causa principale di noiose trilogie nel migliore dei casi e, nel peggiore, di romanzi mediocri –, li coinvolgano maggiormente e più da vicino nei processi di promozione delle loro opere (possibilmente più strutturati e progettuali di un “reading”).

Anche, ci si potrebbe impegnare nella costruzione di una rete solida di editori attivi sul territorio, capace di ripensare l’utilizzo degli spazi pubblici urbani (piazze, metropolitane, parchi, autobus) ed istituzionali (scuole, università, biblioteche) e di rivalutare la figura dei librai come anello di congiunzione tra le varie figure che abitano il quartiere.

Questi sono solo alcuni esempi di iniziative, progetti e idee che possono contribuire ad accorciare le distanze con il lettore, rendendo un servizio culturale a 360º alla propia comunità senza per questo dimenticare il mercato.

Cari editori, sicuramente molte delle proposte qui elencate non vi risulteranno nuove, ad altre ci avrete già pensato, mentre alcune saranno impraticabili o già esperienze consolidate da tempo. Sia come sia, la cosa mi interessa molto poco: non era mia intenzione insegnarvi il mestiere di editore in quattro parole. Ciò che invece mi preme farvi sapere è che se davvero volete un lettore più vicino è necesario che lo tiriate fuori dalle statistiche e che smettiate di rivolgervi a lui in termini di numeri di copie vendute. Se volete davvero che il lettore diventi il vostro interlocutore non dovete far altro che parlargli: vi risponderà, ne sono certo.

Con sincera stima

Luigi Bosco

Né apocalittici, né integrati: tutti fottuti

Lo scorso mercoledì, a Roma, all’interno della meravigliosa cornice della Biblioteca Vallicellianasorry, niente foto: quando ho tirato fuori la macchina fotografica, la responsabile della sala mi ha guardato come se stessi sgozzando suo figlio – ho avuto il piacere e l’onore di partecipare a Letteratronica, una conferenza sulla letteratura ai tempi del web organizzata da Tiziana Colusso (formafluens.net) e Marco Palladini (retididedalus.it).
Conferenza che viene poco dopo l’eBookLab di Rimini e che inserisce – per fortuna e più che dignitosamente! – all’interno del discorso sul digitale la figura dello scrittore accanto a quella dell’editore.

Tutti i numerosi relatori presenti all’evento hanno messo sul tavolo questioni di fondamentale importanza, tutte fra loro differenti e complementari. A cominciare dalla direttrice della biblioteca Maria Concetta Petrollo Pagliarani e il problema di una archiviazione sistematica dei contenuti, fino al direttore de Le Reti di Dedalus Marco Palladini e il profilo degli scrittori e degli agenti culturali del XXI secolo, passando per Tiziana Colusso (Forma Fluens) e Sara Crimi (Quiappuntidalpresente) e il problema della lingua, Paolo Ruffini e l’esperienza della rete e Carlo Infante (Urban Experience)e le scritture mutanti, ciascuno ha contribuito a formulare la impegnativa domanda a cui tutti siamo chiamati a rispondere: come (ci) sta cambiando la letteratura nell’era di internet? Continue reading Né apocalittici, né integrati: tutti fottuti

Antologia “Poetarum Silva”: Alessandro Assiri

Il linguaggio di Alessandro Assiri è semplice, misurato. Il gioco poetico dei suoi componimenti si sviluppa quasi totalmente a livello sintattico, attraverso una struttura capace di unire in maniera impercettibile il passaggio logico al salto pindarico, con un utilizzo mimetico della metafora all’interno di un discorso che dà l’impressione di lesinare le parole. Più che dal classico “lavoro a togliere”, è dal bisogno di essenzialità che a me sembra nascano direttamente i versi di questo poeta. Ed è proprio grazie a questi versi “scarni” che la poesia di Assiri guadagna in immediatezza: ogni verso è un suggerimento, un indizio ben preciso a cui segue il successivo; sta al lettore tenere il passo, unire i puntini per ritrovarsi sorpreso di fronte ad una figura scolpita nella carta, dal taglio netto, sincero nonostante una considerevole dose di ambiguità. Se le poesie di Assiri fossero un romanzo non avrebbero trama, ma solo un lungo colpo di scena. Come sassi levigatissimi, viaggiano veloci privi di attrito, raggiungendo prima il colpo.

 

Acquista il libro

 

 

 

io non vado, ti anticipo
non lascio, preparo
ogni passione è a primavera,
quando la vita dovrebbe sbocciare
invece spesso si infligge,
passione è farsi uomo
dove non occorre nulla
per descriversi
difendersi senza cambiarsi il nome

 

*

 

Se ti immagino salire
vedo la fatica
di dar le spalle al mare,
ma poi ripenso che tutto nasce
da un digiuno
e che si mangia per tradire.
Il resto è farsi mondo
che poi è il rischio nostro
di scoprire il letto vuoto,
di domenica quando i giochi sono fatti
ma adesso che si è compiuto quasi tutto
e ogni padre fa supplenza,
siamo ancora schiavi tra gli schiavi
naufragati nel ritorno
quando somigli sempre meno

 

*

 

è una sera da dietro,
dove il tuo viso
è una misura per i vivi
e tutto il tempo
che si prende i lunedì
lo riduco a barchette
o a raffreddori
che sono solo scuse
per non andare a vela
e far finta che ci sia il motore
rottamo qualche inizio al giorno,
il nuovo mi disturba
approfondisce troppo il niente
chi scrive lo fa per non marcire
e allora ci contiamo
per sembrare meno,
un intermezzo di continua
a ridarci il benvenuto

 

 

 

Alessandro Assiri è nato a Bologna nel 1962, vive nel Trentino. Ha pubblicato, per Aletti Editore, Morgana e le nuvole (2004) e Il giardino dei pensieri recisi (2006). Per Lieto Colle ha pubblicato Modulazione dell’empietà (2007) e Quaderni dell’impostura (2008). Con Chiara De Luca ha pubblicato, per Fara Editore, Sui passi per non rimanere (2008). Co-curatore del progetto Poeti a Nord-Est che si occupa di creare sinergie tra artisti prevalentemente del territorio e di portare la parola poetica all’interno delle scuole, con seminari e dibattiti. Fa parte della redazione della Kolibris Edizioni e del comitato editoriale di Opera prima. Collabora con riviste cartacee e telematiche. Promotore del Festival “Terzolas in poesia”.
È rintracciabile su http://www.lettereanessuno.splinder.com/