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Turno di guardia

(Agli amici perduti e a quelli rimasti. A F. C.)

Proprio tra i cocci che misi sul tetto
una rondine pigra si venne a posare.
Tra i vetri rotti la vidi una volta
volare: lo dissi agli altri che risero forte.

Giù per il vallo i sassi assolati,
i sacchi bucati, svuotati di guerra,
la sabbia per terra a segnare i passi
dell’andirivieni del turno di guardia.

Diverse misure di scarpe alle orme,
sui muri le ombre ad altezze diverse:
potrei riconoscerle tra mille altre macchie –
ma non di sangue, ma non di sangue.

Io mi ricordo le nostre facce
rosse di vino, di sole o vergogna
con una spugna lavammo le spalle
l’uno dell’altro senza parlare.

Quanto è più lungo ora il turno di guardia,
questo sostare nello stare senza.
Tu fosti il primo a cui chiusero gli occhi.

Ingannammo la notte col sogno e la veglia
Ma non abbastanza, non abbastanza.

(2011)

Slot*

 

Raramente mi accorgo di me anche la notte fa ombra se il corpo alla luna espone la carne la pelle avvizzita vuol dire che il tempo nasconde nei solchi delle rughe il segreto della sopravvivenza abituarsi a morire un poco per volta a volte vorrei non saperlo vorrei non sapermi di fronte allo specchio la trasustanziazione della colpa non sapere il mio nome per chiederlo pronunciandolo sillaba a sillaba sgocciolando fonemi dalla bocca come bava con il giorno che si incastra negli occhi alle prime ore del mattino abitate dal sospetto che non sia un giorno nuovo mentre mi lavo i denti meditando su alcune questioni secondarie di poco conto come il grado di fatica che l’inutilità del vivere richiede oppure quante vite vale un pieno se cerco di ascoltarmi non ho nulla da dire riempio il silenzio che ho prodotto con vaghi progetti a medio e lungo termine o con buoni propositi di inizio stagione oppure con pensieri utili come ricordati di chiudere la porta di casa con la chiave quando esci fuori inevitabilmente coinvolto in una intricata ragnatela di relazioni che implicano cose come sorridere ai vicini votare soddisfarmi con qualcuno che vive con me dichiarare guerra ad un paese straniero esercitare la mia libertà d’acquisto tenere sotto controllo la prostata pranzare con i colleghi sostenendo valori di media portata produrre rifiuti organici non fare il bagno dopo pranzo partecipare ad eventi collettivi scusandomi di vivere lontano da quei luoghi di intrattenimento dove riversare le ultime energie inassorbite dal precariato comunicare con monoliti verbali tipo buongiorno dove pranziamo ti amo hai comprato il pane mi manchi arrivare in orario in ufficio esprimere emozioni come due punti meno parentesi chiusa oppure due punti meno pi sentirmi all’altezza dei tempi che cambiano perdemmo la coda quando iniziammo a trascinarci dietro il resto gli scheletri negli armadi hanno lasciato i corpi molli sprofondati nelle poltrone sfondate dalla forza di gravità depositato da qualche parte ai margini della coscienza mi scorgo impegnato ad assaporare un mondo senza presenza mentre il tempo lentamente mi tace.

(Antologia AA VV Poetarum Silva, Arturo Moll, Samiszdat 2010)

*il testo qui riportato presenta alcune lievi modifiche rispetto alla versione originale per volere dell’autore.

Au sujet du Cimitière marin – Paul Valery

Non so se sia ancora di moda elaborare a lungo le opere poetiche, mantenendole fra l’essere e il non essere, sospese per anni di fronte al desiderio; coltivare il dubbio, lo scrupolo e i pentimenti, – al punto che un’opera sempre ripresa e sempre rielaborata assuma poco a poco l’importanza segreta di un’impresa di riforma di se stessi. Questa tendenza a produrre poco non era rara, quarant’anni fa, fra i poeti e fra alcuni prosatori. Per loro il tempo non aveva importanza; ed è qualcosa di quasi divino. Né l’Idolo del Bello, né la superstizione dell’Eternità letteraria erano ancora decaduti; e la fede nella Posterità non era del tutto abolita. Esisteva una sorta di Etica della forma che conduceva al lavoro infinito. Coloro che vi si consacravano ben sapevano che più il lavoro è grande, minore è il numero delle persone che lo comprendono e l’apprezzano; essi faticavano per molto poco – e quasi da santi… In questo modo ci si allontana dalle condizioni «naturali» o ingenue della Letteratura, e si finisce insensibilmente con il confondere la composizione di un’opera dello spirito, che è cosa finita, con la vita dello spirito stesso,  – che è una potenza di trasformazione sempre in atto. Si arriva al lavoro per il lavoro. Agli occhi di questi amatori di inquietudine e di perfezione, un’opera non è mai compiuta – parola che per loro non ha alcun senso – ma abbandonata; e questo abbandono, che la consegna alle fiamme o al pubblico (sia esso conseguenza della noia o dell’obbligo di consegna), è per loro una specie di incidente, paragonabile all’interruzione di una riflessione, che la stanchezza, il disturbo, o qualche sensazione finiscano per annullare. Continue reading Au sujet du Cimitière marin – Paul Valery

Origami n. 2

Appeso ad una corda affliggo il vento mentre l’aria si affanna sui vestiti sporchi dopo tanto indossare urge il sospetto che il tempo m’inganni s’inganni con il mio dondolare la brezza bagnata mi suda la faccia i piedi riscuotono i loro legacci i segni del nodo sui lacci il solo decoro di queste scarpe rotte da tanto sostare i sassi sui muri non sperano al sole che l’ombra gli allievi lo stare i chiodi non si possono forare rimanere arrampicati su un pallore che si appanna di fatica scivolare sulla scena che ci scricchiola l’udito al passare fermo in un acchito all’ombra torrida di un ulivo tendo un’accia verso il dove che si affloscia poco prima di arrivare non mi han detto che a finire un po’ alla volta si fatica un’assenza si avverte in ogni cosa se la voce del pensiero è più di un sogno allora si può toccare sbarrare le soglie al vento tappando serrature sgombre sottrarre cenere a una fiamma e smettere di consumare saran dolci le parole ripetute quando ci abbandoneranno gridando perdono.

(2010)

PoetarumSilva: è Antologia – intervista con l’autore

Poetarum Silva, AA. VV, a cura di Enzo Campi, 168 p. (Poesia), Samiszdat.

 

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Intervista con l’autore: Arturo Moll


Luigi: Buongiorno.

Arturo Moll: Buongiorno a lei.

L.: Chi è Arturo Moll?

A.M.: E a lei cosa importa?

L.: Volevo solo introdurla ai lettori di questa intervista e a quelli dell’antologia.

A.M.: Ma i lettori di questa intervista e quelli dell’antologia dovrebbero essere interessati a ciò che verrà detto in questa intervista e ciò che troverranno scritto nell’antologia, non in chi lo ha detto o chi lo ha scritto. Ad ogni modo, Arturo Moll è Arturo Moll: un nome ed un cognome. Non ricordo chi disse che i nomi sono una gran bella fregatura, però aveva ragione.

L: D’accordo, allora. La ringrazio per il tempo che mi dedicherà per questa breve intervista.

A.M.: Grazie a Lei per avermi dato modo di spenderne, ché non avrei saputo cosa farmene.

L.: In che senso, scusi?

A.M.: Nel senso che se Lei non fosse venuto qui ad intervistarmi, non avrei saputo come impiegare il tempo che ora Le sto dedicando e mi sarei annoiato.

L.: Beh, avrebbe potuto fare dell’altro.

A.M.: Per esempio?

L.: Scrivere.

A.M.: Ma io non impiego il tempo per scrivere. Uso la scrittura per ammazzare il tempo. Il che è diverso.

L.: Ah, si?

A.M.: Beh, si. Ma Lei è Italiano?

L.: Certo!

A.M.: E allora perché non capisce quello che Le dico?

L.: Certo che capisco! Dunque per Lei la scrittura in generale e la poesia in particolare servono a questo?

A.M.: Lo vede che non capisce?

L.: …

A.M.: Non faccia inferenze sulle cose che le dico. Si limiti ad ascoltare le parole. La scrittura in generale e la poesia in particolare non servono a questo.

L.: D’accordo. Dunque, cos’è per Lei la poesia?

A.M.: Qualcuno La sta pagando per stare qui?

L.: No, perché?

A.M.: Perché starebbe guastando il suo denaro.

L.: Ma… scusi!

A.M.: No che non la scuso. Le sembra una domanda da fare?

L.: Ma… Dottor Moll…

A.M.: Mi chiami Arturo, La prego.

L.: D’accoro, Arturo. Ma questa è la classica domanda

A.M.: Ecco, appunto. Se io fossi Leopardi, penserei che Lei è un minchione. Si può accettare il classico solo nello stile e solo quando esso si offra a dire il nuovo. Un dire classico è soltanto vecchio, già detto: a chi giova?

L.: A questo punto sono in difficoltà.

A.M.: E perché mai?

L.: Non sono sicuro di avere delle domande interessanti da porLe.

A.M.: Le domande sono interessanti quando non sono retoriche. Le sue lo sono?

L.: Non lo so. Precisamente in questo momento non mi sovviene di dir nulla.

A.M.: Ovvio! Ci provi un po’ a dire nulla. Non si può.

L.: Potrei rimanere in silenzio.

A.M.: Ma il silenzio è anch’esso un modo di dire. Carmelo Bene diceva “Tutto è un modo di dire, se si dice. Quando si muore, è un modo di morire”. Siamo condannati, non se ne faccia una colpa. A meno che…

L.: A meno che?

A.M.: Ci sono due modi per dire il nulla (o, almeno, avvicinarsi ad esso): contraddire il dire oppure dire il nuovo. Per entrambi, l’unica strada è la poesia. Ma è una strada che va battuta continuamente, poiché entrambe le soluzioni – contraddire il dire o dire il nuovo – sono momentanee.

L.: In che senso?

A.M.: Prenda, ad esempio, contaddire il dire. Quando si dice, in realtà, sempre noi diciamo nulla. Ma nel momento in cui questo dire viene condiviso, foss’anche da due sole persone, già questo nulla acquista una posizione nel dire e, dunque, nel mondo. Il nulla detto diventa un dire altro. Questo grazie alla (o a causa della) significazione. La significazione uccide la dialettica del discorso relegandolo alla retorica, che è il prepensionamento della parola. Per ovviare ciò, c’è bisogno di contraddire il dire. Ovvero: spezzare quel legame che si viene a creare tra significante e significato attraverso il discorso poetico. Un legame che sembra indissolubile, ma che in realtà è puramente convenzionale. La stessa cosa vale quando si dica il nuovo.

L.: Però perché Lei afferma che è una soluzione momentanea?

A.M.: è momentanea perché io posso contraddire il dire o dire il nuovo. Ma nel momento in cui uno o più individui fanno propria tale contraddizione, in questo stesso istante la contraddizione smette di essere tale e bisogna ricominciare tutto daccapo. La poesia diventa prosa. Non bisogna mai fermarsi.

L.: Quindi per Lei è questa la differenza tra prosa e poesia?

A.M.: Ma cosa fa? Mi ricomincia a fare il minchione? Stava andando così bene…

L.: Scusi, è stato più forte di me.

A.M.: Non si preoccupi. Le rispondo solo nella speranza di riuscire a rompere i compartimenti stagni in cui Lei ristagna. Per quanto mi riguarda, c’è molta più poesia nei Fratelli Karamazov che nelle poesie mie (che non sono ancora poesie) o di tanti altri poeti. Se lei cerca in libreria questo testo, sicuramente non lo trova nel reparto poesia, pur essendo una delle poesie più lunghe che siano mai state scritte. In questo, che per convenzione definiamo romanzo, c’è quel che io intendo per contraddire il dire o dire nuovo. Che si legga nel 1879 o nel 2010, una o dieci volte, non ha importanza: sempre riuscirà a sorprendere con il suo contraddire il dire e il suo dire nuovo. Per questo è un classico. Questo perché il dire che contraddice il dire o che dice il nuovo non spiega ciò che dice, ma fa pieno affidamento al potere della parola e, allo stesso tempo, ha uno smisurato rispetto di colui che la legge. Scrivere è un atto d’amore nei confronti dell’umanità che trova nella parola quell’incommensurabile spazio capace di accogliere tutti e che, purtroppo, concretamente ci manca. Per queste stesse ragioni posso affermare con onestà e lucidità che le mie poesie non sono ancora tali, poiché il mio bisogno di dire è ancora troppo più grande della mia fiducia nella parola. È incredibile come l’ego di una sola persona possa occupare tutto o quasi tutto quell’incommensurabile spazio che sarebbe da destinare a tutti.

L.: Sento del risentimento nella sua voce.

A.M.: Certo. Sono risentito, infatti.

L.: La soluzione?

A.M.: Non credo di conoscerla. La potenza della parola è incredibilmente più grande di quanto comunemente si pensi. Se il mondo è quel che è si deve al fatto che si è scelto di dirlo in questo modo. Basta cambiare il modo di dire il mondo per cambiare il mondo. E se la parola può cambiare il mondo, figurarsi se non può cambiare uno come me. Non mi resta che avere fiducia nella parola.

L.: Grazie.

A.M.: A Lei.

Discorso sulla poesia – Una apologia della Parola

« Nobil natura[…]/Madre è di parto e di voler matrigna.»

(La Ginestra, Giacomo Leopardi)

L’ho già detto – e molti prima di me, ne sono sicuro: la ragione estinguerà l’uomo.

Ma lungo è il tempo che ancora attende l’uomo e la sua paziente disfatta, poiché il cinismo è Il mondo tornerà ad esser di nessuno, e le rocce approfitteranno del silenzio primordiale per dar voce al loro canto sotto l’ombra colorata dei loro stessi quarzi; e le bestie danzeranno sopra campi d’orecchie piene di terra e di antico cerume; lo scricchiolar di ossa e il cinguettar dei chiurli riempiranno le giornate azzurre e il cemento scoppierà all’incedere delle edere.

 

la vendetta di ciò che passa, e l’agonia l’unico luogo che resta al rimanere.

Ci si potrebbe abbandonare tutti in una lunga eutanasia dei ghiacciai e avremmo Ragione. Ma sarebbe contro Natura. Poiché il vivere possiede ancora un interstizio nel suo illeso principio dove Natura e Ragione riescono a convivere, dove la prima trova la sua giustificazione nella seconda, nonostante la loro irriducibile inimicizia.

«La ragione è nemica d’ogni grandezza: la ragione è nemica

della natura: la natura è grande, la ragione è piccola. Voglio dire che un uomo tanto meno o tanto più difficilmente sarà grande quanto più sarà dominato dalla ragione: che pochi possono esser grandi (e nelle arti e nella poesia forse nessuno) se non sono dominati dalle illusioni. […] La natura dunque è quella che spinge i grandi uomini alle grandi azioni. Ma la ragione li ritira: e però la ragione è nemica della natura; e la natura è grande, e la ragione è piccola.»[1]

 

Eppure l’uomo ha creduto alla Ragione, convinto di aver trovato dentro di sé quel Dio che non è riuscito ad incontrare altrove, ed in essa ha riposto la sua fede. Ma la fede, che fu anello della concordia tra Natura e Ragione, ora non è che cerchio di un vizio che si apre e si richiude su se stesso.

L’uomo è in impasse, la Natura lo sa.

Cosa pensate possa avere la meglio tra la Testimonianza e la Giustificazione? E necessario abbandonarsi alla prima rinnegando la seconda. E se ciò vi sembrasse irragionevole, sareste sulla buona strada.

I discorsi posticci farciti di spiegazioni buy-now non hanno fatto altro che regalarci soluzioni di plastica tre per uno, galleggianti nel bacino putrescente della moda.

Il senno fu degli antichi, ancora abbastanza saggi da volersi immaginare. A noi non è rimasto che l’eco delle nostre grida nei compartimenti stagni dentro i quali ce ne stiamo rinchiusi, scrivendoci le motivazioni sulle pareti con le unghie manicurate.

Ma un giorno io le schiaccero la testa e Caravaggio rinnegherà la sua Maria.

Riempirsi la bocca di Democrazia, con ancora la bava che cola mista al sangue di chi non abbiamo mai conosciuto, è il placebo ad una sofferenza che la Ragione ci impedisce di comprendere, per non crollare sotto l’implosione delle sue stesse macerie su cui piantiamo le nostre bandiere.

La corsa verso la libertà ci affanna, e gli schermi dei PC s’appannano.

Ci associamo, ci ribelliamo, manifestiamo. «Ma tali forme di protesta e di trascendenza non contraddicono più lo status quo e non hanno più carattere negativo. Esse sono piuttosto la parte cerimoniale del comportamentismo pragmatico, la sua negazione innocua, e sono prontamente assimilate dallo status quo come parte della sua dieta igienica.»[2]

Sabotare l’utile e rinnegare il bello come menzogne dalle quali liberarsi per aprirsi alla densità del reale che ci incarna al di là di ogni ragionevole motivo. Solo così «L’umana compagnia» [3] saprà di Ginestra, e i seni bianchi delle donne s’ergeranno allora a picco ai lati della valle ancora fertile, dove la morte odorerà di latte ed il tramonto sarà il tempo per raccontare ciò che non si è vissuto. La schiuma sulla groppa degli asini gli ricorderà chi sono, ma senza redini. Dormiranno gli stambecchi accanto ai leoni e le lucertole canteranno con i grilli, tra i rami e le pietre, l’estate. Suderanno gli inverni sotto il passo dei vecchi, sorpresi di vedere le loro orme bianche seguirli ancora. Sorgeranno le primavere verdi ogni mattino e gli autunni coccoleranno le foglie non più acerbe con flebili sbuffi di vento. La gaia normalità che non sorprende rende felici.

Ma noi, lo siamo? Felici, dico. La ragione ha attraversato gli abissi della metafisica per cercare le risposte sbagliate. Quanta energia sprecata. Dire che l’uomo non può essere felice perché superiore alla sua propria Natura è come tagliare le zampe al proprio cane e dire che non corre verso di noi perché sordo. Quale onore ci farebbe poter riuscire ad ammettere le incapacità della Ragione. Ma nessuno è tanto ardito da rinnegare il proprio Dio: Giuda s’impicco, prolificarono solo Cristi da resuscitare.

Sostituire la finzione con l’immaginazione attraverso quell’atto intemporale che è la Parola non appena viene prodotta, l’unica ad essere realmente libera poiché in grado di distaccarsi completamente da colui che la produce per gettarsi, vergine e fiduciosa, tra le braccia di chi vorrà accoglierla, sempre diversa.

Ma in un’epoca in cui la Ragione analizza e spiega ogni cosa, ebbra dei fumi della determinatezza e patologicamente smaniosa di determinazione, perché la Parola non venga assorbita dalla finitudine e possa conservare quell’ambiguità che le è indispensabile per rinnovare la sua ingenuità, perché ciò che ha la pretesa di appartenere all’universale non diventi prigioniero dei confini del caso particolare, c’è bisogno di liberare il dire da tutte quelle associazioni convenzionali che lo cristallizzano a spese dell’invenzione collettiva.

Anteporre l’espressione alla funzione nel linguaggio significa creare una idiosincresia tra significati e significanti prestabiliti attraverso un lavoro negativo, a togliere, che abbia come risultato trasformare il dire in un invito dell’altro a costruire. Il vero atto comunicativo è, infatti, quello capace di subordinare l’urgenza del singolo a quella della comunità in cerca di se stessa, attraverso l’uso della prassi simbolica del linguaggio che non conosce menzogna.

Quale migliore luogo perché ciò avvenga se non la Poesia? Ed essendo questo un atto di per sé etico, una Poesia che lo metta in pratica è l’unica Poesia etica possibile.

Cos’è l’invito rimbaudinano ad «essere assolutamente moderni»[4] se non questo rinnegare ogni differenza personale per un incontro della «umana compagnia» nel linguaggio? Un invito spesso ridotto alla mera ricerca dell’originalità espressiva, di uno sperimentalismo fine a se stesso che non ha tenuto conto dell’intero invito di Rimbaud:

«A ogni modo posso dire che la vittoria è mia: il digrignar di denti, i sibili di fuoco, i sospiri ammorbati si attenuano. Tutti i ricordi immandi si cancellano. Si dileguano gli ultimi rimpianti, – gelosie per accattoni, briganti, amici della morte, minorati d’ogni sorta. – Dannati, se io mi vendicassi!

Bisogna essere assolutamente moderni.

Niente cantici: mantenere il passo conquistato.»

Così, anche la Poesia più sinceramente impegnata, più intimamente civile, se non si impegna nella reinvenzione della Parola, se attraverso questa non cerca di risolvere quella sintesi dell’assoluto inaccessibile alla Ragione che non ammette correspondances, se non mira ad un dérèglement della struttura linguistica della comunità alla quale si rivolge, rischia di diventare parte di quella dieta igienica assimilata dallo status quo, poiché parla lo stesso linguaggio, slittando impercettibilmente da una posizione in difesa di un qualche tipo di ideale ai più bassi compromessi a favore del profitto, giustificati dalla Ragione con lucide sublimazioni di un atto che altrimenti non avrebbe molte spiegazioni.

Quando la Parola smette di essere «appello al lettore perché conferisca un’esistenza obiettiva alla rivelazione» iniziata «per mezzo del linguaggio»[5], allora essa diviene mortale e il suono che produce è il rumore dei cocci di un’altra opportunità andata in frantumi.

«Ma se così è, ecco l’illusione sparita, e se il poeta non può illudere non è più poeta,

e una poesia ragionevole, è lo stesso che dire una bestia ragionevole ec. ec.»

(Giacomo Leopardi)

di Arturo Moll

 

[1] Pensieri di varia filosofia e di bella letteratura, Giacomo Leopardi, Le Monnier (Firenze), 1921-1924.

[2] L’uomo a una dimensione, Herbert Marcuse. Piccola Biblioteca Einaudi.

[3] La Ginestra, Giacomo Leopardi.

[4] Rimbaud. Poesie e prose, Oscar Mondadori, 1975.

[5] Cos’è la Letteratura, J. P. Sartre, Il Saggiatore 1960.

Torno subito…

È incredibile: mi allontano un attimo (beh, effettivamente qualcosa di più lungo di un attimo) e cose incredibili decidono di accadere.

(No, non mi sto riferendo al novo DDL D’addario che, con la scusa di impedire ai giornalisti di pubblicare le intercettazioni, impedisce ai magistrati di farle. Non mi sto riferendo nemmeno al fatto che il nostro Premier da 15 anni è Silvio Berlusconi. E nemmeno alla proposta della Gelmini di far iniziare le lezioni della scuola dell’obbligo ad ottobre).

Mi riferisco, per esempio, al “caso letterario su internetThomas Leoncini: “giovane e bello come un tronista” è invece (purtroppo) un poeta. Di quelli cuore-amore che (a suo dire) scrive canzoni senza musica. Il problema è che qualcuno dovrebbe ricordargli che invece fa (e non “è”) il poeta.

Deve essere stato lui a proporre Musica e Parole. 10 in poesia, un cd nel quale fantastici protagonisti di Amici della De Filippi e altri personaggi dello spettacolo altrimenti disooccupati letteralmente ammazzano dieci tra i più bei pezzi poetici della poesia dell’ultimo secolo. Le musiche sono di Loriana Lana, quella di Meno male che Silvio c’è, quella che scrive le canzoni a quattro mani col premier e le musiche di Apicella. Continue reading Torno subito…